Scrivere per piacere e per dovere

“In fondo la sua vita era piena di doveri e, almeno quello, un giorno diede i suoi frutti” (La lettera G, p. 43)

 

“Perché lei scrive?” è stata la domanda d’apertura dell’incontro del 10 ottobre scorso alla Bibliomedia nazionale di Biasca, a colloquio con Erina Forni Belli. Intuitivamente rispondo che scrivo perché devo. Non che non sia un piacere: lo è certamente. Ma è anche un dovere per riscattare tutte quelle donne che non hanno mai avuto voce e alle quali ho voglia di prestare la mia. Sì: sono una donna con una voce – con questo intendo qualcosa da dire, e le capacità per dirlo – e tacere sarebbe peccato grave. Parlare è un dovere sociale.

Con gli anni infatti, in me è cresciuta la consapevolezza che le donne sono rimaste quasi sempre in silenzio, e non perché non avessero niente da dire: in verità la cultura dominante le ha educate al silenzio (emblematico il detto “che la piasa, che la tasa e che la staga in casa”) e, quantunque avessero avuto qualcosa da dire (la saggezza femminile esisteva, eccome!) sono state private dei mezzi per esprimerlo (fondamentalmente: l’istruzione).

A livello più concreto scrivo per trasmettere le mie conoscenze, scaturite da intuizione, osservazione, esperienza personale o studio. Mi manca ancora lo scambio, e spero di trovarlo anche con questo blog. Scrivo per descrivere la realtà, per darne interpretazioni nuove. In un’intervista, Chiara Gamberale ha affermato: “Scrivo perché la realtà non mi basta”. A costo di sembrare poco fantasiosa e banale come la Gina del mio romanzo, oso ammettere che a me, invece, la realtà basta e avanza. La mia ricetta preferita per la scrittura è: 3 etti di realtà, 4 foglie di saggezza e una spruzzatina di intuizione.

Così, pur non conoscendolo per nulla, sono riuscita a entrare nel mondo di tutte le Gine e ho tentato di spiegare perché lei non è diventata quella che avrebbe potuto essere (e sarebbe bastato semplicemente essere una donna lavoratrice e madre felice!). Sono felice di aver restituito un po’ di dignità alle Gine di tutti i tempi rendendole protagoniste di una storia, anche se non ho potuto scrivere un lieto fine, che sarebbe suonato falso alla luce della dura realtà della condizione femminile in quei tempi. Il lieto fine nella vita delle donne spesso non era previsto dal copione, perché le Gine, per ragioni esplorate nel romanzo, non sono state in grado di scrivere la vera storia della loro vita.

Qualcuno l’ha definito un romanzo duro. E lo è. Almeno tanto quanto la vita delle donne di una volta, e spesso anche di oggi. È una realtà che non dobbiamo negare o dimenticare. Personalmente non ho voglia di sfuggirle. Scrivo per piacere, certo. Ma anche per dovere.

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