CREARE NUOVI MODELLI LAVORATIVI /Créer de nouveaux modèles de travail /Creating new working models

“Il problema della signora G era semplice: aveva un doppio carico di lavoro che non poteva gestire in modo ottimale. E questo la rendeva stanca e piagnucolona. Normale che il marito uscisse con gli amici” (La lettera G, p. 104)

Torniamo a parlare di donna e professione, ammettendo senza gravi patemi d’animo che il mondo del lavoro è a ancor oggi sostantivo maschile. Sento insorgere voci miste e allora mi spiego: le donne ci sono ma le aziende e i tempi sono organizzati al maschile passato, ovvero a quell’epoca dove solo gli uomini lavoravano fuori casa. Conseguenza: tempi pieni senza interruzioni, carriera lineare e libertà di movimento, di impegno e di impiego del tempo assicurati dalla family manager. Se la forza lavoro si è femminilizzata, l’azienda non si è adattata al cambiamento. L’hanno fatto le donne, dapprima per entrarci, e poi per restarci.

Ora guardiamo la situazione da vicino: questi ritmi convengono alle donne fino a quando sono single o in coppia. Ma siccome alla biologia non si scampa, prima o poi si imbattono nel dilemma: “To have or not to have (a baby)?”. E quando arriva il baby, i limiti del modello maschile si mostrano in tutta la loro folgorante e spietata realtà. La donna torna ad essere donna e il mondo del lavoro glielo ricorda brutalmente. E non solo quello: nemmeno la cultura è completamente cambiata e in generale si ritiene (mariti compresi) ancora normale che sia lei a occuparsi dei figli, lasciando o diminuendo drasticamente la percentuale di lavoro. O gestendo le due sfere contemporaneamente, con tutti i problemi connessi di cui sono, naturalmente, considerate le uniche colpevoli.

Ma le cose non erano cambiate? Non si diceva che noi donne potevamo avere tutto? E che ne è di un modello flessibile, della libertà di scelta, della possibilità di gestire a due casa e lavoro? Di aiutarsi a vicenda? Si insinua la delusione. Iniziano i malintesi e i compromessi. O i tentativi di gestire tutto che ricadono sulle spalle femminili, facendo esplodere le loro ore di lavoro giornaliere, il risentimento e la frustrazione.

Qui siamo costretti ad ammettere che, se nel modello tradizionale c’erano ruoli distinti – ma non sempre adatti alle singole personalità – c’era perlomeno chiarezza. Oggi invece la chiarezza non c’è più. O meglio, per la donna di oggi è chiaro che la cura del bambino sarà divisa a metà (come pure quella della casa) mentre per l’uomo di ogni tempo (salvo dovute e nemmeno rarissime eccezioni) è chiaro che se ne occuperà lei (del resto, non è forse il suo lavoro di sempre?). Dobbiamo dunque tornare indietro per ritrovare una parvenza di serenità? No, perché la vita di molte donne ci dimostra che non era un modello ideale. Come non non lo è questo. Perché il fulcro del problema non è la donna che lavora fuori casa: è l’assenza di una reale possibilità di scelta libera e consapevole su come organizzare la propria vita.

Sarà necessario fare un’incursione sullo sfibrillamento dei legami sociali e parentali (zie, vicine, amiche, sorelle, madri) che aiutavano la donna ad allevare i figli, sfibrillamento che concorre ad accentuare le difficoltà menzionate sopra, e sulla difficoltà delle donne a rientrare nel circuito professionale dopo l’accudimento dei figli. Ma, per il momento, delimitiamo il campo di discussione e lasciamo ogni coppia organizzare il tempo come meglio può e crede. Ricordiamo però che, al di là delle funzioni biologiche di base quali gravidanza, parto e allattamento (l’ultimo da sempre già sostituibile) nulla impedisce a un uomo di svolgere attività considerate di “competenza femminile” in modo più che dignitoso.

