Droga visiva / Drogue visuelle / Visual drug

“Ma.. perché quell’espressione? Ne eravate già al corrente anche voi? (Tempi duri, in Punti e interrogativi, p. 28)

La nuova DROGA VISIVA è la pornografia in rete. È difficile parlarne perché la pornografia, contrariamente alle altre dipendenze, è uno scheletro presente nel 96% degli armadi (maschili). A scapito delle donne. Così afferma una ricerca appena pubblicata in Svezia e che Monica Mazzitelli presenta su Le Donne Visibili. Un breve riassunto con le mie considerazioni qui, ma per approfondire leggete tutto l’articolo: è molto lungo ma ne vale la pena.

Il problema comincia da molto giovani e rappresenta perciò una questione di società sulla quale dobbiamo riflettere. Perché da esso scaturisce anche l’atteggiamento violento nei confronti delle donne, che in Italia sfocia regolarmente nell’ennesimo, inaccettabile femminicidio. Purtroppo, l’accesso a questo tipo di materiale è oggi semplicissimo: ci riesce persino un bambino. Basta usare la rete. Infatti, la prima ricerca attiva è a 12 anni in media. Semplice. Discreto. E distruttivo per delle giovani persone ancora in costruzione e pertanto molto fragili. Quando il fenomeno aveva iniziato a prendere piede, avevo voluto rifletterci scrivendo il racconto TEMPI DURI, che fa ora parte del libro Punti e Interrogativi. Pensavo sarebbe rimasto confinato agli adulti.

Non è così e questa ricerca ha il pregio di mostrare gli aspetti distruttivi di una precoce dipendenza, facilitata dall’accesso semplice che il web mette a disposizione.

Cosa è cambiato dalla pornografia “tradizionale”, nascosta e poco accessibile delle generazioni precedenti? Questo: negli ultimi 15 anni la violenza ha preso il sopravvento sul piacere. Il 90% dei video in rete contengono almeno un abuso sulla donna. Nel 12% dei casi c’è proprio una violenza fisica. Per proteggerci dalle emozioni forti, il cervello crea una soglia di accettazione più bassa – soprattutto se ha ricevere lo stimolo è il cervello ancora in costruzione di un ragazzino. Quindi l’escalation è inevitabile. I ragazzi intervistati nel libro hanno confessato di aver bisogno di sempre maggiori stimoli, fino a livelli di violenza o atti spinti nei confronti di animali, minori, disabili, oltre che sempre più violenti sulle donne. Purtroppo funziona così: il ragazzino che necessita di uno sfogo ormonale naturale impara ad accettare queste immagini come normali e ad associarvi il piacere. Tanto più che la donna viene mostrata come consenziente e passiva. Come se le stesse bene. E non è il caso. Se ciò non bastasse a mostrare che il porno è roba fatta da maschi per maschi, vi è la testimonianza delle donne: ne guarderebbero forse di più se fosse incentrata sul piacere femminile. Ma non è così. Lo conferma anche un lungo articolo apparso sull’Internazionale del mese di luglio.

Parla infatti chiaro la testimonianza delle ragazzine. Solo la metà ha visto una volta questi video, ma 2/3 non hanno più voluto guardarne. E se acconsentono, spesso lo fanno nell’ambito di una relazione, ammettendo di ricevere richieste di prestazioni a cui non si sentono pronte o interessate, la grande difficoltà a rifiutare per paura di essere lasciate, il senso di inadeguatezza che ne deriva, l’umiliazione e molto altro.

Si può eliminare la violenza senza eliminare la pornografia? È una domanda etica importante. Nel nostro piccolo possiamo fare qualcosa. Possiamo tentare di evitare che i ragazzini si rivolgano a queste immagini per i loro corsi di educazione sessuale. Possiamo educare al rispetto, insegnare che la sessualità è condivisione (vera, non simulata) del piacere, senza violenza o prevaricazioni. In quanto genitori, dobbiamo interrogarci sulla nostra disponibilità a parlare apertamente di questo tema ancora troppo tabù e a guidare i nostri figli verso una sessualità basata sul rispetto e sul piacere. Solo così possiamo sperare di educare a dire no a immagini che non c’entrano nulla con una sessualità sana. Educare anche e soprattutto i maschi. Perché la pornografia finta, violenta e estrema fa violenza anche a loro.

 

Drogue visuelle

La nouvelle drogue visuelle est la pornografie online. Il est difficile d’en parler ouvertement car la pornographie, contrairement aux autres dépendances, est un squelette dans l’armoire de 96% (des hommes). Aux dépens de femmes, encore et toujours victimes. C’est le sujet d’un livre récemment sorti en Suède. En voici un court résumé et mes réflexions.

Le problème se pose très tôt et nous devons reflechir à cela car il concerne des enfants. Il s’agit donc d’un problème de société qu’il faut adresser au plus vite. Car l’accès à ce type de matériel est très simple, de nos jours : il suffit d’aller sur le web. La 1ère recherche active dans la toile se situe à 12 ans en moyenne. Car c’est bien la toile qui offre le matériel, de nos jours. Je l’avais déjà remarqué et choisi d’en parler dans l’une de mes nouvelles, Tempi duri, publiée l’année passée aux éditions Tombolini en Italie. Je pensais, à l’époque, que ce resterait un domaine réservé aux adultes, plus à même de faire face aux images proposées.

Faux. Et cette recherche le prouve, en soulignant le potentiel destructeur de ces pratiques. Y accèdent facilement et simplement des très jeunes gens, encore en construction identitaire et donc très fragiles.

