Droga visiva / Drogue visuelle / Visual drug

“Ma.. perché quell’espressione? Ne eravate già al corrente anche voi? (Tempi duri, in Punti e interrogativi, p. 28)

La nuova DROGA VISIVA è la pornografia in rete. È difficile parlarne perché la pornografia, contrariamente alle altre dipendenze, è uno scheletro presente nel 96% degli armadi (maschili). A scapito delle donne. Così afferma una ricerca appena pubblicata in Svezia e che Monica Mazzitelli presenta su Le Donne Visibili. Un breve riassunto con le mie considerazioni qui, ma per approfondire leggete tutto l’articolo: è molto lungo ma ne vale la pena.

Il problema comincia da molto giovani e rappresenta perciò una questione di società sulla quale dobbiamo riflettere. Perché da esso scaturisce anche l’atteggiamento violento nei confronti delle donne, che in Italia sfocia regolarmente nell’ennesimo, inaccettabile femminicidio. Purtroppo, l’accesso a questo tipo di materiale è oggi semplicissimo: ci riesce persino un bambino. Basta usare la rete. Infatti, la prima ricerca attiva è a 12 anni in media. Semplice. Discreto. E distruttivo per delle giovani persone ancora in costruzione e pertanto molto fragili. Quando il fenomeno aveva iniziato a prendere piede, avevo voluto rifletterci scrivendo il racconto TEMPI DURI, che fa ora parte del libro Punti e Interrogativi. Pensavo sarebbe rimasto confinato agli adulti.

Non è così e questa ricerca ha il pregio di mostrare gli aspetti distruttivi di una precoce dipendenza, facilitata dall’accesso semplice che il web mette a disposizione.

Cosa è cambiato dalla pornografia “tradizionale”, nascosta e poco accessibile delle generazioni precedenti? Questo: negli ultimi 15 anni la violenza ha preso il sopravvento sul piacere. Il 90% dei video in rete contengono almeno un abuso sulla donna. Nel 12% dei casi c’è proprio una violenza fisica. Per proteggerci dalle emozioni forti, il cervello crea una soglia di accettazione più bassa – soprattutto se ha ricevere lo stimolo è il cervello ancora in costruzione di un ragazzino. Quindi l’escalation è inevitabile. I ragazzi intervistati nel libro hanno confessato di aver bisogno di sempre maggiori stimoli, fino a livelli di violenza o atti spinti nei confronti di animali, minori, disabili, oltre che sempre più violenti sulle donne. Purtroppo funziona così: il ragazzino che necessita di uno sfogo ormonale naturale impara ad accettare queste immagini come normali e ad associarvi il piacere. Tanto più che la donna viene mostrata come consenziente e passiva. Come se le stesse bene. E non è il caso. Se ciò non bastasse a mostrare che il porno è roba fatta da maschi per maschi, vi è la testimonianza delle donne: ne guarderebbero forse di più se fosse incentrata sul piacere femminile. Ma non è così. Lo conferma anche un lungo articolo apparso sull’Internazionale del mese di luglio.

Parla infatti chiaro la testimonianza delle ragazzine. Solo la metà ha visto una volta questi video, ma 2/3 non hanno più voluto guardarne. E se acconsentono, spesso lo fanno nell’ambito di una relazione, ammettendo di ricevere richieste di prestazioni a cui non si sentono pronte o interessate, la grande difficoltà a rifiutare per paura di essere lasciate, il senso di inadeguatezza che ne deriva, l’umiliazione e molto altro.

Si può eliminare la violenza senza eliminare la pornografia? È una domanda etica importante. Nel nostro piccolo possiamo fare qualcosa. Possiamo tentare di evitare che i ragazzini si rivolgano a queste immagini per i loro corsi di educazione sessuale. Possiamo educare al rispetto, insegnare che la sessualità è condivisione (vera, non simulata) del piacere, senza violenza o prevaricazioni. In quanto genitori, dobbiamo interrogarci sulla nostra disponibilità a parlare apertamente di questo tema ancora troppo tabù e a guidare i nostri figli verso una sessualità basata sul rispetto e sul piacere. Solo così possiamo sperare di educare a dire no a immagini che non c’entrano nulla con una sessualità sana. Educare anche e soprattutto i maschi. Perché la pornografia finta, violenta e estrema fa violenza anche a loro.

 

Drogue visuelle

La nouvelle drogue visuelle est la pornografie online. Il est difficile d’en parler ouvertement car la pornographie, contrairement aux autres dépendances, est un squelette dans l’armoire de 96% (des hommes). Aux dépens de femmes, encore et toujours victimes. C’est le sujet d’un livre récemment sorti en Suède. En voici un court résumé et mes réflexions.

Le problème se pose très tôt et nous devons reflechir à cela car il concerne des enfants. Il s’agit donc d’un problème de société qu’il faut adresser au plus vite. Car l’accès à ce type de matériel est très simple, de nos jours : il suffit d’aller sur le web. La 1ère recherche active dans la toile se situe à 12 ans en moyenne. Car c’est bien la toile qui offre le matériel, de nos jours. Je l’avais déjà remarqué et choisi d’en parler dans l’une de mes nouvelles, Tempi duri, publiée l’année passée aux éditions Tombolini en Italie. Je pensais, à l’époque, que ce resterait un domaine réservé aux adultes, plus à même de faire face aux images proposées.

