RILETTURA/RELECTURE/READ ONCE AGAIN: AMORE E PREGIUDIZIO / Amour et préjugés / Love and prejudice

“Malgrado l’età, la vedova era dotata di grande fascino e, ben presto, non mancò di attirare l’attenzione del giovane ingegnere..” (La lettera G, p. 143)

 

Parliamo ancora di libri. Ho tolto dagli scaffali un altro volume interessante. Si tratta di Amore e pregiudizio. Il tabù dell’età nei rapporti sentimentali di Elena Gianini Belotti, più conosciuta per Dalla parte delle bambine, il trattato educativo del 1973 che postulava la parte determinante della socializzazione nella creazione dei ruoli maschili e femminili, e che le portò il successo.

Forte di quel successo editoriale la Gianini Belotti pubblicò, nel 1988, una ricerca sui tabù dell’età nelle relazioni. Non una ricerca qualunque: una che parlasse di donne mature o anziane, compagne di giovanotti. Perché del contrario è pieno il mondo e non fa neanche più notizia.

Vite osservate, di donne e uomini comuni: una serie di considerazioni riportate da interviste. E vite narrate, con relazioni anagraficamente asimmetriche: Rousseau, Balzac, Flaubert, Colette o la Aleramo. Molte, moltissime, finiscono male: nel cinema e nella letteratura. Ne Il giglio nella valle di Balzac lei muore disperata, nell’Educazione sentimentale di Flaubert il desiderio è bloccato dal divieto: la donna anziana è una sostituta della figura della madre, e il tabù madre-figlio è insormontabile (non si può dire lo stesso del tabù figlia-padre, che non scuote le fondamenta del patriarcato). Ecco la conclusione della ricerca. Nei film dal 1946 all’87, su 35 film analizzati 30 finiscono male. E quando scrittrici/tori o registe/i scelgono di narrare queste storie diverse, la donna è ancora relativamente giovane, massimo 39 anni, e sempre bellissima. Lui invece è di classe sociale inferiore (il che ricorda, non stranamente, le preferenze maschili di donna giovane, bella e inferiore).

È un libro che mi aveva fatto e mi fa ancora riflettere.

Mi fa tornare a parlare di invisibilità femminile, di un silenzio che, come lo dimostra questo libro, arriva a toccare anche la sfera relazionale. Le donne anziane già sono invisibili (vedi post Essere donne over 50 in giugno), figuriamoci se possono permettersi di amare uomini più giovani. È una semplice questione di morale comune, stabilita unilateralmente e ampiamente accettata dall’altra metà del mondo. Morale mai totalmente sradicata, malgrado le tenebre dell’ignoranza siano state squarciate.

 

Amour et préjugés

Parlons livres. J’ai relu Amore e pregiudizio de Elena Gianini Belotti, connue pour Du côté des petites filles, le traité d’éducation de 1973 qui postulait la partie déterminante de la socialisation dans la création des rôles sociaux masculins et féminins et qui fut un succès.

En 1988 l’écrivaine publia cette recherche sur les tabous dans les relations sentimentales. Ce n’était pas une recherche comme les autres: elle discutait des rapports d’amour entre des hommes jeunes et des femmes âgées. Car le contraire est bien entendu très répandu et accepté : ça ne vaut même pas qu’on s’y intéresse.

Il y a une partie de vies observées, réelles, de femmes et hommes communs. Et des vies racontées par la littérature et le cinéma : de Rousseau à Balzac, Flaubert, Colette, jusqu’à Sibilla Aleramo. Beaucoup se terminent mal. Dans Le Lys dans la vallée de Balzac la femme meurt désespérée, dans l’Education sentimentale de Flaubert le désir est bloqué par l’interdiction : la femme âgée rappelle trop la figure de la mère, et ce tabou est insurmontable (bien sûr on ne mentionne pas l’autre tabou, fille-père, car il ne met pas en danger le patriarcat). Voilà ce qui démontre ce livre. Dans les films analysés, de 1946 à 1987, 30 sur 35 se terminent mal. Et quand écrivain/e/s ou metteuse/eurs en scène choisissent de raconter des histoires d’amour où il est plus jeune qu’elle, la femme est encore jeune, pas plus de 39 ans, et toujours très belle. Lui, par contre, appartient à une classe sociale inférieure (ça rappelle étrangement un cliché qui est plutôt masculin, non ?

