L’altro mio lavoro gratuito / Mon autre travail gratuit / My other unpaid job

“Possibile che non capisse la sua fortuna?” (Punti e interrogativi, p. 127)

Vi ho già parlato di uno dei lavori gratuiti che svolgo: mi occupo della mia famiglia, offrendo il mio tempo quotidiano e le mie competenze a vari livelli. Come tutte voi. È una scelta di cui sono felice anche se, come l’avrete capito dal mio precedente post, preferirei che il mio lavoro fosse pagato da un ente esterno al budget famigliare. L’altro mio lavoro gratuito lo faccio per le donne (e per gli uomini che se ne interessano) attraverso la scrittura. Sì, certo, parlo anche di questo blog. Gli articoli che vi offro ogni mese da oltre sette anni sono un lavoro non indifferente che scaturisce da letture, discussioni, osservazioni e riflessioni ragionate, che sfociano nella redazione e non da ultimo nelle traduzioni. Sono felice che li leggiate e di contribuire così a far avanzare la riflessione e il dibattito sui temi di società che mi stanno a cuore. Però, visto che stiamo affrontando la tematica del lavoro gratuito delle donne, ci tenevo a puntualizzare che anche questo è lavoro. Detto questo, grazie e buona continuazione di lettura.

Mon autre travail gratuit

Je vous ai déjà parlé de l’un des travaux gratuits que je fais: je m’occupe de ma famille, en leur mettant à disposition mon temps et mes compétences. Comme vous toutes. Je suis heureuse de cela même si, comme vous l’aurez bien compris de mon post précédent, je préférerais que mon travail soit payé par un organisme extérieur au budget familial. Mon autre travail gratuit je le fais pour les femmes (et pour les hommes qui s’intéressent de cela) par le biais de l’écriture. Oui, vous l’avez compris, je parle de ce blog. Ces articles que je vous offre, chaque mois, depuis sept ans et plus, découlent d’un important travail de lecture, discussion, observation, réflexion, pour aboutir enfin dans la rédaction d’un texte et de sa traduction trilingue. Je suis heureuse que vous soyez parmi mes lectrices/teurs et de contribuer à faire avance la réflexion et le débat sur les thèmes de société qui me tiennent à cœur. Toutefois, comme nous avons abordé à plusieurs reprise la thématique du travail gratuit des femmes, je voulais juste souligner que ceci est également un travail. Bonne suite de lecture.

My other unpaid work

I already talked about one of the jobs I do for free: I take care of my family, putting my time and competences at their disposal. As each one of you does. I am happy about it even if, as you might suspect from my last posts, I would prefer my job to be paid by an external contributor. I actually do another job for free. I do it for women and men who are interested in their issues. I write on this blog. These articles are my personal gift to you since more than seven years. They require reading, discussing, observing, thinking deeply and finally writing and translating. I am glad you keep reading them month after month. I am proud to contribute to important issues but, since we have been talking about unpaid work lately, I wished to underline the fact that this is work too. Please, do keep reading and enjoy my articles!

Viaggio alle origini dell’inferiorità femminile / Voyage au bout de l’infériorité des femmes / A trip to the source of women inferiority

Recensione / Critique / Review of Silvia Federici – Caliban and the witch

Viaggio alle origini dell’inferiorità femminile

“Io vengo dal Nord e i figli li faccio perché devo” (Punti e interrogativi, p. 42)

Recensione di Calibano e la strega di Silvia Federici

Calibano e la strega è, a mio parere, una pietra miliare degli studi di genere, ben documentato a livello storico e colmo di spunti di riflessione. Presenta un’interessante e diverso punto di vista sul lavoro, con un’ampia critica alla posizione marxista rivisitata al femminile, oltre a presentare una ricerca storica che riesamina le ragioni della caccia alle streghe. Tuttavia, in questa analisi mi concentrerò esclusivamente sugli aspetti storici che hanno posto le basi per la presupposta inferiorità femminile e portato alla mancanza di remunerazione del lavoro riproduttivo di cui abbiamo parlato nel post precedente, lasciando da parte le altre complessità che pur completano il quadro teorico.

