Portare il femminile in un mondo al maschile – 3/3

3. RAFFORZARE IL FEMMINILE

In L’intelligenza femminile, ho tentato di mostrare come il movimento delle donne nella conquista di spazi che erano un tempo appannaggio maschile rischia di far perdere l’intelligenza femminile, se portato all’estremo. Vi auspicavo pure un recupero di questa intelligenza e una maggiore consapevolezza del valore del femminile. In questo ultimo post (leggete prima gli altri due per una maggiore comprensione) vorrei esplorare il rapporto tra educazione/istruzione e il sapere femminile.

Per rafforzare la parte femminile, ero e sono convinta che una possibilità concreta siano gli studi, ovvero l’istruzione. Sappiamo tutti che permettere a una persona di istruirsi significa darle la possibilità di affrancarsi dalle forme di schiavitù più disparate e diverse organizzazioni e governi stanno lavorando per questo nei paesi più sfavoriti. Da noi l’istruzione elementare e media (e quasi anche la superiore) è praticamente acquisita e si potrebbe dunque andare oltre. Come? Essendo più consapevoli della ricchezza insita nelle donne, nel loro modo di ragionare e di fare, di come concepiscono e attuano la relazione all’altro e di tutto quanto ruota attorno ad esse. Integrare questo nell’istruzione pubblica aprirebbe nuove prospettive.

Ho esplorato questa possibilità di integrazione e ho addocchiato un master che promette di fare esattamente questo: “Studi di Genere”. Uno di quelli per cui mi guardano e mi chiedono: “E che è?” o “A che ti serve?”. Ebbene, non mi serve a niente, se il metro di giudizio è l’utilità per il mondo del lavoro standard, dominato da esigenze più affini agli uomini. È una di quelle lauree “inutili”, tanto per intenderci, ma si vede che mi piacciono proprio quelle. E anche questa potrebbe espandere la mia conoscenza. Perfetto. Eppure qualcosa mi frena: l’università da sempre è un feudo maschile, e se una studia il femminile, cosa rischia di trovare? Così non riesco a decidermi, anche se vi insegnano e lo frequentano quasi esclusivamente donne. La verità è che mi sto chiedendo sempre più spesso se l’università non sia un cursus troppo maschile e (ormai) troppo professionalizzante. Nel senso che da un lato, la visione femminile non è affatto integrata nell’insegnamento e, dall’altro, si va ad imparare cose che servono per svolgere un lavoro e servire le imprese che lo forniscono, dimenticando saperi più fondamentali (1). In tempi lontani, gli studi che oggi danno accesso a un sapere d’ordine generale erano apprezzati al loro giusto valore. Ci ricordano inoltre un fatto irrefutabile, ovvero che i grandi geni di tutti i tempi erano al contempo matematici, astronomi, letterati, filosofi e molto altro: possedevano un sapere a 360°. Mi si ribatterà che erano altri tempi, che bisogna adattarsi, e questo è anche vero. Ma oggi la tendenza si è ribaltata e siamo nell’era della specializzazione declinata al maschile: chi sa un po’ di tutto, il “generalista”, fa figura di cialtrone. Peggio se sa cose “inutili” come quelle che sanno le donne. Un problema? Si chiama l’esperto (sempre maschio, persino nelle pubblicità di prodotti anticalcarei per lavastoviglie). Le figure del genere medico di famiglia stanno perdendo centralità e rispettabilità, come già è accaduto per quelle femminili (penso alla levatrice d’altri tempi, che aveva un ruolo molto rispettato nella comunità) (2). E qui parliamo solo di università, tralasciando tutto il discorso dell’educazione dei bambini e dell’istruzione primaria e secondaria le quali, malgrado il numero di educatrici e insegnanti donne, tendono agli stessi criteri di riuscita, velocità e utilitarietà.

So che è un discorso complesso e non ho la pretesa né di cambiare la scuola, né di essere nel giusto, tento solo di offrire un’altra visione per lanciare il dibattito. Certo, io sono fiera dei miei diplomi, con essi ho sviluppato competenze importanti, logica e obiettività, tutti attributi associati al maschile e che conferiscono autorità. Senza di essi non saprei come dirvi quel che vi sto dicendo. Passare dall’altro lato era necessario, non si può parlare di ciò che non si conosce. Perché ho una certezza in me: per tornare bisogna essere partiti. La verità è che se non parti mai, non puoi sentire la mancanza di casa e non puoi apprezzarne il vero valore. Ed è proprio a casa che voglio tornare, a quel femminile che fa parte di me dal momento in cui sono stata concepita. Sento il bisogno di tornare indietro a ripercorrere strade e a osservare paesaggi che, nella fretta, mi sono sfuggiti. E mi rallegro di avere acquisito la capacità e la pazienza di osservarli.