C’est un livre qui, à nouveau, m’a fait réfléchir.

J’en reviens à la question de l’invisibilité des femmes âgées (Etre femme over 50, post de juin), d’un silence que, comme ce livre le démontre, englobe également les rapports d’amour.

 

Love and prejudice

This is the title of a book which was not translated into English. Too bad, because it is a fine survey through literature and cinema on love between an older woman and a younger man. It was written in 1987 by Elena Gianini Belotti, an Italian writer best known for Little girls: social conditioning and its effects on the stereotyped role of women during infancy.

There is a section with real stories, and one with examples from cinema and literature (Rousseau, Balzac, Flaubert, Colette or Aleramo).

Guess what? Most of them end up badly. In Balzac she dies desperate, in Flaubert desire is blocked by the fact that an old woman could be taken for the mother, and the mother-child sexual relationship is highly taboo. This is, indeed, what prevents this kind of relationship. (No mention, of course, of the other-way-round taboo, daughter-father, far more accepted because it does not endanger patriarchy). The researcher analyses 35 films (between 46 and 87) to find out that 30 of them do not have a happy ending. Moreover, women are still young (maximum 39) and extremely beautiful. Men, on the other hand, stem from an inferior social class (sound more of a masculine cliché doesn’t it?).

This book makes me think again about how old women are invisible and must stay so. Even in relationships. (also read my June post: being a woman over 50).

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RILETTURA/RELECTURE/READ ONCE AGAIN: SIBILLA ALERAMO

SIBILLA ALERAMO, UNA DONNA, 1906

Il primo romanzo – autobiografico – di Sibilla Aleramo, Una donna, fu scritto nel 1906 e colpisce per come la protagonista racconti senza vergogne la sua vita di donna, specchio di quelle di tutta un’epoca e oltre. La forma autobiografica mette in evidenza una valenza spesso dimenticata dell’autobiografia: quella di testimonianza sociale, di cui la Aleramo si fa partecipe. Con le sue stesse parole: “Mercé i libri io non ero più sola, ero un essere che intendeva ed assentiva e collaborava ad uno sforzo collettivo. Sentivo che questa umanità soffriva per la propria ignoranza e la propria inquietudine: e che gli eletti erano chiamati a soffrire più degli altri per spingere più innanzi la conquista.” (p. 110)

A distanza di 18 anni, forte dell’esperienza di studi, di maternità, di scrittura, invecchiata mi pare con un po’ di saggezza, è un piacere ancor più grande rileggere e comprendere in modo più sottile questa importante esponente del mondo letterario. E, senza entrare nei dettagli della trama di vita e di lotta quotidiana, basti un paragrafo a spiegare il titolo del libro e la critica sociale insita in esso, che va ad aggiungersi all’immenso valore di testimonianza che questo scritto già rappresenta.

“E cominciai a pensare se alla donna non vada attribuita una parte non lieve del male sociale. Come può un uomo che abbia avuto una buona madre divenir crudele verso i deboli, sleale verso una donna a cui dà il suo amore, tiranno verso i figli? Ma la buona madre non deve essere, come la mia, una semplice creatura di sacrificio: deve essere una donna, una persona umana. E come può diventare una donna, se i parenti la danno, ignara, debole, incompleta, a un uomo che non la riceve come sua uguale; ne usa come d’un oggetto di proprietà; le dà dei figli coi quali l’abbandona sola, mentr’egli compie i suoi doveri sociali, affinché continui a baloccarsi come nell’infanzia?” (p. 114)

Prima di rassegnarci a una risposta scontata, consideriamo il periodo in cui il libro fu scritto e a quanto è stato fatto da allora. Teniamo a mente però una frase, che mi pare ancora attuale e, in quanto donne, non diamoci a nessuno fintanto che ci sentiamo incomplete, ignare e deboli. Potremo così sperare di essere buone madri (o almeno, con le parole di Winnicot, sufficientemente buone), sceglieremo per i figli dei buoni padri, ci scopriremo buone parenti. Il “vissero felici e contenti per tutta la vita” è forse eccessivo, ma quanto scritto prima è la base per tutto.