Faux. Et cette recherche le prouve, en soulignant le potentiel destructeur de ces pratiques. Y accèdent facilement et simplement des très jeunes gens, encore en construction identitaire et donc très fragiles.

Qu’a-t-il changé depuis les temps où le porno n’était pas accessible ? La discrétion a fait fleurir un porno qui privilégie la violence au plaisir. Et c’est bien tout cela que nos jeunes voient. Dans 90% des vidéo online il y a au moins un abus sur la femme. Et dans le 12% des cas une violence physique avérée. Pour se protéger des émotions fortes, le cerveau crée un seuil d’acceptation plus bas. Surtout s’il s’agit du cerveau d’un ado, qui n’est nullement prêt à comprendre ces scènes. Donc l’escalation est inévitable. Les jeunes interviewés ont avoué cette escalation, jusqu’à des niveaux de violence ou des actes sur les plus faibles, femmes en premier mais aussi animaux, enfants, handicapés, etc. Malheureusement, l’ado qui a naturellement besoin d’évacuer ses hormones apprend à accepter ces images comme étant partie d’une sexualité normale et à y associer son plaisir. D’autant plus que la femme y est toujours montrée passive et consentante. Comme si ceci lui convenait parfaitement, alors que nous savons pertinemment que ce n’est pas le cas. Le porno est fait par les hommes pour les hommes. Et les femmes l’admettent : elles en regarderaient peut être plus, si il était centré sur leur plaisir. Or, il en est rien : une longue enquête parue sur Courrier International l’été dernier le démontre clairement.

Écoutons les femmes, maintenant. Seule la moitié d’entre elles a vu ces vidéos, mais 2/3 n’ont pas renouvelé l’expérience. Souvent, elles consentent pour ne pas se faire quitter, en admettant qu’elles reçoivent souvent des requêtes qui les embarrassent et les humilient de la part de leur partenaire. Voulons-nous écouter ces embarras, ces humiliations ? Je le veux. Et vous? En tous cas, il faut se poser des questions éthiques et la première est la suivante : peut-on éradiquer la violence faite aux femmes sans éliminer le porno ?

Tout n’est pas perdu, nous pouvons faire quelque chose pour contrer tout cela. Nous pouvons essayer d’éviter que les ados utilisent ces images pour les guider dans la découverte de la sexualité. Comment ? En apprenant à parler plus ouvertement de la sexualité, en enseignant que le vrai plaisir est fait de partage et de respect. Seulement de la sorte, nous pouvons espérer éduquer à dire non à des images qui n’ont rien à voir avec une sexualité saine. Et cela concerne toutes et tous. Car quoi que l’on puisse penser, le porno faux, violent et extrême fait subir une violence également aux garçons.

 

Visual drug

The new visual drug is online pornography. Contrary to other addictions, pornography is a topic, which is hard to discuss as it is viewed by 96% (of men). And it affects women deeply. Here is a summary of a recently published book (in Sweden) and my point of view.

The first active research online is around 12 years old. The web is the primary source; I’ve known it for a long time and written about it in one of my short stories. What has changed from “traditional” pornography in the last 15 years, though? Violence has taken over pleasure. 90% of videos now show at least an abuse on women. In 12% of them, one can actually see physical violence. In order to protect use, the brain lowers the acceptance of such acts. Therefore, escalation is inevitable. Boys interviewed for the book confessed it: they could admit violence on women, on animals, disabled, or even children. Unfortunately, this is the way it works: a young boy who needs natural evacuation of hormones, watches them. In doing so, he learns to accept that kind of images and to associate pleasure to them. This is also because women are passive and willing in those videos. As if they enjoyed it. This is no news, actually. We have known for a long time that pornography is made by men, for men.

Let us listen to young girls now. Among teenagers, only half of them has ever watched porno videos, and 2/3 did not do it anymore after the first time. Often they agree to watch them because they do not want to lose the guy, often too their partners ask them for the same performances they see. Girls admit feeling humiliated and hurt. I want to listen to their pain. Do you?

We can try to avoid our children using those videos for their sexual education. How? Let us learn to talk about sexuality in an open way, teaching that real (not faked) pleasure is made of respect and sharing. In this way, we can hope that one day they will say no to those shocking images, which have nothing to do with healthy sexuality. This concerns everyone, girls AND boys. For faked, violente and extreme pornography rapes them as well.

 

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Nella pelle di un uomo…o di una donna (Italian only)

Perché le donne si illudono sempre? Anche le sue amiche ci credono: le donne sono tutte uguali. (Stazioni, in Punti e Interrogativi, p. 61)

L’ho fatto una volta soltanto. È poco, lo so. Non prendetemi per una che non sa innovare, che non vuole provare niente di nuovo. Ma in prima persona, con voce di uomo, l’ho fatto davvero una volta soltanto. Con il racconto Stazioni, edito da Tombolini nella raccolta Punti e interrogativi. L’esperimento mi pare riuscito, pur non essendo un uomo. E ci dovrei riprovare.

