MODELLI DI MADRI DI MASCHI – Mères de garcons – Mothers of boys

“Che le femmine andassero rispettate e apprezzate come i maschi era una nozione del tutto nuova per Gina.” (La lettera G, p. 129)

Dopo la lettura del precedente post (Modelli di madre) non pensino le madri di maschi di potersi esimere dalla loro naturale responsabilità. Nemmeno i padri: tutto quel che segue vale anche per loro, ma qui stiamo parlando di donne.

Anche se le donne non sono generalmente il punto di riferimento per la costruzione dell’identità maschile, esse porranno la base per una sana relazione all’altro sesso e fungeranno da modello inconscio per la ricerca della partner. Quante volte, infatti, il figlio sposa una donna che assomiglia a sua madre (per carattere, o apparenza fisica, o personalità, inclinazioni, istruzione, modo di fare, ecc..)? E quante volte ne sposa una che non le assomiglia per niente? Basti questo a dimostrare quanto sia importante fornire un modello di donna fiero dell’appartenenza al suo sesso, cosciente delle sue forze ed esempio di relazioni fondate sull’uguaglianza e sul rispetto.

Infatti, il primo esempio di rapporto all’altro sesso ha origine nella famiglia ed è la base principale su cui si fonda l’apprendimento relazionale ed emotivo (valido per entrambi i sessi… e qui si potrebbe disquisire all’infinito sulle dinamiche uomo-donna all’interno di una coppia e di come esse influenzino la sfera emotiva). Senza dilungarmi (per ora) su questo argomento, aggiungerei un ultimo appunto. L’educazione nella famiglia è appannaggio ancora quasi esclusivamente femminile. Perciò, le donne hanno la grande responsabilità di insegnare ai figli maschi l’amore, il rispetto e la condivisione. Questo bagaglio è essenziale ed essi lo porteranno in dono alla donna a cui si uniranno e ai figli che avranno. Personalmente, mi pare il regalo più straordinario che una madre possa fare al proprio figlio.

 

Modèles de mère de garçons

Après lecture du dernier post (Modèles de mère), une chose doit être claire: que les mères de garçons ne pensent pas pouvoir s’abstenir de leur responsabilité naturelle envers leurs fils. Les pères non plus: tout ce qui suit est également valable pour eux. Mais dans ce blog nous parlons plutôt des femmes.

Les femmes ne sont pas, en général, la référence pour la costruction de l’identité masculine. Mais elles sont à la base d’une relation saine avec le sexe opposé et définissent le modèle inconscient dans la recherche d’une partenaire. Combien de fois a-t-on vu des hommes épouser une femme qui ressemble à leur mère (de par son apparence physique, sa personnalité,  sa façon de faire, son rapport à la famille, etc….) ou bien exactement le contraire? Cela devrait suffire à démontrer l’importance d’un modèle de femme fière d’en être une, consciente de ses forces et qui soit un exemple de relations basées sur un principe d’égalité et de respect.

En fait, le premier exemple de rapport au sexe opposé nous vient de la famille et constitue la base principale sur laquelle nous construisons l’apprentissage relationnel et émotif (ceci est valable pour les 2 sexes… et nous pourrions disserter à l’infini sur les dynamiques hommes-femmes dans le couple). Sans vouloir m’attaquer à ce sujet (pour le moment) j’aimerais ajouter que l’éducation est encore la prérogative des femmes. Voilà pourquoi les femmes ont une grande responsabilité: celle d’enseigner à leurs fils l’amour, le respect et le partage. Ce bagage est essentiel et ils le donneront à la femme qu’ils épouseront et à leurs enfants. Je crois que ceci est le cadeau le plus extraordinaire qu’une mère puisse faire à son fils.

 

Mothers as role-models for boys

After reading my previous post, mothers of boys should not think they can get away with taking responsibility just because they are raising a young boy. Neither should fathers: what follows highly concerns them as well, but this blog focuses on women issues.

Women do not, in general, play a major role in the construction of masculine identity. Yet they are the model for their sons’ later healthy relationship to women. Unconsciously, the mother will serve as a model in the search of the ideal partner, as many men end up marrying a woman who strangely resembles (by appearance, education, personality, behaviour, etc.) their mother, or else not at all. This should be enough to prove how important it is for a woman to be proud of being one, to know her own strenghts and to be an example of equality-based and respectful relationships.

As a matter of fact, the first example of relationships between man and woman is to be found in the family of origin and constitues the basis on which boys and girls learn how to relate to the other sex It would be interesting to discuss in which way these dynamics affect their emotions, but I will drop this subject for the time being in order to concentrate on one more important point I would like to make. Whether we like it or not, raising children is still a feminine task. Therefore, women have a huge responsibilty: teaching their sons love, respect and sharing. These are precious and essential values which they will be able to offer theirs spouses and their children. To my mind, this is the most extraordinary gift a mother can make to her own son.

