Cosa manca alle donne

“Aveva coperto il papato di nove papi e, tuttavia, non aveva fatto nulla che valesse la pena di essere ricordato […]. Forse anche noi viviamo così, e così moriremo” (La lettera G, p. 203)

Cosa manca alle donne, per essere protagoniste della loro vita? Forse solo la certezza che la loro esistenza ha valore, indipendentemente da chi sono, cosa facciano, come si sentono o come gli altri le vedono. E oggi le cose sono diverse, ma altrettanto complicate di una volta. La televisione e Internet sono due attori protagonisti della vita di quasi tutti noi (in Occidente) e attraverso questi media si sta sviluppando una cultura che permea ogni aspetto del nostro essere: esistiamo o non esistiamo? In TV piovono le trasmissioni di telerealtà, spuntano i format “migliore x o y”, sbocciano giochi di varia natura ai quali possono partecipare pinco e pallino, fioriscono i reportages su realizzazioni personali. Nella rete prosperano FB e affini, dove si accumulano amici che si fanno i fatti tuoi e che con il loro sguardo ti fanno esistere. La risposta pare semplice: se esistiamo, appariamo.

La domanda da un milione è: come si fa a vivere in una società dove se non appari non esisti? Nel nostro tempo, la Gina che descrivo nel mio romanzo è un personaggio tragicomico, una che non merita una biografia perché non è interessante, visibile e ammirata. In pratica, per sollevare interesse le manca qualcosa.

Per definire la “mancanza” mi piace il concetto di Brené Brown in “Daring Greatly” (Osare in grande): “quando guardo il narcisismo attraverso le lenti della vulnerabilità, vedo la paura di essere ordinario, paura che ha come base la vergogna. Vedo la paura di non sentirsi mai straordinari abbastanza da essere notati, amati, di appartenere o di coltivare un senso di scopo nella vita”. Anche se non offre soluzioni miracolo, mi pare che centri il problema: in fondo non ci sentiamo mai abbastanza. Le donne in particolare. Oggi la sbarra è alta e anche inseguendo un sogno di popolarità si può slittare in una vita senza senso. Allora è utile stare attenti ai messaggi culturali che dicono che fare una vita ordinaria è fare una vita senza signicato, perché non è la stessa cosa.

Cosa vuol dire fare una vita che ha significato? Penso che la risposta si possa trovare ugualmente e paradossalmente in un’altra domanda che pone la Brown: cosa vale la pena fare anche se dovessi fallire? Ecco perché Gina – e come lei altri – non è riuscita ad essere protagonista della sua vita: non ci ha tentato (e purtroppo per lei non esisteva nemmeno FB). Se riuscissimo ad essere più protagonisti della nostra vita, non avremmo bisogno di apparire: ci basterebbe essere. Shakespeare oggi avrebbe detto “To be or To appear? That is the question.”

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