Portare il femminile in un mondo al maschile – 3/3

3. RAFFORZARE IL FEMMINILE

In L’intelligenza femminile, ho tentato di mostrare come il movimento delle donne nella conquista di spazi che erano un tempo appannaggio maschile rischia di far perdere l’intelligenza femminile, se portato all’estremo. Vi auspicavo pure un recupero di questa intelligenza e una maggiore consapevolezza del valore del femminile. In questo ultimo post (leggete prima gli altri due per una maggiore comprensione) vorrei esplorare il rapporto tra educazione/istruzione e il sapere femminile.

Per rafforzare la parte femminile, ero e sono convinta che una possibilità concreta siano gli studi, ovvero l’istruzione. Sappiamo tutti che permettere a una persona di istruirsi significa darle la possibilità di affrancarsi dalle forme di schiavitù più disparate e diverse organizzazioni e governi stanno lavorando per questo nei paesi più sfavoriti. Da noi l’istruzione elementare e media (e quasi anche la superiore) è praticamente acquisita e si potrebbe dunque andare oltre. Come? Essendo più consapevoli della ricchezza insita nelle donne, nel loro modo di ragionare e di fare, di come concepiscono e attuano la relazione all’altro e di tutto quanto ruota attorno ad esse. Integrare questo nell’istruzione pubblica aprirebbe nuove prospettive.

Ho esplorato questa possibilità di integrazione e ho addocchiato un master che promette di fare esattamente questo: “Studi di Genere”. Uno di quelli per cui mi guardano e mi chiedono: “E che è?” o “A che ti serve?”. Ebbene, non mi serve a niente, se il metro di giudizio è l’utilità per il mondo del lavoro standard, dominato da esigenze più affini agli uomini. È una di quelle lauree “inutili”, tanto per intenderci, ma si vede che mi piacciono proprio quelle. E anche questa potrebbe espandere la mia conoscenza. Perfetto. Eppure qualcosa mi frena: l’università da sempre è un feudo maschile, e se una studia il femminile, cosa rischia di trovare? Così non riesco a decidermi, anche se vi insegnano e lo frequentano quasi esclusivamente donne. La verità è che mi sto chiedendo sempre più spesso se l’università non sia un cursus troppo maschile e (ormai) troppo professionalizzante. Nel senso che da un lato, la visione femminile non è affatto integrata nell’insegnamento e, dall’altro, si va ad imparare cose che servono per svolgere un lavoro e servire le imprese che lo forniscono, dimenticando saperi più fondamentali (1). In tempi lontani, gli studi che oggi danno accesso a un sapere d’ordine generale erano apprezzati al loro giusto valore. Ci ricordano inoltre un fatto irrefutabile, ovvero che i grandi geni di tutti i tempi erano al contempo matematici, astronomi, letterati, filosofi e molto altro: possedevano un sapere a 360°. Mi si ribatterà che erano altri tempi, che bisogna adattarsi, e questo è anche vero. Ma oggi la tendenza si è ribaltata e siamo nell’era della specializzazione declinata al maschile: chi sa un po’ di tutto, il “generalista”, fa figura di cialtrone. Peggio se sa cose “inutili” come quelle che sanno le donne. Un problema? Si chiama l’esperto (sempre maschio, persino nelle pubblicità di prodotti anticalcarei per lavastoviglie). Le figure del genere medico di famiglia stanno perdendo centralità e rispettabilità, come già è accaduto per quelle femminili (penso alla levatrice d’altri tempi, che aveva un ruolo molto rispettato nella comunità) (2). E qui parliamo solo di università, tralasciando tutto il discorso dell’educazione dei bambini e dell’istruzione primaria e secondaria le quali, malgrado il numero di educatrici e insegnanti donne, tendono agli stessi criteri di riuscita, velocità e utilitarietà.

So che è un discorso complesso e non ho la pretesa né di cambiare la scuola, né di essere nel giusto, tento solo di offrire un’altra visione per lanciare il dibattito. Certo, io sono fiera dei miei diplomi, con essi ho sviluppato competenze importanti, logica e obiettività, tutti attributi associati al maschile e che conferiscono autorità. Senza di essi non saprei come dirvi quel che vi sto dicendo. Passare dall’altro lato era necessario, non si può parlare di ciò che non si conosce. Perché ho una certezza in me: per tornare bisogna essere partiti. La verità è che se non parti mai, non puoi sentire la mancanza di casa e non puoi apprezzarne il vero valore. Ed è proprio a casa che voglio tornare, a quel femminile che fa parte di me dal momento in cui sono stata concepita. Sento il bisogno di tornare indietro a ripercorrere strade e a osservare paesaggi che, nella fretta, mi sono sfuggiti. E mi rallegro di avere acquisito la capacità e la pazienza di osservarli.