Per far sì che la metà della popolazione mondiale lavori gratuitamente, ovvero per porre le donne nella condizione di asservimento indispensabile alla fornitura volontaria di tale lavoro, è stata necessaria un’organizzazione accurata su un lungo arco di tempo. Quali sono, dunque, i meccanismi che ne hanno costituito le basi? L’autrice mostra, passo per passo, come è avvenuto il lungo processo di degradazione sociale che ha svalutato le donne e le ha private di autonomia.

Un primo passo è consistito nella svalutazione del lavoro riproduttivo. Essa è avvenuta nel passaggio dall’economia di sussistenza a quella monetaria, che l’autrice fa coincidere con la nascita delle prime forme di capitalismo. A quel momento, il lavoro riproduttivo è stato escluso dal lavoro remunerato, smettendo in tal modo di essere considerato un lavoro vero e proprio mentre, nel feudalesimo, esso non era scisso dal contributo generale alla famiglia. Al contempo, nuove leggi diedero avvio a un processo di “infantilizzazione sociale” delle donne, che non potevano più avere attività economiche in nome proprio, o vivere sole. Se, prima, esse avevano una certa autonomia grazie ai lavori che svolgevano nelle famiglie, o in città quali domestiche, prostitute o venditrici ambulanti, la loro posizione sociale si indebolì ulteriormente ed esse persero i loro diritti sociali tra il XVI e il XVII secolo, dopo che la terra coltivabile fu privatizzata tra il XV e il XVI secolo, accentuando la divisione e la competizione tra uomini e donne, le quali soffrirono di uno stato di sempre maggiore dipendenza e povertà. Si iniziò ad affermare con più vigore che fossero inferiori, emotive e lussuriose, incapaci di governarsi, irragionevoli e vanesie. In particolare, la lingua femminile fu considerata oggetto di insubordinazione, impossibile da tollerare: il caso delle “bisbetiche”, portate a sfilare in strada con la museruola, illustra perfettamente quanto aveva iniziato ad essere temuto il sapere femminile, soprattutto nel campo medico e riproduttivo. E le forze magiche delle quali esse erano sospettate, divennero fonte di paura.

In questo contesto si inserisce la caccia alle cosiddette streghe, un genocidio per il quale nessuno è stato condannato. Si è trattato di un lungo processo che ha sottomesso tutte le donne – non soltanto quelle che erano tacciate di stregoneria – tramite minacce, tortura e sterminio. Alla fine del XVII secolo, per sopravvivere, le donne si erano trasformate in esseri passivi, obbedienti e di poche parole, indaffarate e caste. La sessualità era stata incatenata e colpevolizzata perché era necessario controllare il corpo e il processo riproduttivo. Essi costituivano dei valori sui quali lo Stato voleva esercitare un controllo, alfine di gestire la creazione di forza lavoro. L’autrice ipotizza che criminalizzare il controllo delle nascite, esercitando quindi un controllo tout court del corpo femminile, fosse un modo per porlo al servizio del sistema capitalistico: dopo la peste nera del 1347-52, infatti, c’era bisogno di aumentare la popolazione, perché la scarsità di forza-lavoro poneva gli operai nella condizione di esercitare negoziazioni salariali a loro favore. Il corpo della donna, asservito a dovere, serviva a riprodurre il più possibile per abbassare i costi della manodopera. Le donne rappresentavano quindi una minaccia al potere poiché detenevano il controllo delle nascite: ci si rivolgeva alle “streghe” per partorire, abortire, curare. Il loro sapere è stato derubato e messo sotto tutela maschile. Iniziò così il controllo del corpo femminile. Silvia Federici inquadra il genocidio delle streghe in un contesto più ampio di quello generalmente studiato dagli storici e lo apparenta a un’operazione politica mirante al controllo del corpo quale mezzo di riproduzione delle classi lavoratrici, smantellando le teorie che vedevano la stregoneria unicamente come un’antica religione matriarcale che l’Inquisizione voleva distruggere dopo aver sconfitto l’eresia. Secondo l’autrice, le teorie più note non colgono il nesso tra la caccia alle streghe e lo sviluppo di nuovi interessi economici.

