Guardarsi dentro, mostrarsi fuori – Regarder dedans et le montrer au dehors – Look inside and show it outside

“Si rigira in bocca la parola, direttore, direttor Gelsi, l’abracadabra che lo trasforma in principe dalle 8 alle 18. Poi torna ad essere quello che è…” (Manuela Bonfanti, Punti interrogativi, p. 42, ATE editore, 2016)

 

Quasi una recensione di L’interiorità maschile di Duccio Demetrio, Raffaello Cortina editore, 2010

Atelier di scrittura autobiografica. Un fine pomeriggio d’inverno, la penombra che già avanza. Chini sulle sollecitazioni di scrittura, nove donne e un uomo. Niente di sorprendente. Ve lo confermerebbe anche il professor Demetrio, co-fondatore della Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari, che in questi anni ha visto molte donne seguire il percorso in scrittura di sé. E pochi uomini. Filosofo, esperto in filosofia dell’educazione, in questo saggio ci parla della difficoltà maschile ad ascoltare la propria voce interiore e a esteriorizzarla. Un processo bidirezionale, necessario almeno nella sua prima parte e che, in fondo, un po’ fa paura. “Fin da piccoli ci hanno spiegato che dovevamo avere coraggio in tutto e poi, giunti all’appuntamento più impervio, perché” –  si chiede– “ci dimostriamo più pavidi che mai […]?

Una bella domanda. Forse perché, a suo parere, il timore degli uomini è che “se si svestissero delle loro corazze, potrebbero scoprirsi vuoti: con ben poco da dire, balbuzienti…”. “Troppa – continua – è la loro paura dell’interiorità” perché “gli hanno insegnato che un uomo non deve lasciarsi andare a tentazioni intimistiche. Ne andrebbe della propria credibilità, metterebbe allo scoperto i propri segreti”.

Io capisco la paura, ma in tutta franchezza non credo che il maschio sia così vuoto. Piuttosto, è l’immagine di vincente che la società gli dipinge addosso come necessità, a privarlo del tempo e del coraggio di guardarsi dentro. Perché da sempre, il suo esistere coincide con il fare. La paura è quella di trovarsi accantonati, inutili. La donna crea la vita, la accudisce. Il maschio provvede. “Tragico è dunque il destino dell’uomo che non ha corpi veri cui dar vita dall’interno di sé, ma soltanto azioni, frutti del lavoro e dell’intelletto. […] Il suo essere padre è accessorio”. Ma in questo testo, la tematica della paternità viene soltanto sfiorata – perciò la riprenderemo.

L’interesse del saggio è che ci indirizza verso una tematica spesso sottovalutata e molte volte persino sconosciuta: quella dell’interiorità maschile. L’approccio filosofico vanta i meriti della solitudine che, in quanto uomini, non sempre è apprezzata al suo giusto valore. Occorre riscoprirla, avere il coraggio di restare fuori dal branco, di essere un lupo solitario. Perché l’impotenza comunicativa del maschio può facilmente diventare una prigione.

L’apologia è quindi per un lavoro interiore che gli uomini non dovrebbero esimersi dal fare, poiché ricco di scoperte e di crescita. Crescere è infatti necessario, perché da bambino è necessario e naturale diventare uomo (o donna). E come lo si diventa, per l’autore è lampante: “I maschi, per diventare uomini, per accedere alla vita interiore, hanno bisogno di sentirsi confusi e smarriti. La sicurezza non si addice a chi si accinga, come nel racconto di Apuleio, a mutarsi da asino in essere umano.”

E se per molti ancora,  “svestirsi delle certezze è l’iniziazione che più evitano…”, per alcuni (sempre di più in realtà), il tempo delle incertezze è iniziato e coincide con quello della crescita. C’è di che rallegrarsene.

 

Regarder dedans et le montrer au dehors

Atelier d’écriture autobiographique. Une après-midi d’hiver, la pénombre qui avance déjà. Absorbés par les propositions d’écriture, neuf femmes et un homme. Et cela n’a rien de surprenant. L’essai du philosophe italien Duccio Demetrio le confirme. Il nous parle de la difficulté des hommes à écouter leur propre voix intérieure et à l’extérioriser. Ils ont peur. Mais pourquoi donc? « Depuis tout petits ils nous ont expliqué qu’il fallait avoir du courage et ensuite, arrivés au rdv le plus difficile, nous nous montrons plus peureux que jamais ? »

Le philosophe a une explication bien à lui : se défaire de leur cuirasse de protection pourrait révéler leur vide . Ils pourraient découvrir qu’ils ont très peu à dire. On enseigne aux garçons qu’un homme ne doit pas se laisser aller et révéler ses secrets, il en va de sa crédibilité. En fait l’image de gagnant prive les hommes du temps et du courage nécessaire à regarder son intériorité. Car depuis toujours son existence est liée au faire. Il faut donc cultiver la solitude, trouver le courage de sortir de la meute et être un loup solitaire. Car l’incapacité communicative des hommes peut devenir une véritable prison.

Cet essai fait l’apologie du travail intérieur comme moyen privilégié de développement. Comment devient-on homme pour l’auteur ? C’est simple : afin d’accéder à leur vie intérieure, ils doivent accepter de se sentir perdus. Mais se défaire des certitudes est l’initiation qui leur fait le plus peur. Heureusement, le temps de l’incertitude a commencé.

 

Look inside and show it outside

It is a late winter afternoon. Nine women and one man are writing about their own lives during a writing workshop. The ratio between men and women is not surprising at all. An essay confirms it and talks about how difficult it is for men to listen to their inner voice and let it out. They are afraid, but why? “Since they are little, they are told that they need courage, yet when the hardest situation shows up – talking about themselves – they are scared to death” – says the author, a philosopher and a man of great insight.

He has his own explanation: taking off their armor could reveal their emptiness and the fact that they have actually little to say. I don’t agree. They are not empty, just afraid. Boys are taught not to reveal their secrets, in order to keep up a winner image. But this robs them off the time and of the courage to look inside. The drama is that their sheer existence is doing things. Yet, being unable to communicate feelings is a prison.

This essay encourages inner work as a means of self-development. The way to become real men is simple: they should let go of their certainties and accept to feel at loss. This is scary, indeed. Luckily, these uncertain but thriving times have finally arrived for men too. We have a reason to celebrate.

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Peccato, professor Volpato!

