Droga visiva / Drogue visuelle / Visual drug

“Ma.. perché quell’espressione? Ne eravate già al corrente anche voi? (Tempi duri, in Punti e interrogativi, p. 28)

La nuova DROGA VISIVA è la pornografia in rete. È difficile parlarne perché la pornografia, contrariamente alle altre dipendenze, è uno scheletro presente nel 96% degli armadi (maschili). A scapito delle donne. Così afferma una ricerca appena pubblicata in Svezia e che Monica Mazzitelli presenta su Le Donne Visibili. Un breve riassunto con le mie considerazioni qui, ma per approfondire leggete tutto l’articolo: è molto lungo ma ne vale la pena.

Il problema comincia da molto giovani e rappresenta perciò una questione di società sulla quale dobbiamo riflettere. Perché da esso scaturisce anche l’atteggiamento violento nei confronti delle donne, che in Italia sfocia regolarmente nell’ennesimo, inaccettabile femminicidio. Purtroppo, l’accesso a questo tipo di materiale è oggi semplicissimo: ci riesce persino un bambino. Basta usare la rete. Infatti, la prima ricerca attiva è a 12 anni in media. Semplice. Discreto. E distruttivo per delle giovani persone ancora in costruzione e pertanto molto fragili. Quando il fenomeno aveva iniziato a prendere piede, avevo voluto rifletterci scrivendo il racconto TEMPI DURI, che fa ora parte del libro Punti e Interrogativi. Pensavo sarebbe rimasto confinato agli adulti.

Non è così e questa ricerca ha il pregio di mostrare gli aspetti distruttivi di una precoce dipendenza, facilitata dall’accesso semplice che il web mette a disposizione.

Cosa è cambiato dalla pornografia “tradizionale”, nascosta e poco accessibile delle generazioni precedenti? Questo: negli ultimi 15 anni la violenza ha preso il sopravvento sul piacere. Il 90% dei video in rete contengono almeno un abuso sulla donna. Nel 12% dei casi c’è proprio una violenza fisica. Per proteggerci dalle emozioni forti, il cervello crea una soglia di accettazione più bassa – soprattutto se ha ricevere lo stimolo è il cervello ancora in costruzione di un ragazzino. Quindi l’escalation è inevitabile. I ragazzi intervistati nel libro hanno confessato di aver bisogno di sempre maggiori stimoli, fino a livelli di violenza o atti spinti nei confronti di animali, minori, disabili, oltre che sempre più violenti sulle donne. Purtroppo funziona così: il ragazzino che necessita di uno sfogo ormonale naturale impara ad accettare queste immagini come normali e ad associarvi il piacere. Tanto più che la donna viene mostrata come consenziente e passiva. Come se le stesse bene. E non è il caso. Se ciò non bastasse a mostrare che il porno è roba fatta da maschi per maschi, vi è la testimonianza delle donne: ne guarderebbero forse di più se fosse incentrata sul piacere femminile. Ma non è così. Lo conferma anche un lungo articolo apparso sull’Internazionale del mese di luglio.

Parla infatti chiaro la testimonianza delle ragazzine. Solo la metà ha visto una volta questi video, ma 2/3 non hanno più voluto guardarne. E se acconsentono, spesso lo fanno nell’ambito di una relazione, ammettendo di ricevere richieste di prestazioni a cui non si sentono pronte o interessate, la grande difficoltà a rifiutare per paura di essere lasciate, il senso di inadeguatezza che ne deriva, l’umiliazione e molto altro.

Si può eliminare la violenza senza eliminare la pornografia? È una domanda etica importante. Nel nostro piccolo possiamo fare qualcosa. Possiamo tentare di evitare che i ragazzini si rivolgano a queste immagini per i loro corsi di educazione sessuale. Possiamo educare al rispetto, insegnare che la sessualità è condivisione (vera, non simulata) del piacere, senza violenza o prevaricazioni. In quanto genitori, dobbiamo interrogarci sulla nostra disponibilità a parlare apertamente di questo tema ancora troppo tabù e a guidare i nostri figli verso una sessualità basata sul rispetto e sul piacere. Solo così possiamo sperare di educare a dire no a immagini che non c’entrano nulla con una sessualità sana. Educare anche e soprattutto i maschi. Perché la pornografia finta, violenta e estrema fa violenza anche a loro.

 

Drogue visuelle

La nouvelle drogue visuelle est la pornografie online. Il est difficile d’en parler ouvertement car la pornographie, contrairement aux autres dépendances, est un squelette dans l’armoire de 96% (des hommes). Aux dépens de femmes, encore et toujours victimes. C’est le sujet d’un livre récemment sorti en Suède. En voici un court résumé et mes réflexions.

Le problème se pose très tôt et nous devons reflechir à cela car il concerne des enfants. Il s’agit donc d’un problème de société qu’il faut adresser au plus vite. Car l’accès à ce type de matériel est très simple, de nos jours : il suffit d’aller sur le web. La 1ère recherche active dans la toile se situe à 12 ans en moyenne. Car c’est bien la toile qui offre le matériel, de nos jours. Je l’avais déjà remarqué et choisi d’en parler dans l’une de mes nouvelles, Tempi duri, publiée l’année passée aux éditions Tombolini en Italie. Je pensais, à l’époque, que ce resterait un domaine réservé aux adultes, plus à même de faire face aux images proposées.