Il lavoro riproduttivo è essenziale. Già Hegel, che pure era un uomo, ne L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello stato del 1884, aveva capito che “il momento determinante della storia è la produzione e la riproduzione della vita”. Purtroppo, ancora oggi questo lavoro non è riconosciuto al suo giusto valore. E le donne, che hanno lottato per appropriarsi delle aree considerate come tipicamente maschili, quali il lavoro salariato, hanno conquistato l’autonomia economica a spese delle altre. Implicitamente, anche le donne affermavano così che solo il lavoro fuori casa era “vero” lavoro e svalutando il lavoro di tutte quelle che, durante i secoli e ancora oggi in tante parti del mondo e negli strati sociali più sfavoriti, non possono o non desiderano lavorare nel sistema in vigore. Riconoscere il lavoro riproduttivo come un lavoro vero e proprio è un modo per tornare ad essere unite e a “salvarci” collettivamente, anziché metterci in salvo singolarmente, ognuna come può. Senza smettere di continuare ad essere presenti nella sfera pubblica tramite il lavoro, l’arte o l’impegno politico e sociale, è tempo di mettere fine alla politica di divide ut regnes e riconoscere il lavoro essenziale di tutte noi, senza più frontiere.

Il libro è complesso e non sono sicura di averne capito tutte le implicazioni, ma è certamente una analisi fondata per comprendere le origini del lavoro non remunerato che da secoli incombe alle donne, al fine di proporre un nuovo paradigma di significato e di azione.

Voyage au bout de l’infériorité féminine

Critique de Caliban et la sorcière de Silvia Federici

Caliban et la sorcière est, à mon avis, un texte capital en études de genre. A partir de sources historiques, il dévoile un point de vue innovant sur le travail, avec une ample réflexion sur la position de Marx, que l’autrice revisite au féminin. Il présente également une recherche historique poussée, sur les causes de la chasse aux sorcières. Dans cette critique, néanmoins, je laisserai de côté les complexités du cadre théorique et je me concentrerai sur les aspects qui ont servi de base pour affirmer que les femmes sont inférieures aux hommes, car de cela découle également le fait que le travail reproductif (voir post précédent) n’est pas rémunéré comme n’importe quel autre travail.

Une organisation précise et orchestrée pendant un temps suffisamment long, a été nécessaire afin de faire travailler gratuitement la moitié de la population mondiale. Pour cela, il a fallu soumettre les femmes et les convaincre à fournir leurs services sans rémunération. Comment cela a-t-il été possible ? L’autrice nous explique en détail de quelle façon s’est déroulé le long processus de dégradation sociale qui a dévalué les femmes et les a privées d’autonomie.

Un premier pas consista en la dévaluation du travail reproductif, actée au moment du passage à l’économie monétaire. Ce passage coïncide avec la naissance des premières formes de capitalisme. Le travail reproductif a été exclu des services rémunérés à ce moment, en cessant ainsi d’être considéré comme un vrai travail. En même temps, de nouvelles lois entamèrent le processus d’infantilisation sociale des femmes, qui ne pouvaient plus gérer leurs activités économiques en leur propre nom, ou vivre seules. Si, auparavant, elles jouissaient d’une certaine autonomie grâce aux boulots qu’elles exerçaient dans les familles, ou en ville en tant que domestiques, couturières, prostituées ou vendeuses, leur position sociale de dégrada et elles perdirent leurs droits sociaux entre le XVI et le XVII siècle, après la privatisation de la terre, un phénomène qui accentua la division et la compétition entre hommes et femmes au détriment de ces dernières. Elles devinrent de plus en plus dépendantes et démunies. À ce moment, on commença à affirmer qu’elles étaient inférieures, émotives, luxurieuses, incapables de se gouverner, irraisonnables et vaniteuses. La langue des femmes, en particulier, posait problème aux hommes, car celles qui s’affirmaient pouvaient contester le pouvoir. Le cas des « mégères » qui on faisait défiler dans les rues avec une muselière, illustre parfaitement la peur du savoir féminin, en particulier celui qui était exercé afin de contrôler les naissances et aux fins de guérison. On les suspectait de forces surnaturelles et on les craignait. Il fallait donc les soumettre.