“Gli piace questo ingegner Mascagni Beatrice” (Cinque minuti, in Punti e interrogativi, ATE editore, 2016)

(Quasi una) Recensione di Psicosociologia del maschilismo di C. Volpato, Laterza ed. 2013

Un volumetto denso e sempre attuale, che chiarisce i processi psicologici e sociali che sorreggono tuttora, in modo sottile o meno, il maschilismo. Viene spiegato in modo accessibile come è stata costruita la superiorità maschile e come è stato esercitato il controllo. L’ultima parte è strettamente legata al panorama italiano. Utile anche la bibliografia, da cui ho tratto spunti per riflettere sul maschile.

Mi ha però irritato trovare scritto in quarta di copertina, “Chiara Volpato è professore di psicologia sociale”, anziché il correlativo femminile. Una buccia di banana pericolosissima, della quale la professoressa è consapevole poiché a pag 129 scrive: “alcuni studi hanno provato che scrivere ‘Giovanna Grossi, professore di storia’ comunica più prestigio di ‘Giovanna Grossi, professoressa di storia’. Capisco bene il perché, ma la cosa mi delude. Perché fintanto che anche le donne istruite e influenti, con cariche già prestigiose, non hanno il coraggio di affermarsi al femminile, “professoressa” continuerà a valere meno di “professore”, “direttrice” meno di “direttore”, e così via.

Manifestamente, anche il professor Volpato aveva bisogno di sentirsi più prestigiosa.

Mi era già noto il processo per cui, quando una professione si femminilizza, il suo status si abbassa. Ne ho trovato conferma in questo saggio. Ricordo un giovane uomo dirmi: ho scelto questo settore perché ci sono solo donne, così farò carriera più facilmente. Ragionamento lucido e cinico. E sapevo che aveva ragione: per essere certi di vincere, niente di meglio di una gara senza concorrenti. A qualcuno piace così.

Quanto a noi donne “comuni”, abbiamo bisogno di compagne che ci mostrino la strada in modo concreto, donne che alle parole facciano seguire i fatti. E se questo è interessante in quanto esempio di come è ancora ancorata nelle mentalità la dominanza maschile, è deludente che stia in un libro che opera nel senso opposto. Quindi lo ribadisco: al di là della buona ricerca e divulgazione che offre questo saggio, aver ceduto alla lusinga del titolo al maschile è un’occasione mancata. Peccato, professor Volpato.

 

Impératrices, épouses, prostituées et femmes du peuple / Empresses, wives, prostitutes and common women / Imperatrici, spose, prostitute e popolane

Questo saggio è stato pubblicato sulla rivista letteraria Il colophon del mese di giugno 2018. Per leggerlo in italiano clicca qui.

Cet essai a paru en italien su le magazine littéraire Il Colophon au mois de juin 2018 – This essay was published on Italian literary magazine Il Colophon in June 2018.

 

Impératrices, épouses, prostituées et femmes du peuple

Esquisser un portrait complet de la figure de la femme dans la littérature chinoise serait une tâche titanesque. Voilà pourquoi je me contenterai d’en décrire quelques traits tirés de mes lectures, en proposant une classification basée sur le rôle des femmes. Cela nous suffira pour plonger dans un océan duquel émergent surtout deux extrêmes : les femmes impériales et celles du peuple.

On s’intéresse aux premières car elles sont des personnages publics et les récits qui les concernent ont le mérite de souligner les aspects les plus intéressants de la vie des cours impériales qui existaient jusqu’à 1912. Une place à part méritent Wu Zetian et Cixi.

Wu Zetian vecut de 624 à 705 sous la dinastie Tang. Elle fascina car, de concubine, elle se hissa au rang d’impératrice. Lin Yutang lui rendit hommage dans Impératrice de Chine, en racontant son histoire du point de vu d’un petit-fils imaginaire. De même fit Shan Sa (écrivaine contemporaine remarquée au Goncourt pour le premier roman avec Porte de la paix céleste e au Goncourt des lycéen avec La joueuse de go) dans Impératrice. Ces romans réhabilitent un nom dont la réputation fut déformée par les hommes, en tant que vengeance pour avoir su conquérir le pouvoir.

Une destinée littéraire similaire poursuivit la dernière impératrice, Cixi, qui fut l’héroïne de Femme impériale de Pearl Buck et constamment évoquée dans le témoignage romancé Mémoires d’un eunuque dans la Cité interdite de l’historien spécialiste de la dynastie Qing, Shi Dang. Il faut également mentionner la Cixi décrite dans Impératrice Orchidée d’Anchee Min et dans L’impératrice Cixi de Jung Chang. Chaque volume consacré à ces femmes de pouvoir met en lumière leur rapport ambivalent avec le peuple chinois : aimées, critiquées, enviées, les femmes impériales ont été objet de maintes recherches et romans.

Il y a une place au soleil également pour Jian Qing, même si elle n’était pas noble. Elle était la troisième femme de Mao Zedong, dont l’histoire est racontée dans Madame Mao d’Anchee Min. Femme ambitieuse, née en pauvreté, elle connut la souffrance des pieds bandés, la violence du père et la soumission de la mère. De ces tragédies elle tira sa leçon : «on ne peut pas survivre sans rébellion ». Jian Qing incarne le genre de femme qui ne se contente pas d’être une « fille de l’herbe », née pour être piétinée. Anchee Min fait sortir cette femme de l’ombre de Mao, en nous offrant en même temps sa vision d’un chapitre important de l’histoire récente de Chine.

Malgré cela, les femmes des classes favorisées représentent une exception statistique dans la société chinoise. A la catégorie la plus vaste appartiennent les femmes de la classe populaire, dont les points communs sont l’ignorance et la pauvreté, l’invisibilité, l’exploitation pour toute sorte de travail humble et la contrainte à des pratiques barbares comme les pieds bandés ou la sélection des fœtus fille avant la naissance.

Un travail remarquable en ce sens a été accompli par Xinran. Ses « filles de l’herbe » sont appelées les « baguettes » des objets utilitaires et fragiles. Ainsi sont décrites dans Baguettes chinoises les sœurs Trois, Cinq et Six, numéros qui ne méritent même pas un nom. Elles ne savent rien, sauf que leur mère a échoué car elle n’a pas mis au monde de garçon. Il s’agit d’un roman de formation au féminin, qui décrit également un grand changement générationnel. La description de la migration des sœurs de la campagne à la ville montre le changement du rôle traditionnel de la femme des campagnes. Les « baguettes » peuvent devenir serveuses, ouvrières, masseuses et, grâce à leur contribution financières aux familles restées dans le village, gagnent du respect et voient enfin les préjugés qui les accablent.

