Portare il femminile in un mondo al maschile – 2/3

2. L’INTELLIGENZA FEMMINILE

Nel precedente post di Portare il femminile in un mondo al maschile, intitolato Intelligenza e istruzione, mi sono occupata di differenziare queste due nozioni, sottolineando l’importanza di rimanere aperti alla conoscenza. Spesso infatti l’intelligenza è nascosta dalla mancanza di istruzione, il che rende difficoltoso portare alla luce un ragionamento giusto. Ora vorrei fare un’incursione nel vasto campo dell’intelligenza femminile e vedere come essa si è comportata a fronte dei grandi cambiamenti sociali avvenuti negli ultimi 50 anni, con l’entrata in massa delle donne negli studi superiori e nelle professioni più disparate. Questo passo è stato molto importante per le donne, perché grazie ad esso hanno potuto cancellare il pesante pregiudizio sulla loro presunta incapacità intellettuale. Tuttavia, esso ha avuto una conseguenza che vale la pena analizzare.

Leggendo articoli e trattati di educazione, femminismo, sociologia…mi sono imbattuta in una nozione ricorrente che mi disturbava molto: si deprecava la mancanza delle donne in ambiti (professioni/studi) “maschili”: statistiche alla mano veniva dimostrato che, malgrado l’emancipazione, le donne scelgono ancora i tipici percorsi femminili (1). Si giungeva alla conclusione che vi fosse un condizionamento culturale e sociale che andava cambiato. Le studiose erano convinte che, in mancanza di questi condizionamenti, tante donne (quanti uomini) avrebbero scelto di diventare ingegnere, astrofisiche, matematiche oppure meccaniche d’auto (per fare qualche esempio parlante). A quattro decenni di distanza, la situazione si è sbloccata e le donne sono ormai le benvenute in ogni studio o professione, e vi dimostrano quotidianamente la loro bravura. Qualche donna in più nei campi “maschili” la si trova, ma le cose non sono radicalmente cambiate. Un cambiamento di mentalità prende tempo ma – speculazione e provocazione mie – potrebbe pure darsi che le donne siano semplicemente poco interessate ai campi tradizionalmente “maschili”.

Il battere il chiodo su quelle che si presupponevano scelte standard mi disturbava per due ragioni. La prima, ovvia e egotica: malgrado avessi scelto per interesse, venivo annoverata tra quelle che avevano fatto le scelte culturalmente condizionate. Mi faceva arrabbiare l’idea che, per uscire da questa “normalità femminile” sarebbe stato opportuno aver studiato ingegneria o economia, anche se non ne sentivo la minima propensione. E ammetto che la reale maggiore difficoltà di impiego e di carriera che, pur con successo, ho affrontato (2), ha fatto talvolta vacillare le mie convinzioni. La seconda, di cui ho preso coscienza solo molto tempo dopo: perché nel ragionamento c’era un errore di visione: si guardava al problema sempre dallo stesso lato, per cui si statuiva la necessità per le donne di entrare nei campi tradizionalmente maschili, ma mai viceversa. Per ritrovare il potere, bisognava che entrassimo in massa laddove il potere è detenuto. Gli uomini, invece, non dovevano fare niente. Ci siamo riuscite, non c’è che dire: siamo rappresentate e apprezzate in ogni professione e abbiamo quindi ristabilito l’equilibrio distrutto da una società incentrata sul maschile. Mi fermo e rileggo: ristabilito. Ma siamo proprio sicure? Direi solo in parte, a ben guardare. E a un prezzo troppo alto. Questo prezzo non è il famoso soffitto di vetro, o il sottometterci a regole stabilite da altri: quelli sono gli spiccioli.

Il prezzo che abbiamo pagato è la perdita dell’intelligenza femminile, quella serie di qualità e competenze che ci riconoscono da sempre, ma che sono state screditate in vari modi. È tempo di recuperarle e affermarne l’utilità e la preziosità. Ciò detto, vi invito a riflettere su questo: perché mai dovremmo snaturare noi stesse per riuscire a reimpadronirci di quello che ci è stato tolto? Perché dobbiamo sempre giocare con delle regole che non abbiamo definito e che, quindi, non ci sono amiche (3)? Le scelte femminili devono essere libere, o ci dobbiamo piegare anche a questa ennesima tirannia? Perché la realtà è chiara: per acquisire “potere” e “autorità” ci dobbiamo maschilizzare. Si è infatti deciso unilateralmente che i percorsi, i pensieri, le qualità o gli atteggiamenti “maschili” sono preferibili a quelli “femminili” e che noi donne, se vogliamo essere al pari degli uomini, dobbiamo passare da lì. Sì, perché le donne devono sempre dimostrare qualcosa. Per noi niente è gratuito. E dopo tutti questi anni, non abbiamo ancora raggiunto la consapevolezza del nostro valore, altrimenti ci darebbe fastidio gettare via la nostra identità a scapito di un’altra, giudicata migliore da una giuria di parte. E assumendo (di buon grado?) un’altra identità, malgrado gli enormi passi avanti continuiamo ad affermare l’inferiorità femminile, dalla quale poi le più determinate sfuggono salpando verso lidi “maschili”. Tutto questo per un errore di visione. Perché c’è un piccolo, grande inganno del quale non ci siamo rese conto: la nostra presenza sempre più importante in ambiti “maschili” ci ha restituito, sì, il riconoscimento pubblico della nostra autorità, competenza e intelligenza, qualità negateci nel corso di secoli, ma ha anche confermato che quelle sono le scelte giuste. Allora dobbiamo cambiare strategia, inventarci e giocare con altre regole: le nostre.