Per incentivare una divisione dei compiti più libera e più consona ai desideri di ogni persona, ci sarebbe un grande passo da compiere: pagare il lavoro domestico (riconoscendone il valore secondo lo standard in voga – ma senza dimenticare che è comunque valido). È visionario e innovativo, ne sono cosciente. Ma è una soluzione valida, perché la ragione principale che porta donne e uomini a lavorare fuori casa è l’assenza di riconoscimento sociale (leggi anche: monetario) del lavoro domestico e della cura dei figli. Spesso il riconoscimento è minimo anche “in azienda”, ma pecunia non olet e anzi, sovente è il fattore motivante o/e imprescindibile. Questa iniziativa aiuterebbe sia uomini che donne a scegliere con maggiore libertà. Sarebbe un primo e deciso passo, contrastato solo dalla pressione sociale ad incarnare ruoli prestabiliti e dal fatto che, per rendere la misura appetibile, occorrerebbe fissare un salario adeguato. E, per inciso, questa non dovrebbe essere un’idea stravolgente, perché per le pulizie o per le tate si paga – purtroppo troppo poco perché questi tipi di lavoro siano rivalutati. Rendere questo tipo di lavoro finanziariamente appetibile è necessario per aprire la via alla scelta maschile, o il rischio sarebbe quello di veder tornare solo le donne “a casa”. (Vi prego anche di non tacciare l’iniziativa di meschina, con il pretesto che questo lavoro così importante non andrebbe volgarizzato da un corrispettivo in vile denaro: per quanto mi riguarda si può anche tornare al baratto, ma siamo ormai nell’era dei soldi.)

Non è la soluzione unica: ce ne sono certamente altre che toccano le politiche aziendali e la grande discussione sul cambiamento di mentalità degli uomini. Tutte quante andrebbero valutate e integrate. Ma è un’ulteriore idea su cui riflettere nel nome di quella sacrosanta libertà di scelta che millanta la società odierna, senza riuscire a mantenere le sue promesse.

 

Créer de nouveaux modèles de travail

Revenons donc sur le sujet femme et profession et avouons-le: travail est encore un nom masculin. J’entends des voix outrées et j’explique: bien sûr que les femmes travaillent, mais les entreprises et leurs rythmes sont encore organisés selon le modèle d’antan, lorsque les hommes étaient les seuls à travailler en dehors de la maison. Par conséquent: plein temps sans interruptions, carrière linéaire et liberté de mouvement, d’engagement et d’emploi du temps assurée par la Family Manager. Il est temps de constater que, si les femmes sont rentrées dans le monde du travail, l’entreprise ne s’est pas adaptée. Cela a été le lot des femmes, qui voulaient en faire partie et ensuite y rester.

Les rythmes imposés par l’entreprise conviennent aux femmes tant qu’elles sont seules ou en couple. Mais tôt ou tard la biologie s’en mêle et elles doivent résoudre le dilemme: “To have or not to have (a baby)?”. Lorsque le bébé est là, les limites du modèle masculin deviennent évidentes. La femme redevient femme et l’entreprise le lui rappelle de façon brutale. Et non seulement l’entreprise: notre culture n’a pas changé complètement et en général on estime normal (y compris les maris) que les soins de l’enfant soient de compétence féminine. Pour les jeunes mères, cela signifie abandon du travail, temps partiel ou gestion des deux activités avec tous les problèmes qui s’ensuivent. Problèmes desquels elles sont, évidemment, tenues par seules responsables.

Mais les choses n’avaient-t-elles pas changé? Nous, les femmes, n’étions pas censées de tout avoir? Qu’en est-il d’un modèle flexible, du libre choix, de la possibilité de partager les tâches et tout gérer à deux? La déception s’insinue, les malentendus commencent et les compromis surgissent, ou bien les tentatives de tout gérer qui font exploser les heures de travail quotidien des femmes et, avec elles, leur frustration.

Il faut bien avouer un avantage du modèle traditionnel: celui de la clarté des rôles. Cela ne convenait pas à toutes, malheureusement. Mais aujourd’hui rien n’est clair. Autrement dit, pour les femmes il est clair que les tâches seront partagées, tandis que pour les hommes (sauf exceptions) il est clair que ce sera son travail à elle de s’occuper des enfants et de la maison, même si elle travaille en dehors. Après tout, ce l’a toujours été. Faut-il donc revenir en arrière pour retrouver la sérénité? La vie de nos mères, grand-mères, arrière-grands-mères etc nous prouve que non. Mais le modèle actuel a aussi beaucoup de failles. Car le vrai problème n’est pas le travail des femmes, mais l’absence d’une réelle possibilité de libre choix en ce qui concerne l’organisation de la vie.

Il faudra tôt ou tard discuter du relâchement des liens sociaux et parentaux (tantes, voisines, amies, sœurs, …) qui aidaient la femme à élever les enfants, car ce relâchement accentue les difficultés citées plus haut. Une autre problématique qui doit être abordée est la difficulté des femmes à retrouver du travail après une période consacrée aux enfants. Mais, pour le moment, contentons-nous de discuter des modèles, en laissant chaque couple décider pour le mieux avec juste un petit rappel: mises à part les fonctions purement biologiques telles que grossesse, accouchement et allaitement (le dernier déjà substituable avec le biberon) rien n’empêche que les hommes réussissent dans des tâches “féminines”.