Voilà comment a commencé la chasse aux sorcières, un génocide pour lequel personne n’a été condamné. Il s’agit d’un processus long et prémédité, qui a soumis toutes les femmes – et non pas seulement celles qui étaient accusées de sorcellerie – par le biais de tortures, menaces et assassinats. À la fin du XVII siècle, les femmes étaient transformées en personnes passives, obéissantes, peu bavardes, très occupées et chastes. Leur sexualité avait été réprimée car il était devenu nécessaire de contrôler le corps et le processus de reproduction. D’après les recherches de l’autrice, ceux-ci étaient en fait des valeurs que l’Etat avait décidé d’exploiter afin d’augmenter la population à la suite de la peste noire de 1347-52 : en fait, la pénurie de travailleurs leur permettait de mieux négocier les salaires et il fallait donc criminaliser le contrôle des naissances dont les femmes avaient la maîtrise. Les dérober de leurs pouvoirs était d’un moyen très subtil de mettre leur corps au service du système capitaliste géré par les hommes. Federici encadre le génocide des « sorcières » dans un contexte plus ample de celui généralement théorisé par les historiens. Selon certaines théories, la chasse découlait de la volonté de l’église d’éradiquer celle qui était considérée comme une ancienne religion matriarcale mais, selon l’autrice, les théories officielles ne saisissent pas le lien entre la chasse aux sorcières et la naissance des nouveaux intérêts économiques.

Le travail reproductif est essentiel. Hegel, qui était pourtant un homme, dans L’origine de la famille, de la propriété privée et de l’état de 1884, avait très bien saisi que « le moment déterminant de l’histoire est la production et la reproduction de la vie ». Malheureusement, ce travail n’est toujours par reconnu à sa juste valeur. Et les femmes qui ont lutté pour occuper les secteurs traditionnellement masculins, comme le travail rémunéré ou la politique, ont acquis un certain pouvoir et l’autonomie économique en dépit de celles qui, pendant des siècles et encore aujourd’hui dans de nombreux pays du monde et dans les milieux les plus défavorisés, n’ont pas les mêmes opportunités que les autres. Car en « allant bosser », les femmes ont implicitement accepté que le seul vrai travail est accompli en dehors de la maison. Il est vrai qu’aujourd’hui, on dit des femmes au foyer qu’elles « ne travaillent pas ». Reconnaître que le travail reproductif est bel et bien un travail est le moyen de nous battre à nouveau unies. Le salut viendra de notre union collective et non pas d’efforts individuels. Sans nous éclipser de la vie publique, du travail, de l’engagement politique ou social, de l’art, il est temps de mettre fin à la politique de division et de reconnaître le travail essentiel que nous seules, en tant que femmes, avons le pouvoir de faire.

Le livre est complexe et je ne suis pas sûre d’en avoir saisi toutes les implications, mais il présente néanmoins une base importante pour comprendre les origines du travail non rémunéré que font les femmes depuis des siècles et pour essayer de proposer un nouveau paradigme de compréhension et d’action.

Trip to the source of women inferiority

A review of Caliban and the witch by Silvia Federici

Caliban and the witch is, to my mind, a milestone in gender studies. It is well researched and full of insight. It criticises Marx’s theories on work from a feminine perspective and it proposes some new research on witch hunting. In this review, however, I shall set aside the complexities of the theoretical background, in order to concentrate mainly on the historical evidence that demonstrates the baselessness of the inferiority of women, a preconception that, nevertheless, made it possible for society to exploit their work without paying it. It is of the highest interest to understand how it was possible to convince half of the population of the world to work at no cost, once the other half had agreed to work for a wage. This could happen only through to a well-organised system leading to the devaluation of the female gender. Federici explains, step by step, the applied mechanisms.