Il fatto è che non mi è mai venuto spontaneo, il raccontare storie di uomini con voce di uomo. Del resto, sono una donna. E ci sono talmente tante storie da narrare con voce di donna, con una voce mia o che rappresenti altre donne, che la priorità è slittata altrove. Volevo rompere quel silenzio che da secoli appartiene alle donne, alle minoranze etniche e/o religiose, alle classi dominate, alle persone diversamente abili o omossessuali, e mi scuserete se ne ho tralasciate di altrettanto degne di nota. Ne parlo proprio oggi, nell’intervista rilasciata sul blog dello scrittore Massimo Lazzari.

Alcuni mesi fa sono entrata in libreria per farmi consigliare dei libri. Una libreria di quelle dove il libraio fa ancora il libraio, non il venditore. Ricordo che mi fu proposto un volume che narrava la storia di tre ragazzi. La mia prima reazione è stata, no, grazie, raccontateci storie di donne, per favore. Sono quelle, che voglio leggere.

Interessante sarebbe anche avere più uomini che si calano nei panni di una donna nei loro esperimenti letterari. Tolstoj e Flaubert ci sono riusciti incredibilmente bene, dopotutto. Di ciò parla anche Seba Marvin  in un post in cui sottolinea la mancanza cronica di personaggi femminili. Sì, perché le ragazze, nei libri di uomini, spesso esistono solo come appendice.

E quindi, se vi va di sentire tante voci di donna protagonista, leggete e consigliate il mio ultimo libro, Punti e Interrogativi. Non è scontato, non è mainstream, non è stato pubblicato perché sono cose che vendono. A parlare sono donne “vere”, quelle che quasi mai vengono ascoltate.

Io ho scelto di dar loro una voce.

*

Ps: visto che di voce si parla… Punti e interrogativi è disponibile anche in audiobook!

Punti di vista / Points de vue / Points of view

«È solo una questione di punti di vista. Non dovevo vergognarmi, se la mia ambizione era servire” (Misure variabili, in Punti e Interrogativi, p. 8)

È di alcuni giorni fa un articolo su Focus Extra a tema: la stupidità. Le ultime righe, mordaci e basate su uno studio universitario, rivelano un particolare che mi fa riflettere di nuovo su come l’informazione possa essere “manipolata” da caratteristiche sociologiche, economiche o di genere, che portano a una inconsapevole omissione. Infatti, leggendole mi è stato subito chiaro che la giornalista è donna. Un uomo, infatti, l’avrebbe citato? Non ne sono affatto convinta. O nella (remota?) possibilità, l’avrebbe fatto con toni e parole diverse, modificando la portata dell’informazione. Tra alcune righe vi sarà chiaro il perché.

Del contenuto non mi interessa disquisire. Mi interessa farvi partecipi della mia riflessione su quanto abbiamo perso, e su quanto perderemo ancora, se non ammettiamo che una visione unilaterale (e androcentrica) ha permeato per secoli (per esempio in letteratura, di cui ho già scritto) la nostra comprensione del mondo. Questa visione si perpetua ancora oggi, magari in modo più sottile, attraverso la parola delle classi e delle religioni dominanti, o del mondo occidentale (citando solo le più evidenti, senza parlare di handicap, di anagrafe, di politica, ecc.).

Perché unilaterale non significa solo maschile, anche se è un criterio che ha chiaramente influenzato persino tematiche da sempre attribuite alle donne, come la cura o l’educazione, rendendo ogni riflessione al riguardo incompleta e soggettiva.

Perciò dobbiamo leggere, ascoltare, riflettere, con occhi e mente aperta.

Concludo con il paragrafo che mi ha interrogato. “Secondo uno studio dell’Università di Newcastle, gli uomini sarebbero la metà del cielo più intellettualmente fragile. La conclusione nasce da una consultazione dell’archivio del premio Darwin, il sarcastico riconoscimento attribuito a chi, morendo per un’azione cretina, ha contribuito all’evoluzione dell’umanità, nel senso che ha evitato di trasmettere il proprio patrimonio genetico. Dal 1995 al 2014, su 318 premi assegnati, ben 282 sono stati attribuiti a uomini.”

 

Points de vue

La stupidité est le thème d’un article paru dans Focus Extra Italie ces jours-ci. Les dernières lignes citent une étude universitaire et me révèlent, en même temps, quelque chose sur la personne qui les a écrites: il s’agit d’une femme. Un homme n’aurait pas mentionné cette étude, je me dis. Ou tout au plus, il l’aurait fait d’une autre façon. Vous verrez pourquoi. Cette constatation me mène à nouveau à réfléchir sur le rôle du genre (ou de la politique, de la religion, de la classe sociale, pour en rester au plus poignants) dans notre compréhension du monde. Car par omission, l’on peut « manipuler » les informations.