Afin d’encourager un partage des tâches selon les envies de chacun et chacune, il faudrait payer le travail des personnes au foyer. Ainsi pourrait être reconnue “de façon standard” sa valeur. C’est une proposition visionnaire et innovatrice, j’en suis consciente. Mais elle est valable, car la raison principale qui amène hommes et femmes à travailler à l’extérieur est l’absence de reconnaissance sociale du travail domestique et des soins aux enfants. Il convient de rappeler que si on ne souhaite pas s’occuper de ces tâches au sein de la famille, il faut payer quelqu’un (malheureusement toujours trop peu pour que sa valeur soit reconnue) donc ma proposition n’est point absurde. Mais il ne faut pas se leurrer, la reconnaissance se limite au salaire dans bien de cas. Néanmoins, cette mesure aiderait femmes et hommes à décider de manière plus libre. Après quoi il ne nous resterait que lutter contre les normes sociales qui attribueraient ce même ce travail aux femmes, ainsi que fixer un salaire adéquat pour que la mesure soit intéressante, autrement on risquerait simplement de faire rentrer les femmes au foyer sans proposer une alternative viable aussi pour les hommes.

Ce n’est pas la solution miracle: il y en a certainement d’autres concernant les entreprises et le changement de mentalité des hommes. Toutes devraient être évaluées et intégrées. Mais il me semble une idée additionnelle sur laquelle réfléchir si on veut préserver le libre choix qui nous fait miroiter la société moderne sans pour autant pouvoir tenir ses engagements.

 

Creating new working models

Summary: in this post, I discuss the difficulties women encounter in the job market, which are due to the fact that societies are still working with masculine rythms, thus creating a problem when women have children. Before, they handle everything perfectly. Only after, the lack of flexibility entails the (not always free) choice of a part-time job, simply leaving it or else handling everything with great effort.

Until they have children, women are optimist and believe that everything is possible. They think childraising is perfectly compatible with working and that both are going to be shared. Yet this is very often untrue. Hence the deception. Women were promised everything but cannot get it. Frustration and rage simmers.

One would be tempted to go back to the “old” times when home and work were two sexually differentiated worlds and roles were clear. But we know this cannot be: the lives of our mothers or grand-mothers is a sufficient proof of it. The problem is not women in the workplace, but the lack of choice concerning work and family balance.

In order to solve it, one important step should be taken: to pay domestic work and childraising. This is of course a courageous initiative, but it is a necessary one and not absurd because, after all, when outsourced, these tasks are already paid. But paying them anyway would allow men and women to choose more freely what they want to do. More men could choose to take care of children and the one who stays home would feel more appreciated. This is not the solution to every problem, as classic roles are hard to die. Moreover, this job should be paid enough to be attractive. But it is a step forward towards free choice. If those kinds of jobs were more valued, men would choose them too. I do not think it will make women slip again into old models, but rather open up a new range of possibilities.

 

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DOVE SONO I PADRI / Où sont les pères /Where are fathers

“Tutto avrebbe continuato ad essere come prima: le donne avrebbero continuato a dare alla luce i figli, le mogli avrebbero dovuto comunque sottomettersi al volere dei mariti, le madri avrebbero continuato a sacrificarsi per i figli, le donne avrebbero potuto lavorare ma a costo di discriminazioni sociali e salariali.” (La lettera G, p. 75).

Conciliare famiglia e lavoro. Il tema è trito, ma non varrebbe la pena riparlarne se avessimo trovato la soluzione. Sono contro la rinuncia alla carriera delle donne perché le loro capacità esulano dalla sfera famigliare. Eppure non mi va che si trascurino i bambini, come se l’umano valesse meno di un qualsiasi (e quasi sempre effimero) “successo” professionale, che per i più si riduce al guadagno o all’immagine. Ma un equilibrio è davvero possibile?

Io sogno un mondo di libera scelta e di condivisione. Ma forse è utopia, perché ancora oggi le circostanze portano molte donne a rinunciare ad attività esterne, e le altre a barcamenarsi, poiché allevare dei figli non è un lavoro da poco. Io stessa – vittima del luogo comune che chi sta a casa non lavora – avevo sottovalutato l’impegno e l’energia che richiedono. Eppure l’avevo sotto gli occhi, il lavoro costante ed estenuante di mia madre, alla quale va un elogio. Il piacere di occuparsi della famiglia esiste, ma può essere oscurato da un aspetto di rinuncia. Aggiungiamo che, sovente, le donne vengono orientate verso lavori di supporto o al di sotto delle loro capacità, da cui deriva la (logica) scelta di dedicarsi alla sola funzione biologica.