The first step consisted in devaluing the core of women’s work: reproduction and caring. This happened with the passage to a money-based economy, which the author claims to be the very birth of capitalism. At that stage, reproductive work was excluded from waged work and, gradually, people stopped considering it as a real job. At the same time, new laws prevented women from having economic activities with their own names, or to live alone. This process gave women no more rights than children and if, thanks to the jobs they did in the family or as servants, prostitutes or commerce, they had had a certain autonomy before, their social position worsened between the XVI and the XVII century. The enclosure of the land, which happened between the XV and the XVI century, intensified the division and completion between men and women. The latter suffered from dependency and poverty more than ever. They were said to be inferior, emotive, luxurious, incapable of mastering themselves, unreasonable, vain. If they spoke up, they were considered disobedient and this was not tolerated anymore, therefore the “shrews” were showed around with a muzzle. All this shows how men were scared by women who knew things and had a certain power, especially in the medical or reproductive fields.

Here is where witch hunting comes in. The so-called witches were exterminated because of men’s fears. Nobody was (even symbolically) condemned, though, after all those years. It took a long time to subdue women and in the end all of them were. They were threatened, tortured, assassinated. At the end of the XVII secolo, in order to survive, women had become passive, obedient, chaste, hard-working. They would talk as less as possible and their sexuality repressed because of the need to control their bodies and the reproductive process. Those were, in fact, values upon which governments wanted control. After the plague of 1347-52 had cut down the population, there was a deep need to increase births. Workers were few and could negotiate their wages. An abundant labour force had to be created, yet this could not be done until women had control upon their bodies. Robbing them off birth control was a way to put women’s bodies in service of the capitalistic system. Federici’s analysis takes into account a wider context than that usually proposed by historians. She equates it to a political operation whose aim was to control the reproduction of the working class.  

Reproductive work is essential. Hegel, even if he was a man, had understood it and stated that the most important moment in history was the production and reproduction of life (The origin of the family, of private property and of the State, 1884). Unfortunately, this work is not recognised anymore. When women fought to enter masculine areas, and won, they implicitly agreed that only waged work was real work. Even today, when a woman is a housewife everybody says “she is not working”. This is the case for many women around the world, who actually do a very important job but are considered less worthy. Stating that this is indeed a job is a way to come together and “save” all women, instead of fighting one by one as best as we can. We are not supposed to give up waged work or our presence in politics, arts or social fields, but to acknowledge what other women do.

This is a complex book and I am not sure I understood every detail. Yet I feel it is a grounded analysis for those who wish to understand why domestic and reproductive work is not paid, so that new solutions be found.

Lavoro domestico: un servizio al capitalismo / Comment le travail domestique rend service au capitalisme / How housework sustains capitalism

“Stare a casa con i bambini non è un lavoro. Se lo fosse, sarebbe pagato.” (Punti e interrogativi, p. 52)

Recensione e riflessione su Il punto zero della rivoluzione di Silvia Federici

Nove saggi dipanano una tematica ancor oggi troppo poco dibattuta: quella del mancato pagamento del lavoro domestico e riproduttivo, effettuato quasi esclusivamente dalle donne e rivendicato fin dai primi anni ‘70 da Silvia Federici – femminista, filosofa e scrittrice italiana che da cinque decenni vive negli USA – a controcorrente dal mainstream femminista che l’aveva respinto per timore che venisse decretato “geneticamente femminile”. La Federici ne reclama la remunerazione come una necessità, perché ha visto il prezzo pagato dalla madre nello svolgere quel lavoro con amore, ma senza retribuzione. E afferma che, “tentando di dimostrare perché […] dobbiamo lottare contro questo lavoro […] ne ho colto l’importanza. Perché le donne, nell’epoca del femminismo militante, hanno iniziato a veder[lo] come un destino peggiore della morte”. Per sfuggire ad esso si sono aggrappate al filone che indicava il lavoro fuori casa quale unico mezzo per raggiungere l’indipendenza economica e la “parificazione” agli uomini. Per quanto giusto e importante, Federici sottolinea che il movimento verso l’esterno ha indebolito la forza e la posizione delle donne, cheda allora si sono suddivise in lavoratrici (intelligenti e apprezzate) e casalinghe (quelle che “non fanno niente” e spendono i soldi dei mariti). Il lavoro di coloro che sono rimaste a casa non è stato riconosciuto e questa frattura interna gioca ora in sfavore delle donne.

