Ma “femminista” è una parolaccia?

“Essere intellettuale era considerato peccato grave, e femminista ancor di più. Per fortuna il tempo della caccia alle streghe era terminato da un pezzo.”  (La lettera G, p.137)

Presentazioni e incontri con i lettori sono occasioni di crescita anche per chi scrive. Per modestia le declinerei, ma dopo aver letto dell’esperienza di uno scrittore considerato snob dai suoi lettori per la sua assenza a questi eventi, ho avuto conferma che cambiare il nostro punto di vista permette di scoprire cose nuove e che la vera ricchezza sta nello scambio. L’incontro del 28 maggio scorso con i gruppi di lettura di S. Antonino e di Grono è stato uno di questi eventi arricchenti.

Ecco che mi ritrovo con donne che, indipendentemente dal loro grado di istruzione, sono profondamente intelligenti: hanno una grande comprensione della vita e mirano a migliorarsi ogni giorno. Donne che non definirei vivere una vita da Lettera G, ma che si sono tutte riconosciute nella vita di Gina. Che scoperta straordinaria! Mi ha fatto sentire molto vicina a ognuna di loro. Non perché sia bello vivere così, ma perché nella comprensione che si sta vivendo da lettera G, che la si è vissuta o la si potrebbe vivere, sboccia la consapevolezza che non si può farne l’emblema della propria esistenza. E questo cambia tutto. Cambia soprattutto il nostro rapporto a noi stesse e agli altri, perché partendo da quel punto ormai illuminato si può trovare la via. La via della passione, dell’indipendenza, dell’affermazione personale, dello studio, dell’amore o di qualsiasi altra espressione della nostra anima. Già per il fatto di interrogarsi e mettersi in discussione, ho la certezza che fossero tutte donne che seguono un loro percorso e che non rimarranno ferme alla G. Sono donne che lavorano sul loro empowerment e che faranno ottime cose.

Durante le quasi tre ore (!) di incontro ho risposto a domande su come è nato questo romanzo, come ho proceduto nella stesura narrativa, quali sono state le scelte stilistiche, quale messaggio porta, come l’ho veicolato. La curiosità era molta. Ma la cosa più importante è che (proprio come per il gruppo ginevrino del 2 aprile, e quello di oggi) ogni domanda è sfociata in una riflessione sulla vita delle donne. Che potrebbe essere anche quella degli uomini, ma che è soprattutto nostra. Sulle donne ci sarebbe da scrivere trattati interi e il mio non è che un modesto contributo. Però devo continuare a farlo, anche se ho capito che essere donna, scrivere di donne ed essere pubblicata da una casa editrice attenta alle problematiche femminili porta con sé una conseguenza inevitabile: si può essere sospettate di femminismo. Grave. Gravissimo.

Allora mi chiedo: ma femminista è una parolaccia?

Ovvero: dovrei vergognarmi di esserlo, o non è forse questo l’ennesimo recinto nel quale il nostro cavallo selvaggio è confinato? Un recinto di idee preconcette sulle donne, per cui quando una donna afferma che donne e uomini meritano lo stesso rispetto, quando desidera occuparsi delle sue problematiche di donna e non di quelle maschili, quando pretende di poter vivere in armonia con se stessa andando a scoprire cosa la frena e il tutto – nota bene – senza disprezzare gli uomini o dichiararsi superiori a loro… ecco che deve avere paura: chissà cosa (attenzione alla “sindrome di Gina) si potrebbe pensare di lei? Afferma, desidera, pretende. Tre verbi di difficile coniugazione per noi donne. È dunque un’arpia orribile, una strega incattivita, una donna che odia gli uomini!? Egoista, aggressiva e poco attraente? Le femministe che bruciavano il reggiseno in piazza, quelle che hanno preferito uno stile di vita maschile sacrificando il loro femminile, quelle che hanno rifiutato il genere opposto, avevano le loro motivazioni e senza di loro oggi non saremmo qui a discutere. Queste donne facevano paura agli uomini perché hanno scardinato un sistema millenario in pochi anni. E come tali sono state stigmatizzate, come è accaduto alle cosiddette “streghe” all’epoca dell’Inquisizione.

