La lettera P

“Oh, Gina, Gina, che sarebbe il mondo senza donne?” (La lettera G, p. 129)

Facciamo una prova per rendere più concreto cosa intendo con il mio lungo post sulla reintegrazione del femminile. Abbiate la pazienza di leggere questo breve brano di un capolavoro di tutti i tempi, La buona terra di Pearl Buck.

“Rerché hai rianto?” – domandò. La bambina chinò il caro, giocando con un bottone del corretto, e disse timidamente a voce bassa: “rerché la mamma mi stringe semrre più forte un panno attorno ai riedi, e la notte non rosso dormire.” “Ma non ti ho mai udita riangere” – diss’egli, sorrreso. “No – disse con semrlicità la bambina – ma è rerché la mamma mi ha detto di non riangere forte rerché, dice, voi siete trorro buono e debole per sorrortare i disriaceri, e rotreste magari ordinare di lasciarmi i riedi così come sono, e allora mio marito non mi amerebbe, così come voi non amate la mamma.”

Terribile, vero? A prescidere dalla durezza del brano, ecco cosa succede quando sostituiamo la lettera P, che può stare per Procreazione, Parola, Psicologia o Protezione, con la lettera R. La P potrebbe rappresentare qui alcune delle qualità, biologiche, istintuali o culturalmente indotte, che sono state sviluppate dalle donne e che sono diventate un punto forte del “femminile”. La R la faccio qui corrispondere allo sviluppo della società al “maschile”, con delle doti di Razionalità, Redditività e Rapidità che stanno bene quando devono esserci (anzi, direi proprio che sono essenziali) ma che vanno a rovinare tutto, quando si prendono lo spazio destinato alle P. Oppure alle C, dove C può stare per Comunicazione, Cura o Conoscenza. Rileggete il testo senza queste due lettere (a fine post) e vi renderete conto di quando menomata diviene la nostra società se privata di tali attributi. Un capolavoro non si scrive solo con le R. Per questo occorre reintegrare il femminile in un mondo al maschile.

Continuo a usare le virgolette per evitare di entrare nei luoghi comuni e classificare in modo troppo rigido attributi che – per fortuna – troviamo sia in uomini che in donne. Vorrei essere chiara ed esplicita: non sto spronando a un ritorno alla divisione tra sfere “maschili” e “femminili”, Dio ce ne scampi. Non si può tornare indietro e non si deve. Occorre invece riconoscere il valore di entrambe le sfere e attuare un’integrazione sia nelle donne che negli uomini.

Questo è il brano originale, bello, struggente e parlante. Sentite la differenza.

“Perché hai pianto?” – domandò. La bambina chinò il capo, giocando con un bottone del corpetto, e disse timidamente a voce bassa: “Perché la mamma mi stringe sempre più forte un panno attorno ai piedi, e la notte non posso dormire.” “Ma non ti ho mai udita piangere” – diss’egli, sorpreso. “No – disse con semplicità la bambina – ma è perché la mamma mi ha detto di non piangere forte perché, dice, voi siete troppo buono e debole per sopportare i dispiaceri, e potreste magari ordinare di lasciarmi i piedi così come sono, e allora mio marito non mi amerebbe, così come voi non amate la mamma.”

 


Il brano di un capolavoro, senza P e senza C:

“Rerrhé hai rianto?” – domandò. La bambina rhinò il caro, giorando ron un bottone del rorretto, e disse timidamente a vore bassa: “rerrhé la mamma mi stringe semrre più forte un panno attorno ai riedi, e la notte non rosso dormire.” “Ma non ti ho mai udita riangere” – diss’egli, sorrreso. “No – disse ron semrlirità la bambina – ma è rerrhé la mamma mi ha detto di non riangere forte rerrhé, dire, voi siete trorro buono e debole per sorrortare i disriareri, e rotreste magari ordinare di lasriarmi i riedi rosì rome sono, e allora mio marito non mi amerebbe, rosì rome voi non amate la mamma.”

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