Mais le roman n’est pas la forme littéraire préférée de Xinran. Journaliste, elle a aidé les femmes les plus démunies à parler de leurs expériences grâce à de nombreux recueils de témoignages. Le plus connu est Chinoises, un livre-témoignage de femmes pendant la révolution culturelle, qui connut un franc succès et fut traduit en plus de trente langues. C’est avec Messages de mères inconnues que Xinran s’en prit à l’un des grands drames sociaux chinois : l’abandon ou la suppression des fillettes qui venaient de naître. Le livre est le recueil de dix terribles témoignages de mères qui furent obligées d’abandonner leurs nouvelles-nées ou pire, à le « ranger », un euphémisme injurieux pour décrire un acte atroce encore pratiqué dans les campagnes. La journaliste nous parle de la souffrance des mères – souffrance confirmée par l’impressionnant nombre de suicides de femmes par l’ingestion de pesticides – et elle nous explique les racines de ces pratiques inadmissibles : la pauvreté et l’ignorance, certes, mais également un système politique inchangé depuis deux millénaires. Un système qui attribuait du blé et de la terre seulement en cas de naissance d’un garçon. Ces pratiques barbares empirèrent lors de la mise en place de la politique du fils unique en 1979 (qui perdura jusqu’en 2013). Mais « si elle était une créature, on s’occuperait d’elle, n’est-ce pas ? » ose affirmer l’une des femmes qui aident à « ranger » les filles, en révélant ainsi tout le poids des croyances destructrices enracinées dans la mentalité de ce peuple. Il faudra un temps incalculable pour les déraciner, car il existe encore la croyance qu’une fille ainée « cassait les racines » d’une famille et la déshonorait. Dénonciation brutale et précieuse, celle de Xinran, mais âmes sensibles s’abstenir. Tout le petit monde des « rangeuses » et des orphelinats y est évoqué, ainsi que le sentiment de douleur des mères : des femmes bien, pleines d’amour maternel mais écrasées par les mécanismes politiques et sociaux qui perpétuent la mentalité fossilisée qui les poussent à « désirer seulement deux choses : ne pas accoucher d’une fille dans cette vie et de ne pas renaître femme dans la prochaine ».

Pendant la rédaction de cet essai, j’ai été frappée par une constatation : beaucoup d’écrivain/es que j’ai lu appartiennent à la diaspora chinoise. Il se peut qu’elles aient eu plus de chance de publier ? Et combien de textes inconnus circulent encore dans le vaste territoire chinois ? Je n’en ai aucune idée. Mais le succès d’Anchee Min, Xinran, Jung Chang ou Hong Ying semble suggérer qu’écrire à propos de la Chine est plus facile de l’étranger. Et même d’écrire dans une autre langue que la sienne. Les femmes sont à l’honneur dans Fleurs de Chine de Wei Wei, ou Femme femme femme de Han Shaogong, ou encore dans Le bracelet de jade de Chi Zijian. Toutes ont écrit dans une autre langue que la leur.

Pour terminer cet aperçu, j’aimerai citer encore un grand de la littérature, Lao She, qui consacre en particulier aux prostituées quelques nouvelles, comme Dans la cour de la famille Liu et Croissant de lune dans Gens de Pékin. Sont également des prostituées les protagonistes de deux romans de Lin Yutang et de Hong Ying. Et elles y sont décrites au même titre que les autres.

Car cette position sociale colorie aussi la grande fresque de la condition sociale de la femme en Chine, dont les couleurs sont souvent sombres : tuée, exploitée, respectée ou opprimée suivant la classe sociale à laquelle est appartient, le parcours d’émancipation des chinoises et apparemment encore plus difficile qu’en Occident. Il lui emboîte le pas et j’espère qu’il ne tardera à le rejoindre. Et que peut-être un jour, suivant la fulgurante renaissance de l’Empire du Milieu, il le dépassera.

 

Empresses, wives, prostitutes and common women

An essay about women in Chinese literature is complex to write. This will be an attempt, forcibly incomplete and superficial, and will outline two main categories: women of the higher and the lower class. Empresses and concubines, and common women.

Among empresses, Wu Zetian and Cixi played a major role in literature. The former lived from 624 to 705 under the Tang dynasty. She fascinated as she raised from concubine to empress and reigned for years. Lin Yutang wrote about her, as well as Shan Sa in Empress. Cixi is the protagonist of well-known Imperial woman by Pearl Buck, as well as Anchee Min’s Empress Orchid, Jung Chang’s Empress Dowager Cixi or of a book by historian Shi Dang. All these books underline how much imperial women were admired, feared, criticised or envied. Jian Qing was no empress, yet she managed to step out of invisibility thanks to Anchee Min’s Becoming Madame Mao. She was Mao’s third wife, an ambitious woman of humble roots, who suffered from feet binding, family violence and her mother’s submission. From these tragedies she learnt her motto: “there is no surviving without rebellion” and decided not to be a “daughter of the grass”, born to be trampled upon.

Yet higher status women were (and still are) an exception in Chinese society. Most women belonged to lower classes and were ignorant, invisible, dramatically poor, exploited or even killed by abortion.

A great work concerning these women’s lives is that of Xinran. Her “daughters of the grass” are called chopsticks in her Miss Chopsticks novel, i.e fragile objects to be used and thrown away. Sisters Three, Five and Six do not even deserve a name, let alone education. They do not know anything except for one thing: their mother failed because she did not give birth to a boy. Miss Chopsticks follows the tradition of the bildungsroman in a feminine way. The migration of the main characters from the village to the city shows the change in the traditional role: women can become waiters, massagers or factory workers and contribute financially to their family’s life back in the village, thus gaining respect and opening their eyes on their condition.