MODELLI DI MADRE (Modèles de mère / Mothers as role-models)

“Era riuscita a nascondere la sua poca propensione alla maternità..” (La lettera G, p. 123)

Un sondaggio britannico del 2011 ha stabilito che le madri sono, nel 29% dei casi, il modello per le figlie. Posto che resta un 71% di modelli derivanti dall’ambiente che le circonda (padri compresi) e nel quale i modelli virtuali di web, musica, cinema e tv prenderanno sempre più spazio, questa percentuale piuttosto importante esorta tutte le donne a essere un modello forte per le figlie. Una grande sfida e una enorme responsabilità.

Ma cosa significa essere un modello forte? Madre lavoratrice? Madre casalinga? Madre intellettuale? Madre chioccia? Madre amica? Quale è la madre “migliore”? E… siamo ancora a queste definizioni? Non voglio stilare una classifica delle caratteristiche che dovrebbe avere una madre “modello”, perché “donna” è per me sostantivo femminile plurale! Delle varie qualità della madre la figlia potrà erigerne alcune a modello e decidere di non adottarne altre, fino a giungere a una costruzione ottimale del suo vero sé.

Mi pare però che una caratteristica tra tutte sia necessaria: la madre deve essere fiera di essere donna. Anche se ci si può costruire per difetto, e che un cattivo modello è pur sempre meglio di non averne alcuno, questo mi pare l’unico punto di partenza auspicabile per ogni donna in divenire.

 

 

Modèles de mère pour les filles

Une enquête  menée en 2011 en Grande Bretagne a établi que les mères sont, à 29% des cas, le modèle suivi par les filles. Certes, il y a beaucoup de place (71%) pour d’autres modèles (y compris le père) et surtout pour des modèles virtuels (web, musique, ciné, tv) qui prendront d’avantage de place, mais ce pourcentage exhorte toutes les femmes à être un modèle fort pour leurs filles. C’est un grand défi et une énorme responsabilité.

Mais que signifie être un modèle fort? Mère travailleuse ? Mère au foyer ? Mère intellectuelle ? Mère poule ? Mère copine ? Quel est le « meilleur » modèle pour les jeunes filles ? Et.. nous en sommes vraiment encore à ces définitions ? En ce qui me concerne, je ne veux pas établir un classement des caractéristiques qu’une mère modèle devrait posséder car “femme” est pour moi un nom féminin pluriel! Des différentes qualités de la mère, sa fille pourra en choisir quelques-unes en tant que modèle, et decider de ne pas en adopter d’autres, jusqu’à construire son propre soi.

Il me parait néanmoins important de mentionner un aspect absolument nécessaire: la mère doit être fière d’être une femme. Si l’on peut se construire par défaut, et s’il est vrai qu’un mauvais modèle est mieux que ne pas en avoir, celui-ci me parait le seul point de départ souhaitable pour chaque future femme.

 

Mothers as role-models for daughters

In a 2011 UK survey, 29% of the girls stated that their mothers are their own role-models. There are lots of other role-models, among which TV, web or music stars, but this rather high percentage tells us something very important: mothers have to be strong role-models for their daughters. It is a great challenge and a big responsibility for women.

So, what is a “strong” role-model? Working mother? Stay-at-home mother? Intellectual mother? Protective mother? Friendly mother? Who’s the “best” one? And.. are we still classifying women this way? Personally, I do not want to draw a list of characteristics a woman must have because, to my mind, “woman” is a feminine but plural noun. Therefore, a young girl can admire some qualities her mother possesses, and decide not to adopt some others. This is how the construction of her own identity will work.

Yet, there is one point I would like to mention: a mother must be proud of being a woman. A girl can certainly build her identity by refusing a negative model, and a negative one is much better than having no model at all. But If I had to choose but one quality a woman (and a mother) must have, it is this very one.