La posizione della Federici, allora avanguardista, troverebbe nell’epoca attuale un’eco più ampia perché le donne ha conquistato la sfera pubblica e ampiamente dimostrato le loro capacità intellettuali e professionali. Il mancato riconoscimento della parità salariale, che potrebbe esemplificare il contrario, è un bastione non ancora caduto, a mio parere, per ragioni capitalistiche piuttosto che per un pregiudizio maschile. Una plausibile ragione per la quale non è stata ancora raggiunta la parità salariale l’ho trovata in questo libro quando l’autrice afferma che, fondamentalmente, non ci siamo ancora affrancate dalla nostra condizione psicologica di “schiave” e, pertanto, i datori di lavoro sanno che siamo disposte a lavorare per meno, visto che siamo abituate a lavorare per niente e che abbiamo bisogno di soldi per sentirci indipendenti e considerate. Complice è anche il tempo parziale al quale le donne si piegano per ragioni famigliari, ma che diminuisce le possibilità di avanzamento e che ci sospinge, ancora e sempre, in casa. Per tanto così, tanto vale starci con onore e battersi per consegnare la lotta a un livello più avanzato. Purtroppo, noi donne siamo ora prese tra due fuochi: occuparci della famiglia è ancora e sempre compito nostro… ma abbiamo orrore di essere chiamate casalinghe.

Per comprendere appieno le implicazioni derivanti dal pagamento di un salario per il lavoro domestico, occorre coglierne l’aspetto essenziale: quello svolto all’interno delle famiglie in modo gratuito è un lavoro a tutti gli effetti e “remunerarlo equivarrebbe a renderlo visibile, riconosciuto e ricompensato”. Il cambiamento davvero epocale consisterebbe quindi nel “riuscire a iscrivere la richiesta di salario al lavoro domestico non come una richiesta di denaro, ma come una richiesta fondamentale di riconoscimento del valore di quel lavoro”. Questa è la prospettiva più rivoluzionaria, sostiene la Federici, perché “anche se otteniamo asili nidi, parità salariale o altro, otterremo un cambiamento soltanto attaccando la radice del nostro ruolo femminile. Avere un secondo lavoro non ci ha mai davvero liberato del primo, abbiamo solo meno forza per lottare contro entrambi”. Si sono fatti molti passi avanti, si parla sempre più spesso di pari opportunità scolastiche tra ragazzi e ragazze, soprattutto nei campi scientifici, del soffitto di vetro, di servizi per aiutare le madri a lavorare fuori casa… ma sul lavoro domestico e riproduttivo siamo fermi. O forse regrediamo, perché è ancor più svalutato di prima e, per questo, le generazioni più giovani non riescono ad identificarvisi.

Io stessa non ho mai immaginato un’altra possibilità che studiare e andare a lavorare, da un lato perché questa visione era ancora troppo lontana da me e, dall’altro, perché il lavoro domestico mi pareva disprezzabile esattamente per le stesse ragioni addotte dall’autrice. A parte che davvero non mi piace fare le pulizie o cucinare, chi non ha mai visto sgobbare la propria madre senza nessun grazie né a parole, né con il denaro? Il lavoro delle madri di famiglia è sempre stato gratuito, scontato, invisibile dall’esterno. Così, le donne nate negli ultimi 50-60 anni hanno capito che era una specie di schiavitù e l’hanno rifiutato. Ma non ci siamo mai chieste come siamo potute diventare “schiave”! A questa domanda risponde il libro più famoso di Silvia Federici, Calibano e la strega, del quale ci occuperemo più avanti.