Qu’a-t-il changé depuis les temps où le porno n’était pas accessible ? La discrétion a fait fleurir un porno qui privilégie la violence au plaisir. Et c’est bien tout cela que nos jeunes voient. Dans 90% des vidéo online il y a au moins un abus sur la femme. Et dans le 12% des cas une violence physique avérée. Pour se protéger des émotions fortes, le cerveau crée un seuil d’acceptation plus bas. Surtout s’il s’agit du cerveau d’un ado, qui n’est nullement prêt à comprendre ces scènes. Donc l’escalation est inévitable. Les jeunes interviewés ont avoué cette escalation, jusqu’à des niveaux de violence ou des actes sur les plus faibles, femmes en premier mais aussi animaux, enfants, handicapés, etc. Malheureusement, l’ado qui a naturellement besoin d’évacuer ses hormones apprend à accepter ces images comme étant partie d’une sexualité normale et à y associer son plaisir. D’autant plus que la femme y est toujours montrée passive et consentante. Comme si ceci lui convenait parfaitement, alors que nous savons pertinemment que ce n’est pas le cas. Le porno est fait par les hommes pour les hommes. Et les femmes l’admettent : elles en regarderaient peut être plus, si il était centré sur leur plaisir. Or, il en est rien : une longue enquête parue sur Courrier International l’été dernier le démontre clairement.

Écoutons les femmes, maintenant. Seule la moitié d’entre elles a vu ces vidéos, mais 2/3 n’ont pas renouvelé l’expérience. Souvent, elles consentent pour ne pas se faire quitter, en admettant qu’elles reçoivent souvent des requêtes qui les embarrassent et les humilient de la part de leur partenaire. Voulons-nous écouter ces embarras, ces humiliations ? Je le veux. Et vous? En tous cas, il faut se poser des questions éthiques et la première est la suivante : peut-on éradiquer la violence faite aux femmes sans éliminer le porno ?

Tout n’est pas perdu, nous pouvons faire quelque chose pour contrer tout cela. Nous pouvons essayer d’éviter que les ados utilisent ces images pour les guider dans la découverte de la sexualité. Comment ? En apprenant à parler plus ouvertement de la sexualité, en enseignant que le vrai plaisir est fait de partage et de respect. Seulement de la sorte, nous pouvons espérer éduquer à dire non à des images qui n’ont rien à voir avec une sexualité saine. Et cela concerne toutes et tous. Car quoi que l’on puisse penser, le porno faux, violent et extrême fait subir une violence également aux garçons.

 

Visual drug

The new visual drug is online pornography. Contrary to other addictions, pornography is a topic, which is hard to discuss as it is viewed by 96% (of men). And it affects women deeply. Here is a summary of a recently published book (in Sweden) and my point of view.

The first active research online is around 12 years old. The web is the primary source; I’ve known it for a long time and written about it in one of my short stories. What has changed from “traditional” pornography in the last 15 years, though? Violence has taken over pleasure. 90% of videos now show at least an abuse on women. In 12% of them, one can actually see physical violence. In order to protect use, the brain lowers the acceptance of such acts. Therefore, escalation is inevitable. Boys interviewed for the book confessed it: they could admit violence on women, on animals, disabled, or even children. Unfortunately, this is the way it works: a young boy who needs natural evacuation of hormones, watches them. In doing so, he learns to accept that kind of images and to associate pleasure to them. This is also because women are passive and willing in those videos. As if they enjoyed it. This is no news, actually. We have known for a long time that pornography is made by men, for men.

Let us listen to young girls now. Among teenagers, only half of them has ever watched porno videos, and 2/3 did not do it anymore after the first time. Often they agree to watch them because they do not want to lose the guy, often too their partners ask them for the same performances they see. Girls admit feeling humiliated and hurt. I want to listen to their pain. Do you?

We can try to avoid our children using those videos for their sexual education. How? Let us learn to talk about sexuality in an open way, teaching that real (not faked) pleasure is made of respect and sharing. In this way, we can hope that one day they will say no to those shocking images, which have nothing to do with healthy sexuality. This concerns everyone, girls AND boys. For faked, violente and extreme pornography rapes them as well.

 

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Nella pelle di un uomo…o di una donna (Italian only)

Perché le donne si illudono sempre? Anche le sue amiche ci credono: le donne sono tutte uguali. (Stazioni, in Punti e Interrogativi, p. 61)

L’ho fatto una volta soltanto. È poco, lo so. Non prendetemi per una che non sa innovare, che non vuole provare niente di nuovo. Ma in prima persona, con voce di uomo, l’ho fatto davvero una volta soltanto. Con il racconto Stazioni, edito da Tombolini nella raccolta Punti e interrogativi. L’esperimento mi pare riuscito, pur non essendo un uomo. E ci dovrei riprovare.

Il fatto è che non mi è mai venuto spontaneo, il raccontare storie di uomini con voce di uomo. Del resto, sono una donna. E ci sono talmente tante storie da narrare con voce di donna, con una voce mia o che rappresenti altre donne, che la priorità è slittata altrove. Volevo rompere quel silenzio che da secoli appartiene alle donne, alle minoranze etniche e/o religiose, alle classi dominate, alle persone diversamente abili o omossessuali, e mi scuserete se ne ho tralasciate di altrettanto degne di nota. Ne parlo proprio oggi, nell’intervista rilasciata sul blog dello scrittore Massimo Lazzari.

Alcuni mesi fa sono entrata in libreria per farmi consigliare dei libri. Una libreria di quelle dove il libraio fa ancora il libraio, non il venditore. Ricordo che mi fu proposto un volume che narrava la storia di tre ragazzi. La mia prima reazione è stata, no, grazie, raccontateci storie di donne, per favore. Sono quelle, che voglio leggere.

Interessante sarebbe anche avere più uomini che si calano nei panni di una donna nei loro esperimenti letterari. Tolstoj e Flaubert ci sono riusciti incredibilmente bene, dopotutto. Di ciò parla anche Seba Marvin  in un post in cui sottolinea la mancanza cronica di personaggi femminili. Sì, perché le ragazze, nei libri di uomini, spesso esistono solo come appendice.

E quindi, se vi va di sentire tante voci di donna protagonista, leggete e consigliate il mio ultimo libro, Punti e Interrogativi. Non è scontato, non è mainstream, non è stato pubblicato perché sono cose che vendono. A parlare sono donne “vere”, quelle che quasi mai vengono ascoltate.

Io ho scelto di dar loro una voce.