 

Sibilla Aleramo, Une femme

Le premier roman – autobiographique – de Sibilla Aleramo, Une femme, date de 1906 et impressionne par la façon dont l’auteure parle de sa vie de femme, miroir de celle de toute une époque. Le style autobiographique souligne l’importance trop souvent oubliée de l’autobiographie, celle de témoignage social. Grâce aux livres, elle nous dit, je n’étais plus seule, j’étais un être qui comprenait et qui acquiesçait et qui collaborait à un effort collectif.

18 ans après ma première lecture, plus âgée mais également plus sage, j’ai éprouvé un plaisir encore plus grande à relire et comprendre davantage ce texte. Sans rentrer dans les détails, je cite un paragraphe qui a le mérite d’en expliquer le titre et qui se fait critique sociale particulièrement réussie.

« Et je commençais à penser si une partie non légère des maux sociaux ne doit pas être attribuée à la femme. Comment peut un homme qui ait eu une bonne mère devenir cruel vers les faibles, déloyal vers la femme à laquelle donne son amour, tyran envers ses enfants ? Mais la bonne mère ne doit pas être, comme la mienne, une simple créature de sacrifice : elle doit être une femme, une personne humaine. Et comment peut-elle devenir une femme, si les parents la donnent, ignorante, faible, incomplète, à un homme qui ne la reçoit pas en tant qu’égale ; l’utilise comme un objet à lui ; il lui donne des enfants avec lesquels il l’abandonne seule, tandis qu’il fait ses devoirs sociaux, pour qu’elle continue à y jouer comme dans l’enfance ? »

Avant de nous résigner à une réponse trop escomptée, il faut considérer la période d’écriture du roman et ce qui a été accompli depuis. Mais gardons bien en tête ce que Aleramo nous dit et, en tant que femmes, ne nous donnons à personne jusqu’à ce que nous nous sentions incomplètes, ignorantes, faibles. Nous pourrons ainsi espérer de devenir de bonnes mères (ou suffisamment bonnes, pour le dire avec Winnicot) nous choisirons des bons pères pour nos enfants. Le « et ils vécurent… » me paraît excessif, mais ce que je viens d’écrire est la base pour tout.

 

Sibilla Aleramo, A woman

The first – autobiographical – book of Italian writer Sibilla Aleramo, A woman, was written in 1906. The author writes about her life as a woman, which is in fact the mirror of many other lives of women at that time. The autobiographical style perfectly serves the purpose of social testimony.

18 years after a first reading, older yet much wiser and educated, I felt even more pleasure reading this book, as I could understand what I believe is its full meaning. I do not want to explain the plot – which is basically the domestic life and the intellectual growth of the main character – but to give an insight to the title using a paragraph Aleramo wrote:

“And I started to believe if a not light part of the social evil should not be attributed to women. How can a man who has had a good mother become cruel towards the weaker, disloyal to a woman [..], tyrant towards the children? But the good mother should not be, as mine, a simple creature meant for sacrifice: she must be a woman, a human being. And how can she become a woman if relatives give her, ignorant, weak, incomplete, to a man who does not receive her as her equal ]…]?

Here is a strong social criticism. Before resigning to a far too easy answer, let us consider the time this book was written and what has been accomplished since. One thing still strikes me as true and important: as women, let us not give ourselves as long as we feel ignorant, weak, and incomplete. Thus we can hope to be good (good enough, with Winnicot’s words) mothers. “And they lived happily ever after” might be too much, but what I have written above is the base for everything.

RILETTURA: Il mito della bellezza / Relecture: Le mythe de la beauté / To be read once again: The beauty myth

Il libro del 1991 di Naomi Wolf sul diktat della bellezza spazia attraverso cultura, religione, sesso, violenza o lavoro ed è ancora pertinente. Mi focalizzo su alcuni punti che, in seconda lettura, sono tornati a farmi riflettere. Vi aggiungo alcune mie brevi riflessioni.