Xinran being a journalist, her books are mostly true stories, which she gathered in a radio programme she lead in China. Her most famous book The good women of China is a collection of real stories translated in more than thirty languages. Her most poignant one, though, is maybe the collection of testimonies of women who abandoned their new-born daughters, or worse let them “settle” them, an injurious euphemism for the word kill. “Settling” was common in Chinese rural areas. Qualms of conscience on those mothers’ side were common too, as the large number of suicides by pesticides ingestion clearly proved. Xinran managed to enlighten the roots of these barbaric practices: poverty, ignorance but above all a never changing political system, which gave wheat and land only upon the birth of boys. This practice got worse with the politics of the only child from 1979 to 1993. One of the women affirms “but if they were real creatures, we would take care of them, wouldn’t we?” revealing the burden of millennial beliefs so rooted in Chinese mentality that, in order to get rid of them, we will have to wait for an incalculable time. The belief that a first-born girl “breaks the roots” of a family and dishonours it is still very present in rural areas. Therefore, Xinran’s is a brutal and necessary complaint, but very hard to read and bear with. She insists of mother’s love for their daughters, yet denounces the political and social mechanisms that perpetuate a fossilised mentality. It is indeed a wrong belief that convinces women to “hope just two things: not to bear a girl in this lifetime and not to be born a woman in the next”.

While I am writing these lines, I realise that many authors belong to the Chinese diaspora. How many unknown or unpublished books are there in China? Nobody knows. Anchee Min’s, Jung Chang’s, Hong Ying’s or Xinran’s success seem to suggest that writing from the West is easier. Some Chinese writers even write in English or other languages: Wei Wei, Chow Ling Lie, Han Shaogong, Chi Zijian are some of them.

Going back to women, though, let me finish with the great Chinese writer Lao She, whose women played a role in most of his novels and particularly in the short stories. I can vividly remember his descriptions of a couple of prostitutes. The main characters of a couple of books, one by Hong Ying and one by Lin Yutang, work in this field too. Because this social position is one of the colours used in the great fresco of the condition of women in China. The painting is often dark: survival, oppression, exploitation or respect depended upon women’ status.

The road to freedom and emancipation is even more tortuous than in the West. It follows its steps, but it is always a step behind. I hope it will catch up soon, and maybe even overtake.

Droga visiva / Drogue visuelle / Visual drug

“Ma.. perché quell’espressione? Ne eravate già al corrente anche voi? (Tempi duri, in Punti e interrogativi, p. 28)

La nuova DROGA VISIVA è la pornografia in rete. È difficile parlarne perché la pornografia, contrariamente alle altre dipendenze, è uno scheletro presente nel 96% degli armadi (maschili). A scapito delle donne. Così afferma una ricerca appena pubblicata in Svezia e che Monica Mazzitelli presenta su Le Donne Visibili. Un breve riassunto con le mie considerazioni qui, ma per approfondire leggete tutto l’articolo: è molto lungo ma ne vale la pena.

Il problema comincia da molto giovani e rappresenta perciò una questione di società sulla quale dobbiamo riflettere. Perché da esso scaturisce anche l’atteggiamento violento nei confronti delle donne, che in Italia sfocia regolarmente nell’ennesimo, inaccettabile femminicidio. Purtroppo, l’accesso a questo tipo di materiale è oggi semplicissimo: ci riesce persino un bambino. Basta usare la rete. Infatti, la prima ricerca attiva è a 12 anni in media. Semplice. Discreto. E distruttivo per delle giovani persone ancora in costruzione e pertanto molto fragili. Quando il fenomeno aveva iniziato a prendere piede, avevo voluto rifletterci scrivendo il racconto TEMPI DURI, che fa ora parte del libro Punti e Interrogativi. Pensavo sarebbe rimasto confinato agli adulti.

Non è così e questa ricerca ha il pregio di mostrare gli aspetti distruttivi di una precoce dipendenza, facilitata dall’accesso semplice che il web mette a disposizione.

Cosa è cambiato dalla pornografia “tradizionale”, nascosta e poco accessibile delle generazioni precedenti? Questo: negli ultimi 15 anni la violenza ha preso il sopravvento sul piacere. Il 90% dei video in rete contengono almeno un abuso sulla donna. Nel 12% dei casi c’è proprio una violenza fisica. Per proteggerci dalle emozioni forti, il cervello crea una soglia di accettazione più bassa – soprattutto se ha ricevere lo stimolo è il cervello ancora in costruzione di un ragazzino. Quindi l’escalation è inevitabile. I ragazzi intervistati nel libro hanno confessato di aver bisogno di sempre maggiori stimoli, fino a livelli di violenza o atti spinti nei confronti di animali, minori, disabili, oltre che sempre più violenti sulle donne. Purtroppo funziona così: il ragazzino che necessita di uno sfogo ormonale naturale impara ad accettare queste immagini come normali e ad associarvi il piacere. Tanto più che la donna viene mostrata come consenziente e passiva. Come se le stesse bene. E non è il caso. Se ciò non bastasse a mostrare che il porno è roba fatta da maschi per maschi, vi è la testimonianza delle donne: ne guarderebbero forse di più se fosse incentrata sul piacere femminile. Ma non è così. Lo conferma anche un lungo articolo apparso sull’Internazionale del mese di luglio.

Parla infatti chiaro la testimonianza delle ragazzine. Solo la metà ha visto una volta questi video, ma 2/3 non hanno più voluto guardarne. E se acconsentono, spesso lo fanno nell’ambito di una relazione, ammettendo di ricevere richieste di prestazioni a cui non si sentono pronte o interessate, la grande difficoltà a rifiutare per paura di essere lasciate, il senso di inadeguatezza che ne deriva, l’umiliazione e molto altro.

Si può eliminare la violenza senza eliminare la pornografia? È una domanda etica importante. Nel nostro piccolo possiamo fare qualcosa. Possiamo tentare di evitare che i ragazzini si rivolgano a queste immagini per i loro corsi di educazione sessuale. Possiamo educare al rispetto, insegnare che la sessualità è condivisione (vera, non simulata) del piacere, senza violenza o prevaricazioni. In quanto genitori, dobbiamo interrogarci sulla nostra disponibilità a parlare apertamente di questo tema ancora troppo tabù e a guidare i nostri figli verso una sessualità basata sul rispetto e sul piacere. Solo così possiamo sperare di educare a dire no a immagini che non c’entrano nulla con una sessualità sana. Educare anche e soprattutto i maschi. Perché la pornografia finta, violenta e estrema fa violenza anche a loro.

 

Drogue visuelle

La nouvelle drogue visuelle est la pornografie online. Il est difficile d’en parler ouvertement car la pornographie, contrairement aux autres dépendances, est un squelette dans l’armoire de 96% (des hommes). Aux dépens de femmes, encore et toujours victimes. C’est le sujet d’un livre récemment sorti en Suède. En voici un court résumé et mes réflexions.

