L’insostenibile pesantezza del non essere (più)

Non aveva fatto nulla che valesse la pena di essere ricordato dai libri di storia, salvo la sua umile esistenza da coloro che l’avevano amata. Forse anche noi viviamo così, e così moriremo. (La lettera G, p. 203)

 

La lettera G è l’emblema della vita che non si vorrebbe vivere, ma che – talvolta, spesso, raramente, sempre? – si finisce per vivere. Ma capita anche che qualcuno venga raggiunto dalla consapevolezza di voler vivere all’insegna di un’altra lettera e allora, nel tentativo di trovare quella giusta, ha inizio una ricerca che dura il resto della vita.

Poi accade l’imprevisto. Che è previsto dal giorno in cui nasciamo, ma che ci coglie sempre di sorpresa: l’improvvisa scomparsa di una persona cara ci ricorda con dolorosa impertinenza l’insostenibile transitorietà della nostra esistenza. L’imprevisto è arrivato venerdì 30 maggio: mio padre ha iniziato un nuovo viaggio, lasciandoci su questa terra ad interrogarci sul perché sia successo così presto, così improvvisamente, mentre ancora godeva di buona salute e, soprattutto, di una grande voglia di vivere. Le solite domande che non hanno risposta. Faceva progetti, non amava farsi ricordare che l’età avanzava. Era un modo per scongiurare la morte, che voleva gli stesse lontano. Naturalmente non ce l’ha fatta: la morte fa parte del nostro contratto con la vita.

Mio padre ed io vivevamo vite diverse e da più di vent’anni non abitavamo più sotto lo stesso tetto. Lui viveva un’esistenza lontana dalle complicazioni mentali, nel suo villaggio natale che mai aveva lasciato, tra le camminate in montagna, il suo commercio, la vigna, la gente che lo apprezzava e l’attesa per i mondiali. Benché importante e apprezzato da tutte quelle persone che hanno voluto rendergli omaggio nel giorno della sua partenza terrena (e al suo funerale ho capito quante fossero), la sua era una vita “normale”, priva di quella gloria che molti ricercano.

Viveva dunque una vita da “lettera G”?

Io non lo credo. Libero dalle responsabilità famigliari e dalle incombenze finanziarie alle quali tutti noi dobbiamo sottostare, viveva infine la vita che desiderava, quella parentesi che separa la fine degli impegni di lavoro e l’inizio della vecchiaia vera e propria. Finalmente viveva la sua vita, occupandosi di quel che gli piaceva, senza responsabilità gravose, con la pensione ampiamente meritata. Era una vita tanto diversa dalla mia! Ma non peggiore, perché era felice. Soprattutto per questo ero contenta che vivesse. Non per fare felice me o qualcun altro, ma per se stesso. Mi rincuorava pensare a lui e saperlo felice con cose che a me non sarebbero bastate. Questo pensiero mi faceva star bene e gli ho sempre invidiato la semplicità e la capacità di gioire delle piccole cose. È forse questo l’insegnamento più grande che conserverò di lui. Il mio solo rammarico è che la parentesi sia stata breve.

Perché la vita è effimera. A vent’anni ci pare che non debba finire mai e pensiamo di avere un tempo infinito davanti, per realizzare i nostri sogni e vivere una vita secondo le nostre intuizioni. Le morti ci ricordano che quel tempo è invece inesorabilmente contato e che non dobbiamo aspettare il momento giusto per vivere felici: quello in cui avremo abbastanza tempo, abbastanza soldi, abbastanza libertà, abbastanza indipendenza, o altro. Forse quel tempo non arriverà mai. Talvolta è sufficiente avere abbastanza coraggio. Solo così possiamo valutare con oggettività quanto è davvero alto il nostro recinto, e quanto invece ce lo alziamo noi stessi, e prendere piccole ma importanti decisioni per la nostra vita. Piccole, lo sottolineo: spesso non ci è possibile fare altrimenti. Ma anche con molti piccoli passi possiamo percorrere un lungo cammino.

I destini non si possono cambiare, ma le occasioni dobbiamo afferrarle: per riuscire a guardare ogni morte come un altro viaggio che inizia, e non solo come l’insostenibile pesantezza del non essere più.

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One thought on “L’insostenibile pesantezza del non essere (più)

  1. «Il giorno in cui i suoi cari le diedero l’ultimo addio, lei aveva ricominciato a correre in quelli che Padre Attila chiamava i pascoli del cielo, gli unici pascoli dove Gina avrebbe potuto infine correre libera» (pag. 204)

    «È bene rammentare […] che nessuno fu mai una fioca candela» (pag.206)

    «La lettera G» e le riflessioni di Melano su recinti, cornici e immagini sono state anche per me la tela di fondo dei pensieri dello scorso fine settimana e di questi giorni.
    Sono davvero pochi i recinti insuperabili!
    A me piace immaginare Mario sereno e felice sulle montagne (raggiunte a piedi o in bicicletta) ma anche accanto a voi ed intento a giocare con Vittoria e Romeo.
    Ho ripreso in mano il tuo libro e vi ho ritrovato altri passaggi che oggi mi appaiono quasi profetici.

    Ho trovato anche la citazione di un tuo illustre collega che esprime i tuoi stessi pensieri:
    «La gente vive per anni e anni, ma in realtà è solo una piccola parte di quegli anni che vive davvero, e cioè negli anni in cui riesce a fare ciò per cui è nata. Allora, lì, è felice. Il resto del tempo è tempo che passa ad aspettare o a ricordare. Ma non è triste quando aspetta o ricorda. Sembra triste. Ma è solo un po’ lontana» (Alessandro Baricco; Questa storia)

    Mi auguro (e auguro a te) di avere ogni giorno il coraggio di fare ogni giorno piccole cose perché «con molti piccoli passi possiamo percorrere un lungo cammino».
    Un fraterno abbraccio a te e ai tuoi cari.

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