Parlando di femminicidio

« Le ho davvero uccise. Con queste mie mani. Senza rimorsi» (La lettera G, p. 51)

26 marzo 2014, Palazzo delle Nazioni Unite a Ginevra. Serena Dandini ha presentato una serie di monologhi sul femminicidio. Brevi dialoghi nei quali ogni vittima racconta la sua storia, una raccolta di testimonianze emblematiche, provenienti da ogni parte del mondo. Perché il femminicidio è ovunque. Io propongo la mia visione ne “La lettera G”. E se questo event scaturisce in parte all’incremento di donne giustiziate per gelosia dai loro partner in Italia (nel 2011 erano già 137 e ogni anno la cifra aumenta) e alla Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne (25.11.13), i monologhi vanno a toccare sia questo tema di grande attualità, che altri altrettanto scottanti, quali l’aborto dei feti femminili, uccisi ancor prima di nascere, le mutilazioni genitali o lo svilimento di metà dell’umanità tramite percosse fisiche o morali . Brutte storie narrate bene, con grande sensibilità e, talvolta, triste ironia. Mi pare che l’opera di sensibilizzazione inizi ad attuarsi, anche se in modo ancora tentennante: donne in sovrannumero all’evento, ma per fortuna pure numerosi uomini. Anche se quello seduto accanto a me è partito dopo il quarto monologo. Speriamo sia andato solo in bagno per un bisogno impellente.

 

 

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Una vita da “lettera g”: sessant’anni con gli occhi di Gina

Giulia Maria Ciarpaglini in Rivista letteraria Leggere Donna n. 162 – gennaio 2014

Anche volendo, non risulta facile collocare  questo bel romanzo di Manuela Bonfanti all’interno di un genere narrativo né definirlo in breve. Un sessantennio del secolo scorso visto con gli occhi degli ultimi? Potrebbe, ma non è. Uno sguardo verista sulla fatica del vivere proletario nel ventesimo secolo? Anche questo potrebbe, ma non del tutto.

Innanzi tutto, chi è G?  «Voi oggi state per ascoltare la sua storia. È comunque mio dovere avvertirvi: se ve la immaginate straordinaria, richiudete pure questo libro e riponetelo in uno dei tanti scaffali della vostra biblioteca. Gettatelo. O rivendetelo su eBay. Se, invece, siete pronti a lasciare rivivere la storia di Gina così come è realmente stata, senza lustri o piccole menzogne, allora continuate». G, dunque, è Gina (Regina per l’anagrafe ma lo sapremo solo alla fine) e anche  se quasi tutti quelli della generazione nata all’inizio degli anni ’50 hanno di sicuro conosciuto una Gina nella persona della mamma, della zia, della vicina di casa o della domestica, questa è la sua storia, la sua e di nessun altro. Una storia emblematica alla cui protagonista la scrittura di Manuela, fluida  e incalzante, coerente e tesa, nega il difetto di stereotipia.

Il romanzo comincia negli anni ’30 con una donna di poco più di vent’anni che ama ballare e sogna il palcoscenico; sogna consapevole di sognare, convinta che quella sognata non sarà mai la sua vita. Un atto di coraggiosa autonomia l’ha già fatto, ottenendo dal padre il permesso di lasciare il paese e trovarsi un lavoro, ma è il primo e l’ultimo. Sottomettendosi al matrimonio e alla maternità G vivrà basandosi su una morale tanto più tenace quanto meno vicina alle sue aspirazioni più intime. E Gina non sgarrerà mai. Si manterrà sempre fedele a un marito, Guglielmo, cui la lega un dovere a prescindere; cinque gravidanze si susseguono, regolari e di sana prole, ma i frutti sono femmine, valgono poco nella contabilità contadina e minano l’autorevolezza della madre. La nascita di Gilberto è il coronamento di una carriera domestica ineccepibile ma non per questo il bambino sarà immune dal controllo materno né dalla filosofia che vi sottintende. Studiare è una perdita di tempo, lavorare bisogna e duramente. Il sudore riscatta e non lascia tempo a fantasie distruttrici. Nel frattempo il mondo cammina, eventi politici epici, tragici o anche solo di costume avvengono ai margini del mondo di G. che finisce dove finisce il campo, la strada della chiesa, la soglia di casa. La morte di Guglielmo significherà solitudine e rimpianto per quell’unico, vago sentimento simile all’amore provato per lui all’inizio della guerra, quando egli, spaventato, si era negato alla coscrizione. Gina tira avanti caparbia e coerente fino alla morte, per altro serena quanto può esserlo quella di una donna profondamente chiusa e stupita essa stessa delle sue improvvise illuminazioni. Stupito e suo malgrado tenero, infatti, è il rapporto con la giovane nuora, donna dei tempi, gli anni ’70, e con il tormentato nipote Patrizio.

Questo sarebbe tutto se un’altra narrazione non si affiancasse fin dall’inizio alla prima, inquietando non poco. Una narrazione senza tempo né luogo, un dialogo drammatico con il parroco di una vita, don Attila, incredulo e sconvolto. Una confessione i cui brani vengono inseriti con ossessiva cadenza all’interno del testo. Gina anela disperatamente al perdono, Gina ha ucciso. È un’assassina Gina? Lei lo sostiene con forza. Ma chi ha ucciso, quando, come? Che sia il rimpianto per i sogni perduti, cacciati in fondo alla coscienza tanto da essere percepiti come oggetto di cruenta soppressione? O è la ragazza che cantava e ballava su di un palco troppo a lungo immaginato ad essere stata dolorosamente eliminata? Nulla di tutto questo. I crimini sono stati pianificati, organizzati ed eseguiti a freddo. Le lettrici arriveranno al busillis un po’ prima dell’esterrefatto sacerdote, voglio sperare, ciò nonostante Gina ha ucciso brutalmente e senza pietà.

È un’assassina? Noi non abbiamo dubbi. Sì.

Giulia Maria Ciarpaglini