LA GIUSTA PERCENTUALE DI POTERE PERSONALE (Pouvoir personnel / Personal power)

“Aveva un destino che non ha potuto modellare? O delle occasioni che non ha saputo afferrare?” (La lettera G, p. 201)

Leggevo recentemente un articolo basato su una tesi di dottorato di ricerca. L’autrice spiegava in modo esemplare come i giovani credano che il progetto di diventare genitori sia libero da costrizioni e come abbiano ben poca compassione per chi si lamenta delle difficoltà di conciliare famiglia e carriera. Secondo loro avrebbero dovuto pensarci prima. Evviva la solidarietà (che in fondo non esiste finché non ci si confronta praticamente a questa problematica). L’autrice faceva presente come l’ideologia della libera scelta occulti la genesi delle differenze di sesso e definisca come problema individuale quello che è invece un problema di società, ovvero la mancanza di flessibilità delle strutture e delle istituzioni. Credendo che abbiamo davvero tutte le opzioni aperte, rischiamo di non vedere il quadro completo e ritardare cambiamenti auspicabili a livello di società. Questo è il rischio di una visione incompleta e anche io, per alcuni versi, l’avevo per anni inconsciamente assimilata. Volente o nolente sono figlia di questa società individualista e perciò pensavo che il nostro apporto personale potesse cancellare secoli di costrizioni sociali. Ne portavo a riprova la mia storia personale, in controcorrente alle statistiche sociologiche (ma non priva di quei movimenti che hanno fatto la storia di tutti quanti negli ultimi 50 anni e che hanno aperto uno spiraglio fino ad allora inesistente).

Questo articolo mi ha portato a riflettere nuovamente su una tematica che mi è cara e che ho abbordato ne “La lettera G”, ovvero quale potere abbiamo di cambiare la nostra vita date le condizioni sociali in cui nasciamo? Gina, la protagonista, è una donna nata ad inizio novecento da famiglia povera, con tutto ciò che questo comportava. Quali erano i suoi margini di azione? Poteva cambiare la sua storia grazie al solo potere personale? In sintesi, quanto conta la nostra volontà, e quanto le condizioni sociali dalle quali partiamo?

Avere una visione completa e oggettiva su questa problematica mi è ancora difficile. Ho da tempo abbandonato la visione individualistica per abbracciare una visione societaria e, ciò nonostante, sono ancora persuasa che molto spesso abbiamo la possibilità di far cambiare rotta al vascello della nostra esistenza. Ciò che ho capito, tuttavia, è che i margini di manovra sono ben lungi dall’essere uguali per tutti. Per taluni sono davvero ridotti (ma non inesistenti, a meno di andare a toccare frange della società in gravissime difficoltà). Riconosco che partiamo da condizioni economiche, intellettuali e sociali diverse, e che il punto di partenza determina in gran parte (ma non completamente) quello di arrivo. È in quel margine di azione che si gioca la nostra volontà personale. Il potere delle norme sociali, per contro, resta intatto, perché se per certi versi si sta affievolendo, per altri ha solo cambiato forma (prima era la chiesa, oggi è la televisione, prima era la famiglia, oggi è la tirannia della bellezza?). Ma è possibile fare dei (piccoli o grandi) passi e proprio questi determineranno la strada percorsa.

In quale misura, dunque, la propria individualità può influire su un destino? Parlando di autostima con le Femmes Parlantes (argomento 2) si era arrivate alla conclusione che la parte individuale contasse un terzo. È la percentuale giusta? Si può traslare al potere personale? Difficile da stabilire. Perciò, l’attitudine migliore allo stato attuale della mia conoscenza resta quella di riconoscere il potere della società, senza rinunciare a esercitare il nostro potere personale. Quanto alle percentuali, ancora non ho trovato la ripartizione giusta, ma spero me lo perdonerete: la matematica non è la mia passione.

 

Le juste pourcentage de pouvoir personnel

Un article concernant une thèse de doctorat m’inspire ces lignes. Son auteure y explique de façon exemplaire que les jeunes croient que le projet de devenir parents est libre de toute contrainte sociale. De ce fait, ils ont peu d’empathie pour les parents qui se plaignent de la difficulté à concilier famille et travail. D’après eux, ces personnes auraient dû y penser avant d’avoir des enfants. Ce manque de solidarité est peut-être normal tant qu’ils ne seront pas confrontés à cette problématique. Mais la chercheuse rappelait que l’idéologie du libre choix occulte la genèse des différences sexuelles en transformant en problème individuel un problème de société, c’est à dire le manque de flexibilité des structures d’accueil et des institutions. En croyant que nous avons vraiment une vaste gamme de possibilités parmi lesquelles nous n’avons qu’à choisir, nous risquons de ne pas avoir une vision à 360° et, de ce fait, de retarder des changements au niveau social. Ceci est le risque d’une vision incomplète et je dois avouer que, d’une certaine façon, je l’avais inconsciemment adoptée pendant des années. Que je le veuille ou pas, je suis une enfant de cette société individualiste et je pensais que notre apport personnel pouvait effacer des siècles de contraintes sociales. La preuve? Mon histoire personnelle, en contrecourant à toute statistique sociologique (mais sans oublier les mouvements sociaux qui ont marqué l’histoire ces dernières 50 années).

