Le nuove forme della misoginia

Le nuove generazioni erano davvero più intelligenti della sua, pensava. Non se lo sarebbe mai potuto immaginare.” (La lettera G, p. 196)

 

Le nuove forme della misoginia mirano a sminuire il femminile. E, se le manifestazioni grossolane tendono a diminuire, quelle sottili (e perciò meno identificabili come tali) sono ancora presenti. Una di esse è lo svilimento delle funzioni materne o in generale femminili.

L’antefatto

Nel blog Il fatto quotidiano Marina Valcarenghi, nota psicologa e scrittrice, riporta un fatto allarmante. Un suo collega, durante un convegno, ha affermato che l’aumento delle donne nel ramo ridurrà la psicologia all’accudimento, al sostegno e all’orientamento a scapito della ricerca scientifica. Posto che sono dimensioni essenziali (sbaglio forse dicendo che alla base dovrebbe essere questo l’interesse di chi si orienta verso tale disciplina?), sono rimasta delusa per due ragioni.

Delusa, ma perché?

La prima è la constatazione, giusta e doverosa che fa l’autrice, che la misoginia ha cambiato forma ma è sempre presente. Il verbo “ridurre” la dice lunga sul pensiero di quello psicologo, che spero non abbia pazienti donne. Per fortuna, probabilmente si limiterà alla ricerca scientifica, delegando funzioni “meno importanti” a chi è davvero competente. La seconda è tinta di amarezza per il fatto che nessuna donna presente abbia trovato le parole per indignarsi pubblicamente per quel “ridurre”, verbo indicatore della poca importanza accordata a queste dimensioni perché più affini al mondo femminile (leggi anche il mio post: Portare il femminile in un mondo al maschile). Ancora una volta, malgrado l’indignazione, abbiamo taciuto. Non mi si venga a dire che dobbiamo essere superiori o che non vale la pena discutere con certa gente: sono solo scuse per non doverci esporre e per non fare nulla. Paura e Pigrizia sono due parole che dovrebbero essere radiate dal dizionario delle parole femminili. Malgrado le grandi conquiste in tutti i campi, ancora non ce ne siamo liberate. Questo ci dice quanto è forte la pressione sociale esercitata sulle donne e ci mostra pure come anche donne formate a riconoscere – tra i tanti – i meccanismi di svalutazione del femminile, sono vittime di quegli stessi. Il risultato è ridurre (e questa volta il verbo è corretto) le donne al silenzio. Non reagire perché si è capito troppo tardi è capitato e capiterà a tutte e chapeau a Marina Valcarenghi che fa il suo mea culpa (resto una sua lettrice!), ma questo deve farci riflettere. Se nemmeno le donne istruite e psicologicamente preparate riescono a sventare questi tentativi, mi inquieta la sorte di tutte la altre. I meccanismi sono troppo subdoli per riconoscerli immediatamente e combatterli e il nemico più pericoloso è senz’altro quello invisibile.

Come agire?

Scardinare i pregiudizi è difficile, ma le donne possono fare molto. Parliamone tra noi, ribadiamo l’uguaglianza del femminile con il maschile. Non lasciamo che le qualità femminili si “riducano” a qualità di secondaria importanza. Esploriamo noi stesse, svisceriamo i meccanismi appresi nell’infanzia e/o nella giovinezza, in famiglia e/o in società, discutiamone con altre donne, insegnamoli alle nostre figlie. Facciamolo per loro, ma anche per i nostri figli. Siamo in prima linea nell’educazione e possiamo influire parecchio. Esigiamo il rispetto nella coppia, sul lavoro, nella vita sociale. Mostriamo il buon esempio ogni giorno, in particolare in famiglia. Il lavoro educativo per evitare di perpetuare i pregiudizi va fatto sia sulle bambine che sui bambini. Se riuscissimo in questo, forse non ci sarebbe bisogno di raggiungere i livelli più alti, le stanze dei bottoni, per potere cambiare le cose.

Per concludere, Fabrizia su Le Donne Visibili ha proposto un decalogo per incentivare la creatività e l’impegno professionale e intellettuale delle donne. Abbiamo bisogno delle donne in tutte le sfere della società, compresa quella famigliare, esattamente come abbiamo bisogno dell’apporto maschile. Esigiamo che i padri si impegnino tanto quanto le madri nella cura della prole! È un contributo essenziale e non è ancora il caso per tutte. Questo è un punto chiave per riequilibrare la società e mi pare manchi nell’interessante decalogo. Mia figlia l’ha capito a 6 anni (precocità o buon senso?) e mi ha detto: “Dei bambini si occuperà anche mio marito, sono anche figli suoi!”. Certo, figli sono di uomini e donne, come pure il mondo. Ognuno dovrebbe metterci un granellino per migliorarlo.

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