Il metodo per mettere a tacere le donne è cambiato e segue vie laterali ma pur sempre insidiose. Non cadiamo nel trabocchetto. Noi donne non dobbiamo negare il femminismo (e neppure il femminile) per paura di essere considerate retrò e incattivite, o che gli uomini reagiscano con disprezzo o violenza (anche perché gli uomini intelligenti non lo faranno mai). Questo è solo uno dei tanti modi per metterci a tacere. Siamo voci dal silenzio, ma è ora di farci sentire. Riconosciamo il lavoro fatto dal femminismo di reazione e ad esso integriamo amore, compassione, complementarità, fusione e uguaglianza con gli uomini. Non è utopia.

No, femminista non è una parolaccia. E non è nemmeno il contrario di maschilista, il cui valore semantico non contiene l’idea di lotta per la giustizia, il rispetto o la liberazione dall’oppressione.  Allora chiamatemi pure così. Vorrei coniare un neologismo, ma ho paura di perdere la mia identità. Sono una donna. E voglio conservare la mia essenza femminile. Negli ultimi anni ho imparato a riconoscere il vero valore del femminile e ascoltare le mie intuizioni. E oggi sento che uno dei lavori importanti di questa mia vita è contribuire a restaurare la dignità profonda di ogni donna e il senso del suo valore. So che non mi basterà una vita sola, ma inizio da questa. E sento che tutte le donne presenti in sala quella sera si muovono con me nella stessa direzione. L’oceano è fatto di tanti piccoli corsi d’acqua.

A loro va il mio grazie di cuore per aver condiviso pensieri e esperienze con me.

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La lettera I

“Gina [..] portò il lutto anni e anni, pregando di raggiungere presto il marito. Da tempo si era dimenticata di vivere e non immaginava di poter approfittare della sua nuova condizione [..]. Non aveva visto quella morte come un recinto aperto, dal quale poter fuggire.” (La lettera G, p. 156)

 

La vita delle donne di una volta era abbastanza dura, dura o molto dura, a dipendenza delle circostanze ascritte alla loro nascita. Quella della Gina del mio romanzo era molto dura. In generale si riduceva a una serie quasi interminabile di doveri che iniziavano non appena la bambina era abbastanza grande per occuparsi dei fratellini – ovvero praticamente alla nascita del seguente, se questa avveniva dopo i 4 o 5 anni – e che terminava forse e soltanto quando, in età avanzata, finiva il tempo dell’assistenza ai figli, ai mariti, agli anziani. Spesso questo significava nella loro stessa anzianità, se erano abbastanza fortunate da sopravvivere e se, improvvisamente consapevoli di questo fatto, riuscivano ad approfittarne.

Non così per la nostra Gina, che per forza dell’abitudine sceglie di fermarsi alla lettera G. Che volete farci? Dopotutto l’avevano sempre chiamata così. Ma diversamente per altre donne. Certe riescono a liberarsi dei sensi di colpa o di futilità, e procedono oltre. Allora raggiungono la lettera I, emblema di Indipendenza dopo decenni di sacrifici, e forse anche alla L di Libertà. Di entrambe possono finalmente godere da quel punto fino alla morte che, una volta assaggiata la dolcezza di quelle lettere, sperano sia lontana. Non gliene vogliano quelle come Gina che, in attimi di sconforto, si immolerebbero sulla pira funeraria del marito, come voleva la tradizione indiana della sati. Purtroppo, in alcune donne la certezza di non valere nulla è stata così inculcata nel loro essere profondo da non potersi immaginare una vita da lettera I. Non possiamo fargliene una colpa se ricordiamo almeno due delle loro condanne: la povertà e (etimologicamente) l’ignoranza.

Sarebbe bello se la vita delle donne potesse passare da tutte queste tappe. Ognuna è importante, anche la G … se non dura tutta la vita. Perché nell’immobilità, nella difficoltà e nella frustrazione della G si seminano i frutti che si raccolgono alla I o alla L, sorprese e allo stesso tempo incredule che ciò sia davvero possibile. Nessuno dice mai alle donne che hanno dei diritti. Per tante, molte, troppe, la vita si riduce a una serie interminabile di doveri. Per questo ci riesce difficile credere che per noi possa esistere la I. Oppure la L. Ma esistono e sono a portata di mano: oltre l’orizzonte di quel recinto, che a volte si supera solo dopo aver scavalcato la H di horror.

