Portare il femminile in un mondo al maschile 1/3

 “Per capire certe cose non occorreva essere andati all’università” (La lettera G, p. 134)

Da quando si è aperto il dibattito sull’uguaglianza, le discussioni e i trattati sulle donne nella scuola e nel lavoro non sono mancati (1), eppure mi pare che non ci si sia mai occupati di una questione importante, di cui voglio parlarvi oggi come spunto di discussione, senza pretese di poter offrire una visione esaustiva. Il discorso su donne e istruzione è complesso e si intreccia con quello dell’istruzione tout court, così come su quello più ampio della conoscenza. Prendiamo dunque questi ultimi come punto di partenza per una discussione che, per lasciarvi il tempo di “digerire” e commentare, scaglionerò su tre diversi post.

Nel primo mi occuperò di intelligenza e di istruzione. Nel secondo di un’intelligenza finita nel dimenticatoio e nel terzo di alcune riflessioni sul suo recupero.
1. INTELLIGENZA E ISTRUZIONE

Per molti anni intelligenza e istruzione sono state sinonimi, nella mia testa. Di una persona che aveva studiato si diceva che era intelligente e c’era persino una buona probabilità che lo fosse. Oggi invece, siccome l’istruzione è sempre più diffusa, mi pare che le due parole non possano più essere amalgamate con tale leggerezza e che si debba ammettere che esistono delle persone istruite e poco intelligenti, così come c’erano, e ancora ci sono, delle persone intelligenti poco istruite. Ma tant’è, non illudiamoci: l’istruzione superiore è quasi obbligatoria, al giorno d’oggi. In una società sempre più complicata e competitiva, il diploma di scuola media non basta più. E così ben vengano le superiori, e gli studi universitari. Ma l’intelligenza è un’altra cosa.

Intelligenza va al di là di ciò che si può studiare, e può annidarsi nell’eredità dei nostri antenati. È ascoltare l’intuizione e saperla analizzare con logica. È saper guardare oltre e semmai tornare indietro, a percorrere una via per cui tutti ti danno del pazzo. È capire che se non vogliamo semplicemente sopravvivere in questo mondo e in questo mercato del lavoro senza pietà, ci dobbiamo rinnovare costantemente. Intelligenza è anche sapersi reinventare, e questo è più difficile quando si acquisiscono competenze pure da esperto, ma in un settore molto specifico (2). Infine, intelligenza è capire e accettare che la conoscenza assoluta non esiste. Soprattutto in tempi in cui sempre più persone hanno accesso all’istruzione superiore, vale la pena di ricordare che l’università non è un punto di arrivo, raggiunto il quale si può appendere la pergamena al muro per rassicurarsi di sapere quasi tutto in un settore che, a confronto con la conoscenza globale, è equiparabile al quasi niente. Chi concepisce gli studi in questo modo, a mio parere commette un errore.

Non se ne abbiano a male professori e professoresse, ma l’università è solo una tappa sulla via della conoscenza. E nemmeno obbligatoria, perché istruzione non è sinonimo perfetto di conoscenza. Comunque, da questo punto di vista, gli studi di Lettere mi hanno messo subito davanti all’evidenza dei fatti: nemmeno studiando una vita avrei potuto sapere tutto. E così mi hanno aperto alla curiosità intellettuale e alla voglia di continuare a scoprire, che mi hanno permesso in seguito di svolgere tre mestieri differenti, avendo sempre la flessibilità di rimettermi in discussione e di formarmi da zero. Con queste premesse, mi è difficile capire come gli studi umanistici possano essere denigrati sul mercato del lavoro. Ma lo ammetto: anche io sono stata colta da momenti di sconforto, nei quali quella parte di me che voleva tutto e subito veniva a pungolarmi ricordandomi la mia abissale ignoranza. Come avrei voluto avere la certezza che forniscono le materie scientifiche, dove 1+1 fa sempre due! Errore di visione, certo: non essendoci istituzioni di sapere più prestigiose, ancora non capivo che l’università è solo una tappa. Fortunatamente non mi ci sono intestardita e sono andata alla ricerca di nuove forme di conoscenza. Nella lettura ho trovato una via.

E ora possiamo tornare al femminile. Nel prossimo post ci occuperemo proprio di questo: dell’intelligenza femminile.

 

 

Note:

  1. Qualche esempio: c’è chi ha svolto ricerche sulle scelte di studi delle donne M. Duru-Bellat, L’école des filles, L’Harmattan 1990; chi ha scardinato l’ipotesi che le ragazze riescano meglio in lingue e peggio in matematica, Baudelot-Establet, Allez les filles, Points 2006; chi ha rimesso in discussione la scuola mista, S. Stahlmann, Die Schule macht die Mädchen dumm, Piper 1991 o chi ha esplorato la potenzialità delle donne ora che l’accesso agli studi è garantito (in Europa)….

  2. Tempo fa leggevo un articolo sulle scelte dei liceali: i giovani si stanno adattando al mercato del lavoro e scelgono le “professioni del futuro” (o del conformismo?). Quindi: calo di iscritti a Lettere e aumento in Agraria e Farmacia: logico, sono facoltà con maggiori possibilità di impiego, insieme alle solite top 3 (Economia, Ingegneria e Giurisprudenza). Sono scelte di testa, ragionate. Come dare loro torto, con l’attuale situazione del mercato del lavoro? Però a me spiace e penso: avranno pure un lavoro, ma a che prezzo? Mi si dirà che si deve sopravvivere, e allora mi sta bene. Basta che poi non si smetta di studiare (e fare) quel che davvero ci piace. E soprattutto, che quel (o altri) pezzo di carta non sia un semplice requisito per entrare nel mondo del lavoro, vale a dire una triste tappa obbligata, o un misero punto di arrivo. Laurearsi (o anche diplomarsi) deve essere una scelta consapevole e libera.

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