Faux. Et cette recherche le prouve, en soulignant le potentiel destructeur de ces pratiques. Y accèdent facilement et simplement des très jeunes gens, encore en construction identitaire et donc très fragiles.

Qu’a-t-il changé depuis les temps où le porno n’était pas accessible ? La discrétion a fait fleurir un porno qui privilégie la violence au plaisir. Et c’est bien tout cela que nos jeunes voient. Dans 90% des vidéo online il y a au moins un abus sur la femme. Et dans le 12% des cas une violence physique avérée. Pour se protéger des émotions fortes, le cerveau crée un seuil d’acceptation plus bas. Surtout s’il s’agit du cerveau d’un ado, qui n’est nullement prêt à comprendre ces scènes. Donc l’escalation est inévitable. Les jeunes interviewés ont avoué cette escalation, jusqu’à des niveaux de violence ou des actes sur les plus faibles, femmes en premier mais aussi animaux, enfants, handicapés, etc. Malheureusement, l’ado qui a naturellement besoin d’évacuer ses hormones apprend à accepter ces images comme étant partie d’une sexualité normale et à y associer son plaisir. D’autant plus que la femme y est toujours montrée passive et consentante. Comme si ceci lui convenait parfaitement, alors que nous savons pertinemment que ce n’est pas le cas. Le porno est fait par les hommes pour les hommes. Et les femmes l’admettent : elles en regarderaient peut être plus, si il était centré sur leur plaisir. Or, il en est rien : une longue enquête parue sur Courrier International l’été dernier le démontre clairement.

Écoutons les femmes, maintenant. Seule la moitié d’entre elles a vu ces vidéos, mais 2/3 n’ont pas renouvelé l’expérience. Souvent, elles consentent pour ne pas se faire quitter, en admettant qu’elles reçoivent souvent des requêtes qui les embarrassent et les humilient de la part de leur partenaire. Voulons-nous écouter ces embarras, ces humiliations ? Je le veux. Et vous? En tous cas, il faut se poser des questions éthiques et la première est la suivante : peut-on éradiquer la violence faite aux femmes sans éliminer le porno ?

Tout n’est pas perdu, nous pouvons faire quelque chose pour contrer tout cela. Nous pouvons essayer d’éviter que les ados utilisent ces images pour les guider dans la découverte de la sexualité. Comment ? En apprenant à parler plus ouvertement de la sexualité, en enseignant que le vrai plaisir est fait de partage et de respect. Seulement de la sorte, nous pouvons espérer éduquer à dire non à des images qui n’ont rien à voir avec une sexualité saine. Et cela concerne toutes et tous. Car quoi que l’on puisse penser, le porno faux, violent et extrême fait subir une violence également aux garçons.

 

Visual drug

The new visual drug is online pornography. Contrary to other addictions, pornography is a topic, which is hard to discuss as it is viewed by 96% (of men). And it affects women deeply. Here is a summary of a recently published book (in Sweden) and my point of view.

The first active research online is around 12 years old. The web is the primary source; I’ve known it for a long time and written about it in one of my short stories. What has changed from “traditional” pornography in the last 15 years, though? Violence has taken over pleasure. 90% of videos now show at least an abuse on women. In 12% of them, one can actually see physical violence. In order to protect use, the brain lowers the acceptance of such acts. Therefore, escalation is inevitable. Boys interviewed for the book confessed it: they could admit violence on women, on animals, disabled, or even children. Unfortunately, this is the way it works: a young boy who needs natural evacuation of hormones, watches them. In doing so, he learns to accept that kind of images and to associate pleasure to them. This is also because women are passive and willing in those videos. As if they enjoyed it. This is no news, actually. We have known for a long time that pornography is made by men, for men.

Let us listen to young girls now. Among teenagers, only half of them has ever watched porno videos, and 2/3 did not do it anymore after the first time. Often they agree to watch them because they do not want to lose the guy, often too their partners ask them for the same performances they see. Girls admit feeling humiliated and hurt. I want to listen to their pain. Do you?

We can try to avoid our children using those videos for their sexual education. How? Let us learn to talk about sexuality in an open way, teaching that real (not faked) pleasure is made of respect and sharing. In this way, we can hope that one day they will say no to those shocking images, which have nothing to do with healthy sexuality. This concerns everyone, girls AND boys. For faked, violente and extreme pornography rapes them as well.

 

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Nuove autrici visibili: letture per l’estate, al femminile

“Tutto ciò era considerato strano: in fondo cosa ci capiamo, noi donne, di cose importanti? Noi siamo brave soprattutto con ciò che pare sciocco o irrilevante. Quelle cose che si trascurano come la polvere, credendo che siano invisibili.” (Misure variabili, da Punti e interrogativi della collana Oceania di Antonio Tombolini Editore, p. 11)

Invisibili? Non sia mai. Dando seguito al mio ultimo post sull’invisibilità delle donne in letteratura, vi presento alcune autrici di Antonio Tombolini Editore, che ha pubblicato anche la mia raccolta di racconti: Punti e Interrogativi. E siccome ATE rompe gli schemi tradizionali in materia editoriale, ve le presento in ordine di titolo, e pure dis-alfabetico. Ce n’è per tutti i gusti: giallo, rosa, nero… rosso, viola, bianco, arancione, blu e verde. Mi sono divertita a attribuire a ciascuno un colore. Quale sarà il vostro? Per non sbagliare, sceglietene più d’uno.