*

Ps: visto che di voce si parla… Punti e interrogativi è disponibile anche in audiobook!

Punti di vista / Points de vue / Points of view

«È solo una questione di punti di vista. Non dovevo vergognarmi, se la mia ambizione era servire” (Misure variabili, in Punti e Interrogativi, p. 8)

È di alcuni giorni fa un articolo su Focus Extra a tema: la stupidità. Le ultime righe, mordaci e basate su uno studio universitario, rivelano un particolare che mi fa riflettere di nuovo su come l’informazione possa essere “manipolata” da caratteristiche sociologiche, economiche o di genere, che portano a una inconsapevole omissione. Infatti, leggendole mi è stato subito chiaro che la giornalista è donna. Un uomo, infatti, l’avrebbe citato? Non ne sono affatto convinta. O nella (remota?) possibilità, l’avrebbe fatto con toni e parole diverse, modificando la portata dell’informazione. Tra alcune righe vi sarà chiaro il perché.

Del contenuto non mi interessa disquisire. Mi interessa farvi partecipi della mia riflessione su quanto abbiamo perso, e su quanto perderemo ancora, se non ammettiamo che una visione unilaterale (e androcentrica) ha permeato per secoli (per esempio in letteratura, di cui ho già scritto) la nostra comprensione del mondo. Questa visione si perpetua ancora oggi, magari in modo più sottile, attraverso la parola delle classi e delle religioni dominanti, o del mondo occidentale (citando solo le più evidenti, senza parlare di handicap, di anagrafe, di politica, ecc.).

Perché unilaterale non significa solo maschile, anche se è un criterio che ha chiaramente influenzato persino tematiche da sempre attribuite alle donne, come la cura o l’educazione, rendendo ogni riflessione al riguardo incompleta e soggettiva.

Perciò dobbiamo leggere, ascoltare, riflettere, con occhi e mente aperta.

Concludo con il paragrafo che mi ha interrogato. “Secondo uno studio dell’Università di Newcastle, gli uomini sarebbero la metà del cielo più intellettualmente fragile. La conclusione nasce da una consultazione dell’archivio del premio Darwin, il sarcastico riconoscimento attribuito a chi, morendo per un’azione cretina, ha contribuito all’evoluzione dell’umanità, nel senso che ha evitato di trasmettere il proprio patrimonio genetico. Dal 1995 al 2014, su 318 premi assegnati, ben 282 sono stati attribuiti a uomini.”

 

Points de vue

La stupidité est le thème d’un article paru dans Focus Extra Italie ces jours-ci. Les dernières lignes citent une étude universitaire et me révèlent, en même temps, quelque chose sur la personne qui les a écrites: il s’agit d’une femme. Un homme n’aurait pas mentionné cette étude, je me dis. Ou tout au plus, il l’aurait fait d’une autre façon. Vous verrez pourquoi. Cette constatation me mène à nouveau à réfléchir sur le rôle du genre (ou de la politique, de la religion, de la classe sociale, pour en rester au plus poignants) dans notre compréhension du monde. Car par omission, l’on peut « manipuler » les informations.

Le contenu de l’article ne m’intéresse pas. Mais il est utile pour insister à nouveau sur combien nous avons perdu, et combien nous perdrons encore, si nous n’admettons pas qu’une vision unilatérale (et masculine, par ailleurs, comme je l’ai déjà écrit en discutant de littérature) nous a influencé pendant des siècles. C’est pour cela qu’il nous faut lire les yeux et l’esprit très ouverts.

Voici enfin le paragraphe qui m’a interrogé. Selon une étude de l’Université de Newcastle, les hommes seraient intellectuellement plus fragiles. Cette conclusion est basée sur une consultation du Prix Darwin, sarcastiquement attribué à qui, en mourant suite à un comportement crétin, a contribué à l’évolution de l’humanité en évitant de transmettre ses gènes. De 1995 à 2014, sur 318 prix attribués, 282 ont été remportés par des hommes.

 

Points of view

Stupidity is the topic of an article I read in Focus Extra in Italy a couple of days ago. As soon as I read the very last lines, I realised it must have been written by a woman journalist. I sincerely doubt a man would have used the research she mentioned, or else, he would have presented it in a very different way. This lead me to consider once again the role of gender – as well as economics, education, politics, etc… (to cite just a few) in the way we have always understood the world.

I have already discussed this topic, pointing out literature (written by men only for centuries) as an example. Yet, I insist: we must realise and admit that a unilateral (and androcentric) vision is incomplete and biased. So is one based on occidental values only. Or on one-party politics or on a specific religion, just to name a few. So, let us read with an open eye and judge with an open mind.

These are the lines: A Newcastle University research demonstrated that men are more intellectually fragile than women. The conclusion is based on the sarcastic Darwin Award, which awards people who died because of a stupid action and, thus, contributed to the evolution of humanity because they did not transmit their genes. From 1995 to 2014, out of the 318 people awarded, 282 were men.

Nuove autrici visibili: letture per l’estate, al femminile

“Tutto ciò era considerato strano: in fondo cosa ci capiamo, noi donne, di cose importanti? Noi siamo brave soprattutto con ciò che pare sciocco o irrilevante. Quelle cose che si trascurano come la polvere, credendo che siano invisibili.” (Misure variabili, da Punti e interrogativi della collana Oceania di Antonio Tombolini Editore, p. 11)

Invisibili? Non sia mai. Dando seguito al mio ultimo post sull’invisibilità delle donne in letteratura, vi presento alcune autrici di Antonio Tombolini Editore, che ha pubblicato anche la mia raccolta di racconti: Punti e Interrogativi. E siccome ATE rompe gli schemi tradizionali in materia editoriale, ve le presento in ordine di titolo, e pure dis-alfabetico. Ce n’è per tutti i gusti: giallo, rosa, nero… rosso, viola, bianco, arancione, blu e verde. Mi sono divertita a attribuire a ciascuno un colore. Quale sarà il vostro? Per non sbagliare, sceglietene più d’uno.