Le problème se pose très tôt et nous devons reflechir à cela car il concerne des enfants. Il s’agit donc d’un problème de société qu’il faut adresser au plus vite. Car l’accès à ce type de matériel est très simple, de nos jours : il suffit d’aller sur le web. La 1ère recherche active dans la toile se situe à 12 ans en moyenne. Car c’est bien la toile qui offre le matériel, de nos jours. Je l’avais déjà remarqué et choisi d’en parler dans l’une de mes nouvelles, Tempi duri, publiée l’année passée aux éditions Tombolini en Italie. Je pensais, à l’époque, que ce resterait un domaine réservé aux adultes, plus à même de faire face aux images proposées.

Faux. Et cette recherche le prouve, en soulignant le potentiel destructeur de ces pratiques. Y accèdent facilement et simplement des très jeunes gens, encore en construction identitaire et donc très fragiles.

Qu’a-t-il changé depuis les temps où le porno n’était pas accessible ? La discrétion a fait fleurir un porno qui privilégie la violence au plaisir. Et c’est bien tout cela que nos jeunes voient. Dans 90% des vidéo online il y a au moins un abus sur la femme. Et dans le 12% des cas une violence physique avérée. Pour se protéger des émotions fortes, le cerveau crée un seuil d’acceptation plus bas. Surtout s’il s’agit du cerveau d’un ado, qui n’est nullement prêt à comprendre ces scènes. Donc l’escalation est inévitable. Les jeunes interviewés ont avoué cette escalation, jusqu’à des niveaux de violence ou des actes sur les plus faibles, femmes en premier mais aussi animaux, enfants, handicapés, etc. Malheureusement, l’ado qui a naturellement besoin d’évacuer ses hormones apprend à accepter ces images comme étant partie d’une sexualité normale et à y associer son plaisir. D’autant plus que la femme y est toujours montrée passive et consentante. Comme si ceci lui convenait parfaitement, alors que nous savons pertinemment que ce n’est pas le cas. Le porno est fait par les hommes pour les hommes. Et les femmes l’admettent : elles en regarderaient peut être plus, si il était centré sur leur plaisir. Or, il en est rien : une longue enquête parue sur Courrier International l’été dernier le démontre clairement.

Écoutons les femmes, maintenant. Seule la moitié d’entre elles a vu ces vidéos, mais 2/3 n’ont pas renouvelé l’expérience. Souvent, elles consentent pour ne pas se faire quitter, en admettant qu’elles reçoivent souvent des requêtes qui les embarrassent et les humilient de la part de leur partenaire. Voulons-nous écouter ces embarras, ces humiliations ? Je le veux. Et vous? En tous cas, il faut se poser des questions éthiques et la première est la suivante : peut-on éradiquer la violence faite aux femmes sans éliminer le porno ?

Tout n’est pas perdu, nous pouvons faire quelque chose pour contrer tout cela. Nous pouvons essayer d’éviter que les ados utilisent ces images pour les guider dans la découverte de la sexualité. Comment ? En apprenant à parler plus ouvertement de la sexualité, en enseignant que le vrai plaisir est fait de partage et de respect. Seulement de la sorte, nous pouvons espérer éduquer à dire non à des images qui n’ont rien à voir avec une sexualité saine. Et cela concerne toutes et tous. Car quoi que l’on puisse penser, le porno faux, violent et extrême fait subir une violence également aux garçons.

 

Visual drug

The new visual drug is online pornography. Contrary to other addictions, pornography is a topic, which is hard to discuss as it is viewed by 96% (of men). And it affects women deeply. Here is a summary of a recently published book (in Sweden) and my point of view.

The first active research online is around 12 years old. The web is the primary source; I’ve known it for a long time and written about it in one of my short stories. What has changed from “traditional” pornography in the last 15 years, though? Violence has taken over pleasure. 90% of videos now show at least an abuse on women. In 12% of them, one can actually see physical violence. In order to protect use, the brain lowers the acceptance of such acts. Therefore, escalation is inevitable. Boys interviewed for the book confessed it: they could admit violence on women, on animals, disabled, or even children. Unfortunately, this is the way it works: a young boy who needs natural evacuation of hormones, watches them. In doing so, he learns to accept that kind of images and to associate pleasure to them. This is also because women are passive and willing in those videos. As if they enjoyed it. This is no news, actually. We have known for a long time that pornography is made by men, for men.

Let us listen to young girls now. Among teenagers, only half of them has ever watched porno videos, and 2/3 did not do it anymore after the first time. Often they agree to watch them because they do not want to lose the guy, often too their partners ask them for the same performances they see. Girls admit feeling humiliated and hurt. I want to listen to their pain. Do you?

We can try to avoid our children using those videos for their sexual education. How? Let us learn to talk about sexuality in an open way, teaching that real (not faked) pleasure is made of respect and sharing. In this way, we can hope that one day they will say no to those shocking images, which have nothing to do with healthy sexuality. This concerns everyone, girls AND boys. For faked, violente and extreme pornography rapes them as well.

 

Nuove autrici visibili: letture per l’estate, al femminile

“Tutto ciò era considerato strano: in fondo cosa ci capiamo, noi donne, di cose importanti? Noi siamo brave soprattutto con ciò che pare sciocco o irrilevante. Quelle cose che si trascurano come la polvere, credendo che siano invisibili.” (Misure variabili, da Punti e interrogativi della collana Oceania di Antonio Tombolini Editore, p. 11)

Invisibili? Non sia mai. Dando seguito al mio ultimo post sull’invisibilità delle donne in letteratura, vi presento alcune autrici di Antonio Tombolini Editore, che ha pubblicato anche la mia raccolta di racconti: Punti e Interrogativi. E siccome ATE rompe gli schemi tradizionali in materia editoriale, ve le presento in ordine di titolo, e pure dis-alfabetico. Ce n’è per tutti i gusti: giallo, rosa, nero… rosso, viola, bianco, arancione, blu e verde. Mi sono divertita a attribuire a ciascuno un colore. Quale sarà il vostro? Per non sbagliare, sceglietene più d’uno.