Viola e verde di Pamela Dalla Mina, collana Officina Marziani (arancione.. se no era scontato)

Viola e verde, due colori contrastanti. Viola come metamorfosi, creatività, forza spirituale. Verde come solidità, perseveranza, azione, energia. E due ragazze, la viola Futura e la verde Giada, con tutti i problemi della loro giovane età. Giada la strana, la positiva, la brillante. Futura che malgrado il nome vive nel presente, pessimista e a detta sua noiosa. E poi ragazze di altri colori, tutte da scoprire. Tra sparizioni e uscite, tra amori e disillusioni, una scrittura pulita, decisa, eppure colorata e contemporanea come quelle che le nuove generazioni vaganti sui social network sanno offrirci. E a tratti si ha l’impressione di essere piombati proprio lì, a cercare il senso nei dialoghi senza senso che l’autrice sa riprodurre in modo fedele. Ma ha senso soprattutto la disperazione di Futura che di futuro non ne vede, che non vuole “restare in superficie a godere delle briciole”, che vuole scavare nel profondo. Dove ci porterà la sua esplorazione? A fare da sfondo, leggere o pesanti ma sempre colorate, le emozioni. Sofferenza, ira, rabbia, disperazione: le vere protagoniste di questo romanzo.

Tranne il colore degli occhi di Roberta Marcaccio – collana Amaranta (blu, o azzurro)

C’è un segreto che pulsa, in questo libro. Lo percepiamo fin dalle prime pagine, con il fiato sospeso, mentre impariamo a conoscere il luogo solitario di un entroterra di provincia in cui tutto, tanto tempo fa, è accaduto. E attorno a questo segreto l’autrice tesse una trama ben orchestrata che, tramite polifonia e analessi, lo fa tornare in superficie. È una storia di amicizia, quella tra Michela e Annamaria, bambine la cui forte amicizia è legata al colore dei loro occhi. Ma è anche una storia di amori, di dolori, di misteri, di ricongiungimenti, di sacrifici. E Roberta Marcaccio la sa narrare con abilità in uno stile sicuro, che tralascia il superfluo per dedicarsi all’essenziale e regala a questo romanzo un ritmo dolce e al contempo incalzante, tanto simile alle due amiche che lo animano. Tra tagli e pieghe (di capelli e di abiti) della fremente capitale e l’immobilità dello sperduto San Felice c’è l’abisso che le ha divise, un giorno, e che solo l’urgenza verrà a colmare. La strega l’aveva sempre saputo. Ora, il momento è arrivato. Anche per chi vuole un attimo di relax e di evasione. PS: da due settimane è disponibile anche il nuovo libro di Roberta Marcaccio, Ti raggiungo in Pakistan.

Squilibri di Milvia Comastri, collana Officina Marziani (rosso)

Se c’è un filo, è decisamente rosso. Rosso come il sangue, la passione, la violenza. Soprattutto contro le donne. Vive, morte o che sopravvivono. Voci femminili, spesso, e talvolta maschili, a spiegare perché, come, quando. Sono 25 racconti brevissimi, incisivi, ritmo e lessico studiati a uno a uno. Si leggono d’un fiato, complice la brevità. Che però non è sinonimo di superficialità. Non qui. Questa autrice riesce a parlare di cose scomode, a farlo con profondità senza perdere la grazia. Anche se alcuni possono strappare un breve sorriso, non è mai un sorriso di compiacimento.

Pane, marmellata e tè di Carla Casazza, collana Amaranta (giallo – ovviamente)

Avete presente La signora in Giallo? Questi tre brevi racconti mi fanno pensare a dei mini-episodi della famosa serie. Divertenti e senza pretese, ma con una trama ben architettata, con gli indizi al posto giusto, si leggono con piacere. Vi accompagneranno volentieri sui mezzi pubblici, sul divano, in spiaggia o prima di poggiare la testa sul guanciale. Dal serial killer di casa nostra ai castelli della Loira per l’assassinio di un principe, seguiamo le avventure dei due protagonisti, la giornalista Beatrice e il poliziotto Alessio che si incontrano casualmente a… un corso di panificazione. Un setting originale e retrò per un incontro che dal giallo di tinge di rosa. Due piccioni con una fava. Ma i personaggi di Pane marmellata e tè, a differenza della Signora in giallo, sono contemporanei, giovani, pieni di vita. Alla Castle, per intenderci. Come se tradizione e modernità si fondessero. Il titolo ci trasporta in un universo casalingo, la cui continuità semantica non lascia presagire il versante giallo. A meno che il pane sia di mais, la marmellata di susine e il tè al gelsomino. Gusti un po’ strani, sì. Ma lasciatevi sorprendere.