Questa scelta, libera o mista a rinuncia, continua a far prevalere la divisione classica. E questo non mi piace. Ma non perché sono una donna e tocca a me. Non perché credo che il lavoro domestico valga meno di quello pagato. Il punto non è questo. A me disturba profondamente la mancanza di scelta. Perché “rinuncia” è ancora oggi sostantivo femminile. Non tutte le donne sono portate esclusivamente alla cura di casa e figli – io per prima. E a queste occorre dare la possibilità di contribuire anche in altri modi (lavoro, politica, impegno sociale, volontariato, letteratura, ricerca..) alla società. Ma per far ciò ci vuole tempo e serenità.

Si sta a disquisire sulle strutture di accoglienza under 3 o dei servizi parascolastici, sorvolando (casualmente?) un aspetto essenziale: i padri dove sono? Perché, anziché ribattere il chiodo sulla necessità di costruire asili nido o di impiegare educatrici, non si creano le condizioni quadro, a livello politico e aziendale, per una cura condivisa tra gli attori principali, ovvero madre e padre? Non sarà perché politica e azienda sono paradossalmente sostantivi maschili, feudi inespugnabili dai quali gli uomini decidono le sorti del mondo – e delle donne?

Gli uomini sembrano dirci che a loro importa più del potere, dei soldi o della carriera. Sarà vero o è un ripiego, dato che i figli li fanno ancora e da sempre le donne? In tal caso, anche per loro la scelta è ridotta. Quanti padri si dedicherebbero volentieri ai figli? Sospetto che siano più di quel che si creda. Io non credo che debbano o vogliano essere confinati al ruolo di spermatozoo e, fossi un uomo, mi arrabbierei all’idea di essere dispensabile e dispensato dall’educazione, dalla cura (e qualche volta anche dall’amore) dei figli. Cura e educazione sono compiti fondamentali e ce lo si dimentica spesso perché ci si ostina a minimizzare questo importante lavoro. Personalmente voglio svolgerlo al meglio non perché sia una donna e quindi tocchi “naturalmente” a me, ma perché è essenziale. Come è essenziale quel che voglio fare per la società. Le due cose non dovrebbero escludersi mutualmente perché a perderci siamo tutti noi. Per questo noi donne dobbiamo prenderci il tempo per pensare e agire, perché anche influendo sul mondo esterno ci prendiamo cura dei figli: operando cambiamenti, mostrando il nostro impegno su fronti diversi, dando l’esempio. Ci dobbiamo impegnare per mostrare ai nostri figli dei modi di organizzazione diversi, all’insegna della flessibilità di tempi e ruoli. Ma perché questo sia possibile, abbiamo bisogno di cooperazione tra donne e uomini. Questo è il nodo gordiano, e sappiamo tutti come va districato.

Ho provato grande soddisfazione sentendo mia figlia a neanche 7 anni dire: “Dei bambini si occuperà anche mio marito, perché saranno anche figli suoi”. Bravo suo padre, che dà il buon esempio. E sua madre, che ha scelto bene il compagno. Quando le ho detto che avrei messo la sua affermazione sul mio blog, lei mi ha risposto: “Ma mamma, questa cosa non è interessante: la sanno tutti!” E io ho sorriso indulgente. I bambini sono speciali perché sanno sognare. E se non zittiamo il bambino che sta in noi, un giorno forse realizzeremo il sogno. Perché visione, impegno, coraggio e passione cambiano il mondo ogni giorno.

 

Où sont les pères?

Concilier famille et travail. Le sujet est connu, mais toujours sans solution. Je suis contre l’abandon de la carrière pour les femmes, car leurs capacités ne se limitent pas à la gestion de la famille. Mais je ne peux supporter que l’on néglige les enfants, comme si l’humain valait moins que n’importe quel “succès” professionnel, souvent éphémère et limité au gain ou à l’image. Un équilibre est-il possible?

