CONSEGUENZE DELLA POLITICA DEL FIGLIO UNICO / Conséquences de la politique de L’Enfant unique / Consequences of the one-child politics

“Gilberto non ti amerà mai veramente, finché tu non gli darai un figlio maschio” (La lettera G, p 129)

La politica del figlio unico, in vigore in modo uniforme e nazionale in Cina dal 1979, è stata ufficialmente abolita oggi.  Inizialmente pensata per limitare le nascite, ha avuto conseguenze inattese molto forti: milioni di bambine mai nate o uccise in fasce per via di pregiudizi e pratiche abusive. Un altro tipo di femminicidio che porta la Cina ad avere uno squilibrio di 50 milioni a favore dei maschi (43 milioni in India). Le conseguenze sono gravi: aumento delle discriminazioni, tratta di esseri umani e violenze per via dei “rami nudi” (uomini senza possibilità di trovare moglie) ormai in abbondante sovrannumero. Rallegriamoci di questo passo in avanti ma non dimentichiamo che è solo breve e incerto. In altri paesi la selezione dei feti si è attuata senza il pretesto del figlio unico. Segno che molto ancora deve e può cambiare.

campagna sensibilizzazione aborto selettivo

India, Ladakh – campagna sensibilizzazione aborto selettivo – sensibilisation à l’avortement sélectif – campaign against selective abortion – copyright Manuela Bonfanti Bozzini 2005 in Ladakh & Rupshu, ed. Labuonastampa 2008

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In internet leggi anche:

http://www.ilcambiamento.it/diritti_umani/legge_figlio_unico_cina_women_rights.html

http://www.loccidentale.it/node/87772

http://www.iodonna.it/attualita/primo-piano/2015/8marzo-donne-diritti-aborti-selezione-50280018548.shtml

 

Conséquences de la politique de L’Enfant unique

La politique de l’enfant unique en vigueur en Chine à partir de 1979, a été officiellement abolie aujourd’hui. Conçue au début afin de limiter les naissances, elle a eu de très fortes conséquences inattendues: des millions de filles ne sont jamais nées ou ont été tuées à la naissance à cause de préjugés et de pratiques abusives. Il s’agit d’une autre forme de féminicide, qui amène la Chine à un déséquilibre de 50 millions en faveur des garçons (43 millions en Inde). Les conséquences sont très graves : augmentation des discriminations, traite d’êtres humains et violences. Si nous ne pouvons que nous réjouir de ce pas en avant, il faut également se souvenir que la sélection des fétus se fait dans d’autres pays sans besoin d’une telle loi.

 

Consequences of the one-child politics  

The Chinese 1979 one-child politics has been officially abolished today. Devised in order to limit the growth of the population, it caused unexpected consequences: millions of girls were never born or were killed at birth because of prejudices and unmoral medical and personal practices. It is another form of gendercide which causes even greater damage: 50 million Chinese men (and 43 million Indian ones) cannot find a wife. Hence discriminations, human trait and violence. We cannot but welcome this step forward, yet it is good to remember that gendercide happens in other parts of the world without the “legitimacy” of such a law.

UN ENNESIMO BILANCIO DI PERDITE E GUADAGNI / Un énième bilan de pertes et de gains / What has been gained and lost

“Le cose stavano davvero cambiando, sospirava Gina. Studiare era diventato possibile anche per le donne.” (La lettera G, p. 196)

Faccio un breve punto sull’inchiesta di Sabina Minardi  sull’Espresso, intitolata Le donne  hanno perso, titolo provocatorio come l’immagine di copertina che ritrae le militanti Femen (la passiamo, visto che si cerca di vendere a ogni costo, non passiamo l’avere utilizzato altre foto simili all’interno: venduto è venduto, non è necessario esagerare).

Non è un articolo disfattista, ma mette in luce la mancanza di trasmissione dei valori di base dell’ideologia che ha cambiato la vita delle donne. Come lo dice bene la scrittrice nigeriana Chimanda Adichie, femminista è una persona che crede nell’uguaglianza sociale, politica e economica dei sessi. A questo punto si dovrebbe cambiar nome, dato che suona male per le generazioni di giovani, che non vi si identificano: le fa sentire vittima e, soprattutto, credono che tutto sia stato già raggiunto. Salvo a scoprirlo appena entrano nel mondo del lavoro, o/e diventano madri. E lì si capisce subito che quello di cui discutiamo noi donne, tutte le problematiche legate al lavoro, ai figli, il work-life balance… dovrebbero essere affrontate insieme agli uomini: non sono “roba nostra”, ma della società.