Il mancato pagamento del lavoro riproduttivo non ha creato problemi solo alle donne: ha incatenato gli uomini al posto di lavoro per sostenere la famiglia, dando origine a un rapporto di interdipendenza costellato da insoddisfazioni reciproche, per il quale non abbiamo osato trovare soluzioni innovative. In questo senso, è ancora aperta la discussione se il lavoro salariato sia sinonimo di libertà. Me lo sono chiesta molte volte, per giungere alla conclusione che è una schiavitù come un’altra e anzi, ancor più subdola, dal momento che ricevere un salario e un briciolo di visibilità costituisce un beneficio secondario che lo rende irrinunciabile. Però, con il tempo, le donne hanno “scoperto che la tuta o il tailleur non danno più potere del grembiule”, afferma l’autrice. Senza aver fatto un sondaggio, sospetto che senza remunerazione il 99% delle persone non continuerebbe a fare il lavoro che fa. Ma non essendo nemmeno remunerato, il lavoro riproduttivo costituisce l’ultimo gradino della scala! Pagarlo potrebbe divenire interessante anche per gli uomini, contribuendo a farlo uscire dal temuto “ghetto femminile” e offrendo a tutti maggiore libertà di scelta. Naturalmente, la riforma va attuata su più fronti: occorrerebbe anche la parità salariale perché, fintanto che il salario maschile sarà fino al 30% più elevato di quello femminile, non vi può essere davvero libera scelta.

Inizialmente, lo scopo di lavorare fuori casa era giustificato e sostenibile: rompere l’identificazione, accedere all’indipendenza economica. Molte ce l’hanno fatta, ma a discapito di quelle che sono rimaste a casa, più svalutate che mai. Eppure, il lavoro riproduttivo è il terreno di lotta comune delle donne, dato che non ce ne affranchiamo mai, al massimo ne deleghiamo una parte… a un’altra donna di classe sociale più bassa, che spesso non ha molte altre possibilità oneste e dignitose di procurarsi denaro.

È mia opinione che i tempi siano maturi per ravvivare questa rivendicazione. È il punto zero della nostra rivoluzione e per attuarla basterebbe il consenso di tutte le donne, la cui unica ragione per opporvisi, come detto, sarebbe la paura di doversi definire casalinghe, una delle condizioni sociali con minor potere. Il sistema sfrutta questa nostra debolezza e mantiene il nostro asservimento. Siamo andate così in avanti da non poter tornare indietro e tuttavia, senza il riconoscimento che sia un lavoro, non abbiamo neanche potere sindacale e siamo alla mercé della gentilezza dei nostri rispettivi mariti. A qualcuna va meglio. A molte no. Ma indipendentemente dal tipo di lavoro che facciamo, siamo tutte donne e non abbiamo un destino molto diverso: tra chi lavora in casa e chi fuori, tra chi vive in povertà e chi ha istruzione, diplomi e lavoro, siamo semplici pedine sulla scacchiera economica. Solo unite possiamo fare la differenza e far comprendere che la maggior parte del lavoro davvero importante ed essenziale non produce soldi, ma è sfruttato e denigrato dal sistema ai fini stessi della sua prosperità.

Silvia Federici usa senza mezzi termini l’espressione: “rivoluzione femminista incompiuta”. Personalmente mi schiero da tempo tra i ranghi di coloro che vorrebbero rilanciare un dibattito a questo proposito e sono grata che ella, ben meglio di me e con la forza della sua carriera intellettuale, l’abbia fatto. Vicina agli ottant’anni, ha posto le basi che dobbiamo oggi rendere più solide, nel tentativo di completare la rivoluzione femminista. Se anche voi la pensate come lei, come me, condividete questo post e manifestatevi. Potrebbe non essere LA soluzione, ma dibatterne e agire ci porterebbe senza dubbio un passo in avanti.