Per riassumere, oggi nella nostra società sento forte la mancanza di studi al femminile. Credo fermamente nell’importanza di un cursus che rivalorizzi il femminile e che sia di valore per le donne. Uno dove il nostro sapere ancestrale e attuale venga riconosciuto nella sua centralità e complementarietà. Ma non basta, voglio anche di più: lo voglio che sia interessante anche per gli uomini. E perché questo sia possibile, è necessaria una svolta: il sapere delle donne, il loro sguardo sulla vita e sulle persone, deve essere integrato all’insegnamento a tutti i livelli, perché anche gli uomini possano avvicinarsi a un mondo con il quale hanno poca dimestichezza (3) e trarne grande beneficio. Per ora, purtroppo, il femminile è relegato agli studi superiori e di genere (magari solo per il politically correct) e viene dunque frequentato quasi esclusivamente da donne con formazione elevata. Così si accentua nuovamente la segregazione: la consapevolezza del valore delle donne resta appannaggio di alcune privilegiate e non si raggiungono né gli uomini, negando loro la ricchezza dello sguardo femminile sul mondo, né le donne la cui situazione socio-intellettuale è più fragile. La perdita è immensa. È urgente e necessario re-integrare l’intelligenza femminile nell’istruzione per tutti e immaginare nuove forme di studi superiori che prendano in considerazione il femminile come parte intera, non solo come appendice o complemento del maschile.

Però, chi lo sa: forse alla fine mi ci iscriverò, agli Studi di Genere. Sono importanti nel mio percorso al femminile e sono tra i pochi disponibili. O, forse, ne troverò di più adatti a me. O, magari, li inventerò.

Concludo con un pensiero dello scrittore inglese D.H Lawrence, che ha detto: “The real trouble about women is that they must always go on trying to adapt themselves to men’s theories of women”: il vero problema delle donne è che devono sempre andare avanti cercando di adattarsi alle teorie degli uomini su di loro. Eravamo agli inizi del 1900.

 

 

Note:

(1) L’università finisce per essere amalgamata alla categoria delle SSS (scuole specialistiche superiori), percorsi certamente validi ma con obiettivi e ambizioni diverse. In questo modo viene a perdersi il ruolo insito nel nome, universum, che lascia trasparire l’ambizione a una conoscenza globale, senza limiti di spazio, tempo o genere. Ruolo rimpiazzato da saperi importanti e utili a livello pratico, ma specifici e performanti e, soprattutto, che esulano da quelli che promuovevano gli atenei. Così va a formarsi una forza lavoro ben preparata a svolgere compiti assegnati, ma intellettualmente meno curiosa. Peccato. Un esempio parlante: il figlio di un amico presenta la tesina di bachelor e suo padre si stupisce: a lui pare un riassunto ragionato, più che una tesi. Gli chiede: dov’è il tuo contributo personale? Il figlio: il mio contributo personale non è richiesto.

(2) Un misero cambio di tendenza inizia a delinearsi. Un articolo di un mese fa metteva in luce la ribalta degli over 50 nel mondo del lavoro, che tornano ad essere ricercati perché più stabili e con un’esperienza più ampia. È forse solo una fievole tendenza, ma potrebbe segnare una svolta. (Il Caffè del 13.7.14)

(3) Ancor meno di noi, che al maschile ci siamo avvicinate, creando un gap a nostro favore del quale non siamo nemmeno coscienti e che non sappiamo affatto valorizzare. Di conseguenza, direi che siamo psicologicamente più avanzate degli uomini, ma questa conoscenza che sarebbe utile a tutti non è disponibile per due ragioni: la prima è che siamo stressate dal dover vivere in un mondo tanto ostile quanto lo era prima (ma per ragioni diverse), e la seconda è che sprechiamo un sacco di tempo nella ricerca di un nuovo equilibrio perché ci sentiamo responsabili di aver voluto un cambiamento. L’essere psicologicamente più sensibili e avanzate fa parte dell’intelligenza femminile, ma è un aspetto che mi pare relegato a riviste di psicologia popolare inadatte a valorizzarlo

Annunci

One thought on “Portare il femminile in un mondo al maschile – 3/3

  1. Dobbiamo essere “più consapevoli della ricchezza insita nelle donne, nel loro modo di ragionare e di fare, di come concepiscono e attuano la relazione all’altro e di tutto quanto ruota attorno ad esse”. Sottoscrivo questa esigenza. È una sfida e un impegno per tutt@: donne e, soprattutto, uomini.
    Grazie per le tue profonde riflessioni.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...