Il limite delle parole di Pia Levy, collana Oceania (verde)

Una vicenda quasi realmente accaduta, narrata con una scrittura sicura e ricca di pathos, morbida, caratterizzata da piani narrativi diversi dove si intrecciano le vite di un’infermiera e di Maria, una paziente vittima di un infarto che pare segnare la famiglia. Lei lo riconosce subito, quando arriva. E inizia una corrispondenza intima con la figlia, mettendo insieme pezzi della sua vita, rafforzando il legame alchemico che esiste tra loro tramite le parole. Deve parlare. Deve farlo ora. Perché prima che la luce si spenga per sempre, le cose importanti della vita tornano in mente. E sono proprio le parole a permetterci di raccontarle. Eppure, anche le parole hanno un limite. Alcune cose non si possono spiegare come siamo abituati a farlo. Ma servono per ricordare, per fissare sulla carta ciò che conta. Per far sì che il “granello di sabbia nella moltitudine delle dune possa sopravvivere nel ricordo”. Pia Levy ha la capacità di spingere le parole oltre il loro limite. Così ci regala un romanzo breve, intenso e intimistico. Da assaporare con calma, a piccoli sorsi.

Dietro lo steccato di Ilaria Vitali, collana Klondike (rosa e nero)

Una confessione alla sorella e Irene si mette a nudo: un uomo l’ha lasciata senza spiegazioni. È l’incubo di ogni donna, perché le donne vogliono capire. E per riuscirci Irene fa un percorso dentro se stessa che la porta lontano, fino all’incontro con Pietro e tutto ciò che una nuova relazione implica. Rimettersi in gioco, superare il dolore, andare avanti. Ilaria Vitali ci presenta questo dramma interiore in una scrittura fluida e riflessiva che ci guida verso le domande più segrete e dolorose: domande sulla vita, sulle relazioni, sulla dipendenza amorosa o sulla difficoltà degli uomini a impegnarsi. Il romanzo scorre tranquillo verso la fine, senza abbandonare il tono intimistico che lo caratterizza. E quando ormai non ci sia aspetta più una risposta, nelle ultime pagine le ragioni della diserzione di Vittorio dalla vita di Irene vengono svelate, rivelando un romanzo dai contorni politici. Siamo arrivati alla fine del viaggio, al confine tra amore e odio, separati solo da un fragile steccato.

Boris e lo strano caso del maiale giallo di Manuela Iannetti, collana Officina Marziani (viola, che è il complementare del giallo)

Questa raccolta inizia in modo graffiante, con quattro racconti ironici e contemporanei nei contenuti. Si parla di fatti quotidiani, di code agli sportelli, incontri in treno, disoccupazione. Poi l’autrice cambia tono, esso si fa più sommesso, più intimo. Affiorano ricordi e fiumi, mari, persino le carceri diventano luoghi da narrare. Quando ormai ce l’aspettavamo caustica, con lo sguardo affilato e la penna che non perdona, quando pensavamo che il suo intento fosse trasformare fatti della banale quotidianità in eventi straordinari, dar loro il giusto rilievo, ecco che Manuela Iannetti ci stupisce ed entra nella vita di gente al margine, tratteggiando ritratti impietosi di miserie o di assurdità. Dalla superficie alla profondità, e ritorno. Questo è il movimento. E no, il giallo non c’entra niente. L’intento è diverso. Rileggo il titolo. Sarà il mostrarci strani casi? Forse sì. Ma scordatevi i maiali.

Bianca come l’Africa di Clara Piacentini, collana Officina Marziani (bianco e nero)

È una pittrice o una fotografa? Nessuno dei due, è una scrittrice. Eppure, i racconti di questa raccolta “africana” sono istantanee di vita. Il suo sguardo fotografa, la sua penna descrive, con accuratezza, attenta alle sfumature di colore. Clara Piacentini ci regala gli odori, i colori e i sapori dell’Africa nella quale ha vissuto per diversi anni, in una serie di ritratti sapientemente descritti, con un lessico ricco e una forte padronanza della lingua. Se fosse una pittrice sarebbe rinascimentale, con l’attenzione al dettaglio e alla prospettiva. Guardando dentro ogni singolo racconto, ci immergiamo in uno spaccato di vita che vale la pena di conoscere.

Suggerimenti di lettura per l’estate – al femminile (Italian only)

“Mi dia trenta metri di libri – aveva esordito, senza preamboli o superflui saluti, entrando nella piccola libreria” (Misure variabili, in Punti e Interrogativi, Antonio Tombolini Editore)

 

Stilare una lista esaustiva di tutti i libri che valgono la pena di essere letti sarebbe impossibile. Mi limito ad alcune letture recenti di libri più o meno recenti, tentando di spaziare su più continenti.

Jamaica Kincaid, Autobiografia di mia madre (Adelphi)

La scrittura di questa scrittrice nata ad Antigua, è nera come la sua pelle, eppure leggera. L’ossimorico titolo è intrigante, poiché l’autobiografia si può scrivere solo di se stessi. La madre morta, che mai ha potuto scrivere la sua autobiografia, è un pretesto dal quale la protagonista parte alla ricerca del femminile, sollevando al contempo alcune problematiche legate alla condizione della donna di colore. A se stessa, insomma, e a tutte le altre. Bella anche l’ambientazione dell’isola della Dominica (da non confondersi con Repubblica Dominicana) dove nasce la protagonista di questo libro cupo e intrigante. Niente di divertente, ma ottimo per riflettere.