Viola e verde di Pamela Dalla Mina, collana Officina Marziani (arancione.. se no era scontato)

Viola e verde, due colori contrastanti. Viola come metamorfosi, creatività, forza spirituale. Verde come solidità, perseveranza, azione, energia. E due ragazze, la viola Futura e la verde Giada, con tutti i problemi della loro giovane età. Giada la strana, la positiva, la brillante. Futura che malgrado il nome vive nel presente, pessimista e a detta sua noiosa. E poi ragazze di altri colori, tutte da scoprire. Tra sparizioni e uscite, tra amori e disillusioni, una scrittura pulita, decisa, eppure colorata e contemporanea come quelle che le nuove generazioni vaganti sui social network sanno offrirci. E a tratti si ha l’impressione di essere piombati proprio lì, a cercare il senso nei dialoghi senza senso che l’autrice sa riprodurre in modo fedele. Ma ha senso soprattutto la disperazione di Futura che di futuro non ne vede, che non vuole “restare in superficie a godere delle briciole”, che vuole scavare nel profondo. Dove ci porterà la sua esplorazione? A fare da sfondo, leggere o pesanti ma sempre colorate, le emozioni. Sofferenza, ira, rabbia, disperazione: le vere protagoniste di questo romanzo.

Tranne il colore degli occhi di Roberta Marcaccio – collana Amaranta (blu, o azzurro)

C’è un segreto che pulsa, in questo libro. Lo percepiamo fin dalle prime pagine, con il fiato sospeso, mentre impariamo a conoscere il luogo solitario di un entroterra di provincia in cui tutto, tanto tempo fa, è accaduto. E attorno a questo segreto l’autrice tesse una trama ben orchestrata che, tramite polifonia e analessi, lo fa tornare in superficie. È una storia di amicizia, quella tra Michela e Annamaria, bambine la cui forte amicizia è legata al colore dei loro occhi. Ma è anche una storia di amori, di dolori, di misteri, di ricongiungimenti, di sacrifici. E Roberta Marcaccio la sa narrare con abilità in uno stile sicuro, che tralascia il superfluo per dedicarsi all’essenziale e regala a questo romanzo un ritmo dolce e al contempo incalzante, tanto simile alle due amiche che lo animano. Tra tagli e pieghe (di capelli e di abiti) della fremente capitale e l’immobilità dello sperduto San Felice c’è l’abisso che le ha divise, un giorno, e che solo l’urgenza verrà a colmare. La strega l’aveva sempre saputo. Ora, il momento è arrivato. Anche per chi vuole un attimo di relax e di evasione. PS: da due settimane è disponibile anche il nuovo libro di Roberta Marcaccio, Ti raggiungo in Pakistan.

Squilibri di Milvia Comastri, collana Officina Marziani (rosso)

Se c’è un filo, è decisamente rosso. Rosso come il sangue, la passione, la violenza. Soprattutto contro le donne. Vive, morte o che sopravvivono. Voci femminili, spesso, e talvolta maschili, a spiegare perché, come, quando. Sono 25 racconti brevissimi, incisivi, ritmo e lessico studiati a uno a uno. Si leggono d’un fiato, complice la brevità. Che però non è sinonimo di superficialità. Non qui. Questa autrice riesce a parlare di cose scomode, a farlo con profondità senza perdere la grazia. Anche se alcuni possono strappare un breve sorriso, non è mai un sorriso di compiacimento.

Pane, marmellata e tè di Carla Casazza, collana Amaranta (giallo – ovviamente)

Avete presente La signora in Giallo? Questi tre brevi racconti mi fanno pensare a dei mini-episodi della famosa serie. Divertenti e senza pretese, ma con una trama ben architettata, con gli indizi al posto giusto, si leggono con piacere. Vi accompagneranno volentieri sui mezzi pubblici, sul divano, in spiaggia o prima di poggiare la testa sul guanciale. Dal serial killer di casa nostra ai castelli della Loira per l’assassinio di un principe, seguiamo le avventure dei due protagonisti, la giornalista Beatrice e il poliziotto Alessio che si incontrano casualmente a… un corso di panificazione. Un setting originale e retrò per un incontro che dal giallo di tinge di rosa. Due piccioni con una fava. Ma i personaggi di Pane marmellata e tè, a differenza della Signora in giallo, sono contemporanei, giovani, pieni di vita. Alla Castle, per intenderci. Come se tradizione e modernità si fondessero. Il titolo ci trasporta in un universo casalingo, la cui continuità semantica non lascia presagire il versante giallo. A meno che il pane sia di mais, la marmellata di susine e il tè al gelsomino. Gusti un po’ strani, sì. Ma lasciatevi sorprendere.

Il limite delle parole di Pia Levy, collana Oceania (verde)

Una vicenda quasi realmente accaduta, narrata con una scrittura sicura e ricca di pathos, morbida, caratterizzata da piani narrativi diversi dove si intrecciano le vite di un’infermiera e di Maria, una paziente vittima di un infarto che pare segnare la famiglia. Lei lo riconosce subito, quando arriva. E inizia una corrispondenza intima con la figlia, mettendo insieme pezzi della sua vita, rafforzando il legame alchemico che esiste tra loro tramite le parole. Deve parlare. Deve farlo ora. Perché prima che la luce si spenga per sempre, le cose importanti della vita tornano in mente. E sono proprio le parole a permetterci di raccontarle. Eppure, anche le parole hanno un limite. Alcune cose non si possono spiegare come siamo abituati a farlo. Ma servono per ricordare, per fissare sulla carta ciò che conta. Per far sì che il “granello di sabbia nella moltitudine delle dune possa sopravvivere nel ricordo”. Pia Levy ha la capacità di spingere le parole oltre il loro limite. Così ci regala un romanzo breve, intenso e intimistico. Da assaporare con calma, a piccoli sorsi.

