RILETTURA/RELECTURE/READ ONCE AGAIN: SIBILLA ALERAMO

SIBILLA ALERAMO, UNA DONNA, 1906

Il primo romanzo – autobiografico – di Sibilla Aleramo, Una donna, fu scritto nel 1906 e colpisce per come la protagonista racconti senza vergogne la sua vita di donna, specchio di quelle di tutta un’epoca e oltre. La forma autobiografica mette in evidenza una valenza spesso dimenticata dell’autobiografia: quella di testimonianza sociale, di cui la Aleramo si fa partecipe. Con le sue stesse parole: “Mercé i libri io non ero più sola, ero un essere che intendeva ed assentiva e collaborava ad uno sforzo collettivo. Sentivo che questa umanità soffriva per la propria ignoranza e la propria inquietudine: e che gli eletti erano chiamati a soffrire più degli altri per spingere più innanzi la conquista.” (p. 110)

A distanza di 18 anni, forte dell’esperienza di studi, di maternità, di scrittura, invecchiata mi pare con un po’ di saggezza, è un piacere ancor più grande rileggere e comprendere in modo più sottile questa importante esponente del mondo letterario. E, senza entrare nei dettagli della trama di vita e di lotta quotidiana, basti un paragrafo a spiegare il titolo del libro e la critica sociale insita in esso, che va ad aggiungersi all’immenso valore di testimonianza che questo scritto già rappresenta.

“E cominciai a pensare se alla donna non vada attribuita una parte non lieve del male sociale. Come può un uomo che abbia avuto una buona madre divenir crudele verso i deboli, sleale verso una donna a cui dà il suo amore, tiranno verso i figli? Ma la buona madre non deve essere, come la mia, una semplice creatura di sacrificio: deve essere una donna, una persona umana. E come può diventare una donna, se i parenti la danno, ignara, debole, incompleta, a un uomo che non la riceve come sua uguale; ne usa come d’un oggetto di proprietà; le dà dei figli coi quali l’abbandona sola, mentr’egli compie i suoi doveri sociali, affinché continui a baloccarsi come nell’infanzia?” (p. 114)

Prima di rassegnarci a una risposta scontata, consideriamo il periodo in cui il libro fu scritto e a quanto è stato fatto da allora. Teniamo a mente però una frase, che mi pare ancora attuale e, in quanto donne, non diamoci a nessuno fintanto che ci sentiamo incomplete, ignare e deboli. Potremo così sperare di essere buone madri (o almeno, con le parole di Winnicot, sufficientemente buone), sceglieremo per i figli dei buoni padri, ci scopriremo buone parenti. Il “vissero felici e contenti per tutta la vita” è forse eccessivo, ma quanto scritto prima è la base per tutto.

 

Sibilla Aleramo, Une femme

Le premier roman – autobiographique – de Sibilla Aleramo, Une femme, date de 1906 et impressionne par la façon dont l’auteure parle de sa vie de femme, miroir de celle de toute une époque. Le style autobiographique souligne l’importance trop souvent oubliée de l’autobiographie, celle de témoignage social. Grâce aux livres, elle nous dit, je n’étais plus seule, j’étais un être qui comprenait et qui acquiesçait et qui collaborait à un effort collectif.

18 ans après ma première lecture, plus âgée mais également plus sage, j’ai éprouvé un plaisir encore plus grande à relire et comprendre davantage ce texte. Sans rentrer dans les détails, je cite un paragraphe qui a le mérite d’en expliquer le titre et qui se fait critique sociale particulièrement réussie.

« Et je commençais à penser si une partie non légère des maux sociaux ne doit pas être attribuée à la femme. Comment peut un homme qui ait eu une bonne mère devenir cruel vers les faibles, déloyal vers la femme à laquelle donne son amour, tyran envers ses enfants ? Mais la bonne mère ne doit pas être, comme la mienne, une simple créature de sacrifice : elle doit être une femme, une personne humaine. Et comment peut-elle devenir une femme, si les parents la donnent, ignorante, faible, incomplète, à un homme qui ne la reçoit pas en tant qu’égale ; l’utilise comme un objet à lui ; il lui donne des enfants avec lesquels il l’abandonne seule, tandis qu’il fait ses devoirs sociaux, pour qu’elle continue à y jouer comme dans l’enfance ? »

Avant de nous résigner à une réponse trop escomptée, il faut considérer la période d’écriture du roman et ce qui a été accompli depuis. Mais gardons bien en tête ce que Aleramo nous dit et, en tant que femmes, ne nous donnons à personne jusqu’à ce que nous nous sentions incomplètes, ignorantes, faibles. Nous pourrons ainsi espérer de devenir de bonnes mères (ou suffisamment bonnes, pour le dire avec Winnicot) nous choisirons des bons pères pour nos enfants. Le « et ils vécurent… » me paraît excessif, mais ce que je viens d’écrire est la base pour tout.

 

Sibilla Aleramo, A woman

The first – autobiographical – book of Italian writer Sibilla Aleramo, A woman, was written in 1906. The author writes about her life as a woman, which is in fact the mirror of many other lives of women at that time. The autobiographical style perfectly serves the purpose of social testimony.

18 years after a first reading, older yet much wiser and educated, I felt even more pleasure reading this book, as I could understand what I believe is its full meaning. I do not want to explain the plot – which is basically the domestic life and the intellectual growth of the main character – but to give an insight to the title using a paragraph Aleramo wrote:

“And I started to believe if a not light part of the social evil should not be attributed to women. How can a man who has had a good mother become cruel towards the weaker, disloyal to a woman [..], tyrant towards the children? But the good mother should not be, as mine, a simple creature meant for sacrifice: she must be a woman, a human being. And how can she become a woman if relatives give her, ignorant, weak, incomplete, to a man who does not receive her as her equal ]…]?

Here is a strong social criticism. Before resigning to a far too easy answer, let us consider the time this book was written and what has been accomplished since. One thing still strikes me as true and important: as women, let us not give ourselves as long as we feel ignorant, weak, and incomplete. Thus we can hope to be good (good enough, with Winnicot’s words) mothers. “And they lived happily ever after” might be too much, but what I have written above is the base for everything.

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