Le contenu de l’article ne m’intéresse pas. Mais il est utile pour insister à nouveau sur combien nous avons perdu, et combien nous perdrons encore, si nous n’admettons pas qu’une vision unilatérale (et masculine, par ailleurs, comme je l’ai déjà écrit en discutant de littérature) nous a influencé pendant des siècles. C’est pour cela qu’il nous faut lire les yeux et l’esprit très ouverts.

Voici enfin le paragraphe qui m’a interrogé. Selon une étude de l’Université de Newcastle, les hommes seraient intellectuellement plus fragiles. Cette conclusion est basée sur une consultation du Prix Darwin, sarcastiquement attribué à qui, en mourant suite à un comportement crétin, a contribué à l’évolution de l’humanité en évitant de transmettre ses gènes. De 1995 à 2014, sur 318 prix attribués, 282 ont été remportés par des hommes.

 

Points of view

Stupidity is the topic of an article I read in Focus Extra in Italy a couple of days ago. As soon as I read the very last lines, I realised it must have been written by a woman journalist. I sincerely doubt a man would have used the research she mentioned, or else, he would have presented it in a very different way. This lead me to consider once again the role of gender – as well as economics, education, politics, etc… (to cite just a few) in the way we have always understood the world.

I have already discussed this topic, pointing out literature (written by men only for centuries) as an example. Yet, I insist: we must realise and admit that a unilateral (and androcentric) vision is incomplete and biased. So is one based on occidental values only. Or on one-party politics or on a specific religion, just to name a few. So, let us read with an open eye and judge with an open mind.

These are the lines: A Newcastle University research demonstrated that men are more intellectually fragile than women. The conclusion is based on the sarcastic Darwin Award, which awards people who died because of a stupid action and, thus, contributed to the evolution of humanity because they did not transmit their genes. From 1995 to 2014, out of the 318 people awarded, 282 were men.

Donne e letteratura: invisibili / Femmes et littérature: les invisibles / Women in literature: invisible

“A onor del vero, Gina non sapeva neppure che anche le donne potessero essere premiate con il Nobel […] eppure ve n’erano state ben ventinove [..].” (La lettera G, p. 196)

 

Qualche giorno fa, sul sito Le donne visibili, viene pubblicato un post che torna su un argomento che mi è caro, la mancanza di VISIBILITA delle donne – in questo caso in letteratura. In una grande antologia del 900 letterario, sulla quale molte/i hanno studiato, su 104 autori, nessuna donna è menzionata. E questo nel secolo in cui le donne hanno finalmente potuto avere voce. Come è possibile?

Della mancanza di visibilità ho già parlato. La prima volta il 1.7.2014, tre anni fa, quando ho preso la decisione di leggere prevalentemente autrici per tentare di compensare i vent’anni di lettura svolta inconsapevolmente al maschile. (Leggete o rileggete: La letteratura è donna, ma la scrivono gli uomini (https://manuelabonfanti.wordpress.com/2014/07/01/la-letteratura-e-donna-ma-la-scrivono-gli-uomini/). Il ruolo della scuola è stato primordiale, e mi ha innegabilmente influenzato verso la lettura di autori maschi. Leggo ancora parecchi uomini (tranquille/i!) ma in percentuale ridotta. E ciò mi ha permesso di scoprire delle vere perle. Il secondo articolo sull’invisibilità è apparso sia sul mio blog, che su quello delle Donne Visibili, con il titolo Donne in-visibili: in esso discutevo dell’assenza del movimento femminista nei libri di storia. (https://manuelabonfanti.wordpress.com/2017/03/08/donne-in-visibili-femmes-in-visibles-in-visible-women/).

Non ho abbastanza elementi per affermare se sia un fenomeno solo italiano o globale. Ma un fatto rimane e confermo: nei miei studi di Lettere, l’attenzione alla letteratura femminile è stata minima, laddove una pratica consapevole non era presente. Così, negli studi di anglistica, ho trovato molta più disponibilità a studiare la letteratura al femminile che in quelli di italianistica.

Termino su una nota positiva: si diffonde sempre più la consapevolezza, a cominciare da noi donne, che siamo state ignorate. Inconsapevolmente, certo: non penso che vi sia mai stata l’intenzione di negare rilievo all’operato femminile. Faceva semplicemente parte della mentalità comune. E, se soltanto potessimo usare il passato, potremmo ritenerci soddisfatte.

Qui tocca anche a noi donne. Possiamo agire: leggiamo al femminile. Sosteniamo le donne in ciò che fanno. Diamo rilievo a ciò che ottengono.

Ci metterò del mio per suggerirvi qualche lettura, promesso. Qualcuna la troverete già nella sezione Link di questo sito. Perché ho oggi più che mai la certezza che le grandi dimenticate dalla storia, dalla letteratura, dai grandi exploit, dalle scoperte rivoluzionarie, eccetera, sono esistite, e in maggior numero di ciò che pensiamo. Se oggi iniziamo a conoscerle è perché l’ air du temps di questo momento storico permette infine di ridare loro il lustro che hanno sempre meritato.