Dietro lo steccato di Ilaria Vitali, collana Klondike (rosa e nero)

Una confessione alla sorella e Irene si mette a nudo: un uomo l’ha lasciata senza spiegazioni. È l’incubo di ogni donna, perché le donne vogliono capire. E per riuscirci Irene fa un percorso dentro se stessa che la porta lontano, fino all’incontro con Pietro e tutto ciò che una nuova relazione implica. Rimettersi in gioco, superare il dolore, andare avanti. Ilaria Vitali ci presenta questo dramma interiore in una scrittura fluida e riflessiva che ci guida verso le domande più segrete e dolorose: domande sulla vita, sulle relazioni, sulla dipendenza amorosa o sulla difficoltà degli uomini a impegnarsi. Il romanzo scorre tranquillo verso la fine, senza abbandonare il tono intimistico che lo caratterizza. E quando ormai non ci sia aspetta più una risposta, nelle ultime pagine le ragioni della diserzione di Vittorio dalla vita di Irene vengono svelate, rivelando un romanzo dai contorni politici. Siamo arrivati alla fine del viaggio, al confine tra amore e odio, separati solo da un fragile steccato.

Boris e lo strano caso del maiale giallo di Manuela Iannetti, collana Officina Marziani (viola, che è il complementare del giallo)

Questa raccolta inizia in modo graffiante, con quattro racconti ironici e contemporanei nei contenuti. Si parla di fatti quotidiani, di code agli sportelli, incontri in treno, disoccupazione. Poi l’autrice cambia tono, esso si fa più sommesso, più intimo. Affiorano ricordi e fiumi, mari, persino le carceri diventano luoghi da narrare. Quando ormai ce l’aspettavamo caustica, con lo sguardo affilato e la penna che non perdona, quando pensavamo che il suo intento fosse trasformare fatti della banale quotidianità in eventi straordinari, dar loro il giusto rilievo, ecco che Manuela Iannetti ci stupisce ed entra nella vita di gente al margine, tratteggiando ritratti impietosi di miserie o di assurdità. Dalla superficie alla profondità, e ritorno. Questo è il movimento. E no, il giallo non c’entra niente. L’intento è diverso. Rileggo il titolo. Sarà il mostrarci strani casi? Forse sì. Ma scordatevi i maiali.

Bianca come l’Africa di Clara Piacentini, collana Officina Marziani (bianco e nero)

È una pittrice o una fotografa? Nessuno dei due, è una scrittrice. Eppure, i racconti di questa raccolta “africana” sono istantanee di vita. Il suo sguardo fotografa, la sua penna descrive, con accuratezza, attenta alle sfumature di colore. Clara Piacentini ci regala gli odori, i colori e i sapori dell’Africa nella quale ha vissuto per diversi anni, in una serie di ritratti sapientemente descritti, con un lessico ricco e una forte padronanza della lingua. Se fosse una pittrice sarebbe rinascimentale, con l’attenzione al dettaglio e alla prospettiva. Guardando dentro ogni singolo racconto, ci immergiamo in uno spaccato di vita che vale la pena di conoscere.

Suggerimenti di lettura per l’estate – al femminile (Italian only)

“Mi dia trenta metri di libri – aveva esordito, senza preamboli o superflui saluti, entrando nella piccola libreria” (Misure variabili, in Punti e Interrogativi, Antonio Tombolini Editore)

 

Stilare una lista esaustiva di tutti i libri che valgono la pena di essere letti sarebbe impossibile. Mi limito ad alcune letture recenti di libri più o meno recenti, tentando di spaziare su più continenti.

Jamaica Kincaid, Autobiografia di mia madre (Adelphi)

La scrittura di questa scrittrice nata ad Antigua, è nera come la sua pelle, eppure leggera. L’ossimorico titolo è intrigante, poiché l’autobiografia si può scrivere solo di se stessi. La madre morta, che mai ha potuto scrivere la sua autobiografia, è un pretesto dal quale la protagonista parte alla ricerca del femminile, sollevando al contempo alcune problematiche legate alla condizione della donna di colore. A se stessa, insomma, e a tutte le altre. Bella anche l’ambientazione dell’isola della Dominica (da non confondersi con Repubblica Dominicana) dove nasce la protagonista di questo libro cupo e intrigante. Niente di divertente, ma ottimo per riflettere.

Altre autobiografie (vere)? Provate con Autobiografia di una rivoluzionaria di Angela Davis (Minimum Fax).

Flannery O’Connor, Racconti (Bompiani)

Essere considerata una delle maggiori scrittrici americane di racconti – anche se il Nobel l’ha preso Alice Munro – è senz’altro un traguardo ragguardevole, raggiunto peraltro prima dei 40 anni poiché l’autrice morì di una malattia degenerativa a soli 39. La O’Connor va letta per la sua eccellente capacità a descrivere l’universo dell’America profonda e per la messa in scena di personaggi in qualche modo handicappati. L’etichetta di autrice del Sud è riduttiva, ma è pur vero che la questione razziale è viva e descritta in modo onesto ed efficace.

Altre autrici di questa regione? Provate con Louise Erdrich, La casa tonda o Medicina d’amore (Feltrinelli)

Chitra Diwakaruni, Sorella del mio cuore (Einaudi)

Immergersi nell’universo di questa scrittrice è come fare un salto in India e ritorno. Anche Chitra Divakaruni appartiene alla schiera di autrici che, grazie al contrasto culturale con gli Stati Uniti che l’accolgono, riesce a offrirci dei romanzi intensi, nei quali discute delle difficoltà cui fanno fronte coloro che appartengono a due culture diverse. In Sorella del mio cuore, due cugine molto legate vengono separate da un matrimonio combinato, che porta l’una delle due in America. Ma i legami di sangue non possono essere sciolti. Segreti e dolori per un romanzo che tocca davvero nel profondo.

Altre autrici di questa regione? Provate con Jhumpa Lahiri (Guanda)

Elvira Dones, Sole bruciato (Feltrinelli)

Se Vergine giurata è il libro più conosciuto della scrittrice di origini albanesi trapiantata in Italia, poiché da esso è stato tratto un film, ho amato di più Sole bruciato. Non affronta una tematica semplice: la tratta delle donne slave per il mercato della prostituzione. Ma lo fa con intelligenza e delicatezza, pur non risparmiandoci la durissima realtà. Una narrazione cruda ma piena di comprensione e poesia.