Per riassumere, oggi nella nostra società sento forte la mancanza di studi al femminile. Credo fermamente nell’importanza di un cursus che rivalorizzi il femminile e che sia di valore per le donne. Uno dove il nostro sapere ancestrale e attuale venga riconosciuto nella sua centralità e complementarietà. Ma non basta, voglio anche di più: lo voglio che sia interessante anche per gli uomini. E perché questo sia possibile, è necessaria una svolta: il sapere delle donne, il loro sguardo sulla vita e sulle persone, deve essere integrato all’insegnamento a tutti i livelli, perché anche gli uomini possano avvicinarsi a un mondo con il quale hanno poca dimestichezza (3) e trarne grande beneficio. Per ora, purtroppo, il femminile è relegato agli studi superiori e di genere (magari solo per il politically correct) e viene dunque frequentato quasi esclusivamente da donne con formazione elevata. Così si accentua nuovamente la segregazione: la consapevolezza del valore delle donne resta appannaggio di alcune privilegiate e non si raggiungono né gli uomini, negando loro la ricchezza dello sguardo femminile sul mondo, né le donne la cui situazione socio-intellettuale è più fragile. La perdita è immensa. È urgente e necessario re-integrare l’intelligenza femminile nell’istruzione per tutti e immaginare nuove forme di studi superiori che prendano in considerazione il femminile come parte intera, non solo come appendice o complemento del maschile.

Però, chi lo sa: forse alla fine mi ci iscriverò, agli Studi di Genere. Sono importanti nel mio percorso al femminile e sono tra i pochi disponibili. O, forse, ne troverò di più adatti a me. O, magari, li inventerò.

Concludo con un pensiero dello scrittore inglese D.H Lawrence, che ha detto: “The real trouble about women is that they must always go on trying to adapt themselves to men’s theories of women”: il vero problema delle donne è che devono sempre andare avanti cercando di adattarsi alle teorie degli uomini su di loro. Eravamo agli inizi del 1900.

 

 

Note:

(1) L’università finisce per essere amalgamata alla categoria delle SSS (scuole specialistiche superiori), percorsi certamente validi ma con obiettivi e ambizioni diverse. In questo modo viene a perdersi il ruolo insito nel nome, universum, che lascia trasparire l’ambizione a una conoscenza globale, senza limiti di spazio, tempo o genere. Ruolo rimpiazzato da saperi importanti e utili a livello pratico, ma specifici e performanti e, soprattutto, che esulano da quelli che promuovevano gli atenei. Così va a formarsi una forza lavoro ben preparata a svolgere compiti assegnati, ma intellettualmente meno curiosa. Peccato. Un esempio parlante: il figlio di un amico presenta la tesina di bachelor e suo padre si stupisce: a lui pare un riassunto ragionato, più che una tesi. Gli chiede: dov’è il tuo contributo personale? Il figlio: il mio contributo personale non è richiesto.

(2) Un misero cambio di tendenza inizia a delinearsi. Un articolo di un mese fa metteva in luce la ribalta degli over 50 nel mondo del lavoro, che tornano ad essere ricercati perché più stabili e con un’esperienza più ampia. È forse solo una fievole tendenza, ma potrebbe segnare una svolta. (Il Caffè del 13.7.14)

(3) Ancor meno di noi, che al maschile ci siamo avvicinate, creando un gap a nostro favore del quale non siamo nemmeno coscienti e che non sappiamo affatto valorizzare. Di conseguenza, direi che siamo psicologicamente più avanzate degli uomini, ma questa conoscenza che sarebbe utile a tutti non è disponibile per due ragioni: la prima è che siamo stressate dal dover vivere in un mondo tanto ostile quanto lo era prima (ma per ragioni diverse), e la seconda è che sprechiamo un sacco di tempo nella ricerca di un nuovo equilibrio perché ci sentiamo responsabili di aver voluto un cambiamento. L’essere psicologicamente più sensibili e avanzate fa parte dell’intelligenza femminile, ma è un aspetto che mi pare relegato a riviste di psicologia popolare inadatte a valorizzarlo