Altre autobiografie (vere)? Provate con Autobiografia di una rivoluzionaria di Angela Davis (Minimum Fax).

Flannery O’Connor, Racconti (Bompiani)

Essere considerata una delle maggiori scrittrici americane di racconti – anche se il Nobel l’ha preso Alice Munro – è senz’altro un traguardo ragguardevole, raggiunto peraltro prima dei 40 anni poiché l’autrice morì di una malattia degenerativa a soli 39. La O’Connor va letta per la sua eccellente capacità a descrivere l’universo dell’America profonda e per la messa in scena di personaggi in qualche modo handicappati. L’etichetta di autrice del Sud è riduttiva, ma è pur vero che la questione razziale è viva e descritta in modo onesto ed efficace.

Altre autrici di questa regione? Provate con Louise Erdrich, La casa tonda o Medicina d’amore (Feltrinelli)

Chitra Diwakaruni, Sorella del mio cuore (Einaudi)

Immergersi nell’universo di questa scrittrice è come fare un salto in India e ritorno. Anche Chitra Divakaruni appartiene alla schiera di autrici che, grazie al contrasto culturale con gli Stati Uniti che l’accolgono, riesce a offrirci dei romanzi intensi, nei quali discute delle difficoltà cui fanno fronte coloro che appartengono a due culture diverse. In Sorella del mio cuore, due cugine molto legate vengono separate da un matrimonio combinato, che porta l’una delle due in America. Ma i legami di sangue non possono essere sciolti. Segreti e dolori per un romanzo che tocca davvero nel profondo.

Altre autrici di questa regione? Provate con Jhumpa Lahiri (Guanda)

Elvira Dones, Sole bruciato (Feltrinelli)

Se Vergine giurata è il libro più conosciuto della scrittrice di origini albanesi trapiantata in Italia, poiché da esso è stato tratto un film, ho amato di più Sole bruciato. Non affronta una tematica semplice: la tratta delle donne slave per il mercato della prostituzione. Ma lo fa con intelligenza e delicatezza, pur non risparmiandoci la durissima realtà. Una narrazione cruda ma piena di comprensione e poesia.

Altro su questa regione? Provate La figlia di Clara Uson, che ritraccia la vita della figlia del generale Mladic morta suicida dopo aver compreso che suo padre era “il boia dei Balcani”. Al crocevia tra romanzo e ricerca storica. (Sellerio)

Irène Nemirovski, Jezabel (Adelphi)

L’opera della Nemirovski è immensa, ma iniziate pure da Jezabel, questa donna atterrita dalla paura di invecchiare. Tema delicato sul quale la scrittrice di origini ukraine non osa porre giudizio, ma soltanto descrivere gli estremi ai quali questa, chiamiamola pure malattia, può portare. Spunti di riflessione? Tanti. Difficoltà di lettura? Nessuna. Come dire: un piccolo capolavoro.

Altre di queste regioni? Provate Liliana Lazar, rumena, con Terra di uomini liberi (Marco Tropea ed.)

Gina Nahai, Sogni di pioggia (Mondadori)

Sul suo ultimo libro La strega nera di Teheran leggete la mia recensione su E/O ma poi – o prima – andate a leggervi Sogni di pioggia. Se la strega nera è un piccolo capolavoro da scuola di narrazione, i sogni vi trasporteranno nel vero universo di questa scrittrice di origine iraniana. Entrambi i romanzi sono riusciti. Ma molto diversi tra loro. La strega nera sarà perfetto anche sotto l’ombrellone.

Altre di queste regioni? Provate Zeruya Shalev, Dolore (Feltrinelli) o Azar Nafisi, Leggere Lolita a Teheran (Adelphi)

E ora, restiamo a casa nostra?

Simona Lo Iacono, Le streghe di Lenzavacche (E/O)

Due voci di donna ci conducono nell’universo segreto di un paesino siculo, patria di streghe, donne sagge, uniche nella loro diversità. Seguiamo le vicende di Rosalba e del figlio Felice che, malgrado la sua grave infermità, vuole andare a scuola. Ne seguiremo le vicende tramite il maestro Mancuso, che lotta per mantenere la classe che il regime fascista vuol chiudere, e le sue lettere a una misteriosa zia. Faremo un tuffo nel passato per ricongiungerci alle streghe perseguitate. La persecuzione della diversità, l’emarginazione e l’inclusione sono i temi che affronta questo romanzo dallo stile fiabesco, dove lettere e racconto lasciano presagire lo sviluppo di una trama che, nella seconda parte, va a sorprendere sia per il contenuto che per la scrittura. Tremate: le streghe son tornate.

Altre italiane da riscoprire? Provate con Laudomia Bonanni, L’adultera (Elliot) o Cristina Trivulzio di Beljoioso, Le due mogli di Ismail Bey (Tufani).

E un saggio?