Altro su questa regione? Provate La figlia di Clara Uson, che ritraccia la vita della figlia del generale Mladic morta suicida dopo aver compreso che suo padre era “il boia dei Balcani”. Al crocevia tra romanzo e ricerca storica. (Sellerio)

Irène Nemirovski, Jezabel (Adelphi)

L’opera della Nemirovski è immensa, ma iniziate pure da Jezabel, questa donna atterrita dalla paura di invecchiare. Tema delicato sul quale la scrittrice di origini ukraine non osa porre giudizio, ma soltanto descrivere gli estremi ai quali questa, chiamiamola pure malattia, può portare. Spunti di riflessione? Tanti. Difficoltà di lettura? Nessuna. Come dire: un piccolo capolavoro.

Altre di queste regioni? Provate Liliana Lazar, rumena, con Terra di uomini liberi (Marco Tropea ed.)

Gina Nahai, Sogni di pioggia (Mondadori)

Sul suo ultimo libro La strega nera di Teheran leggete la mia recensione su E/O ma poi – o prima – andate a leggervi Sogni di pioggia. Se la strega nera è un piccolo capolavoro da scuola di narrazione, i sogni vi trasporteranno nel vero universo di questa scrittrice di origine iraniana. Entrambi i romanzi sono riusciti. Ma molto diversi tra loro. La strega nera sarà perfetto anche sotto l’ombrellone.

Altre di queste regioni? Provate Zeruya Shalev, Dolore (Feltrinelli) o Azar Nafisi, Leggere Lolita a Teheran (Adelphi)

E ora, restiamo a casa nostra?

Simona Lo Iacono, Le streghe di Lenzavacche (E/O)

Due voci di donna ci conducono nell’universo segreto di un paesino siculo, patria di streghe, donne sagge, uniche nella loro diversità. Seguiamo le vicende di Rosalba e del figlio Felice che, malgrado la sua grave infermità, vuole andare a scuola. Ne seguiremo le vicende tramite il maestro Mancuso, che lotta per mantenere la classe che il regime fascista vuol chiudere, e le sue lettere a una misteriosa zia. Faremo un tuffo nel passato per ricongiungerci alle streghe perseguitate. La persecuzione della diversità, l’emarginazione e l’inclusione sono i temi che affronta questo romanzo dallo stile fiabesco, dove lettere e racconto lasciano presagire lo sviluppo di una trama che, nella seconda parte, va a sorprendere sia per il contenuto che per la scrittura. Tremate: le streghe son tornate.

Altre italiane da riscoprire? Provate con Laudomia Bonanni, L’adultera (Elliot) o Cristina Trivulzio di Beljoioso, Le due mogli di Ismail Bey (Tufani).

E un saggio?

Iaia Caputo, Il silenzio degli uomini

Questo saggio si presenta con un taglio più giornalistico che sociologico. Una serie di fatti di cronaca nei quali si cerca la prova del silenzio: uomini che uccidono le donne, padri alla ricerca di un ruolo, pulsioni incontrollabili e la solita incursione tra la realtà mediatica assurda e la politica in cancrena della penisola. Problematiche conosciute e riviste sotto la luce di un’impossibilità maschile a parlare della propria inadeguatezza, delle proprie insicurezze, dell’incapacità ad adattarsi ad una società dove le donne si sono riprese la parte di co-protagonista. Niente di rivoluzionario per la nostra comprensione di queste tematiche, ma sempre interessante per approfondire e interrogarsi.

Altro di questa autrice? Provate con Le donne non invecchiano mai.

Nel prossimo post, altri suggerimenti di lettura… di autrici meno visibili.

Donne e letteratura: invisibili / Femmes et littérature: les invisibles / Women in literature: invisible

“A onor del vero, Gina non sapeva neppure che anche le donne potessero essere premiate con il Nobel […] eppure ve n’erano state ben ventinove [..].” (La lettera G, p. 196)

 

Qualche giorno fa, sul sito Le donne visibili, viene pubblicato un post che torna su un argomento che mi è caro, la mancanza di VISIBILITA delle donne – in questo caso in letteratura. In una grande antologia del 900 letterario, sulla quale molte/i hanno studiato, su 104 autori, nessuna donna è menzionata. E questo nel secolo in cui le donne hanno finalmente potuto avere voce. Come è possibile?

Della mancanza di visibilità ho già parlato. La prima volta il 1.7.2014, tre anni fa, quando ho preso la decisione di leggere prevalentemente autrici per tentare di compensare i vent’anni di lettura svolta inconsapevolmente al maschile. (Leggete o rileggete: La letteratura è donna, ma la scrivono gli uomini (https://manuelabonfanti.wordpress.com/2014/07/01/la-letteratura-e-donna-ma-la-scrivono-gli-uomini/). Il ruolo della scuola è stato primordiale, e mi ha innegabilmente influenzato verso la lettura di autori maschi. Leggo ancora parecchi uomini (tranquille/i!) ma in percentuale ridotta. E ciò mi ha permesso di scoprire delle vere perle. Il secondo articolo sull’invisibilità è apparso sia sul mio blog, che su quello delle Donne Visibili, con il titolo Donne in-visibili: in esso discutevo dell’assenza del movimento femminista nei libri di storia. (https://manuelabonfanti.wordpress.com/2017/03/08/donne-in-visibili-femmes-in-visibles-in-visible-women/).

Non ho abbastanza elementi per affermare se sia un fenomeno solo italiano o globale. Ma un fatto rimane e confermo: nei miei studi di Lettere, l’attenzione alla letteratura femminile è stata minima, laddove una pratica consapevole non era presente. Così, negli studi di anglistica, ho trovato molta più disponibilità a studiare la letteratura al femminile che in quelli di italianistica.