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Portare il femminile in un mondo al maschile – 2/3

2. L’INTELLIGENZA FEMMINILE

Nel precedente post di Portare il femminile in un mondo al maschile, intitolato Intelligenza e istruzione, mi sono occupata di differenziare queste due nozioni, sottolineando l’importanza di rimanere aperti alla conoscenza. Spesso infatti l’intelligenza è nascosta dalla mancanza di istruzione, il che rende difficoltoso portare alla luce un ragionamento giusto. Ora vorrei fare un’incursione nel vasto campo dell’intelligenza femminile e vedere come essa si è comportata a fronte dei grandi cambiamenti sociali avvenuti negli ultimi 50 anni, con l’entrata in massa delle donne negli studi superiori e nelle professioni più disparate. Questo passo è stato molto importante per le donne, perché grazie ad esso hanno potuto cancellare il pesante pregiudizio sulla loro presunta incapacità intellettuale. Tuttavia, esso ha avuto una conseguenza che vale la pena analizzare.

Leggendo articoli e trattati di educazione, femminismo, sociologia…mi sono imbattuta in una nozione ricorrente che mi disturbava molto: si deprecava la mancanza delle donne in ambiti (professioni/studi) “maschili”: statistiche alla mano veniva dimostrato che, malgrado l’emancipazione, le donne scelgono ancora i tipici percorsi femminili (1). Si giungeva alla conclusione che vi fosse un condizionamento culturale e sociale che andava cambiato. Le studiose erano convinte che, in mancanza di questi condizionamenti, tante donne (quanti uomini) avrebbero scelto di diventare ingegnere, astrofisiche, matematiche oppure meccaniche d’auto (per fare qualche esempio parlante). A quattro decenni di distanza, la situazione si è sbloccata e le donne sono ormai le benvenute in ogni studio o professione, e vi dimostrano quotidianamente la loro bravura. Qualche donna in più nei campi “maschili” la si trova, ma le cose non sono radicalmente cambiate. Un cambiamento di mentalità prende tempo ma – speculazione e provocazione mie – potrebbe pure darsi che le donne siano semplicemente poco interessate ai campi tradizionalmente “maschili”.

Il battere il chiodo su quelle che si presupponevano scelte standard mi disturbava per due ragioni. La prima, ovvia e egotica: malgrado avessi scelto per interesse, venivo annoverata tra quelle che avevano fatto le scelte culturalmente condizionate. Mi faceva arrabbiare l’idea che, per uscire da questa “normalità femminile” sarebbe stato opportuno aver studiato ingegneria o economia, anche se non ne sentivo la minima propensione. E ammetto che la reale maggiore difficoltà di impiego e di carriera che, pur con successo, ho affrontato (2), ha fatto talvolta vacillare le mie convinzioni. La seconda, di cui ho preso coscienza solo molto tempo dopo: perché nel ragionamento c’era un errore di visione: si guardava al problema sempre dallo stesso lato, per cui si statuiva la necessità per le donne di entrare nei campi tradizionalmente maschili, ma mai viceversa. Per ritrovare il potere, bisognava che entrassimo in massa laddove il potere è detenuto. Gli uomini, invece, non dovevano fare niente. Ci siamo riuscite, non c’è che dire: siamo rappresentate e apprezzate in ogni professione e abbiamo quindi ristabilito l’equilibrio distrutto da una società incentrata sul maschile. Mi fermo e rileggo: ristabilito. Ma siamo proprio sicure? Direi solo in parte, a ben guardare. E a un prezzo troppo alto. Questo prezzo non è il famoso soffitto di vetro, o il sottometterci a regole stabilite da altri: quelli sono gli spiccioli.