Ricordo un’amica dottore di ricerca in ingegneria vantarsi di aver fatto studi “difficili”(4). Così si è conquistata prestigio e intelligenza e, se questo fosse un bell’effetto collaterale di una scelta di passione, pur non condividendo la sua presunzione di maggiore difficoltà, sarei felice per lei. Altrimenti non potrei che compiangerla: anche lei avrebbe pagato un prezzo troppo alto. La realtà è che non ci sono studi più o meno difficili. Ma ci sono studi più o meno prestigiosi e studi più o meno selettivi, laddove prestigio e selezione permettono di accedere a talune professioni che sfociano in possibilità di lavoro più concrete e prestigiose. Non dobbiamo divenire complici inconsapevoli del sistema, scegliendo quello che è considerato più prestigioso o più redditizio, perché è possibile che per noi non siano criteri validi. Scegliamo con libertà e consapevolezza.

È ora di invertire la tendenza e riconoscere che i percorsi “femminili” sono altrettanto validi di quelli “maschili”. E di operare perché, come le donne si sono avvicinate al maschile, così gli uomini facciano con il femminile. Solo così raggiungeremo una vera parità. Ma, purtroppo, non possiamo che constatare quanto lontani siamo da questa concezione. Un esempio tra tanti: quando le donne sono entrate in massa in una professione, gli uomini l’hanno abbandonata (vedi: segretariato, insegnamento elementare..) tant’è vero che ancora oggi “segretario” è diverso da “segretaria” o “maestro” da “maestra”, problematica rimbalzata oggi alla cronaca nei vari titoli di professione inerenti la politica: e perché mai una “ministra” dovrebbe essere definita “il ministro”? Con questa segregazione linguistica tanto cara alle “donne in carriera” (che si sentono in tal modo rivestite di potere) si accentua la differenza semantica. Di conseguenza, perdurerà una divergenza di valore legata al genere e, peggio ancora, non ci saranno mai “donne di potere” riconoscibili come donne. Ci saranno solo gli ennesimi “uomini con la vagina” (5). E, in tal modo, il femminile resterà sempre la parte debole.

Come rafforzare, quindi, il femminile in tutte le sue emanazioni?

 

Note:

  1. La premessa qui è che la distinzione e classificazione intellettuale tra campi femminili o maschili si è operata nel corso dell’ultimo secolo. Prima ogni percorso era maschile, dacché studi e professione erano riservati agli uomini. I percorsi “al femminile” sono tipici dell’ultimo secolo, nel quale le donne hanno iniziato il loro inserimento nel mondo del lavoro remunerato, occupandosi prevalentemente di emanazioni del loro lavoro quotidiano (cura a bambini e anziani, cura della casa, educazione, assistenza.., per cui sono diventate accessibili le professioni genere infermiera, maestra, segretaria oltre a operaia.

  2. è probabile che la difficoltà derivasse anche dal fatto che mi era impossibile incasellarmi in una professione standard e perseguire una strada ben definita e rassicurante, un po’ come quando sei quadrata e hai a disposizione solo scatole rotonde, di cui la maggior parte troppo strette,  per cui non ci entri con gli angoli e vieni classificata come spigolosa. In quelle poche abbastanza larghe sono andata ad infilarmi e ci sono stata persino bene. In quel caso però non toccavo gli angoli, ma questo era un problema solo mio: i miei angoli non li vedeva nessuno, tanto entravo bene in quel buco..

3. Doppia giornata di lavoro, soffitto di vetro, rinuncia alla maternità, stesso lavoro per meno paga, minori possibilità di carriera e posizioni quasi sempre subordinate, sono il prezzo che paghiamo ogni giorno per la nostra emancipazione, soprattutto nel momento in cui decidiamo di fare il lavoro per il quale siamo le sole fisicamente dotate, ovvero un figlio. Per non parlare dell’aumento dello stress e le conseguenti malattie psico-fisiche.

  1. Certamente, quando menziona il suo titolo e parla del suo lavoro, nessuno osa pensare che non sia una donna estremamente intelligente ma, forse, la difficoltà che ha provato nel farli non era legata alla credenza che una materia scientifica è più difficile di una materia umanistica, bensì a una reale difficoltà nel portare a termine studi per i quali era magari poco incline. Però il vantaggio è che ora a lei non si dice: “dai, non fare l’ingegnere..” come si direbbe: “dai, non fare la filosofa…” o, peggio (con una punta di misoginia per il potere detenuto e il diminuitivo – impensabile al maschile) “non fare la maestrina”. Sottinteso: poca concretezza e pedanteria.

5. “uomo con la vagina” è neologismo mio, vi intendo quelle donne intelligenti e istruite che per affermare la loro uguaglianza con gli uomini e conquistare una posizione simile hanno messo da parte il loro lato femminile. Restano donne per via degli organi sessuali, ma di fatto ragionano e si comportano come l’altro sesso.

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