Donne: vita di ieri, gabbie di oggi

“Aveva un destino che non ha potuto modellare, o delle occasioni che non ha saputo afferrare?” (La lettera G, p. 201)

Potete leggere la storia di Gina, la protagonista del mio romanzo, al primo livello. Ci vedrete la storia di una donna come molte altre della sua generazione, impossibilitata e incapacitata a uscire dal ruolo che la società le impone. Gina come donna condannata (dal suo essere ignorante, povera e, non da ultimo, donna), incatenata (da ruoli predefiniti, mai scelti), invisibile (poiché persa nella massa di donne a lei simili) e muta (di parole soffocate ed espresse con rabbia repressa).
O potete leggerla in chiave più moderna. Nei risvolti del quotidiano di questa banalissima Gina, regina mancata, “sepolta sotto una coltre di desideri mai espressi, di ambizioni mai nate, di sogni mai realizzati e soprattutto infagottata sotto 1000 convinzioni errate su se stessa “ (1), potete leggerci la vostra storia. O la mia. Sia Paola che Giulia (e forse altre che ancora non si sono espresse) hanno saputo scorgere la modernità della storia di Gina. Meno male. Perché quando ho intrapreso la stesura del romanzo, avevo il timore che paresse anacronistica. Certamente lo è per alcune persone che non hanno saputo riconoscersi in Gina, come la giovane collega di un amico. Non gliene faccio una colpa: anche io non mi ci sarei riconosciuta, anni fa. Poi però arriva la maturità, e con essa la possibiltà di entrare in contatto con la Gina che sta dentro di noi.
E ora affrontiamo una faccenda spinosa, che sta alla base di questo romanzo: le possibilità di scelta di Gina. La nostra “sceglie” una vita da “lettera G”. È una scelta per difetto, naturalmente, perché la sua esistenza è un crudele gioco di costrizioni (molte) e di opportunità (poche). Ma è pur sempre una scelta. Dunque Gina stessa sceglie la lettera G, perché apparentemente è questo che vuole. Ma in realtà, sceglie di fare quel che ci si aspetta da lei, sceglie le dolorose ma rassicuranti costrizioni, perché le opportunità sono poche e, scegliendole, rischierebbe di alienarsi quelle poche persone che gravitano attorno alla sua vita e la rassicurano: il marito, la famiglia, i vicini. Per una scelta diversa, ci vuole coraggio.
Ma quanto coraggio? Probabilmente troppo. La sua vita, condannata già dalla nascita in una classe sociale sfavorita che le nega istruzione e la costringe a lavori pesanti, aggravata dal suo essere donna e dal dover sfornare figli, poteva davvero andare diversamente? Mancandole la possibilità di istruirsi, le è venuta a mancare anche la possibilità di immaginare una vita diversa. In breve, la capacità di comprensione. In questo, la nuora Arianna è privilegiata: ha studiato e capisce in quali gabbie si trovano le donne. Arianna vuole avere figli, ma pure studiare e impegnarsi per la comunità. Arianna è ambiziosa e simboleggia la donna moderna. Arianna siamo noi.
Ma noi donne del giorno d’oggi siamo davvero tutte delle Arianne? Donne moderne, istruite, affermate, libere di scegliere la nostra vita? Non sono sicura che tutte le donne della mia generazione, comprese quelle più giovani, siano completamente libere. Certo godiamo dei grandi privilegi che il movimento femminista ha saputo regalarci e per i quali dobbiamo ringraziare le donne più anziane di noi, che per esso hanno operato. Ma essere davvero libere significa comprendere innanzitutto chi siamo, da dove veniamo e dove dobbiamo andare. Capire in quale modo la nostra personalità, influenzata dalla società, dalla nostra famiglia, classe sociale e grado di istruzione, hanno guidato la nostra vita e le nostre scelte. Scelte che, probabilmente, non sono quasi mai libere prima di aver intrapreso questo viaggio verso la scoperta di noi stesse.
Perché siamo sposate o perché siamo sole? Perché vogliamo quel lavoro e perché ne abbiamo un altro? Perché abbiamo questi figli, o perché non vogliamo averne? Perché vogliamo un compagno? Perché abbiamo scelto questo marito? Perché vogliamo stare sole? Perché abbiamo fatto questi studi? Perché abbiamo scelto questa professione? Perché questo hobby? Perché questi amici? Perché viviamo in questo luogo? Perché indossiamo questi abiti? Perché reagiamo in questo modo? Perché ci colpevolizziamo? Perché ci accomodiamo? Queste sono solo alcune delle domande che dovremmo porci, e forse non sono nemmeno quelle essenziali. Se siamo oneste (e onesti) con noi stesse, vedremo che non possiamo considerarci completamente libere. Personalmente, credo di essere libera da poco. Lo ammetto con la punta di vergogna di quella che aspira ad essere la prima della classe, ma non ha ottenuto il voto più alto.