Viola e verde di Pamela Dalla Mina, collana Officina Marziani (arancione.. se no era scontato)

Viola e verde, due colori contrastanti. Viola come metamorfosi, creatività, forza spirituale. Verde come solidità, perseveranza, azione, energia. E due ragazze, la viola Futura e la verde Giada, con tutti i problemi della loro giovane età. Giada la strana, la positiva, la brillante. Futura che malgrado il nome vive nel presente, pessimista e a detta sua noiosa. E poi ragazze di altri colori, tutte da scoprire. Tra sparizioni e uscite, tra amori e disillusioni, una scrittura pulita, decisa, eppure colorata e contemporanea come quelle che le nuove generazioni vaganti sui social network sanno offrirci. E a tratti si ha l’impressione di essere piombati proprio lì, a cercare il senso nei dialoghi senza senso che l’autrice sa riprodurre in modo fedele. Ma ha senso soprattutto la disperazione di Futura che di futuro non ne vede, che non vuole “restare in superficie a godere delle briciole”, che vuole scavare nel profondo. Dove ci porterà la sua esplorazione? A fare da sfondo, leggere o pesanti ma sempre colorate, le emozioni. Sofferenza, ira, rabbia, disperazione: le vere protagoniste di questo romanzo.

Tranne il colore degli occhi di Roberta Marcaccio – collana Amaranta (blu, o azzurro)

C’è un segreto che pulsa, in questo libro. Lo percepiamo fin dalle prime pagine, con il fiato sospeso, mentre impariamo a conoscere il luogo solitario di un entroterra di provincia in cui tutto, tanto tempo fa, è accaduto. E attorno a questo segreto l’autrice tesse una trama ben orchestrata che, tramite polifonia e analessi, lo fa tornare in superficie. È una storia di amicizia, quella tra Michela e Annamaria, bambine la cui forte amicizia è legata al colore dei loro occhi. Ma è anche una storia di amori, di dolori, di misteri, di ricongiungimenti, di sacrifici. E Roberta Marcaccio la sa narrare con abilità in uno stile sicuro, che tralascia il superfluo per dedicarsi all’essenziale e regala a questo romanzo un ritmo dolce e al contempo incalzante, tanto simile alle due amiche che lo animano. Tra tagli e pieghe (di capelli e di abiti) della fremente capitale e l’immobilità dello sperduto San Felice c’è l’abisso che le ha divise, un giorno, e che solo l’urgenza verrà a colmare. La strega l’aveva sempre saputo. Ora, il momento è arrivato. Anche per chi vuole un attimo di relax e di evasione. PS: da due settimane è disponibile anche il nuovo libro di Roberta Marcaccio, Ti raggiungo in Pakistan.

Squilibri di Milvia Comastri, collana Officina Marziani (rosso)

Se c’è un filo, è decisamente rosso. Rosso come il sangue, la passione, la violenza. Soprattutto contro le donne. Vive, morte o che sopravvivono. Voci femminili, spesso, e talvolta maschili, a spiegare perché, come, quando. Sono 25 racconti brevissimi, incisivi, ritmo e lessico studiati a uno a uno. Si leggono d’un fiato, complice la brevità. Che però non è sinonimo di superficialità. Non qui. Questa autrice riesce a parlare di cose scomode, a farlo con profondità senza perdere la grazia. Anche se alcuni possono strappare un breve sorriso, non è mai un sorriso di compiacimento.

Pane, marmellata e tè di Carla Casazza, collana Amaranta (giallo – ovviamente)

Avete presente La signora in Giallo? Questi tre brevi racconti mi fanno pensare a dei mini-episodi della famosa serie. Divertenti e senza pretese, ma con una trama ben architettata, con gli indizi al posto giusto, si leggono con piacere. Vi accompagneranno volentieri sui mezzi pubblici, sul divano, in spiaggia o prima di poggiare la testa sul guanciale. Dal serial killer di casa nostra ai castelli della Loira per l’assassinio di un principe, seguiamo le avventure dei due protagonisti, la giornalista Beatrice e il poliziotto Alessio che si incontrano casualmente a… un corso di panificazione. Un setting originale e retrò per un incontro che dal giallo di tinge di rosa. Due piccioni con una fava. Ma i personaggi di Pane marmellata e tè, a differenza della Signora in giallo, sono contemporanei, giovani, pieni di vita. Alla Castle, per intenderci. Come se tradizione e modernità si fondessero. Il titolo ci trasporta in un universo casalingo, la cui continuità semantica non lascia presagire il versante giallo. A meno che il pane sia di mais, la marmellata di susine e il tè al gelsomino. Gusti un po’ strani, sì. Ma lasciatevi sorprendere.

Il limite delle parole di Pia Levy, collana Oceania (verde)

Una vicenda quasi realmente accaduta, narrata con una scrittura sicura e ricca di pathos, morbida, caratterizzata da piani narrativi diversi dove si intrecciano le vite di un’infermiera e di Maria, una paziente vittima di un infarto che pare segnare la famiglia. Lei lo riconosce subito, quando arriva. E inizia una corrispondenza intima con la figlia, mettendo insieme pezzi della sua vita, rafforzando il legame alchemico che esiste tra loro tramite le parole. Deve parlare. Deve farlo ora. Perché prima che la luce si spenga per sempre, le cose importanti della vita tornano in mente. E sono proprio le parole a permetterci di raccontarle. Eppure, anche le parole hanno un limite. Alcune cose non si possono spiegare come siamo abituati a farlo. Ma servono per ricordare, per fissare sulla carta ciò che conta. Per far sì che il “granello di sabbia nella moltitudine delle dune possa sopravvivere nel ricordo”. Pia Levy ha la capacità di spingere le parole oltre il loro limite. Così ci regala un romanzo breve, intenso e intimistico. Da assaporare con calma, a piccoli sorsi.

Dietro lo steccato di Ilaria Vitali, collana Klondike (rosa e nero)

Una confessione alla sorella e Irene si mette a nudo: un uomo l’ha lasciata senza spiegazioni. È l’incubo di ogni donna, perché le donne vogliono capire. E per riuscirci Irene fa un percorso dentro se stessa che la porta lontano, fino all’incontro con Pietro e tutto ciò che una nuova relazione implica. Rimettersi in gioco, superare il dolore, andare avanti. Ilaria Vitali ci presenta questo dramma interiore in una scrittura fluida e riflessiva che ci guida verso le domande più segrete e dolorose: domande sulla vita, sulle relazioni, sulla dipendenza amorosa o sulla difficoltà degli uomini a impegnarsi. Il romanzo scorre tranquillo verso la fine, senza abbandonare il tono intimistico che lo caratterizza. E quando ormai non ci sia aspetta più una risposta, nelle ultime pagine le ragioni della diserzione di Vittorio dalla vita di Irene vengono svelate, rivelando un romanzo dai contorni politici. Siamo arrivati alla fine del viaggio, al confine tra amore e odio, separati solo da un fragile steccato.