Il prezzo che abbiamo pagato è la perdita dell’intelligenza femminile, quella serie di qualità e competenze che ci riconoscono da sempre, ma che sono state screditate in vari modi. È tempo di recuperarle e affermarne l’utilità e la preziosità. Ciò detto, vi invito a riflettere su questo: perché mai dovremmo snaturare noi stesse per riuscire a reimpadronirci di quello che ci è stato tolto? Perché dobbiamo sempre giocare con delle regole che non abbiamo definito e che, quindi, non ci sono amiche (3)? Le scelte femminili devono essere libere, o ci dobbiamo piegare anche a questa ennesima tirannia? Perché la realtà è chiara: per acquisire “potere” e “autorità” ci dobbiamo maschilizzare. Si è infatti deciso unilateralmente che i percorsi, i pensieri, le qualità o gli atteggiamenti “maschili” sono preferibili a quelli “femminili” e che noi donne, se vogliamo essere al pari degli uomini, dobbiamo passare da lì. Sì, perché le donne devono sempre dimostrare qualcosa. Per noi niente è gratuito. E dopo tutti questi anni, non abbiamo ancora raggiunto la consapevolezza del nostro valore, altrimenti ci darebbe fastidio gettare via la nostra identità a scapito di un’altra, giudicata migliore da una giuria di parte. E assumendo (di buon grado?) un’altra identità, malgrado gli enormi passi avanti continuiamo ad affermare l’inferiorità femminile, dalla quale poi le più determinate sfuggono salpando verso lidi “maschili”. Tutto questo per un errore di visione. Perché c’è un piccolo, grande inganno del quale non ci siamo rese conto: la nostra presenza sempre più importante in ambiti “maschili” ci ha restituito, sì, il riconoscimento pubblico della nostra autorità, competenza e intelligenza, qualità negateci nel corso di secoli, ma ha anche confermato che quelle sono le scelte giuste. Allora dobbiamo cambiare strategia, inventarci e giocare con altre regole: le nostre.

Ricordo un’amica dottore di ricerca in ingegneria vantarsi di aver fatto studi “difficili”(4). Così si è conquistata prestigio e intelligenza e, se questo fosse un bell’effetto collaterale di una scelta di passione, pur non condividendo la sua presunzione di maggiore difficoltà, sarei felice per lei. Altrimenti non potrei che compiangerla: anche lei avrebbe pagato un prezzo troppo alto. La realtà è che non ci sono studi più o meno difficili. Ma ci sono studi più o meno prestigiosi e studi più o meno selettivi, laddove prestigio e selezione permettono di accedere a talune professioni che sfociano in possibilità di lavoro più concrete e prestigiose. Non dobbiamo divenire complici inconsapevoli del sistema, scegliendo quello che è considerato più prestigioso o più redditizio, perché è possibile che per noi non siano criteri validi. Scegliamo con libertà e consapevolezza.

È ora di invertire la tendenza e riconoscere che i percorsi “femminili” sono altrettanto validi di quelli “maschili”. E di operare perché, come le donne si sono avvicinate al maschile, così gli uomini facciano con il femminile. Solo così raggiungeremo una vera parità. Ma, purtroppo, non possiamo che constatare quanto lontani siamo da questa concezione. Un esempio tra tanti: quando le donne sono entrate in massa in una professione, gli uomini l’hanno abbandonata (vedi: segretariato, insegnamento elementare..) tant’è vero che ancora oggi “segretario” è diverso da “segretaria” o “maestro” da “maestra”, problematica rimbalzata oggi alla cronaca nei vari titoli di professione inerenti la politica: e perché mai una “ministra” dovrebbe essere definita “il ministro”? Con questa segregazione linguistica tanto cara alle “donne in carriera” (che si sentono in tal modo rivestite di potere) si accentua la differenza semantica. Di conseguenza, perdurerà una divergenza di valore legata al genere e, peggio ancora, non ci saranno mai “donne di potere” riconoscibili come donne. Ci saranno solo gli ennesimi “uomini con la vagina” (5). E, in tal modo, il femminile resterà sempre la parte debole.

Come rafforzare, quindi, il femminile in tutte le sue emanazioni?

 

Note:

  1. La premessa qui è che la distinzione e classificazione intellettuale tra campi femminili o maschili si è operata nel corso dell’ultimo secolo. Prima ogni percorso era maschile, dacché studi e professione erano riservati agli uomini. I percorsi “al femminile” sono tipici dell’ultimo secolo, nel quale le donne hanno iniziato il loro inserimento nel mondo del lavoro remunerato, occupandosi prevalentemente di emanazioni del loro lavoro quotidiano (cura a bambini e anziani, cura della casa, educazione, assistenza.., per cui sono diventate accessibili le professioni genere infermiera, maestra, segretaria oltre a operaia.