 

Femmes et littérature: les invisibles

Je reviens à un sujet qui m’est cher, c’est à dire le manque de visibilité des femmes – dans ce cas, en littérature.

Car dans une grande anthologie du 900 italien, sur 104 auteurs, il y en a aucune. Et ceci pendant le siècle où les femmes ont enfin pu faire entendre leur voix.

Ce n’est pas la première fois que j’en parle. Lisez (en italien) cet article intitulé La littérature est femme, mais elle est écrite par les hommes. Il date du 1.7.2014, quand j’ai pris conscience de comment j’ai été influencée par l’école à la lecture d’auteurs hommes. (https://manuelabonfanti.wordpress.com/2014/07/01/la-letteratura-e-donna-ma-la-scrivono-gli-uomini/). Le 8 mars dernier, j’ai pu constater à nouveau l’absence du mouvement féministe dans les livres d’histoire (https://manuelabonfanti.wordpress.com/2017/03/08/donne-in-visibili-femmes-in-visibles-in-visible-women/). C’est ceci qu’on apprend, donc: les femmes sont invisibles, elle n’ont rien accompli.

Nous savons très bien que cela est faux. Peut-être ce fait est lié à des aspects culturels: par exemple, dans mes études de Lettres, la littérature des femmes est beaucoup plus étudiée dans le Département de Langue et littérature anglaise que dans celui de L/L italienne.

Je préfère terminer en positif: nous sommes de plus en plus conscient(e)s que nous avons été ignorées. Ceci de façon inconsciente, bien sûr: je ne crois pas qu’il y ait eu l’intention de nier aux femmes la visibilité qu’elles méritent, c’était juste considéré normal que ce soit ainsi. Tout, jusqu’à un présent relativement récent, à été rédigé et enseigné par les hommes. Mon souhait, à l’heure actuelle, est finalement très modeste, loin des revendications: que l’on puisse parler de cela au passé.

Nous, les femmes, pouvons agir: lisons d’autres femmes. Soutenons-les. Soyons attentives à ce qu’elles accomplissent.

C’est simple. Et la meilleure façon de changer.

 

Women in literature: invisible

Let me talk again about the absence of visibility for women. This time I am going to discuss literature, because in an anthology of the XX century used in Italian schools, none of the 104 authors proposed are women. Sure that none could be found? No Virginia Woolf or Jane Austen in Italy? Apparently not. Yet we know that this is not true. How come?

I already discussed this topic. The first time in 2014 (https://manuelabonfanti.wordpress.com/2014/07/01/la-letteratura-e-donna-ma-la-scrivono-gli-uomini/): literature is a feminine word, but it’s written by men. The second last March, when I realised that the feminist movement was absent from a history book I offered my daughter. How is she supposed to learn about women, if women are not mentioned? (You can read this article in English as well: https://manuelabonfanti.wordpress.com/2017/03/08/donne-in-visibili-femmes-in-visibles-in-visible-women/). How can she believe she can accomplish something herself? Thank God she has a mother who pays attention to these “trifles”.

Let me finish on the positive side: we are beginning to realise that women have been ignored. Unconsciously, I believe: it was just the way people (men and women) have been taught to think. And school books have been written mostly by men. School did not help as it should have had.

But we can change this.

Yes, we can.

Donne e premi letterari / Femmes et prix littéraires / WoMen and literary awards

“Per dirla tutta, Gina pensava che di donne così eccezionali da essere premiate con il Nobel non ne esistessero.” (La lettera G, p. 196)

Mi interroga l’articolo apparso qualche mese fa su il libraio.it .

Questa la sintesi: benché le donne siano ormai pubblicate tanto quanto gli uomini, l’autore ammette che il pregiudizio persiste, e che le opere delle donne sono prese meno sul serio di quelle scritte dagli uomini. Queste le cifre di prestigiosi premi letterari fino al 2015:

  • Nobel: 14 donne su 111 premiati
  • Goncourt: 11 donne su 113 premiati
  • Booker: 15 donne su 47 premiati.
  • Strega: 10 donne su 70 premiati.
  • Pulitzer: 18 donne su 62 premiati.

Su 403, solo 69 donne premiate: meno del 20%. E negli ultimi 30 anni, in cui ci si aspetterebbe un trend diverso, le cifre non sono più rallegranti: 25% se consideriamo il Pulizter, altrimenti sempre 20%. L’autore precisa che, malgrado siano meno premiate, le donne vendono altrettanto, se non di più. C’è dunque una differenza tra valore letterario e valore commerciale? E perché vengono premiate di meno? L’autore, per giunta editore, a giusta ragione dice che per una donna la risposta è abbastanza semplice: perché viviamo in una società maschilista e la società letteraria non fa eccezione. Anche negli studi di Lettere, le donne autrici rimangono pericolosamente sullo sfondo, tanto che si è arrivati a istituire degli Studi di genere per dare risalto alla prospettiva femminile e permettere alle donne di riappropriarsi di quella parte di letteratura e di storia che appartiene loro. Ma di ciò riparleremo in un prossimo articolo. Come pure della scrittura al femminile.