Boris e lo strano caso del maiale giallo di Manuela Iannetti, collana Officina Marziani (viola, che è il complementare del giallo)

Questa raccolta inizia in modo graffiante, con quattro racconti ironici e contemporanei nei contenuti. Si parla di fatti quotidiani, di code agli sportelli, incontri in treno, disoccupazione. Poi l’autrice cambia tono, esso si fa più sommesso, più intimo. Affiorano ricordi e fiumi, mari, persino le carceri diventano luoghi da narrare. Quando ormai ce l’aspettavamo caustica, con lo sguardo affilato e la penna che non perdona, quando pensavamo che il suo intento fosse trasformare fatti della banale quotidianità in eventi straordinari, dar loro il giusto rilievo, ecco che Manuela Iannetti ci stupisce ed entra nella vita di gente al margine, tratteggiando ritratti impietosi di miserie o di assurdità. Dalla superficie alla profondità, e ritorno. Questo è il movimento. E no, il giallo non c’entra niente. L’intento è diverso. Rileggo il titolo. Sarà il mostrarci strani casi? Forse sì. Ma scordatevi i maiali.

Bianca come l’Africa di Clara Piacentini, collana Officina Marziani (bianco e nero)

È una pittrice o una fotografa? Nessuno dei due, è una scrittrice. Eppure, i racconti di questa raccolta “africana” sono istantanee di vita. Il suo sguardo fotografa, la sua penna descrive, con accuratezza, attenta alle sfumature di colore. Clara Piacentini ci regala gli odori, i colori e i sapori dell’Africa nella quale ha vissuto per diversi anni, in una serie di ritratti sapientemente descritti, con un lessico ricco e una forte padronanza della lingua. Se fosse una pittrice sarebbe rinascimentale, con l’attenzione al dettaglio e alla prospettiva. Guardando dentro ogni singolo racconto, ci immergiamo in uno spaccato di vita che vale la pena di conoscere.

Suggerimenti di lettura per l’estate – al femminile (Italian only)

“Mi dia trenta metri di libri – aveva esordito, senza preamboli o superflui saluti, entrando nella piccola libreria” (Misure variabili, in Punti e Interrogativi, Antonio Tombolini Editore)

 

Stilare una lista esaustiva di tutti i libri che valgono la pena di essere letti sarebbe impossibile. Mi limito ad alcune letture recenti di libri più o meno recenti, tentando di spaziare su più continenti.

Jamaica Kincaid, Autobiografia di mia madre (Adelphi)

La scrittura di questa scrittrice nata ad Antigua, è nera come la sua pelle, eppure leggera. L’ossimorico titolo è intrigante, poiché l’autobiografia si può scrivere solo di se stessi. La madre morta, che mai ha potuto scrivere la sua autobiografia, è un pretesto dal quale la protagonista parte alla ricerca del femminile, sollevando al contempo alcune problematiche legate alla condizione della donna di colore. A se stessa, insomma, e a tutte le altre. Bella anche l’ambientazione dell’isola della Dominica (da non confondersi con Repubblica Dominicana) dove nasce la protagonista di questo libro cupo e intrigante. Niente di divertente, ma ottimo per riflettere.

Altre autobiografie (vere)? Provate con Autobiografia di una rivoluzionaria di Angela Davis (Minimum Fax).

Flannery O’Connor, Racconti (Bompiani)

Essere considerata una delle maggiori scrittrici americane di racconti – anche se il Nobel l’ha preso Alice Munro – è senz’altro un traguardo ragguardevole, raggiunto peraltro prima dei 40 anni poiché l’autrice morì di una malattia degenerativa a soli 39. La O’Connor va letta per la sua eccellente capacità a descrivere l’universo dell’America profonda e per la messa in scena di personaggi in qualche modo handicappati. L’etichetta di autrice del Sud è riduttiva, ma è pur vero che la questione razziale è viva e descritta in modo onesto ed efficace.

Altre autrici di questa regione? Provate con Louise Erdrich, La casa tonda o Medicina d’amore (Feltrinelli)

Chitra Diwakaruni, Sorella del mio cuore (Einaudi)

Immergersi nell’universo di questa scrittrice è come fare un salto in India e ritorno. Anche Chitra Divakaruni appartiene alla schiera di autrici che, grazie al contrasto culturale con gli Stati Uniti che l’accolgono, riesce a offrirci dei romanzi intensi, nei quali discute delle difficoltà cui fanno fronte coloro che appartengono a due culture diverse. In Sorella del mio cuore, due cugine molto legate vengono separate da un matrimonio combinato, che porta l’una delle due in America. Ma i legami di sangue non possono essere sciolti. Segreti e dolori per un romanzo che tocca davvero nel profondo.

Altre autrici di questa regione? Provate con Jhumpa Lahiri (Guanda)

Elvira Dones, Sole bruciato (Feltrinelli)

Se Vergine giurata è il libro più conosciuto della scrittrice di origini albanesi trapiantata in Italia, poiché da esso è stato tratto un film, ho amato di più Sole bruciato. Non affronta una tematica semplice: la tratta delle donne slave per il mercato della prostituzione. Ma lo fa con intelligenza e delicatezza, pur non risparmiandoci la durissima realtà. Una narrazione cruda ma piena di comprensione e poesia.

Altro su questa regione? Provate La figlia di Clara Uson, che ritraccia la vita della figlia del generale Mladic morta suicida dopo aver compreso che suo padre era “il boia dei Balcani”. Al crocevia tra romanzo e ricerca storica. (Sellerio)

Irène Nemirovski, Jezabel (Adelphi)

L’opera della Nemirovski è immensa, ma iniziate pure da Jezabel, questa donna atterrita dalla paura di invecchiare. Tema delicato sul quale la scrittrice di origini ukraine non osa porre giudizio, ma soltanto descrivere gli estremi ai quali questa, chiamiamola pure malattia, può portare. Spunti di riflessione? Tanti. Difficoltà di lettura? Nessuna. Come dire: un piccolo capolavoro.

Altre di queste regioni? Provate Liliana Lazar, rumena, con Terra di uomini liberi (Marco Tropea ed.)