Iaia Caputo, Il silenzio degli uomini

Questo saggio si presenta con un taglio più giornalistico che sociologico. Una serie di fatti di cronaca nei quali si cerca la prova del silenzio: uomini che uccidono le donne, padri alla ricerca di un ruolo, pulsioni incontrollabili e la solita incursione tra la realtà mediatica assurda e la politica in cancrena della penisola. Problematiche conosciute e riviste sotto la luce di un’impossibilità maschile a parlare della propria inadeguatezza, delle proprie insicurezze, dell’incapacità ad adattarsi ad una società dove le donne si sono riprese la parte di co-protagonista. Niente di rivoluzionario per la nostra comprensione di queste tematiche, ma sempre interessante per approfondire e interrogarsi.

Altro di questa autrice? Provate con Le donne non invecchiano mai.

Nel prossimo post, altri suggerimenti di lettura… di autrici meno visibili.

LA LETTERATURA E’ DONNA..E LA SCRIVONO ANCHE LE DONNE /Littérature est un mot au féminin/ Literature is a feminine word

“Non si ricordava forse di Grazia Deledda, la scrittrice sarda?” (La lettera G, p. 196)

A due anni dalla risoluzione di leggere più letteratura al femminile (post dell’1.7.14, La letteratura è donna ma la scrivono gli uomini) per compensare gli anni trascorsi a leggere libri scritti da uomini, semplicemente perché più numerosi e più proposti, aggiorno la sezione Letture in questo blog, dove troverete alcune scrittrici che mi sono piaciute, e anche altre che mi sono piaciute meno, così come alcune recensioni apparse recentemente sulla rivista letteraria Leggere Donna o collaborazioni giornalistiche più remote.

Sono trascorsi già due anni. In questo tempo ho scoperto e riscoperto voci. Ma non ho scoperto niente che non sapessi già, ovvero che le scrittrici sono altrettanto dotate degli scrittori. Sono solo meno numerose, meno mediatizzate e quindi meno lette. Più d’un uomo mi ha detto … la letteratura scritta dalle donne… “non la leggo”, “non mi ci trovo”, “non ci penso”. E se può essere “normale” (riduttivo, ma comprensibile) da parte degli uomini, è culturalmente indotto da parte delle donne.

Per concludere, lasciatemi riprendere una frase di Giuseppina Torregrossa: “I libri è vero che li pubblicano i maschi e magari li scrivono pure loro, ma le storie le raccontano le femmine”.

Mi fisso l’obiettivo di aggiornare la sezione ogni 6 mesi. Buone letture estive! E se qualcuna ha una storia da raccontare, ma non crede di saperlo fare, si annunci con il modulo a fine pagina.

 

Littérature est un mot au féminin

Deux ans après avoir décidé de lire davantage d’écrivaines pour compenser les années où j’ai lu plutôt les hommes (car la culture littéraire est également masculine), je remets à jour la section Lectures avec des auteures, certaines lues auparavant, d’autres découvertes récemment. Certaines ont été traduites en français également. Deux ans, déjà. Et je n’ai découvert rien de nouveau : les femmes sont tout aussi douées que les hommes. Mais elles sont moins médiatisées. Plus d’un homme m’a révélé : la littérature des femmes « je ne la lis pas », «je ne me retrouve pas », « je n’y pense jamais ». Si celle-ci est une attitude « normale » (réductrice, mais compréhensible) de la part des hommes, elle est certainement ancrée par la culture dans l’esprit des femmes.

Pour le dire avec les mots de l’écrivaine Giuseppina Torregrossa : « les livres, c’est vrai que c’est les hommes qui les publient, et peut-être ils les écrivent eux-mêmes, mais les histoires, c’est les femmes qui les racontent ». Et si vous en avez une dans la tête, mais vous ne pensez pas réussir à l’écrire, contactez-moi.

 

Literature is a feminine word

Two years after having made the decision to read more women writers, in order to compensate for the years spent reading men because they were simply more, more available, more known, I updated the Reading section. Some women writers I talked about write in English, some have been translated. I did not find out anything new, though: I already knew that women are as talented as men are. Only less talked about in the media or by literary critics. More than a man told me that literature written by women “is not for me”, “I never read it”, “I don’t even consider it”. If this attitude can be considered as “normal” for men (it reduced their vision of the world, but it is understandable), it is a cultural consequence for women.

I want to say it with the words of the Italian writer Giuseppina Torregrossa : «it’s true that books are published by men, and maybe they write them too, but stories, stories are told by women ». Can’t find the words to write your own story? Contact me.

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DONNE E ALTE CARICHE DI STATO / Femmes dans les hautes spheres de la politique / Finally a woman president?

Hillary Rodham Clinton si è ufficialmente candidata all’investitura per le primarie statunitensi. Ce la farà, questa volta? Nel 2007, quando si era presentata contro l’attuale presidente, mi ero cinicamente fatta la seguente riflessione: ora vedremo se negli USA c’è più sessismo o più razzismo. La risposta la conoscete. Ma è tempo che vi sia una (prima) presidentessa statunitense e Hillary – al di là di ogni divergenza politica – possiede i requisiti necessari. 24 anni dopo aver sostenuto suo marito, 8 anni dopo aver servito fedelmente Obama, per lei è l’ora della verità. O tra un anno, o forse mai più, perché ha quasi 70 anni. Io me ne rallegro.