  2. è probabile che la difficoltà derivasse anche dal fatto che mi era impossibile incasellarmi in una professione standard e perseguire una strada ben definita e rassicurante, un po’ come quando sei quadrata e hai a disposizione solo scatole rotonde, di cui la maggior parte troppo strette,  per cui non ci entri con gli angoli e vieni classificata come spigolosa. In quelle poche abbastanza larghe sono andata ad infilarmi e ci sono stata persino bene. In quel caso però non toccavo gli angoli, ma questo era un problema solo mio: i miei angoli non li vedeva nessuno, tanto entravo bene in quel buco..

3. Doppia giornata di lavoro, soffitto di vetro, rinuncia alla maternità, stesso lavoro per meno paga, minori possibilità di carriera e posizioni quasi sempre subordinate, sono il prezzo che paghiamo ogni giorno per la nostra emancipazione, soprattutto nel momento in cui decidiamo di fare il lavoro per il quale siamo le sole fisicamente dotate, ovvero un figlio. Per non parlare dell’aumento dello stress e le conseguenti malattie psico-fisiche.

  1. Certamente, quando menziona il suo titolo e parla del suo lavoro, nessuno osa pensare che non sia una donna estremamente intelligente ma, forse, la difficoltà che ha provato nel farli non era legata alla credenza che una materia scientifica è più difficile di una materia umanistica, bensì a una reale difficoltà nel portare a termine studi per i quali era magari poco incline. Però il vantaggio è che ora a lei non si dice: “dai, non fare l’ingegnere..” come si direbbe: “dai, non fare la filosofa…” o, peggio (con una punta di misoginia per il potere detenuto e il diminuitivo – impensabile al maschile) “non fare la maestrina”. Sottinteso: poca concretezza e pedanteria.

5. “uomo con la vagina” è neologismo mio, vi intendo quelle donne intelligenti e istruite che per affermare la loro uguaglianza con gli uomini e conquistare una posizione simile hanno messo da parte il loro lato femminile. Restano donne per via degli organi sessuali, ma di fatto ragionano e si comportano come l’altro sesso.

Portare il femminile in un mondo al maschile 1/3

 “Per capire certe cose non occorreva essere andati all’università” (La lettera G, p. 134)

Da quando si è aperto il dibattito sull’uguaglianza, le discussioni e i trattati sulle donne nella scuola e nel lavoro non sono mancati (1), eppure mi pare che non ci si sia mai occupati di una questione importante, di cui voglio parlarvi oggi come spunto di discussione, senza pretese di poter offrire una visione esaustiva. Il discorso su donne e istruzione è complesso e si intreccia con quello dell’istruzione tout court, così come su quello più ampio della conoscenza. Prendiamo dunque questi ultimi come punto di partenza per una discussione che, per lasciarvi il tempo di “digerire” e commentare, scaglionerò su tre diversi post.

Nel primo mi occuperò di intelligenza e di istruzione. Nel secondo di un’intelligenza finita nel dimenticatoio e nel terzo di alcune riflessioni sul suo recupero.
1. INTELLIGENZA E ISTRUZIONE

Per molti anni intelligenza e istruzione sono state sinonimi, nella mia testa. Di una persona che aveva studiato si diceva che era intelligente e c’era persino una buona probabilità che lo fosse. Oggi invece, siccome l’istruzione è sempre più diffusa, mi pare che le due parole non possano più essere amalgamate con tale leggerezza e che si debba ammettere che esistono delle persone istruite e poco intelligenti, così come c’erano, e ancora ci sono, delle persone intelligenti poco istruite. Ma tant’è, non illudiamoci: l’istruzione superiore è quasi obbligatoria, al giorno d’oggi. In una società sempre più complicata e competitiva, il diploma di scuola media non basta più. E così ben vengano le superiori, e gli studi universitari. Ma l’intelligenza è un’altra cosa.