50 sfumature di grigio

“Se qualcuno avesse voluto prendere il tempo di riflettere, di filosofeggiare sulla vita, bastava seguire Gina per qualche giorno [.. ] per rendersi conto dell’intrinseca impossibilità della cosa. […] Gina non aveva il tempo di fermarsi [..]. Quelle erano cose per ricchi! […] Loro avevano il tempo di […] cercare il proprio destino nell’ordine delle cose. (La lettera G, p. 72)

Lo confesso: volevo la vostra attenzione e le 50 sfumature di grigio non sono quelle dell’ormai famoso libro, bensì quelle evocate da Emanuela nel suo commento a La lettera G, che qui cito: “G potrebbe anche essere “grigia”, come la sua esistenza, la cui tonalità non ha mai cambiato sfumatura. Sapremmo vivere oggi con la stessa forza d’animo senza lamentarci, senza cadere in depressione?”

Quella che pone Emanuela è un’ottima domanda e forse la risposta giusta non esiste nemmeno perché le situazioni di ieri e di oggi non sono comparabili. Per iniziare a dipanare la matassa facciamo questa distinzione, che mi pare capitale, e non dimentichiamoci della parola oggi che, volenti o nolenti, è uno spartiacque.

Parto dall’idea che, un tempo, vivere una vita a colori non era dato ai più. La consapevolezza del voler essere felici trovando il proprio ruolo nell’universo era merce che non si incontrava spesso sugli scaffali del negozietto di paese. Era un prodotto di lusso e, come tale, in pochi (e soprattutto poche) se lo potevano permettere. Quale scelta c’era per le Gine? Non c’erano 50 sfumature di grigio. Anzi, magari ce n’era proprio solo una: il Grigio-Gina. E ce la si doveva far bastare. La certezza che la vita non potesse essere diversa infondeva forza. Certamente donne come lei hanno vissuto una vita molto dura, ma nella certezza di non poterla cambiare stava la forza che permetteva di andare avanti. Un tempo si era più “forti” perché il margine di manovra era esiguo e la nozione di grigiore diversa. Ancora oggi troviamo moltissime persone che possiedono quella stessa forza perché devono affrontare la lotta quotidiana per la sopravvivenza, per un tetto, per il cibo o altre situazioni fortemente limitanti.

Per tornare alla nostra Gina, c’erano senz’altro delle variazioni di classe sociale, di istruzione, di numero di figli o di attività professionale e questo si traduceva in due o tre sfumature di grigio – non molte di più. Per alcuni versi ciò era drammatico, per altri invece era fonte di sicurezza: tutto era “normale”, la vita era così e non la si poteva cambiare. Solo a volte qualcuno – anzi, qualcuna – “impazziva”: le famose isterie o depressioni nervose, spesso femminili per via della più evidente difficoltà della vita delle donne e le poche possibilità di cambiarla. Erano perlopiù manifestazioni dell’inconscio (e in questo non credo si differenzino molto da quelle di oggi, anche se altre ragioni legate alla situazione economica e sociale attuale sono andate a sommarvisi) di chi era in cerca di risposte a domande che non riusciva a porsi, spesso perché non aveva gli strumenti adatti per formularle.

Oggi la situazione è diversa e senz’altro siamo diventati più deboli, perché ci viene proposto il miraggio di una vita tutta a colori. L’istruzione e lo sviluppo della nostra società con tutti i suoi nuovi stimoli, hanno risvegliato il nostro inconscio e chi non riesce a sublimare il desiderio in invidia, rabbia, aggressività, apatia, rancore, tristezza o in una delle infinite forme di dipendenza fisica o emotiva, può sviluppare una malattia psicofisica. L’aumento drammatico delle prescrizioni degli psicofarmaci la dice lunga sul fatto che la nostra società è, di fatto, in depressione. Ma questo è un soggetto tabù perché fa a pugni con la necessità attuale di essere sempre al top. Parliamoci chiaro: finché erano quattro o cinque isteriche di paese andava bene, e poi erano donne, ma non vorremmo mai ammettere di essere tutti depressi! Così, ai primi sintomi si va dal medico che ce li zittisce con antidepressivi e ansiolitici, pagliativi per la sofferenza galoppante, ma di facile utilizzo e creatori di income. Ai tempi di Gina non esistevano, o iniziavano appena ad essere prescritti. Inoltre la poverina non aveva nemmeno lo shopping, la carriera o gli amanti per sublimare il suo desiderio di ballare. Noi sì: nel possesso di oggetti, partner o titoli, a volte troviamo le sfumature di colore che andrebbero magari cercate altrove.