La sola nota “negativa” è il suo passato come “moglie di”: per quella che ambisce ad essere la “campionessa degli americani” (e soprattutto delle americane) avrei preferito che questa donna assai incredibile non fosse legata a nessun nome importante, per poter essere valutata esclusivamente sulla base della sua statura politica. Avrei preferito che fosse arrivata lì tutta da sola, insomma, contando solo sulle sue forze (ma in fondo non importa, ci sono stati anche dei “figli di”) Sarebbe stato il migliore esempio per tutte le donne ma, dato che è impossibile, ci si accontenterebbe anche semplicemente di una sua elezione. Un bel sogno, quello della prima presidentessa degli USA. Sogno che mai più di oggi è vicino a diventare realtà. Il secondo mandato democratico, la ripresa economica… sono carte a suo favore (ricordate il motto del suo illustre marito: “it’s the economy, stupid”?).

Sì, mai come oggi Hillary ce la può fare.Tuttavia, non dobbiamo dimenticare che le donne che possono sperare in un simile, brillante percorso, sono e restano una minoranza. Non la norma, non il segnale che le cose sono cambiate, ma perlomeno la rassicurazione che, sebbene difficile, tutto ciò sia diventato possibile. Per la sorte di tante altre, molto più sfavorite, c’è invece ancora molto da fare.

Des femmes dans les hautes sphères du pouvoir politique

Hillary Rodham Clinton s’est officiellement portée candidate pour les primaires aux Etats Unis. Va-t-elle réussir, cette fois-ci ? En 2007, lors de sa première candidature contre l’actuel président, je m’étais fait avec un peu de cynisme la réflexion suivante: nous allons donc voir si les EU sont plus sexistes ou bien plus racistes. On connait la réponse. Il est temps que les EU aient leur première présidente et Hillary – même si on ne partage pas ses convictions politiques – possède tous ce qu’il faut pour occuper ce poste. 24 ans après avoir soutenu son mari, 8 ans après avoir fidèlement servi sous Obama, c’est à son tour de briguer la charge et ce sera probablement sa dernière chance (car elle a désormais presque 70 ans). Je m’en réjouis.

La seule note « négative » est son passé en tant que « femme de ». J’aurais préféré que cette femme incroyable ne soit pas liée à un nom important, pour qu’on n’évalue que ses capacités politiques. En clair, j’aurais préféré qu’elle y arrive toute seule, sans compter sur la renommée acquise lors qu’elle était First Lady. Mais après tout, il y bien eu des « fils de », alors on s’en fiche un peu. Comme cela n’est pas possible, je me contenterai de son élection. C’est un beau rêve qui pourrait enfin devenir réalité. Le deuxième mandant démocrate, la reprise économique, voilà des facteurs qui jouent en sa faveur comme cela a été le cas pour son illustre de mari quand il déclarait « it’s the economy, stupid ».

Oui, jamais une femme n’a été aussi près du but. Hillary peut réussir et être l’exemple pour toutes les femmes (leur championne, comme elle le dit). Cependant, il ne faut pas oublier que les femmes pouvant accéder à un tel parcours d’exception sont une minorité. Ce n’est donc pas le signal que tout a changé, mais il nous rassure que cela est bel et bien possible. Quant au sort de maintes autres femmes, bien plus défavorisées, la situation n’est guère aussi réjouissante.

(Le livre de la journaliste Christine Ochkrent, Le livre noir de la condition des femmes, pourra vous éclairer davantage).

(Finally) A Woman as US President ?

Hillary Rodham Clinton is officially a candidate for the primaries. Will she succeed, this time? In 2007 I cynically thought: well, we’ll see if in the US there are more sexists or racists. We know the answer. So, now it is high time Americans have a woman president and Hillary, though one might not share her political views, certainly has all the required competences. 24 years after helping at her husband’s side, 8 years serving under the Obama administration, it might be her turn. It is now or never. I would be happy if she were to make it.

To my mind, the only “negative” thing is her having been “wife of”. This can cast a doubt whether she could be in this position if she had not been First Lady. But who cares? There have been “sons of”, after all. Yet the American champion (most of all the champion of American women) need to be a perfect example for women. Since this is impossible, I need to be content with her election. It seems like a dream, but it is closer than ever to becoming reality: the second democratic mandate, economy getting better… these are indeed important factors (remember? it’s the economy, stupid.)

Yes, Hillary can make it and hopefully she will. Nevertheless, we should not forget that women who can hope to go that far are rare ones. Things have not changed that much for less privileged women, who are – let us be aware of it – still the majority.

 

Gina, una donna come tante

Una recensione su “La lettera G”

 

È il 1936. Davanti ad una specchiera di rame una giovane donna spazzola con vigore i suoi capelli neri. Sul viso riflesso dallo specchio si disegnano pensieri che volano lontano, oltre le barriere delle convenzioni e corrono vivi e veloci come purosangue sulle praterie del far west.