Certo, noi donne moderne beneficiamo di un’istruzione di molto superiore a quella di Gina e di condizioni molto diverse: il nubilato ci è concesso, possiamo decidere di non avere figli, lavorare fuori casa, avere un’indipendenza economica e persino ambire a discrete carriere. Ma non siamo ancora libere da tutte le catene. Anche noi, come Gina, stiamo in un recinto. Un tempo questo recinto era molto preciso, stretto, alto e ben delimitato. Era perfettamente riconoscibile e scavalcarlo era molto difficile. Forse pressoché impossibile. Oggi il “recinto” è diverso per ciascuna di noi: si può chiamare “paura”, “insicurezza”, “povertà”, “dipendenza”, “lavoro”,“figli”, “solitudine”, “cocciutaggine”, “sentimento di inferiorità”, “famiglia”, “mancanza di visione”, “codardia”… e chi più ne ha più ne metta. A volte è un recinto vero e proprio, altre volte è solo immaginario. E proprio perché non è individuabile con precisione è tanto più difficile da identificare e scavalcare, al punto che molte donne del giorno d’oggi non ne hanno coscienza: si considerano perfettamente libere e vivono invece in pesanti catene che si manifestano spesse volte in invidia, pettegolezzo, cattiveria o, nel migliore dei casi, depressione. Non c’è che da sperare che, come Scrooge nel “Canto di Natale” anche loro vengano visitate dai tre spiriti, si prendano un bello spavento e reagiscano. (2)
Essere libere non significa rifiutare le catene della casa, del lavoro o della famiglia, abbandonare i figli e partire in Cina, pensare solo a se stesse, rifiutare i legami sentimentali. Spesso non sono nemmeno queste le vere catene. Libertà è poter scegliere le proprie “catene” con cognizione di causa, sapendo che le scegliamo perché esse sono necessarie per la nostra felicità. La vita da “lettera G” di Gina non è tale in quanto donna casalinga, madre di famiglia e lavoratrice per necessità: è così perché Gina l’avrebbe sognata diversa da quel che è stata in realtà. Libertà è capire cosa ci muove nel profondo, quali sono le notre ferite e i nostri desideri, e avere il coraggio di andare a cercare l’uscita, muovendoci anche piano, ma con costanza e risolutezza. E la chiave per aprire quel recinto sta anche nel circondarsi di persone libere, che possano mostrarci la via d’uscita. Gina viveva in un ambiente dove tutti – o quasi – avevano gli occhi chiusi. Dove nessuno voleva vedere. Gina compresa. “Allora perdonatela se ha peccato. Se ha umiliato, aggredito o ucciso” (p. 202). Certo, a Gina è mancato il coraggio. Ma non cerchiamo la pagliuzza nel suo occhio prima di aver rimosso la trave nel nostro. Compariamo la sua condizione alla nostra e interroghiamoci sul nostro coraggio. Se stiamo facendo meglio di Gina, scagliamo pure la prima pietra.
Cerchiamo dunque innanzitutto di spazzar via la prima, grande condanna: quella di non avere istruzione. Questo lo possiamo fare con le nostre forze. Studiamo, ragioniamo e cerchiamo soluzioni anche al di là del consueto. Non ragioniamo negli schemi, guardiamo a altre soluzioni. Studiare non significa che dobbiamo laurearci tutte, perché l’istruzione va al di là di questo. Liberateci di quella condanna, forse riusciremo a sbarazzarci della seconda (o almeno limitarla): la povertà. E a quel punto scopriremo che essere donna non è per niente una condanna: anzi, è una grande opportunità.
No, non è mai troppo tardi per scoprire la Regina che è in noi. Brave a tutte (e a tutti) coloro che stanno facendo un passo, foss’anche piccolo, nella direzione giusta.

 

 

1) Leggi il commento di Paola in Lettera G
2) Scrooge è il personaggio del romanzo Un canto di Natale di Charles Dickens: l’avaro Scrooge viene visitato dagli spiriti del passato, del presente e del futuro durante la notte di Natale. Essi gli mostrano la sua vita triste e le catene che si è forgiato per via della sua avarizia e del suo egoismo. La paura generata da questi incubi convince Scrooge a cambiare vita prima che sia troppo tardi. Il finale è “americano” – niente a che vedere con il finale del mio libro – ed è un messaggio di speranza che, a causa della vita reale delle migliaia di Gine, non ho potuto dare al mio romanzo.

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