Intelligenza va al di là di ciò che si può studiare, e può annidarsi nell’eredità dei nostri antenati. È ascoltare l’intuizione e saperla analizzare con logica. È saper guardare oltre e semmai tornare indietro, a percorrere una via per cui tutti ti danno del pazzo. È capire che se non vogliamo semplicemente sopravvivere in questo mondo e in questo mercato del lavoro senza pietà, ci dobbiamo rinnovare costantemente. Intelligenza è anche sapersi reinventare, e questo è più difficile quando si acquisiscono competenze pure da esperto, ma in un settore molto specifico (2). Infine, intelligenza è capire e accettare che la conoscenza assoluta non esiste. Soprattutto in tempi in cui sempre più persone hanno accesso all’istruzione superiore, vale la pena di ricordare che l’università non è un punto di arrivo, raggiunto il quale si può appendere la pergamena al muro per rassicurarsi di sapere quasi tutto in un settore che, a confronto con la conoscenza globale, è equiparabile al quasi niente. Chi concepisce gli studi in questo modo, a mio parere commette un errore.

Non se ne abbiano a male professori e professoresse, ma l’università è solo una tappa sulla via della conoscenza. E nemmeno obbligatoria, perché istruzione non è sinonimo perfetto di conoscenza. Comunque, da questo punto di vista, gli studi di Lettere mi hanno messo subito davanti all’evidenza dei fatti: nemmeno studiando una vita avrei potuto sapere tutto. E così mi hanno aperto alla curiosità intellettuale e alla voglia di continuare a scoprire, che mi hanno permesso in seguito di svolgere tre mestieri differenti, avendo sempre la flessibilità di rimettermi in discussione e di formarmi da zero. Con queste premesse, mi è difficile capire come gli studi umanistici possano essere denigrati sul mercato del lavoro. Ma lo ammetto: anche io sono stata colta da momenti di sconforto, nei quali quella parte di me che voleva tutto e subito veniva a pungolarmi ricordandomi la mia abissale ignoranza. Come avrei voluto avere la certezza che forniscono le materie scientifiche, dove 1+1 fa sempre due! Errore di visione, certo: non essendoci istituzioni di sapere più prestigiose, ancora non capivo che l’università è solo una tappa. Fortunatamente non mi ci sono intestardita e sono andata alla ricerca di nuove forme di conoscenza. Nella lettura ho trovato una via.

E ora possiamo tornare al femminile. Nel prossimo post ci occuperemo proprio di questo: dell’intelligenza femminile.

 

 

Note:

  1. Qualche esempio: c’è chi ha svolto ricerche sulle scelte di studi delle donne M. Duru-Bellat, L’école des filles, L’Harmattan 1990; chi ha scardinato l’ipotesi che le ragazze riescano meglio in lingue e peggio in matematica, Baudelot-Establet, Allez les filles, Points 2006; chi ha rimesso in discussione la scuola mista, S. Stahlmann, Die Schule macht die Mädchen dumm, Piper 1991 o chi ha esplorato la potenzialità delle donne ora che l’accesso agli studi è garantito (in Europa)….

  2. Tempo fa leggevo un articolo sulle scelte dei liceali: i giovani si stanno adattando al mercato del lavoro e scelgono le “professioni del futuro” (o del conformismo?). Quindi: calo di iscritti a Lettere e aumento in Agraria e Farmacia: logico, sono facoltà con maggiori possibilità di impiego, insieme alle solite top 3 (Economia, Ingegneria e Giurisprudenza). Sono scelte di testa, ragionate. Come dare loro torto, con l’attuale situazione del mercato del lavoro? Però a me spiace e penso: avranno pure un lavoro, ma a che prezzo? Mi si dirà che si deve sopravvivere, e allora mi sta bene. Basta che poi non si smetta di studiare (e fare) quel che davvero ci piace. E soprattutto, che quel (o altri) pezzo di carta non sia un semplice requisito per entrare nel mondo del lavoro, vale a dire una triste tappa obbligata, o un misero punto di arrivo. Laurearsi (o anche diplomarsi) deve essere una scelta consapevole e libera.

Chiamiamo il gatto con il suo nome: quando anche le definizioni ci fuorviano

“Ma come hai fatto a sposare quel buono a nulla?” (La lettera G, p. 188)

 

In francese si dice appeler un chat un chat, chiamare un gatto un gatto. Ovvero dire le cose come stanno. E allora diciamole. Diciamo che il titolo dell’articolo poteva essere: “Inizio di estate: la calura gli dà alla testa e uccide compagna e figlio”. Cherchez l’erreur. Invece si titola: “Spara alla ex e al figlio, un padre modello sopraffatto dalla rabbia”. Cherchez l’erreur. Ancora?? Sì, perché l’errore da cercare non è tra un titolo inventato e uno vero. L’errore sta: uno, nella semplice possibilità che un tale fatto possa accadere e: due, che i media possano definire un tale uomo “padre modello”.