  1. La bellezza genera denaro: è dunque un business che non rischia di estinguersi e al quale le donne saranno sempre esposte (anche se oggi tocca marginalmente anche l’uomo)
  2. La versione più temibile del mito della bellezza è venduta dalle riviste – e qui mi riallaccio al mio post “Letture e catene di giovani donne urbane” (archivio di maggio)
  3. Le eroine di libri e film sono spesso belle, come se per alle brutte toccasse inevitabilmente l’anonimato. Se ne fa complice specialmente l’industria cinematografica statunitense, dove le donne (ma anche gli uomini) sembrano finte. Da questo punto di vista è rassicurante vedere che altri paesi (Francia, Inghilterra..) prediligono attori più simili a noi tutti.
  4. Che le vecchie tornino a casa: invecchiare significa non essere più gradevoli alla vista. Così, mentre gli uomini possono compensare con varie competenze, soldi o potere, le “anziane” (addirittura over 40) vengono sospinte “in casa” e finiscono per sparire dallo spazio pubblico: è una mossa politica, dato che le donne più mature sono in generale anche più affermate e quindi potenzialmente più pericolose. Lettura complementare: Le donne non invecchiano mai, I. Caputo.
  5. Le donne devono lavorare doppiamente: per essere belle e per essere prese sul serio, e le due cose si annullano vicendevolmente, vanificando gli sforzi nell’una o nell’altra direzione.

Sfruttamento del corpo della donna, pressioni sociali, violenze subìte… tutti temi importanti, da non dimenticare. Ma il problema di base è la mancanza di scelta: le donne sembrano non potersi scegliere di sottrarsi al mito della bellezza. O se lo fanno, ne pagano le conseguenze. Se fossimo tutte pronte a pagarle, potremmo cambiare le cose.

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Le livre de 1991 de Naomi Wolf sur la dictature de la beauté nous parle de ce thème à travers la culture, la religion, le sexe, la violence, le travail. Il est encore actuel. Je me focaliserai sur certains points qui, lors de la 2ème lecture, me font à nouveau réfléchir. J’y ajouterai quelques brèves réflexions.

  1. La beauté engendre l’argent: c’est donc un business qui ne risque pas de faire faillite et auquel les femmes seront toujours exposées (même si aujourd’hui les hommes sont aussi touchés)
  2. La version la plus terrible du mythe de la beauté est vendue par les magazines– voir mon post de mai Lectures et chaînes de jeunes femmes)
  3. Les héroïnes de livres et films sont très souvent belles, comme si pour toutes les autres le destin était l’anonymat. Complice de tout cela est l’industrie du film étasunienne, qui nous montre des femmes incroyablement belles dans toutes profession, mais heureusement beaucoup moins dans les films français ou anglais.
  4. Que les vieillardes rentrent chez elles: vieillir signifie n’être plus agréables à voir. Ainsi, tandis que les hommes peuvent compenser avec d’autres compétences, argent ou pouvoir, les « vieilles » (à partir de 40 ans déjà), sont invitées à rentrer chez elles et finissent par disparaître de l’espace public. Car les femmes mûres sont plus « dangereuses ». L’affaire Claire Chazal vous dit quelque chose ? Evincée de TF1 pour d’autres raisons que pour son âge désormais trop mûr ?
  5. Les femmes doivent travailler 2 fois plus: pour être belles et pour être prises au sérieux. Les 2 s’annullent, bien évidemment.

 

Exploitation du corps de la femme, pression sociales, violences subies… sont tous des sujets importants. Mais il y a aussi un autre problème : celui du manque de choix. Les femmes doivent être belles, faute de quoi il y aura des conséquences. Afin de changer les choses, il faudrait que nous toutes soyons prêtes à les affronter.

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The well-known 1991 best-seller on the dictates of beauty analyses beauty through culture, religion, sex, violence or work. It is still a good read. Here I talk about some points only, and add short reflections of mine.

  1. Beauty generates money: the business is not ready to go bankrupt then.
  2. The most terrible version of the beauty myth is sold by women magazines. See my post Reading and chains of young urban women (May archives)
  3. Heroines of films and books are beautiful, as if plain ones were doomed to an anonymous life. French and British cinema is less prone to showing women who, because of their stunning beauty, look absolutely unreal.
  4. Let old women go back home: growing old means not being attractive anymore. So, while men compensate with money, power or some other competence, old women (over 40, of course) are sent back home and disappear from public view. This is a political move, as older women are more assertive and thus more potentially “dangerous”.
  5. Women have to work twice: to be beautiful and to be taken seriously. One move cancels the other.

Exploitation of women’s bodies, social pressures… are all important subjects. Yet at the core of the problem is the lack of choice. Women seem not to be able to get away from the beauty myth. And if they do, they must be ready to pay for it. In order to change things, all women should be ready to renounce it.