Cet article m’a fait réfléchir à une thématique qui me tient à cœur et dont j’ai écrit dans mon roman “La lettera G”, c’est à dire quel est notre pouvoir personnel de changer les conditions sociales de notre naissance? La protagoniste est une femme née au début du 20ème siècle dans une famille pauvre, et cela pesait sur son destin. Quels étaient ses marges de manœuvre? Pouvait-elle changer son histoire rien qu’à son pouvoir personnel? Cela revient à poser la question: combien compte notre volonté et combien les conditions sociales de départ?

Je peine encore à avoir une vision objective et complète concernant cette problématique. Depuis longtemps déjà j’ai abandonné l’approche personnelle pour faire place à une approche de société et, malgré cela, je suis encore persuadée que, très souvent, nous avons la possibilité de changer le cours de notre destin. Ce que j’ai néanmoins compris est que la marge de manœuvre est très différente pour tout/e et chacun/e. Pour certain/es elle est très réduite (mais pas inexistante, à moins qu’on parle de personnes/ethnies/classes en grosses difficulté). Je reconnais que nous partons avec des conditions économiques, intellectuelles et sociales différentes, et que le point de départ détermine en grande partie (mais pas complètement) celui d’arrivée. C’est dans cette bande d’action que peut agir notre volonté personnelle. Le pouvoir des normes sociales, par contre, demeure intact car, si sous certains aspects il est moins fort, sous d’autres il a tout simplement changé de forme (avant l’église, maintenant la télé, avant la famille, maintenant la tyrannie de la beauté?). Mais il est possible de faire de petits ou grands pas et ceux-ci détermineront la route parcourue.

Dans quelle mesure, donc, sa propre individualité influe sur le destin? Lors de la discussion sur l’estime de soi avec les Femmes Parlantes (lire sujet 2) nous avions conclu que la partie individuelle compte pour un tiers. Est-ce le juste pourcentage? Peut-on l’appliquer également au pouvoir personnel? Difficile à dire. Il me semble donc judicieux de reconnaître le pouvoir social, sans pour autant renoncer à exercer notre pouvoir personnel. Pour ce qui en est des pourcentages, je n’ai pas encore trouvé la bonne répartition, mais vous me le pardonnerez certainement: après tout, je n’ai pas la bosse des maths.

 

The right percentage of personal power

These lines are inspired by an article based on a phd thesis. Its author argues that there is the widespread belief among young people that becoming parents is a choice free of external pressure. Therefore, they show very little consideration for parents complaining about the difficulty of reconciling family and work. To their mind, nobody forced them to have children, so they should have thought about it before. This lack of consideration is perhaps normal, since they do not realise how difficult this can actually be. But the point the author makes is far more interesting: the ideology of free-will conceals the genesis of sex differences and defines as a personal problem what is in fact a problem of society, i.e the lack of flexibility of institutions, firms and children policies. If we think we have plenty of possibilities, we will fail to see the global picture and thus slow down important changes at a global level. Indeed, this is the risk of a partial understanding and, in a certain way, I used to have it too. As I am myself part of this individualistic world, I was convinced that our personal power would cancel social constraints which had been lasting for centuries. My own personal story would speak against their power, as it is very different from the social destiny I was supposed to have.

Reading this article made me think again about an issue discussed in my novel: how strong is our personal power to change our lives, depending on the social class and sex we are born into? Gina, the female hero, is a woman born at the beginning of the 20th century into a poor family. Could she really change her life thanks to her own will only?  Or else: how much does our will matter, and how much the social conditions we start from? Where there is a will, is there always a way?

It is still difficult for me to have a full and objective understanding of this issue. I abandoned the individualistic approach long ago and embraced a global one. Yet I am still convinced that we can lead the boat of our life onto different shores. What I understand now, is that not everyone can handle the boat in the same way. The seas might be different, the winds as well, and we have no power over them. We only have power on the boat and on the way we lead it. But again, some are given a very poor boat and must master the seas with it. Therefore, I now recognise the fact that we start our journey from a different social, economic and intellectual background and that it partially (but not completely) determines the destination. The shore we land onto depends on how skilfully we lead the boat. This is all we can do. The power of society is still intact and has only changed its form (the church or family before, TV or the tyranny of beauty nowadays). Yet it is possible to take (small or big) steps and those very ones will determine the road actually travelled.

What is the percentage of personal power, then? Talking about self-esteem with the Femmes Parlantes group (issue n. 2) we came to the conclusion that the personal part accounts for 1/3. Is this the right percentage? Can we apply it to personal power? Difficult to say. Therefore, the best attitude I can conceive right now is to know how powerful the winds of life are, without giving up trying to stir the boat in the desired direction. As far as percentages are concerned, I do not know the right one yet, but you will certainly pardon me: after all, maths is not my favourite subject.