Je rêve de libre choix et de partage. Mais c’est de l’utopie, car aujourd’hui encore maintes femmes renoncent à des activités extérieures, tandis que bien d’autres se débrouillent comme elles le peuvent car élever des enfants ce n’est pas une mince affaire. J’ai été moi-même victime du préjugé qui définit sans travail les femmes au foyer et, de ce fait, j’avais sous-estimé ce que signifie avoir un enfant. Pourtant, j’ai vu avec mes propres yeux la charge de travail constante et exténuante de ma mère, qui mérite un éloge. Le plaisir de s’occuper de la famille existe, pourtant certaines femmes ressentent de la privation. Il faut préciser que, souvent, elles sont orientées vers des postes de support, ou au-dessous de leurs réelles capacités, ce qui entraine le choix (logique) de se consacrer uniquement à leur fonction biologique. Malheureusement, de cette façon on retombe dans le partage classique des taches. Et cela ne me plait guère. Mais ce n’est pas car je suis une femme et c’est de mon ressort. Ce n’est pas car je crois que le travail à la maison a moins de valeur. Mon souci est le manque de libre choix. Car renoncer est un verbe qui s’utilise le plus souvent avec un déterminant féminin. Il n’y a pas que des femmes entièrement vouées aux enfants. Certaines souhaitent contribuer aussi différemment (par un travail rémunéré, par la politique, le bénévolat, les activités sociales, la littérature, la recherche..). Mais pour cela il faut du temps et de la sérénité.

Le débat tourne très souvent autour de la nécessité de construire des structures d’accueil pour les moins de 3 ans, aussi bien que sur l’embauche des éducatrices. Néanmoins, on survole (par hasard?) un point essentiel: où sont les pères? Pourquoi ne créé-t-on pas le cadre politique et d’entreprise qui permettrait aux acteurs principaux de l’éducation des enfants de partager cette tâche? Le fait que politique et entreprise soient paradoxalement substantifs masculins y est sûrement pour beaucoup. Elles sont encore aujourd’hui des fiefs imprenables, du haut desquels les hommes décident le sort du monde – et des femmes.

Les hommes peuvent bien nous dire qu’ils préfèrent le pouvoir, l’argent ou la carrière. Est-ce vrai ou bien se retranchent-ils derrière le travail car le pouvoir de créer la vie appartient depuis toujours aux femmes? Si cela est le cas, leur choix est également limité. Combien de pères souhaiteraient s’occuper de leurs enfants? Je parie qu’ils seraient plus nombreux qu’on le croie. Je ne  pense pas qu’ils souhaitent ou doivent jouer le rôle de spermatozoïde et, si j’étais un homme, je n’apprécierais guère d’être dispensable et dispensé de l’éducation, du soin (et parfois de l’amour) de mes enfants. Soins et éducation sont des tâches fondamentales. On l’oublie souvent car on a toujours minimisé cet important travail. Personnellement, je veux le faire au mieux non pas car je suis une femme et cela me revient “naturellement”, mais parce qu’il est essentiel. Comme je considère essentiel ce que je veux faire pour la société. Ces deux aspects ne devraient pas s’exclure mutuellement car tout le monde y perdrait. Pour cette raison, les femmes doivent prendre le temps pour penser et agir, car c’est également en agissant sur le monde extérieur que nous prenons soins de nos enfants. Il faut que les femmes soient un exemple de changement et d’engagement. Il faut qu’on montre que des façons flexibles de s’organiser sont possibles. Et que les rôles peuvent également être échangés. Mais pour cela, il faut qu’hommes et femmes s’entraident. Voilà donc le nœud gordien. Et tout le monde sait comment il faut le démêler.

Quand ma fille de 7 ans me dit: “Des enfants s’occupera également mon mari, car ils sont également ses enfants” je ressens une grande satisfaction. Bravo au papa, qui montre le bon exemple. Et à la maman, qui a bien choisi son partenaire. Ensuite je lui dis que j’écrirai son affirmation dans mon blog et elle me répond: “Mais maman, ceci n’est pas très intéressant, tout le monde le sait!”. Sur cela je souris avec indulgence. Les enfants sont magnifiques car ils savent rêver. Et si nous avons le courage de ne pas faire taire notre enfant intérieur, il se peut qu’un jour nous réaliserons notre rêve. Car vision, engagement, courage et passion changent le monde chaque jour.

 

Where are fathers? (Summary)

This post discusses the role of fathers in raising children. Presently a lot of women are forced to give up their job because of the difficulty of having both a career and a family life. I find this wrong, although I cannot bear the idea of children being less important than any (often unimportant) job. I  hereby try to propose ways to find a balance.

Rather than employing other women to take care of children, I propose the possibility of creating the right social and working conditions in order to allow fathers to take care of their children. We need new social policies. I argue that free choice is the word, which is not the case still nowadays. Children are not less important than career but almost only women are willing to take care of them, thus giving up the possibility of their precious contribution to society (through job, politics, literature, research, etc.). Raising children and working for the improvement of our society must not be two separate and irreconcilable concepts. The key concept is sharing, so that “give up” will not be a verb used with the feminine only.

So where are fathers? It is high time we did something for a shared contribution between man and woman to both social and family worlds. This is the Gordian knot and it must be severed with new and courageous family policies.