Termino su una nota positiva: si diffonde sempre più la consapevolezza, a cominciare da noi donne, che siamo state ignorate. Inconsapevolmente, certo: non penso che vi sia mai stata l’intenzione di negare rilievo all’operato femminile. Faceva semplicemente parte della mentalità comune. E, se soltanto potessimo usare il passato, potremmo ritenerci soddisfatte.

Qui tocca anche a noi donne. Possiamo agire: leggiamo al femminile. Sosteniamo le donne in ciò che fanno. Diamo rilievo a ciò che ottengono.

Ci metterò del mio per suggerirvi qualche lettura, promesso. Qualcuna la troverete già nella sezione Link di questo sito. Perché ho oggi più che mai la certezza che le grandi dimenticate dalla storia, dalla letteratura, dai grandi exploit, dalle scoperte rivoluzionarie, eccetera, sono esistite, e in maggior numero di ciò che pensiamo. Se oggi iniziamo a conoscerle è perché l’ air du temps di questo momento storico permette infine di ridare loro il lustro che hanno sempre meritato.

 

Femmes et littérature: les invisibles

Je reviens à un sujet qui m’est cher, c’est à dire le manque de visibilité des femmes – dans ce cas, en littérature.

Car dans une grande anthologie du 900 italien, sur 104 auteurs, il y en a aucune. Et ceci pendant le siècle où les femmes ont enfin pu faire entendre leur voix.

Ce n’est pas la première fois que j’en parle. Lisez (en italien) cet article intitulé La littérature est femme, mais elle est écrite par les hommes. Il date du 1.7.2014, quand j’ai pris conscience de comment j’ai été influencée par l’école à la lecture d’auteurs hommes. (https://manuelabonfanti.wordpress.com/2014/07/01/la-letteratura-e-donna-ma-la-scrivono-gli-uomini/). Le 8 mars dernier, j’ai pu constater à nouveau l’absence du mouvement féministe dans les livres d’histoire (https://manuelabonfanti.wordpress.com/2017/03/08/donne-in-visibili-femmes-in-visibles-in-visible-women/). C’est ceci qu’on apprend, donc: les femmes sont invisibles, elle n’ont rien accompli.

Nous savons très bien que cela est faux. Peut-être ce fait est lié à des aspects culturels: par exemple, dans mes études de Lettres, la littérature des femmes est beaucoup plus étudiée dans le Département de Langue et littérature anglaise que dans celui de L/L italienne.

Je préfère terminer en positif: nous sommes de plus en plus conscient(e)s que nous avons été ignorées. Ceci de façon inconsciente, bien sûr: je ne crois pas qu’il y ait eu l’intention de nier aux femmes la visibilité qu’elles méritent, c’était juste considéré normal que ce soit ainsi. Tout, jusqu’à un présent relativement récent, à été rédigé et enseigné par les hommes. Mon souhait, à l’heure actuelle, est finalement très modeste, loin des revendications: que l’on puisse parler de cela au passé.

Nous, les femmes, pouvons agir: lisons d’autres femmes. Soutenons-les. Soyons attentives à ce qu’elles accomplissent.

C’est simple. Et la meilleure façon de changer.

 

Women in literature: invisible

Let me talk again about the absence of visibility for women. This time I am going to discuss literature, because in an anthology of the XX century used in Italian schools, none of the 104 authors proposed are women. Sure that none could be found? No Virginia Woolf or Jane Austen in Italy? Apparently not. Yet we know that this is not true. How come?

I already discussed this topic. The first time in 2014 (https://manuelabonfanti.wordpress.com/2014/07/01/la-letteratura-e-donna-ma-la-scrivono-gli-uomini/): literature is a feminine word, but it’s written by men. The second last March, when I realised that the feminist movement was absent from a history book I offered my daughter. How is she supposed to learn about women, if women are not mentioned? (You can read this article in English as well: https://manuelabonfanti.wordpress.com/2017/03/08/donne-in-visibili-femmes-in-visibles-in-visible-women/). How can she believe she can accomplish something herself? Thank God she has a mother who pays attention to these “trifles”.

Let me finish on the positive side: we are beginning to realise that women have been ignored. Unconsciously, I believe: it was just the way people (men and women) have been taught to think. And school books have been written mostly by men. School did not help as it should have had.

But we can change this.

Yes, we can.

Donne e premi letterari / Femmes et prix littéraires / WoMen and literary awards

“Per dirla tutta, Gina pensava che di donne così eccezionali da essere premiate con il Nobel non ne esistessero.” (La lettera G, p. 196)

Mi interroga l’articolo apparso qualche mese fa su il libraio.it .

Questa la sintesi: benché le donne siano ormai pubblicate tanto quanto gli uomini, l’autore ammette che il pregiudizio persiste, e che le opere delle donne sono prese meno sul serio di quelle scritte dagli uomini. Queste le cifre di prestigiosi premi letterari fino al 2015:

  • Nobel: 14 donne su 111 premiati
  • Goncourt: 11 donne su 113 premiati
  • Booker: 15 donne su 47 premiati.
  • Strega: 10 donne su 70 premiati.
  • Pulitzer: 18 donne su 62 premiati.

Su 403, solo 69 donne premiate: meno del 20%. E negli ultimi 30 anni, in cui ci si aspetterebbe un trend diverso, le cifre non sono più rallegranti: 25% se consideriamo il Pulizter, altrimenti sempre 20%. L’autore precisa che, malgrado siano meno premiate, le donne vendono altrettanto, se non di più. C’è dunque una differenza tra valore letterario e valore commerciale? E perché vengono premiate di meno? L’autore, per giunta editore, a giusta ragione dice che per una donna la risposta è abbastanza semplice: perché viviamo in una società maschilista e la società letteraria non fa eccezione. Anche negli studi di Lettere, le donne autrici rimangono pericolosamente sullo sfondo, tanto che si è arrivati a istituire degli Studi di genere per dare risalto alla prospettiva femminile e permettere alle donne di riappropriarsi di quella parte di letteratura e di storia che appartiene loro. Ma di ciò riparleremo in un prossimo articolo. Come pure della scrittura al femminile.