Per avvalorare la tesi del maschilismo (fortunatamente avanzata e ammessa proprio da un uomo) proviamo ad analizzare la composizione delle giurie e restiamo locali: per il Goncourt siamo a 7 uomini su 10 nel 2016, ma alla sua creazione non ve n’era una e fino a 10 anni fa erano soltanto 2. All’internazionale: nella giuria del Nobel solo una donna su 5. Con questi dati, potremmo stabilire una correlazione diretta tra percentuale di donne nei giurati e autrici premiate: circa il 20%. Un caso?

Io non lo definirei tale: fintanto che le giurie saranno composte a maggioranza da uomini, sarà meno facile per una donna venire riconosciuta. Recentemente, dopo alcuni anni, abbiamo avuto il caso della giovane Leila Slimani, Gongourt per la storia di una avvocatessa che, per tornare a lavorare, assume una tata che le assassina i figli. Un caso, questo consenso anche maschile?

L’autore conclude: “gli uomini si ostinano a non voler leggere il mondo attraverso gli occhi di grandissime artiste che hanno l’unico difetto di appartenere a un sesso diverso dal nostro, perché mantenere lo status quo porta loro potere, controllo, soldi, autostima, gratificazione”. Lo ringraziamo di cuore per questa coraggiosa spiegazione: se lo dice un uomo – ironia permettendo – nessuno lo metterà in dubbio.

 

Fe(ho)mmes & Prix littéraires

Je vous propose le résumé d’un article paru dans un site internet italien , qui nous éclaire sur les difficultés d’attribution des prix littéraires aux femmes. Juste après que Leila Slimani a gagné le Gongourt, prix qui a été attribué seulement 10 fois sur 112 à une femme. L’auteur de l’article – lui-même responsable de maison d’édition – est bien placé pour parler d’auteurs.

Voici quelques chiffres parlants:

  • Nobel: 14 femmes sur 111 (vérifié)
  • Goncourt: 11 sur 113 (vérifié et corrigé)
  • Booker: 15 sur 47 (selon l’article)
  • Strega: 10 sur 70 (selon l’article)
  • Pulitzer: 18 sur 62 (selon l’article)

Sur 403, que 69 femmes: moins de 20%. Et les dernières 30 années, où on s’attendrait à mieux, ne différent en presque rien : un petit 25%, qui redevient 20% si l’on enlève le Pulitzer. Malgré cela, les livres de femmes se vendent aussi bien que ceux des hommes. Y-a-t-il donc une différence entre valeur commerciale et valeur littéraire ? On dirait que oui. Mais pourquoi les femmes gagnent-elles moins de prix ? L’auteur de l’article nous dit, à juste titre, que pour les femmes l’explication est simple : nous vivons dans une société patriarcale et la société littéraire n’est pas une exception. Même dans les études de Lettres, les femmes restent dangereusement en toile de fonds (bien que quelques exceptions subsistent) et, afin de pouvoir se réapproprier de la part de littérature et d’histoire qui leur appartient, on a désormais des études genre.

Analysons maintenant les jurys des prix : pour le Goncourt, 7 hommes jurés sur 10 en 2016, mais à sa création il n’y avait aucune femme et jusqu’il y a 10 ans seulement 2. En ce qui concerne le Nobel : une jurée sur cinq. Avec ces données, on pourrait établir un lien direct entre pourcentage de jurés femmes et écrivaines qui ont reçu le prix : 20%. Un hazard ?

Pas simple à démontrer, mais je ne crois pas. Si les jurys sont composés par des hommes, ce ne sera pas facile pour une femme d’être reconnue. Je me réjouis de la victoire de Leila Slimani au Goncourt, 3ème femme de cette dernière décennie. Notez ce « troisième » sur 10, ça ne vous rappelle rien ?

En mettant de côté la satisfaction de voir une femme enfin couronné et malgré la qualité littéraire de l’œuvre, le doute plane : est-ce que l’histoire de l’avocate qui, afin de reprendre à travailler, confie ses enfants à une nounou qui les tue, a joué un rôle dans le consensus masculin?

L’auteur de l’article conclut que les hommes s’obstinent à ne pas lire le monde aussi à travers le regard de grandes artistes, dont le seul défaut est celui d’appartenir à un sexe différent, car déraciner les préjugés garantit encore et toujours le pouvoir des hommes, le contrôle et la gratification de leur ego. Il faut le remercier mille fois pour cette courageuse explication : au moins, si un homme le dit, personne ne le contestera.

 

 

WoMen & Literary Awards

Here is the summary of an article concerning women and literary awards, published on an Italian website. It was written by a well-known Italian publisher, who points out that women, though publishing as much as men, still receive less literary awards. Here are the figures (original article contains small mistakes):

  • Nobel: 14 women out of 111
  • Goncourt: 11 out of 113
  • Booker: 15 out of 47.
  • Strega: 10 out of 70.
  • Pulitzer: 18 out of 62.