Cosa ha funzionato? Il soffitto di vetro si è scheggiato (ma non rotto) e le donne sono entrate a far parte della società esterna, acquisendo il diritto di essere e di fare. Mica male (e non è ironico). Ma come dice bene Elena Ferrante (autrice così brava che qualcuno ha lanciato il sospetto che sia un uomo): “Le ragazze sembrano convinte che la condizione di libertà che hanno ereditato sia un dato di natura e non il risultato provvisorio di un lungo scontro ancora in atto.” Pur comprendendo perfettamente il suo ragionamento, mi schiererei dalla parte delle giovani donne, perché in realtà è un dato di natura, falsificato però dalla storia. E poi che brutto, che sia uno scontro!

Cosa non ha funzionato? La trasmissione dell’eredità, in sostanza. Colpa della realtà di oggi, che lascia credere che tutto sia acquisito, che non esista più l’oppressione da combattere, ma anche dell’incapacità di coinvolgere gli uomini nel cambiamento. E, soprattutto, dell’individualismo crescente che fa sì che ognuna coltivi il suo orticello (leggi il post Nessuna donna è un’isola). A tal proposito, mi pare che una questione fondamentale la sollevi Natalia Aspesi, quando suggerisce di insegnare nelle scuole la storia delle donne negli ultimi cent’anni (ne accennavo nel post di giugno 2014, Portare il femminile in un mondo maschile). Come si studia l’Illuminismo, c’è spazio per altri argomenti che hanno squarciato le tenebre. Questo, però, andrebbe studiato prima del liceo.

Diciamo alle elementary? Elementare, Watson.

Un énième bilan de pertes et de gains

Voici un bref bilan à partir de l’enquête de Sabina Minardi parue sur L’Espresso, hebdomadaire italien. Les femmes ont perdu, un titre provocatoire, tout comme l’image de couverture, pour un article qui n’est pas défaitiste, mais qui nous montre le manque de transmission des valeurs de base de la cause des femmes. L’écrivain du Niger Chimanda Adichie nous le rappelle: féministe est celui ou celle qui croit en l’égalité sociale, politique et économique des deux sexes. Il faudrait peut-être changer de nom, car il ne convainc plus les jeunes femmes, qui ne se sentent pas de victimes et qui croient que tout est acquis, pour découvrir la vérité lors de l’entrée dans le monde du travail et/ou lorsqu’elles deviennent mères. En réalité, un bon point de départ serait de faire comprendre à tous que les problématiques « de femmes » sont en réalité des problématiques de société, auxquelles les hommes devraient également participer.

Qu’est-ce qui a marché? Le plafond de verre a été ébréché (mais pas encore cassé) et les femmes ont acquis le droit de dire et de faire. L’écrivain italien Elena Ferrant (dont le talent lui a valu la suspicion d’être un homme) nous rappelle un fait sur lequel réfléchir : « Les jeunes femmes sont convaincues que la condition de liberté dont elles ont hérité soit naturelle, et non pas le résultat d’un long travail pas encore terminé ». Mais là, j’aurai envie de soutenir les jeunes, car en réalité ce devrait être tout à fait naturel.

Qu’est-ce qui n’a pas marché? La transmission de l’héritage. Nous ne voyons plus clairement ce contre lequel il faut se battre, et nous n’avons pas inclus les hommes dans notre combat. A ceci, on peut ajouter l’individualisme (lire dans l’archive de février : Aucune femme n’est une île). A ce propos, il me semble important de rappeler l’idée de l’intellectuelle Natalia Aspesi, qui suggère d’enseigner l’histoire des femmes dans les écoles (je me suis également penchée sur une réflexion de la sorte dans un post de juin 2014, Portare il femminile in un mondo al maschile). Après tout, si on étudie l’Illuminisme, pourquoi pas un autre chapitre de l’histoire qui a fait sortir des ténèbres ? Mais il faudrait l’ensegner avant le lycée. À l’école primaire, par exemple. Élémentaire, mon cher Watson.

 

What has been gained and lost

Here is a brief analytical summary of Women have lost published on the Italian magazine L’Espresso. Despite the title, it is not meant to discourage. It just points out that we need to rethink the way the heritage of feminism has been transmitted. As Chimanda Adichie, the Nigerian writer reminds us: feminist is someone who believes in social, political and economic equality. We should consider a change in the name, as younger women no longer identify with that word. They do not feel victims and, moreover, they believe everything has been achieved (yet they discover it is untrue when they enter the workforce or/and become mothers). What everyone should understand is that women issues are in fact societal ones, so we failed to convince men to participate. Elena Ferrante (an Italian writer whose books are translated into English and worth reading) said that young women seem to think that what they have is a natural condition and not the result of a long battle. Yet I would agree with those women: it is a natural condition (at least it should be).

What has been gained? Glass ceiling has been splintered (if not broken yet)  and now women can be and do what they want. What did not work as expected? The transmission of a feminist conscience. Some forty years ago, the “enemy” was much more concrete, now it is not anymore, yet still present. And individualism too (read my February post No woman is an island). Yet women have their share of guilt: they have been unable to involve men in the change.

