Dietro ogni grande uomo, ci sono tante donne

“This is the Voice”. O The Face?

Concedetemi una digressione people che concerne anche le donne.
Da anni, il tempo che concedo alla televisione si è rarefatto. Ma non ho perso completamente il contatto con il mondo audiovisivo: a casa la televisione troneggia, spenta circa 23 ore e mezzo al giorno, nel salotto. La TV italiana non la guardo da quando una gran parte dei programmi gonfiano l’audience umiliando e deridendo le persone con poca istruzione, sensazionalizzando il telegiornale o avvilendo l’immagine della donna, pagata per sembrare stupida e per apparire svestita (1). Per quella francese la situazione è meno drammatica, e quella svizzera si salva (ma non fai quasi mai divertire). Io con la TV mi voglio anche divertire e così, una sera a settimana, mi concedo “The Voice”, un intrattenimento che piace a tutti in famiglia. Bello spettacolo, concorrenti di talento, presentato decorosamente, niente volgarità, niente veline. Un toccasana. Gli aspiranti cantanti hanno molto talento e le blind auditions garantiscono equità per la prima scelta. Il criterio che oggi va per la maggiore, ovvero l’avvenenza fisica, è fuori gioco all’inizio della competizione e ce ne si rallegra. Certo, dopo subentrano affinità e simpatie anche per i coach, che però riescono a preservare un barlume di oggettività, cosicché chi continua la gara è comunque molto bravo. Anche chi non la continua, sia inteso: è un gioco e come tale si deve accettare il rischio di venire eliminati anche se dotati. Si cerca “The Voice”, una sola voce, alla fine, la più eccezionale. E ora arrivo al punto.
Lo so: la TV è diventata un fenomeno di massa e i format sono pensati per attecchire in tutto il mondo, esattamente come i modelli di abbigliamento o quelli di bellezza. Ma quando alla semi-finale del concorso in Francia, degli 8 concorrenti ancora in lizza vengono eliminati 3 dei più bravi – anzi delle più brave, perché erano tutte donne – a scapito di ragazzotti molto avvenenti ma meno bravi (sempre molto bravi, ma sottolineo, audibilmente meno), inizio a dirmi che qualcosa non va. Perché a quel livello la bilancia la fa pendere il pubblico, e il pubblico, manifestamente, non sa valutare la bravura. Così mi si insinua un dubbio che peraltro già avevo: si diventa “famosi” perché si è “bravi”, o perché si è belli e di conseguenza si va bene per lo standard mediatico richiesto oggigiorno? Sempre di più si sceglie non quel che è buono, ma quel che piace alla massa, al pubblico, quello che “fa vendere”, “fa audience”, “fa sensazione”. Opporsi a questa tendenza sembra impossibile. Per protestare non ci resta che spegnere definitivamente la televisione? Peccato per quanto di buono può rimanerci! E purtroppo, anche se lo facessimo, non possiamo spegnere gli occhi quando giriamo per strada.
Per tornare allo show, il pubblico è chiamato in causa per evitare che la scelta ricada esclusivamente sul coach (ma anche per ragioni economiche, visti gli introiti derivati da chiamate e sms). E questo è giusto. Siamo in una democrazia, dopotutto. Vogliamo poterci esprimere. Ma lancio una provocazione: il pubblico è davvero in grado di scegliere la voce migliore? Da un punto di vista tecnico, certamente no. Ma ha delle orecchie, e sa quello che gli piace. E qui, seconda provocazione, mi chiedo: davvero il pubblico sa ancora quello che gli piace? Non è che il continuo bombardarlo con le stesse identiche cose finisce per uniformizzare anche il gusto? I concorsi di bellezza ci sono già, è giusto che esistano e premino la persona più bella. Ma qui assistiamo a una deriva: il bello prende il sopravvento sul bravo in altri campi, cosicché il tutto si mischia e non è più possibile riuscire a sfondare senza questo atout. Nella musica a larga scala come nel cinema, la bellezza (e l’essere sexy) è la norma senza la quale il successo stenta ad arrivare. Ormai mi è evidente: siamo schiavi di un modo di apparire che si è standardizzato anche e soprattutto tramite la televisione, cosicché neanche “andando in televisione” si può più essere certi di valere veramente. Questo può andar bene, di per sé, perché il nostro vero valore dobbiamo prima di tutto trovarlo in noi stessi…. è solo una triste constatazione: la televisione non consacra i migliori e questo è peccato, vista la potenza del medium. La finale di sabato scorso dà il tocco finale e conferma che non si trattava solo di una caso sporadico: dei 4 candidati rimasti in lizza, è stato eletto “The Voice” un diciassettenne certamente bravo, ma soprattutto bello, a scapito di due talenti vocali veramente eccezionali.
Sui social qualcuno è insorto, perché la differenza di livello tra i candidati era palese. Quel che è triste è che i bei ragazzi sono stati votati.. dalle ragazze (questione di audience). Questo mi rattrista per due ragioni. La prima: in finale c’erano 4 ragazzi. E le ragazze? Eliminate. Ma tanto le donne ci sono abituate. La seconda, che da essa deriva: l’audience femminile promuove la bravura maschile. Come sempre. Ma ragazze, non è che ci stiamo facendo lo sgambetto? Forse le ragazze credono che valutando i ragazzi per la loro bellezza ristabiliscono la parità. O molto più probabilmente, così va il mondo e non ci pensano nemmeno. Gli uomini giudicano le donne dalla loro avvenenza, facciamolo anche noi. Ebbene, no. Non facciamolo. E non facciamoci ingannare. Altrimenti non siamo ancora libere. Neanche le giovani generazioni, che si credono tali.
Un incoraggiamento alle ragazze eliminate: sono state fantastiche. A loro, à mo’ di consolazione, dedico una massima di Churchill: “Il miglior argomento contro la democrazia è una conversazione di cinque minuti con il votante medio”. È poco, ma è meglio di niente.

(1) http://www.ilcorpodelledonne.net/documentario/

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