Out of 403, only 69 : not even 20%. And in the last 30 years, which should do better, figures are not really different: 25%. Nevertheless, without the Pulitzer, back to 20%. The author points out that, although less awarded, women books sells as much, if not more, than men’s ones. Shall we call this a difference between literary and commercial worth? However, why are women less awarded than men, this is the crucial question. The answer is rather easy for women: we live in a patriarchal society and literature reflects it perfectly. This somehow proves to be true if we analyse juries of literary contests. Take Goncourt in France: 3 women out of 10. One out of 5 for Nobel price, which is….20%. Is it by chance?

I would not say so. For as long as mostly men will compose juries, it will always be less easy for a woman to win. We are happy that a woman won 2016 Goncourt, yet I fear: the jury awarded the story of a woman who, in order to get back to work, hires a nanny who murders her children.

The author of the article states it clearly at the end: men do not want to read the world through the lenses of women, great artists whose only problem is that they belong to a different sex than theirs, because this keeps them in power, boosts their self-esteem and brings them money and control. We must thank him for this courageous statement for at least, as a man wrote it, everyone will give it a respectful thought.

 

Donne in-visibili / Femmes in-visibles / In-visible women

“Non sarebbe cambiato granché, in fondo […]. Tutto avrebbe continuato ad essere come prima” (La lettera G, p. 75)

Mia figlia, una curiosa bimba di nove anni, si interessa di storia. Balzo sull’occasione per offrirle un libro per ragazzi, un volume che tratti gli avvenimenti principali, da leggere e discutere insieme. Sfoglio su internet perché, abitando all’estero, mi è comodo. E mi pare che Tutta la storia fino ai giorni nostri, edito da Giunti Junior, possa fare al caso mio. Le recensioni lo danno ottimo per la fascia elementare, anche se un commento avverte che presenta lacune. Mi chiedo quali, ma poi mi dico che stiamo parlando a una bimba di quarta elementare e che, se copre i movimenti storici più importanti, per un primo approccio può bastare. Pare persino ben strutturato e ben illustrato. Perciò lo compro.

Ecco, l’ho ricevuto. Lo sfoglio.

A prima vista copre i maggiori avvenimenti: preistoria, civiltà, medioevo, feudalesimo, umanesimo e rinascimento, rivoluzione francese e industriale, conflitti mondiali, con uno sguardo privilegiato sull’Italia. Noto che dedica persino tre pagine alla società americana, trattando dei diritti e delle lotte dei Neri. E lì mi fermo, a quelle ultime pagine che concludono la Storia del Novecento. Ohibò, rifletto, ma qui manca davvero qualcosa!

Dove sono le donne, in questa Storia? Ancora e sempre, invisibili. Al movimento femminista, pur svoltosi a cavallo di due secoli e di numerosi paesi, non sono dedicate che tre frasette riassuntive, queste: “basti pensare alla nascita del movimento femminista, alle lotte per il divorzio e per l’aborto”. Tutto qui? Tutto qui gli anni di lotte, di sacrifici e di conquiste? Tutto qui un cambiamento che ha sconvolto equilibri millenari? Che ha fatto evolvere e ha cambiato la società?

Sì, tutto qui. Che non mi dovevo fare illusioni era chiaro fin dalla quarta di copertina, che candidamente cita: “In questo volume troverai le tappe fondamentali della storia dell’uomo..”. Pensavo fosse un vizio di forma, la solita discriminazione linguistica alla quale siamo abituate da sempre. Invece no. Era proprio vero: la storia delle donne in questo volume non c’è. Non c’era spazio? C’erano eventi più importanti da citare? Non ha contato abbastanza? Ce lo siamo scordati? Quale sia la risposta, io non lo so. Ma prendetene nota e parlatene attorno a voi. Questo non deve più succedere.

La Storia non può rendere le donne invisibili. Perché anch’esse l’hanno scritta e la stanno ancora scrivendo. Ora più che mai.

Buona festa a tutte le donne.

 

(ritrovate questo articolo sul blog: Ledonnevisibili)

 

Femmes in-visibles

Ma fille a 9 ans et elle s’intéresse à l’histoire. Je décide donc de lui offrir un livre qui présente un survol des événements principaux. J’en vois un, online, qui pourrait faire l’affaire. Deux bons avis, un qui avertit: il y a quand même des lacunes. Lesquelles, je me demande. Mais je me dis qu’en CM1, on ne peut pas tout voir et comprendre. Les événements principaux devraient suffire, à cet âge. Donc je l’achète.

Je le reçois, je le feuillette. À première vue tout y est, préhistoire, moyen âge, civilisations anciennes… jusqu’au siècle dernier, où j’ai le plaisir de découvrir que même l’histoire des droits des Noirs y figure. Et là, je m’arrête. Que manque-il donc ? Vous ne l’imaginez pas?

Où sont les femmes, dans cette Histoire? Encore et toujours, invisibles. Ignoré, caché, même pas dignes d’être mentionné, le mouvement des femmes est le grand absent. Trois petites phrases résument des combats de plus de 2 siècles, dans plusieurs pays. Les voilà : « il suffit de mentionner la naissance du mouvement féministe, les luttes pour le divorce et pour l’avortement ». Voilà tout.