Finally, one point needs to be mentioned. I also talked about something similar in a June 2014 post but let me report what Natalia Aspesi, an Italian intellectual, proposes: we should consider teaching the history of women in schools. That is as fundamental as Enlightment, after all. Only of a different sort. In high school, it would be too late. Shall we teach it in primary (elementary) schools? Elementary, my dear Watson.

LA CULTURA DEL TUTTO E SUBITO / Tout avoir et tout de suite / All and at once

“Un pensiero particolare alla memoria di questa gente importante” (La lettera G, p. 206)

 

“Perché tante cantanti sono adolescenti?” mi chiede mia figlia di otto anni.

Bella domanda. Ai miei tempi erano delle adulte/i, sorte di figure mitiche alle quali aspirare quando, infine, saremmo stati grandi. Modelli da ricercare fuori dal conosciuto, figure di adulti potenti, ancor più potenti dei genitori, alle quali identificarci: belli e ricchi, sì, ma soprattutto bravi… e grandi. Crescere contava ancora qualcosa: in cambio della crescita e delle sue responsabilità, avremmo avuto la ricchezza (l’indipendenza economica) e la bravura (un mestiere). Concetti superati e io la solita dinosaura?

Me lo sto chiedendo proprio ora, ripensando a quella domanda.

Oggi si vuole tutto e subito, persino la fama. Il messaggio dei divi adolescenti è: non dovrete aspettare, si può essere belli, ricchi, bravi e di successo già a 13 anni. Di conseguenza, crescere non serve a nulla. I tempi dei bambini prodigio sono finiti: oggi sono tutti bambini prodigio.

Che illusione!

Per le bambine, poi, le conseguenze sono ancor più impressionanti: c’è il rischio di donnine create dal marketing già a 11 anni, miniature di bombe sexy con mosse azzardate e capelli lunghi, sguardi che promettono cose di cui ancora non sanno nulla, creature finte che passano per vere. Senza un accompagnamento adeguato, le bambine non possono capire la costruzione di queste false identità che emulano, la standardizzazione delle loro bellissime e variate personalità, bensì solo partire dal principio che, già a quell’età, devono essere così per avere successo. E poi sparire dalla vista quando diventano adulte. Lo stesso capita con la moda, con i prodotti di bellezza, eccetera.

Ancora una volta mi chiedo: come spiegare?

Tout vouloir, et tout de suite

“Pourquoi tant de chanteurs/uses sont des ados?” me demande ma  fille de huit ans.

C’est une très bonne question. Lorsque j’étais ado, les vip étaient des adultes, des hommes ou femmes mytiques auxquels on pouvait aspirer. Des modèles qu’on pouvait rechercher en dehors de sa propre famille/société, des adultes puissants, encore plus puissants que les parents, auxquels nous pouvions nous identifier : beaux, riches, mais surtout capables.. et adultes. Grandir voulait dire acquérir ces qualités, même si on devait accepter des responsabilités. Tout cela est vieux jeu ?

Je me pose cette question en songeant à celle de ma fille.

Aujourd’hui nous voulons tout et tout de suite. Le message lancé par les star ados est le suivant : vous n’avez pas besoin d’attendre, on peut être beaux, riches, capables. On peut avoir du succès déjà à 13 ans. Par conséquent, grandir ne sert pas à grand-chose. Les temps des enfants prodige sont révolus. À notre époque, tous peuvent être des enfants prodige.

Qu’on se détrompe!

Pour les petites filles, le conséquences sont encore plus impressionnantes: le risque de voir des petites femmes de 11 ans crées par le marketing est grand. Les filles ne peuvent pas comprendre la construction de ces fausses identités, la standardisation de leurs belles et différentes personnalités. Faute d’avoir un bon accompagnement, elles ne peuvent que croire que, à cet âge déjà, elles doivent être comme cela pour avoir du succès.

Encore une fois je me demande : comment peut-on expliquer ?

All and at once

“Why are there so many teenager singers?” asked my eight-year-old daughter.

This is a very good question indeed. When I was a young girl, singers were adults, models to which we could aspire to become. Models to look for outside the family or neighbourhood, powerful, rich, beautiful but most of all good a something and… grown-ups.

We could not wait to grow up, we wanted it, really. In exchange for taking responsibility, we would be rich (economically independent) and good at something (we would learn a job). Are these old ways of thinking? I am wondering now.

Today, we want all and at once, even fame. The underlying message teenage stars convey is the following: you do not have to wait until you grow old. Now you can be good, rich and famous at 13. So, growing up is useless.

For young girls, things are even worse: the risk is the creation of 11-year-old miniature of sexy women. At that age, girls cannot understand how marketing is shaping their different personalities trying to make them look all alike. Without any help from family, school or else, they might think that make-up, clothes, show up or even plastic surgery are the way to success.

Once again I wonder: how can we explain?