50 sfumature di grigio

“Se qualcuno avesse voluto prendere il tempo di riflettere, di filosofeggiare sulla vita, bastava seguire Gina per qualche giorno [.. ] per rendersi conto dell’intrinseca impossibilità della cosa. […] Gina non aveva il tempo di fermarsi [..]. Quelle erano cose per ricchi! […] Loro avevano il tempo di […] cercare il proprio destino nell’ordine delle cose. (La lettera G, p. 72)

Lo confesso: volevo la vostra attenzione e le 50 sfumature di grigio non sono quelle dell’ormai famoso libro, bensì quelle evocate da Emanuela nel suo commento a La lettera G, che qui cito: “G potrebbe anche essere “grigia”, come la sua esistenza, la cui tonalità non ha mai cambiato sfumatura. Sapremmo vivere oggi con la stessa forza d’animo senza lamentarci, senza cadere in depressione?”

Quella che pone Emanuela è un’ottima domanda e forse la risposta giusta non esiste nemmeno perché le situazioni di ieri e di oggi non sono comparabili. Per iniziare a dipanare la matassa facciamo questa distinzione, che mi pare capitale, e non dimentichiamoci della parola oggi che, volenti o nolenti, è uno spartiacque.

Parto dall’idea che, un tempo, vivere una vita a colori non era dato ai più. La consapevolezza del voler essere felici trovando il proprio ruolo nell’universo era merce che non si incontrava spesso sugli scaffali del negozietto di paese. Era un prodotto di lusso e, come tale, in pochi (e soprattutto poche) se lo potevano permettere. Quale scelta c’era per le Gine? Non c’erano 50 sfumature di grigio. Anzi, magari ce n’era proprio solo una: il Grigio-Gina. E ce la si doveva far bastare. La certezza che la vita non potesse essere diversa infondeva forza. Certamente donne come lei hanno vissuto una vita molto dura, ma nella certezza di non poterla cambiare stava la forza che permetteva di andare avanti. Un tempo si era più “forti” perché il margine di manovra era esiguo e la nozione di grigiore diversa. Ancora oggi troviamo moltissime persone che possiedono quella stessa forza perché devono affrontare la lotta quotidiana per la sopravvivenza, per un tetto, per il cibo o altre situazioni fortemente limitanti.

Per tornare alla nostra Gina, c’erano senz’altro delle variazioni di classe sociale, di istruzione, di numero di figli o di attività professionale e questo si traduceva in due o tre sfumature di grigio – non molte di più. Per alcuni versi ciò era drammatico, per altri invece era fonte di sicurezza: tutto era “normale”, la vita era così e non la si poteva cambiare. Solo a volte qualcuno – anzi, qualcuna – “impazziva”: le famose isterie o depressioni nervose, spesso femminili per via della più evidente difficoltà della vita delle donne e le poche possibilità di cambiarla. Erano perlopiù manifestazioni dell’inconscio (e in questo non credo si differenzino molto da quelle di oggi, anche se altre ragioni legate alla situazione economica e sociale attuale sono andate a sommarvisi) di chi era in cerca di risposte a domande che non riusciva a porsi, spesso perché non aveva gli strumenti adatti per formularle.

Oggi la situazione è diversa e senz’altro siamo diventati più deboli, perché ci viene proposto il miraggio di una vita tutta a colori. L’istruzione e lo sviluppo della nostra società con tutti i suoi nuovi stimoli, hanno risvegliato il nostro inconscio e chi non riesce a sublimare il desiderio in invidia, rabbia, aggressività, apatia, rancore, tristezza o in una delle infinite forme di dipendenza fisica o emotiva, può sviluppare una malattia psicofisica. L’aumento drammatico delle prescrizioni degli psicofarmaci la dice lunga sul fatto che la nostra società è, di fatto, in depressione. Ma questo è un soggetto tabù perché fa a pugni con la necessità attuale di essere sempre al top. Parliamoci chiaro: finché erano quattro o cinque isteriche di paese andava bene, e poi erano donne, ma non vorremmo mai ammettere di essere tutti depressi! Così, ai primi sintomi si va dal medico che ce li zittisce con antidepressivi e ansiolitici, pagliativi per la sofferenza galoppante, ma di facile utilizzo e creatori di income. Ai tempi di Gina non esistevano, o iniziavano appena ad essere prescritti. Inoltre la poverina non aveva nemmeno lo shopping, la carriera o gli amanti per sublimare il suo desiderio di ballare. Noi sì: nel possesso di oggetti, partner o titoli, a volte troviamo le sfumature di colore che andrebbero magari cercate altrove.

No, malgrado le possibilità della società del giorno d’oggi, non sempre riusciamo a vivere una vita colorata. Allora viviamo 50 sfumature di grigio, le sfumature di quella vita a colori che vorremmo e non possiamo, sappiamo o riusciamo a cercarci. Quale sia il verbo giusto, non l’ho ancora capito. Quanto al Grigio-Gina, è pur sempre un colore. Che ribadisce il suo diritto a non essere invisibile e che sono felice di aver dipinto ne “La lettera G”.

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4 thoughts on “50 sfumature di grigio

  1. Sto vivendo un film a colori o in bianco e nero? E, se del caso, quali colori? Quelli vivaci e luminosi di un prato di montagna fiorito in una giornata di sole, oppure solo una o poche sfumature del Grigio-Gina?
    Sono domande che mi pongo, cosciente che, come mi ha insegnato Elena a Melano molto dipende dal punto di vista.
    Una fotografia può fissare i colori di chi sembra abbia trovato il proprio ruolo nell’universo. Ma quasi mai uno scatto o un intero documentario riescono a mostrare i pensieri, i sentimenti e le emozioni personali e intime.
    E così un’immagine a colori può nascondere una vita interiore caratterizzata dal grigio in un’unica sfumatura. O viceversa.
    Parafrasando quel che scrive Elena nel suo Dissolvenza, è però importante sapersi chiedere sempre «quali tinte dominano il mio mondo in questo momento».
    Il mondo interiore e non quello che altri, magari distratti, possono fissare sulle loro fotografie.

  2. Pingback: Bianco e nero o a colori? | Il coraggio di osare

  3. È vero quel che dici. A volte i troppi colori nascondono il grigio e un grigio esterno può rivelare un’anima a colori. A volte dipende dal momento, altre volte è una costante. Ricordo che l’erede al trono d’Inghilterra una volta ha detto alla stampa che, se avesse potuto scegliere, avrebbe preferito essere qualcosa tipo un pescatore. Quindi anche la percezione del colore dipende dai nostri occhi.
    A me pare solo importante cercare di vivere una vita a colori, metafora di una vita che ha senso per noi. Niente giudizio (o pregiudizio) per il grigio (ho ripreso l’idea di G=grigio, che ho trovato carina): possiamo scegliere una vita monocromatica se questo è ciò che desideriamo. L’importante è quel che sentiamo dentro. Non abbiamo tutti gli stessi imperativi, gli stessi desideri, le stesse fonti di felicità. Ma è essenziale imparare a riconoscere e seguire le nostre intuizioni e almeno tentare di avvicinarci al tipo di vita che ci rende soddisfatti.
    Quanto al nostro posto nel grande disegno della vita…anche se non dovessimo trovarlo mai, sarebbe già meraviglioso aver iniziato a cercarlo…

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