Chiamiamo il gatto con il suo nome: quando anche le definizioni ci fuorviano

“Ma come hai fatto a sposare quel buono a nulla?” (La lettera G, p. 188)

 

In francese si dice appeler un chat un chat, chiamare un gatto un gatto. Ovvero dire le cose come stanno. E allora diciamole. Diciamo che il titolo dell’articolo poteva essere: “Inizio di estate: la calura gli dà alla testa e uccide compagna e figlio”. Cherchez l’erreur. Invece si titola: “Spara alla ex e al figlio, un padre modello sopraffatto dalla rabbia”. Cherchez l’erreur. Ancora?? Sì, perché l’errore da cercare non è tra un titolo inventato e uno vero. L’errore sta: uno, nella semplice possibilità che un tale fatto possa accadere e: due, che i media possano definire un tale uomo “padre modello”.

Perché è successo di nuovo: l’ennesimo uomo che, incapace di accettare la separazione, uccide la ex e il figlio. Femminicidio, infanticidio. Spesso i due lemmi si fanno compagnia in queste torbide storie. E a perderci sono sempre i più deboli fisicamente, massacrati per raddrizzare l’orgoglio ferito di un vero debole che pensa di non contare nulla, tantomeno per la donna che, per sbaglio o per amore, gli ha regalato un figlio. Un uomo, non possiamo che constatare con tristezza. Che si arroga il diritto di togliere la vita per ragioni futili ed egoistiche, perché lui poveraccio da solo non ce la fa, o perché non può essere lasciato, questa è un’offesa per la sua insicurezza, l’umiliazione troppo cocente.

Quel che mi fa rabbia, al di là del fatto in sé, disgustoso e inammissibile, è constatare la connivenza dei media nel mitigare o rattoppare l’immagine dell’assassino, che arriva ad essere definito padre modello preso da un raptus di pazzia. Raptus premeditato, nota bene. Nel libro “L’ho uccisa perché l’amavo: falso” (Lipperini-Murgia, Laterza) viene stilato un elenco di titoli simili e ancora una volta eccone uno. Dobbiamo dunque arrenderci al fatto che nel nome dell’oggettività, nell’intento di mantenere una posizione neutra, di esporre i fatti e solo quelli, una posizione la si prenda comunque e vada se non ad assolvere, almeno a delineare una scusante per questi fatti di sangue? È questo il ruolo dei media?

Personalmente penso –e dico – BASTA con le scusanti per questi uomini, chiamiamoli come meritano (pazzi, assassini, bestie, bastardi?) e vaffanculo al premuroso padre di famiglia, altrimenti come distinguiamo i padri impegnati e degni da uno come questo? Anche gli uomini dovrebbero indignarsi. Premuroso?? Modello??? Sarebbe questo un uomo che ama suo figlio e la donna con cui l’ha voluto? Se fosse stato cosi premuroso, suo figlio sarebbe ancora vivo: se soltanto lo avesse amato più del suo stupido orgoglio. Se fosse stato un uomo sicuro di sé, anche la madre del piccolo lo sarebbe. Diamo pure la colpa al patriarcato, che ha accordato l’onnipotenza anche ad esseri fragili purché maschi, e al femminismo che in pochi anni ha brutalmente riportato alla superficie quella fragilità, ma non incolpiamoli anche dei mali che potremmo debellare con un po’ di intelligenza. Non dimentichiamoci infatti che la libertà individuale esiste e che un uomo può scegliere di non essere violento o assassino. Del resto, la maggior parte ci riesce.

Tra i tanti episodi di violenza riportati dai media in questo luglio piovoso, mi colpisce la frase della miss colpita dall’ex con un calcio che le ha provocato lesioni talmente gravi da doverle asportare la milza. La bella e giovane donna afferma che non l’aveva denunciato per le percosse anteriori perché lo amava troppo. Amava troppo? Come si fa ad amare, e per giunta troppo, un uomo che ti pesta? Non mi resta che constatare che la nostra cultura insegna alle donne ad accettare percosse e umiliazioni, fino a quando “l’amavo troppo” diventa “mi pestava troppo” e allora si riesce a dire basta. Ma siccome quella sottile linea demarcatoria che porta oltre il limite è diversa per tutte, botte e umiliazioni raggiungono le donne in modo molto diverso. La realtà però resta: noi tutte viviamo in una società che prima o poi ci espone a queste brutture e mi ritengo fortunata di aver subìto soltanto un paio di molestie davvero di poco conto (alle quali ho reagito come meglio ho potuto, e uno dei metodi è stato proprio mettere fine alla relazione). Capisco e compatisco le donne che non se ne vanno perché troppo fragili, o per via dei figli (e la miss era tra queste con il bimbo di due anni e la sua giovanissima età). Ma per favore, che non si dica mai più che uno così lo si ama troppo. Cerchiamo piuttosto di riversare l’amore che prodighiamo agli altri su noi stesse, che ci facciamo un favore.