Perché è successo di nuovo: l’ennesimo uomo che, incapace di accettare la separazione, uccide la ex e il figlio. Femminicidio, infanticidio. Spesso i due lemmi si fanno compagnia in queste torbide storie. E a perderci sono sempre i più deboli fisicamente, massacrati per raddrizzare l’orgoglio ferito di un vero debole che pensa di non contare nulla, tantomeno per la donna che, per sbaglio o per amore, gli ha regalato un figlio. Un uomo, non possiamo che constatare con tristezza. Che si arroga il diritto di togliere la vita per ragioni futili ed egoistiche, perché lui poveraccio da solo non ce la fa, o perché non può essere lasciato, questa è un’offesa per la sua insicurezza, l’umiliazione troppo cocente.

Quel che mi fa rabbia, al di là del fatto in sé, disgustoso e inammissibile, è constatare la connivenza dei media nel mitigare o rattoppare l’immagine dell’assassino, che arriva ad essere definito padre modello preso da un raptus di pazzia. Raptus premeditato, nota bene. Nel libro “L’ho uccisa perché l’amavo: falso” (Lipperini-Murgia, Laterza) viene stilato un elenco di titoli simili e ancora una volta eccone uno. Dobbiamo dunque arrenderci al fatto che nel nome dell’oggettività, nell’intento di mantenere una posizione neutra, di esporre i fatti e solo quelli, una posizione la si prenda comunque e vada se non ad assolvere, almeno a delineare una scusante per questi fatti di sangue? È questo il ruolo dei media?

Personalmente penso –e dico – BASTA con le scusanti per questi uomini, chiamiamoli come meritano (pazzi, assassini, bestie, bastardi?) e vaffanculo al premuroso padre di famiglia, altrimenti come distinguiamo i padri impegnati e degni da uno come questo? Anche gli uomini dovrebbero indignarsi. Premuroso?? Modello??? Sarebbe questo un uomo che ama suo figlio e la donna con cui l’ha voluto? Se fosse stato cosi premuroso, suo figlio sarebbe ancora vivo: se soltanto lo avesse amato più del suo stupido orgoglio. Se fosse stato un uomo sicuro di sé, anche la madre del piccolo lo sarebbe. Diamo pure la colpa al patriarcato, che ha accordato l’onnipotenza anche ad esseri fragili purché maschi, e al femminismo che in pochi anni ha brutalmente riportato alla superficie quella fragilità, ma non incolpiamoli anche dei mali che potremmo debellare con un po’ di intelligenza. Non dimentichiamoci infatti che la libertà individuale esiste e che un uomo può scegliere di non essere violento o assassino. Del resto, la maggior parte ci riesce.

Tra i tanti episodi di violenza riportati dai media in questo luglio piovoso, mi colpisce la frase della miss colpita dall’ex con un calcio che le ha provocato lesioni talmente gravi da doverle asportare la milza. La bella e giovane donna afferma che non l’aveva denunciato per le percosse anteriori perché lo amava troppo. Amava troppo? Come si fa ad amare, e per giunta troppo, un uomo che ti pesta? Non mi resta che constatare che la nostra cultura insegna alle donne ad accettare percosse e umiliazioni, fino a quando “l’amavo troppo” diventa “mi pestava troppo” e allora si riesce a dire basta. Ma siccome quella sottile linea demarcatoria che porta oltre il limite è diversa per tutte, botte e umiliazioni raggiungono le donne in modo molto diverso. La realtà però resta: noi tutte viviamo in una società che prima o poi ci espone a queste brutture e mi ritengo fortunata di aver subìto soltanto un paio di molestie davvero di poco conto (alle quali ho reagito come meglio ho potuto, e uno dei metodi è stato proprio mettere fine alla relazione). Capisco e compatisco le donne che non se ne vanno perché troppo fragili, o per via dei figli (e la miss era tra queste con il bimbo di due anni e la sua giovanissima età). Ma per favore, che non si dica mai più che uno così lo si ama troppo. Cerchiamo piuttosto di riversare l’amore che prodighiamo agli altri su noi stesse, che ci facciamo un favore.