Oui, voilà tout.

Il ne fallait pas oser espérer plus, pourtant, car au dos du livre on y lit clairement : « Dans ce volume, tu trouveras les étapes fondamentales de l’histoire de l’homme.. ». Et moi qui pensais que ce n’était qu’une banale discrimination linguistique! Ce ne l’était pas, c’était bel et bien la vérité, car dans ce livre, il n’y a point d’histoire des femmes. Mais pourquoi pas ? Il n’y avait pas de place ? Il y avait d’autres choses bien plus importantes à raconter ? On a oublié? Je ne connais pas la bonne réponse, mais parlez-en autour de vous, tout cela doit changer.

Les femmes ont écrit un gros chapitre de l’histoire. Elles sont encore en train de l’écrire. Et elles ont le droit d’être lues. L’Histoire ne doit pas les oublier. Et je suis fière d’écrire mes propres lignes.

Bonne fête à toutes les femmes.

 

In-visible women

My daughter took an interest in History. So I offered her a book for primary school. So far so good. But when I received it, I noticed that something was missing. Can you guess what?

Women are missing. Two centuries of women struggles summarised in 3 short sentences. Here they are: “think about the birth of feminist movement, about the struggles for divorce or abortion”. This is all. I can tell you. This is how women are made invisible.

I should not have hoped for more, though. It was clearly stated on the back of the cover: “in this book you will find the fundamental events in the History of Man”. I thought it was just the usual linguistic discrimination to which we are all used to. In fact not. It was simply the truth.

Why not talking about the feminist mouvement? No room for it? More important things to write? Not important enough? Simply forgotten? Or else, which I cannot understand? I do not know the right answer, but talk about this to other people. Do not let women be forgotten and made invisible.

For women have written an important chapter of History. They are still writing it. Now more than ever. And I am proud to be one of these writers.

8th March. You know what this date means to all of us.

Immigrate, integrate? / Immigrée, intégrée? / Newcomers’ integration

Margherita arrivò in paese con una faccia che tutti capirono che era straniera. (Rammendi, in Punti e Interrogativi, p. 136 – Antonio Tombolini Editore)

La vedo sul tram, nel centro di Ginevra. Ha 17 anni. Tuttalpiù 20. Ha l’aria seria, non sorride. Forse è somala. O nigeriana. Porta il velo e una tunica tradizionale che le copre ogni lembo di pelle. Nella carrozzina dorme il suo bimbo.

Cosa è cambiato, per le giovani donne immigrate? Detto così, nulla.

Poi guardo il velo e la tunica: sono leopardate. La borsa è moderna, griffata. Forse il cambiamento inizia da qui, da questi segni appena visibili. Forse sono gli unici. O quelli consentiti? Forse qualcosa si sta muovendo. Se è così, lo fa al ritmo delle donne pervase da una cultura di origine che cerca la giusta integrazione con quella alla quale si confronta ogni giorno, gestendo come può il conflitto tra tra le due.

Cambiare è sempre complicato, per ognuna/o di noi: nell’immobilità, la natura umana cerca certezze. Anche quando non ha da affrontare sfide di questa portata.

 

Immigrée, integrée?

Je la vois dans le tram, au centre de Genève. Ella a 17 ans, peut-être 20. L’air sérieux, elle ne sourit pas. Vient-elle de Somalie? Ou du Niger? Elle porte le voile et une tunique traditionnelle qui la couvre jusqu’aux pieds. Dans la poussette, son bébé dort.

Qu’a donc changé, pour les jeunes femmes immigrées? Rien, on dirait.

Alors je regarde à nouveau: le voile et la tunique ont des taches de léopard. Le sac est moderne, de marque. Peut-être le changement part de ces signes à peine visibles. Sont-ils les seuls? Ou les seules consentis? Quelque chose est en train de se passer et on ne le voit pas? Si c’est le cas, le changement se passe au rythme d’une culture d’origine qui cherche à trouver la juste intégration avec la culture dans laquelle elle vit à présent, en gérant le conflit qui s’ensuit, le sentiment de “trahison”.

Changer est un défi de taille. Dans l’immobilité, la nature humaine cherche la sécurité. Cela vaut également pour nous, qui n’avons peut-être pas un défi aussi grand à relever.

 

Newcomers’ integration

I see her on the tramway, in Geneva. She is 17, maybe 20. She looks serious, she does not smile. Maybe she is from Somalia. Or Niger. She wears the veil and a long traditional dress which covers her completely. A baby sleeps in the pram she is pushing.

What has changed, then, for young immigrant women? Nothing, one would say.

Then I look again. The veil and the dress have leopard spots. The handbag is modern, of a well-known brand. Maybe change comes this way, with almost invisible signs. Maybe they’re the only ones. Or perhaps something is changing inside. If this is so, the rhythm of change is that of women still permeated with a culture of origin trying to come to terms with the one they are living in now. Because adopting a new one often implies a “betrayal” of the ancient one.

And it is a big challenge. We may not have as big a challenge in front of us, yet sometimes we dodge change too.