Per avvalorare la tesi del maschilismo (fortunatamente avanzata e ammessa proprio da un uomo) proviamo ad analizzare la composizione delle giurie e restiamo locali: per il Goncourt siamo a 7 uomini su 10 nel 2016, ma alla sua creazione non ve n’era una e fino a 10 anni fa erano soltanto 2. All’internazionale: nella giuria del Nobel solo una donna su 5. Con questi dati, potremmo stabilire una correlazione diretta tra percentuale di donne nei giurati e autrici premiate: circa il 20%. Un caso?

Io non lo definirei tale: fintanto che le giurie saranno composte a maggioranza da uomini, sarà meno facile per una donna venire riconosciuta. Recentemente, dopo alcuni anni, abbiamo avuto il caso della giovane Leila Slimani, Gongourt per la storia di una avvocatessa che, per tornare a lavorare, assume una tata che le assassina i figli. Un caso, questo consenso anche maschile?

L’autore conclude: “gli uomini si ostinano a non voler leggere il mondo attraverso gli occhi di grandissime artiste che hanno l’unico difetto di appartenere a un sesso diverso dal nostro, perché mantenere lo status quo porta loro potere, controllo, soldi, autostima, gratificazione”. Lo ringraziamo di cuore per questa coraggiosa spiegazione: se lo dice un uomo – ironia permettendo – nessuno lo metterà in dubbio.

 

Fe(ho)mmes & Prix littéraires

Je vous propose le résumé d’un article paru dans un site internet italien , qui nous éclaire sur les difficultés d’attribution des prix littéraires aux femmes. Juste après que Leila Slimani a gagné le Gongourt, prix qui a été attribué seulement 10 fois sur 112 à une femme. L’auteur de l’article – lui-même responsable de maison d’édition – est bien placé pour parler d’auteurs.

Voici quelques chiffres parlants:

  • Nobel: 14 femmes sur 111 (vérifié)
  • Goncourt: 11 sur 113 (vérifié et corrigé)
  • Booker: 15 sur 47 (selon l’article)
  • Strega: 10 sur 70 (selon l’article)
  • Pulitzer: 18 sur 62 (selon l’article)

Sur 403, que 69 femmes: moins de 20%. Et les dernières 30 années, où on s’attendrait à mieux, ne différent en presque rien : un petit 25%, qui redevient 20% si l’on enlève le Pulitzer. Malgré cela, les livres de femmes se vendent aussi bien que ceux des hommes. Y-a-t-il donc une différence entre valeur commerciale et valeur littéraire ? On dirait que oui. Mais pourquoi les femmes gagnent-elles moins de prix ? L’auteur de l’article nous dit, à juste titre, que pour les femmes l’explication est simple : nous vivons dans une société patriarcale et la société littéraire n’est pas une exception. Même dans les études de Lettres, les femmes restent dangereusement en toile de fonds (bien que quelques exceptions subsistent) et, afin de pouvoir se réapproprier de la part de littérature et d’histoire qui leur appartient, on a désormais des études genre.

Analysons maintenant les jurys des prix : pour le Goncourt, 7 hommes jurés sur 10 en 2016, mais à sa création il n’y avait aucune femme et jusqu’il y a 10 ans seulement 2. En ce qui concerne le Nobel : une jurée sur cinq. Avec ces données, on pourrait établir un lien direct entre pourcentage de jurés femmes et écrivaines qui ont reçu le prix : 20%. Un hazard ?

Pas simple à démontrer, mais je ne crois pas. Si les jurys sont composés par des hommes, ce ne sera pas facile pour une femme d’être reconnue. Je me réjouis de la victoire de Leila Slimani au Goncourt, 3ème femme de cette dernière décennie. Notez ce « troisième » sur 10, ça ne vous rappelle rien ?

En mettant de côté la satisfaction de voir une femme enfin couronné et malgré la qualité littéraire de l’œuvre, le doute plane : est-ce que l’histoire de l’avocate qui, afin de reprendre à travailler, confie ses enfants à une nounou qui les tue, a joué un rôle dans le consensus masculin?

L’auteur de l’article conclut que les hommes s’obstinent à ne pas lire le monde aussi à travers le regard de grandes artistes, dont le seul défaut est celui d’appartenir à un sexe différent, car déraciner les préjugés garantit encore et toujours le pouvoir des hommes, le contrôle et la gratification de leur ego. Il faut le remercier mille fois pour cette courageuse explication : au moins, si un homme le dit, personne ne le contestera.

 

 

WoMen & Literary Awards

Here is the summary of an article concerning women and literary awards, published on an Italian website. It was written by a well-known Italian publisher, who points out that women, though publishing as much as men, still receive less literary awards. Here are the figures (original article contains small mistakes):

  • Nobel: 14 women out of 111
  • Goncourt: 11 out of 113
  • Booker: 15 out of 47.
  • Strega: 10 out of 70.
  • Pulitzer: 18 out of 62.

Out of 403, only 69 : not even 20%. And in the last 30 years, which should do better, figures are not really different: 25%. Nevertheless, without the Pulitzer, back to 20%. The author points out that, although less awarded, women books sells as much, if not more, than men’s ones. Shall we call this a difference between literary and commercial worth? However, why are women less awarded than men, this is the crucial question. The answer is rather easy for women: we live in a patriarchal society and literature reflects it perfectly. This somehow proves to be true if we analyse juries of literary contests. Take Goncourt in France: 3 women out of 10. One out of 5 for Nobel price, which is….20%. Is it by chance?

I would not say so. For as long as mostly men will compose juries, it will always be less easy for a woman to win. We are happy that a woman won 2016 Goncourt, yet I fear: the jury awarded the story of a woman who, in order to get back to work, hires a nanny who murders her children.

The author of the article states it clearly at the end: men do not want to read the world through the lenses of women, great artists whose only problem is that they belong to a different sex than theirs, because this keeps them in power, boosts their self-esteem and brings them money and control. We must thank him for this courageous statement for at least, as a man wrote it, everyone will give it a respectful thought.