Ma perché le donne si accontentano di questi uomini? Come facciamo ad innamorarci di un tipo simile e non accorgerci della vera persona che è? Io credo che noi donne sappiamo bene con chi abbiamo a che fare. Abbiamo sempre avuto il dono dell’intuizione e come sia un uomo lo percepiamo dalle piccole cose: un gesto, una parola, uno sguardo, un ragionamento. Però chiudiamo un occhio, poi due. Perché ammazziamo l’intuizione? E ritorno alla domanda iniziale, perché stiamo con uomini così? Posso azzardare un paio o tre di risposte, cosciente che sono limitate, ma che probabilmente inglobano l’80% dei casi. È probabile che una donna accetti di amare questo tipo di uomo per paura di rimanere sola; perché le hanno fatto credere di non valere niente, e lei ci ha creduto; o perché ha visto donne sopportare la stessa situazione e le pare normale. Sia dunque riconoscente che un tizio geloso, insicuro, violento, cattivo, prevaricatore e stupido si interessi a lei. Se lo prenda, se lo tenga e soprattutto stia zitta. Chi crede di essere per volere meritare di meglio?

Infatti non crede di essere proprio nessuno. Crede di non contare nulla. Mentre io credo che ogni donna meriti di meglio. Che conti. Ci hanno creduto anche quelle che se ne sono andate e sono state poi uccise per il loro coraggio. Se fossero sopravvissute, la relazione successiva sarebbe stata migliore ma, purtroppo, la volta successiva per loro non ci sarà. Qualcuno ha deciso unilateralmente di non dargliela, quella possibilità. Ammiriamone il coraggio ritrovato a costo della vita, e continuiamo ad indignarci.

Mentre scrivo però sono presa da un dubbio: va bene denunciare i femminicidi, ma per il resto, non starò parlando per cose di poco conto, quando nel mondo ci sono culture dove, sistematicamente, per riparare un torto il capo villaggio (notasi, un uomo) ingiunge di violentare la sorella di colui che ha commesso il torto? O quando per una violenza sessuale viene condannata a morte la donna perché ormai troppo “sporca”? Di fronte a tali scempi, che mettono in causa la legge dell’uomo (sottolineato: uomo), un fegato spappolato, uno sfregio, delle ossa rotte, delle umiliazioni pesanti, lo stupro coniugale… possono essere considerati robetta di poco conto. In fondo i media non riescono ad indignarsi davvero nemmeno per una donna violentata o uccisa. Eppure nessuna violenza, fisica o psicologica, è cosa di poco conto. Non facciamo differenze per poter condonare quelle più lievi. La tolleranza deve essere zero.

Come invertire la tendenza? Per prima cosa non possiamo farlo da sole, ma tutte insieme. Prenderà tempo, e si comincia dal piccolo. Si comincia con l’insegnare alle donne il rispetto per se stesse e ai maschi il rispetto per il sesso opposto. E questo già in famiglia. Qui noi donne qui abbiamo un ruolo importante da giocare, siamo noi in prima linea nell’educazione. Dobbiamo recuperare il senso del nostro valore per poterlo trasmettere alle nostre figlie. E dobbiamo poter instaurare una relazione paritaria e rispettosa con il nostro partner per poter dare l’esempio. Il rispetto passa da tante piccole cose e non è sufficiente che il babbo non alzi le mani su moglie e figli per decretare che il rapporto è buono. Il rispetto si gioca anche su altri piani. In questo difficile compito non riusciremo sempre, e non sempre perfettamente, ma credo che non ci sia un’altra strada. Ci dobbiamo almeno provare. A me spiace per gli uomini: non si può tornare indietro ai tempi in cui le donne se ne stavano sempre zitte e buone, per cui non c’era neanche bisogno di intimidirle, picchiarle o ucciderle per ottenere quel che si voleva. La condizione della donna è cambiata così in fretta che le donne non hanno avuto il tempo di convincersi profondamente del loro valore, e gli uomini di operare un vero e totale cambiamento di mentalità. Ma con queste constatazioni d’ordine collettivo non giustifico l’assenza di azione personale: tutti e tutte possiamo fare qualcosa.

Dodici anni fa un collega di lavoro sulla sessantina, raccontandomi del divorzio del figlio, mi aveva illuminato con la seguente affermazione: “sono le donne che sono cambiate, gli uomini sono sempre gli stessi”! Aveva – purtroppo – tristemente ragione.