La lettera I

“Gina [..] portò il lutto anni e anni, pregando di raggiungere presto il marito. Da tempo si era dimenticata di vivere e non immaginava di poter approfittare della sua nuova condizione [..]. Non aveva visto quella morte come un recinto aperto, dal quale poter fuggire.” (La lettera G, p. 156)

 

La vita delle donne di una volta era abbastanza dura, dura o molto dura, a dipendenza delle circostanze ascritte alla loro nascita. Quella della Gina del mio romanzo era molto dura. In generale si riduceva a una serie quasi interminabile di doveri che iniziavano non appena la bambina era abbastanza grande per occuparsi dei fratellini – ovvero praticamente alla nascita del seguente, se questa avveniva dopo i 4 o 5 anni – e che terminava forse e soltanto quando, in età avanzata, finiva il tempo dell’assistenza ai figli, ai mariti, agli anziani. Spesso questo significava nella loro stessa anzianità, se erano abbastanza fortunate da sopravvivere e se, improvvisamente consapevoli di questo fatto, riuscivano ad approfittarne.

Non così per la nostra Gina, che per forza dell’abitudine sceglie di fermarsi alla lettera G. Che volete farci? Dopotutto l’avevano sempre chiamata così. Ma diversamente per altre donne. Certe riescono a liberarsi dei sensi di colpa o di futilità, e procedono oltre. Allora raggiungono la lettera I, emblema di Indipendenza dopo decenni di sacrifici, e forse anche alla L di Libertà. Di entrambe possono finalmente godere da quel punto fino alla morte che, una volta assaggiata la dolcezza di quelle lettere, sperano sia lontana. Non gliene vogliano quelle come Gina che, in attimi di sconforto, si immolerebbero sulla pira funeraria del marito, come voleva la tradizione indiana della sati. Purtroppo, in alcune donne la certezza di non valere nulla è stata così inculcata nel loro essere profondo da non potersi immaginare una vita da lettera I. Non possiamo fargliene una colpa se ricordiamo almeno due delle loro condanne: la povertà e (etimologicamente) l’ignoranza.

Sarebbe bello se la vita delle donne potesse passare da tutte queste tappe. Ognuna è importante, anche la G … se non dura tutta la vita. Perché nell’immobilità, nella difficoltà e nella frustrazione della G si seminano i frutti che si raccolgono alla I o alla L, sorprese e allo stesso tempo incredule che ciò sia davvero possibile. Nessuno dice mai alle donne che hanno dei diritti. Per tante, molte, troppe, la vita si riduce a una serie interminabile di doveri. Per questo ci riesce difficile credere che per noi possa esistere la I. Oppure la L. Ma esistono e sono a portata di mano: oltre l’orizzonte di quel recinto, che a volte si supera solo dopo aver scavalcato la H di horror.

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