Ma perché le donne si accontentano di questi uomini? Come facciamo ad innamorarci di un tipo simile e non accorgerci della vera persona che è? Io credo che noi donne sappiamo bene con chi abbiamo a che fare. Abbiamo sempre avuto il dono dell’intuizione e come sia un uomo lo percepiamo dalle piccole cose: un gesto, una parola, uno sguardo, un ragionamento. Però chiudiamo un occhio, poi due. Perché ammazziamo l’intuizione? E ritorno alla domanda iniziale, perché stiamo con uomini così? Posso azzardare un paio o tre di risposte, cosciente che sono limitate, ma che probabilmente inglobano l’80% dei casi. È probabile che una donna accetti di amare questo tipo di uomo per paura di rimanere sola; perché le hanno fatto credere di non valere niente, e lei ci ha creduto; o perché ha visto donne sopportare la stessa situazione e le pare normale. Sia dunque riconoscente che un tizio geloso, insicuro, violento, cattivo, prevaricatore e stupido si interessi a lei. Se lo prenda, se lo tenga e soprattutto stia zitta. Chi crede di essere per volere meritare di meglio?

Infatti non crede di essere proprio nessuno. Crede di non contare nulla. Mentre io credo che ogni donna meriti di meglio. Che conti. Ci hanno creduto anche quelle che se ne sono andate e sono state poi uccise per il loro coraggio. Se fossero sopravvissute, la relazione successiva sarebbe stata migliore ma, purtroppo, la volta successiva per loro non ci sarà. Qualcuno ha deciso unilateralmente di non dargliela, quella possibilità. Ammiriamone il coraggio ritrovato a costo della vita, e continuiamo ad indignarci.

Mentre scrivo però sono presa da un dubbio: va bene denunciare i femminicidi, ma per il resto, non starò parlando per cose di poco conto, quando nel mondo ci sono culture dove, sistematicamente, per riparare un torto il capo villaggio (notasi, un uomo) ingiunge di violentare la sorella di colui che ha commesso il torto? O quando per una violenza sessuale viene condannata a morte la donna perché ormai troppo “sporca”? Di fronte a tali scempi, che mettono in causa la legge dell’uomo (sottolineato: uomo), un fegato spappolato, uno sfregio, delle ossa rotte, delle umiliazioni pesanti, lo stupro coniugale… possono essere considerati robetta di poco conto. In fondo i media non riescono ad indignarsi davvero nemmeno per una donna violentata o uccisa. Eppure nessuna violenza, fisica o psicologica, è cosa di poco conto. Non facciamo differenze per poter condonare quelle più lievi. La tolleranza deve essere zero.

Come invertire la tendenza? Per prima cosa non possiamo farlo da sole, ma tutte insieme. Prenderà tempo, e si comincia dal piccolo. Si comincia con l’insegnare alle donne il rispetto per se stesse e ai maschi il rispetto per il sesso opposto. E questo già in famiglia. Qui noi donne qui abbiamo un ruolo importante da giocare, siamo noi in prima linea nell’educazione. Dobbiamo recuperare il senso del nostro valore per poterlo trasmettere alle nostre figlie. E dobbiamo poter instaurare una relazione paritaria e rispettosa con il nostro partner per poter dare l’esempio. Il rispetto passa da tante piccole cose e non è sufficiente che il babbo non alzi le mani su moglie e figli per decretare che il rapporto è buono. Il rispetto si gioca anche su altri piani. In questo difficile compito non riusciremo sempre, e non sempre perfettamente, ma credo che non ci sia un’altra strada. Ci dobbiamo almeno provare. A me spiace per gli uomini: non si può tornare indietro ai tempi in cui le donne se ne stavano sempre zitte e buone, per cui non c’era neanche bisogno di intimidirle, picchiarle o ucciderle per ottenere quel che si voleva. La condizione della donna è cambiata così in fretta che le donne non hanno avuto il tempo di convincersi profondamente del loro valore, e gli uomini di operare un vero e totale cambiamento di mentalità. Ma con queste constatazioni d’ordine collettivo non giustifico l’assenza di azione personale: tutti e tutte possiamo fare qualcosa.

Dodici anni fa un collega di lavoro sulla sessantina, raccontandomi del divorzio del figlio, mi aveva illuminato con la seguente affermazione: “sono le donne che sono cambiate, gli uomini sono sempre gli stessi”! Aveva – purtroppo – tristemente ragione.

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