No, malgrado le possibilità della società del giorno d’oggi, non sempre riusciamo a vivere una vita colorata. Allora viviamo 50 sfumature di grigio, le sfumature di quella vita a colori che vorremmo e non possiamo, sappiamo o riusciamo a cercarci. Quale sia il verbo giusto, non l’ho ancora capito. Quanto al Grigio-Gina, è pur sempre un colore. Che ribadisce il suo diritto a non essere invisibile e che sono felice di aver dipinto ne “La lettera G”.

L’insostenibile pesantezza del non essere (più)

Non aveva fatto nulla che valesse la pena di essere ricordato dai libri di storia, salvo la sua umile esistenza da coloro che l’avevano amata. Forse anche noi viviamo così, e così moriremo. (La lettera G, p. 203)

 

La lettera G è l’emblema della vita che non si vorrebbe vivere, ma che – talvolta, spesso, raramente, sempre? – si finisce per vivere. Ma capita anche che qualcuno venga raggiunto dalla consapevolezza di voler vivere all’insegna di un’altra lettera e allora, nel tentativo di trovare quella giusta, ha inizio una ricerca che dura il resto della vita.

Poi accade l’imprevisto. Che è previsto dal giorno in cui nasciamo, ma che ci coglie sempre di sorpresa: l’improvvisa scomparsa di una persona cara ci ricorda con dolorosa impertinenza l’insostenibile transitorietà della nostra esistenza. L’imprevisto è arrivato venerdì 30 maggio: mio padre ha iniziato un nuovo viaggio, lasciandoci su questa terra ad interrogarci sul perché sia successo così presto, così improvvisamente, mentre ancora godeva di buona salute e, soprattutto, di una grande voglia di vivere. Le solite domande che non hanno risposta. Faceva progetti, non amava farsi ricordare che l’età avanzava. Era un modo per scongiurare la morte, che voleva gli stesse lontano. Naturalmente non ce l’ha fatta: la morte fa parte del nostro contratto con la vita.

Mio padre ed io vivevamo vite diverse e da più di vent’anni non abitavamo più sotto lo stesso tetto. Lui viveva un’esistenza lontana dalle complicazioni mentali, nel suo villaggio natale che mai aveva lasciato, tra le camminate in montagna, il suo commercio, la vigna, la gente che lo apprezzava e l’attesa per i mondiali. Benché importante e apprezzato da tutte quelle persone che hanno voluto rendergli omaggio nel giorno della sua partenza terrena (e al suo funerale ho capito quante fossero), la sua era una vita “normale”, priva di quella gloria che molti ricercano.

Viveva dunque una vita da “lettera G”?

Io non lo credo. Libero dalle responsabilità famigliari e dalle incombenze finanziarie alle quali tutti noi dobbiamo sottostare, viveva infine la vita che desiderava, quella parentesi che separa la fine degli impegni di lavoro e l’inizio della vecchiaia vera e propria. Finalmente viveva la sua vita, occupandosi di quel che gli piaceva, senza responsabilità gravose, con la pensione ampiamente meritata. Era una vita tanto diversa dalla mia! Ma non peggiore, perché era felice. Soprattutto per questo ero contenta che vivesse. Non per fare felice me o qualcun altro, ma per se stesso. Mi rincuorava pensare a lui e saperlo felice con cose che a me non sarebbero bastate. Questo pensiero mi faceva star bene e gli ho sempre invidiato la semplicità e la capacità di gioire delle piccole cose. È forse questo l’insegnamento più grande che conserverò di lui. Il mio solo rammarico è che la parentesi sia stata breve.

Perché la vita è effimera. A vent’anni ci pare che non debba finire mai e pensiamo di avere un tempo infinito davanti, per realizzare i nostri sogni e vivere una vita secondo le nostre intuizioni. Le morti ci ricordano che quel tempo è invece inesorabilmente contato e che non dobbiamo aspettare il momento giusto per vivere felici: quello in cui avremo abbastanza tempo, abbastanza soldi, abbastanza libertà, abbastanza indipendenza, o altro. Forse quel tempo non arriverà mai. Talvolta è sufficiente avere abbastanza coraggio. Solo così possiamo valutare con oggettività quanto è davvero alto il nostro recinto, e quanto invece ce lo alziamo noi stessi, e prendere piccole ma importanti decisioni per la nostra vita. Piccole, lo sottolineo: spesso non ci è possibile fare altrimenti. Ma anche con molti piccoli passi possiamo percorrere un lungo cammino.

I destini non si possono cambiare, ma le occasioni dobbiamo afferrarle: per riuscire a guardare ogni morte come un altro viaggio che inizia, e non solo come l’insostenibile pesantezza del non essere più.