Gina Nahai, Sogni di pioggia (Mondadori)

Sul suo ultimo libro La strega nera di Teheran leggete la mia recensione su E/O ma poi – o prima – andate a leggervi Sogni di pioggia. Se la strega nera è un piccolo capolavoro da scuola di narrazione, i sogni vi trasporteranno nel vero universo di questa scrittrice di origine iraniana. Entrambi i romanzi sono riusciti. Ma molto diversi tra loro. La strega nera sarà perfetto anche sotto l’ombrellone.

Altre di queste regioni? Provate Zeruya Shalev, Dolore (Feltrinelli) o Azar Nafisi, Leggere Lolita a Teheran (Adelphi)

E ora, restiamo a casa nostra?

Simona Lo Iacono, Le streghe di Lenzavacche (E/O)

Due voci di donna ci conducono nell’universo segreto di un paesino siculo, patria di streghe, donne sagge, uniche nella loro diversità. Seguiamo le vicende di Rosalba e del figlio Felice che, malgrado la sua grave infermità, vuole andare a scuola. Ne seguiremo le vicende tramite il maestro Mancuso, che lotta per mantenere la classe che il regime fascista vuol chiudere, e le sue lettere a una misteriosa zia. Faremo un tuffo nel passato per ricongiungerci alle streghe perseguitate. La persecuzione della diversità, l’emarginazione e l’inclusione sono i temi che affronta questo romanzo dallo stile fiabesco, dove lettere e racconto lasciano presagire lo sviluppo di una trama che, nella seconda parte, va a sorprendere sia per il contenuto che per la scrittura. Tremate: le streghe son tornate.

Altre italiane da riscoprire? Provate con Laudomia Bonanni, L’adultera (Elliot) o Cristina Trivulzio di Beljoioso, Le due mogli di Ismail Bey (Tufani).

E un saggio?

Iaia Caputo, Il silenzio degli uomini

Questo saggio si presenta con un taglio più giornalistico che sociologico. Una serie di fatti di cronaca nei quali si cerca la prova del silenzio: uomini che uccidono le donne, padri alla ricerca di un ruolo, pulsioni incontrollabili e la solita incursione tra la realtà mediatica assurda e la politica in cancrena della penisola. Problematiche conosciute e riviste sotto la luce di un’impossibilità maschile a parlare della propria inadeguatezza, delle proprie insicurezze, dell’incapacità ad adattarsi ad una società dove le donne si sono riprese la parte di co-protagonista. Niente di rivoluzionario per la nostra comprensione di queste tematiche, ma sempre interessante per approfondire e interrogarsi.

Altro di questa autrice? Provate con Le donne non invecchiano mai.

Nel prossimo post, altri suggerimenti di lettura… di autrici meno visibili.

LA LETTERATURA E’ DONNA..E LA SCRIVONO ANCHE LE DONNE /Littérature est un mot au féminin/ Literature is a feminine word

“Non si ricordava forse di Grazia Deledda, la scrittrice sarda?” (La lettera G, p. 196)

A due anni dalla risoluzione di leggere più letteratura al femminile (post dell’1.7.14, La letteratura è donna ma la scrivono gli uomini) per compensare gli anni trascorsi a leggere libri scritti da uomini, semplicemente perché più numerosi e più proposti, aggiorno la sezione Letture in questo blog, dove troverete alcune scrittrici che mi sono piaciute, e anche altre che mi sono piaciute meno, così come alcune recensioni apparse recentemente sulla rivista letteraria Leggere Donna o collaborazioni giornalistiche più remote.

Sono trascorsi già due anni. In questo tempo ho scoperto e riscoperto voci. Ma non ho scoperto niente che non sapessi già, ovvero che le scrittrici sono altrettanto dotate degli scrittori. Sono solo meno numerose, meno mediatizzate e quindi meno lette. Più d’un uomo mi ha detto … la letteratura scritta dalle donne… “non la leggo”, “non mi ci trovo”, “non ci penso”. E se può essere “normale” (riduttivo, ma comprensibile) da parte degli uomini, è culturalmente indotto da parte delle donne.

Per concludere, lasciatemi riprendere una frase di Giuseppina Torregrossa: “I libri è vero che li pubblicano i maschi e magari li scrivono pure loro, ma le storie le raccontano le femmine”.

Mi fisso l’obiettivo di aggiornare la sezione ogni 6 mesi. Buone letture estive! E se qualcuna ha una storia da raccontare, ma non crede di saperlo fare, si annunci con il modulo a fine pagina.

 

Littérature est un mot au féminin

Deux ans après avoir décidé de lire davantage d’écrivaines pour compenser les années où j’ai lu plutôt les hommes (car la culture littéraire est également masculine), je remets à jour la section Lectures avec des auteures, certaines lues auparavant, d’autres découvertes récemment. Certaines ont été traduites en français également. Deux ans, déjà. Et je n’ai découvert rien de nouveau : les femmes sont tout aussi douées que les hommes. Mais elles sont moins médiatisées. Plus d’un homme m’a révélé : la littérature des femmes « je ne la lis pas », «je ne me retrouve pas », « je n’y pense jamais ». Si celle-ci est une attitude « normale » (réductrice, mais compréhensible) de la part des hommes, elle est certainement ancrée par la culture dans l’esprit des femmes.

Pour le dire avec les mots de l’écrivaine Giuseppina Torregrossa : « les livres, c’est vrai que c’est les hommes qui les publient, et peut-être ils les écrivent eux-mêmes, mais les histoires, c’est les femmes qui les racontent ». Et si vous en avez une dans la tête, mais vous ne pensez pas réussir à l’écrire, contactez-moi.

 

Literature is a feminine word

Two years after having made the decision to read more women writers, in order to compensate for the years spent reading men because they were simply more, more available, more known, I updated the Reading section. Some women writers I talked about write in English, some have been translated. I did not find out anything new, though: I already knew that women are as talented as men are. Only less talked about in the media or by literary critics. More than a man told me that literature written by women “is not for me”, “I never read it”, “I don’t even consider it”. If this attitude can be considered as “normal” for men (it reduced their vision of the world, but it is understandable), it is a cultural consequence for women.

I want to say it with the words of the Italian writer Giuseppina Torregrossa : «it’s true that books are published by men, and maybe they write them too, but stories, stories are told by women ». Can’t find the words to write your own story? Contact me.

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