È la scena iniziale di un romanzo con il quale Manuela Bonfanti racconta la storia di Gina e delle donne della sua generazione negli anni della Seconda Guerra mondiale, del dopoguerra, del boom economico e fino ai primi anni 2000. Un periodo di grandi cambiamenti segnati per Gina dalla «Lettera G» e da tre handicap (per l’autrice «tre condanne»): è donna, è povera, non ha istruzione.

Per raccontare la storia di Gina, Manuela Bonfanti usa la scrittura con uno stile preciso fondato su un lungo e impegnato lavoro di raccolta e di verifica della documentazione. Dopo alcune pagine di riscaldamento, la capacità dell’autrice di non solo raccontare ma, soprattutto, di stimolare il lettore a vedere, mi ha rapidamente guidato fino ai titoli di coda di quello che mi è sembrato essere (anche) un ricco documentario, soprattutto quando la storia di Gina si intreccia con la Storia, cioè i fatti e gli avvenimenti della società, della politica, della Chiesa.

Questo romanzo è stato scritto ai tempi di Facebook, degli smartphone, degli sms e di WhatsApp. Ma anche oggi i sogni corrono come mustang nelle praterie; più veloci ma sempre irraggiungibili se non a costo di un duro lavoro su se stessi, di scelte coraggiose e a volte dolorose senza le quali, anche oggi, la vita di molte donne (e molti uomini) scorre incolore e insipida mentre attorno altri determinano la Storia.

Il lettore è subito avvisato: non ci saranno spettacolo, applausi o gloria. Le luci e la musica sono per altri palcoscenici: «se vi immaginate una storia straordinaria, richiudete il libro e riponetelo nella libreria. Gettatelo. O rivendetelo su e-bay».

La vita di Gina corre infatti sui binari della normalità di quegli anni: un lavoro fuori casa (cameriera in un’altra città), il matrimonio, la guerra, le figlie (e l’attesa del figlio maschio). I lavori domestici ritmano il cambio della condizione: donna, moglie, madre, suocera, nonna, vedova.

Nel libro ho così ritrovato fotogrammi della vita delle nonne e delle mamme di chi, come me, è da qualche anno ormai negli… Anta. Ed ho rivissuto momenti che hanno segnato anche la mia vita: l’arrivo della televisione, l’anno dei tre Papi, il sequestro di Aldo Moro, l’elezione in Consiglio Federale e le dimissioni di Elisabeth Kopp.

Mamma Gina deve confrontarsi con Arianna, la nuora: «una donna che seguiva la sua strada senza farsi fermare dagli ostacoli» che osava essere «quel puledro selvaggio che anche lei era stata e che aveva rinunciato ad essere in cambio di una buona reputazione». E che, come se non bastasse, sprecava il tempo «in attività inutili, come studiare», senza l’assillo di dare al marito anche il figlio maschio.

Le tensioni con la nuora sono inevitabili (condite anche da qualche piccola angheria) fino a trovare un punto di convergenza nell’incontro, nato per la comune passione per i fiori, con Priscilla. Anche lei ha studiato. Addirittura all’università per diventare architetto. Per lavorare ha persino rinunciato ad avere figli. E si diceva che fosse anche femminista e sovversiva.

Arianna e Priscilla portano nella vita di Gina una ventata d’aria fresca, un vento gagliardo che risveglia il suono degli zoccoli dei cavalli che nei suoi sogni correvano nelle selvagge praterie. Ma Gina non può o non vuole lasciarsi trasportare da quel vento.

Rimasta vedova, nonna Gina deve affrontare la decisione del nipote di rompere il fidanzamento con Giuliana. Un’onta resa ancora più grave dalla mancanza di motivi seri: semplicemente Patrizio non si sentiva più sicuro. Un peso insopportabile che Gina risolve assolvendo il nipote: la colpa è di Giuliana. «È lei che lo ha lasciato, è lei, quella puttana».

In questi tre momenti nella storia di Gina ho ritrovato donne che mi sono state vicine: nonne, mamma, zie.

Insomma: la storia di Gina è la storia di moltissime donne che se, senza il lavoro di Manuela Bonfanti, sarebbe rimasta anonima.

In tutto il libro, Gina non parla. Resta in silenzio anche se conosciamo i suoi pensieri.

Gli unici dialoghi sono con la sua coscienza e poi con Padre Attila dentro il confessionale «Mi perdoni, Padre, perché ho peccato. Ho ucciso».

Una confessione che accompagna le diverse sequenze della storia e apre le domande tipiche di un giallo: chi ha ucciso? Come? Quando? Come ha potuto sfuggire alla giustizia degli uomini?

Preso dal racconto della storia di Gina, dalla curiosità di scoprire il suo delitto, guidato dalla scrittura di Manuela Bonfanti il lettore giunge al 2005.

Davanti alla bara di Gina si svelano il perdono per il suo peccato, il suo inno all’amore e il suo vero nome.

E mentre scorrono i titoli di coda con le immagini di Gina finalmente libera di correre nelle praterie del cielo, la mente corre ad una delle domande che, nelle pagine iniziali, Manuela Bonfanti aveva posto sussurrandola appena: come sarebbe stata la vita di Gina se invece di scegliere il segno de «La lettera G» avesse avuto il coraggio di scegliere l’altra lettera?

 

Matteo Oleggini, 26 maggio 2014