Comment le travail domestique rend service au capitalisme

Critique et réflexions sur Revolution at point zero de Silvia Federici

Neuf essais pour discuter d’une thématique encore trop peu débattue : la gratuité du travail domestique, accompli presque exclusivement par les femmes. Silvia Federici, féministe, philosophe et écrivaine italienne vivant aux EU depuis 5 décennies, revendique son paiement depuis le début des années ’70, à contrecourant du mainstream féministe, qui l’avait refusé par peur qu’il ne soit décrété “génétiquement féminin”. L’auteure réclame haut et fort son paiement, car elle a vu sa propre mère le faire avec amour, certes, mais sans aucun remerciement. Elle affirme également que c’est bien « en essayant de démontrer que [les femmes] doivent lutter contre ce travail, qu’[elle en a saisi l’importance ». Car les femmes, à l’époque du féminisme militant, ont commencé à le voir comme un « destin plus horrible que la mort » et, afin de lui échapper, elles ont rejoint le mouvement qui considérait le travail à l’extérieur comme LA voie pour atteindre l’indépendance économique et l’égalité. Ce mouvement était juste et important mais, selon l’autrice, il a affaibli la force globale des femmes qui, depuis les années ’70, se sont divisées en travailleuses (intelligentes et appréciées) et au foyer (celles qui « ne font rien » et dépensent l’argent de leurs maris). Le travail de ces dernières n’a pas été reconnu et cette fracture interne joue en défaveur de toutes les femmes, car nous ne formons plus une majorité.

La position de Federici, jadis à l’avant-garde et marginale, trouverait aujourd’hui un écho plus ample car les femmes ont conquis l’espace public et largement démontré leurs capacités intellectuelles et professionnelles. Le fait que nous n’avons pas encore atteint l’égalité salariale, ce qui pourrait être considéré un contre-exemple, est dû à des raisons liées au capitalisme, plutôt qu’aux préjudices des hommes sur la capacité des femmes. Ce livre m’a confirmé que pour qu’il y ait égalité salariale, il faudrait que les femmes soit libres de la condition psychologique d’«esclave», car c’est ce qui pousse les employeurs à les payer moins que les hommes: ils savent que nous avons l’habitude de travailler pour rien et que nous désirons cruellement argent et appréciation. A cela s’ajoute sans doute le temps partiel pour s’occuper de la famille, qui diminue les possibilités de carrière et nous pousse à nouveau, discrètement, à la maison. Alors on peut se poser la question : ne vaut-il mieux être fière d’y être et se battre pour faire avancer la cause? Les femmes sont malheureusement prises au piège : s’occuper de la famille est toujours leur travail… rien n’a changé… mais maintenant elles ont honte d’être des femmes au foyer, donc elles vont bosser aussi en dehors de la maison!

Afin de mieux comprendre l’envergure de la thèse proposée par Federici, il faut tout d’abord en saisir le point essentiel : ce que font les femmes gratuitement pour leurs familles, à la maison, est un vrai travail et le rémunérer équivaudrait à le rendre finalement visible, reconnu et récompensé. Ce serait un changement fondamental, que de réussir à faire reconnaître le salaire domestique en tant que reconnaissance de ce travail, plutôt que d’une simple requête d’argent. L’autrice est convaincue que ce serait une prospective révolutionnaire car, même « si nous obtenons des crèches, l’égalité des salaires ou autre, nous obtiendrons un changement seulement en attaquant la racine de notre rôle». Avoir un travail à l’extérieur ne nous a pas libérées du travail domestique, affirme-t-elle, nous avons juste moins de temps et de force pour lutter contre les deux. Le mouvement féministe a certes fait de pas de géant : on parle de plus en plus d’égales opportunités entre garçons et filles à l’école, du plafond de verre, des services pour aider les mamans à travailler (en dehors de la maison)… mais quant au travail domestique, nous n’avons pas avancé. Pire encore, nous avons reculé car il est encore moins apprécié qu’avant et, pour cela, les jeunes générations n’arrivent plus à s’y identifier.

Moi la première ! Jeune femme, je n’ai en fait jamais imaginé d’autre possibilité car, d’une part, je n’avais jamais réfléchi en ces termes et, d’autre part, les travaux domestiques ne me plaisaient guère (tout probablement pour les mêmes raisons dénoncées par Federici). Qui, d’ailleurs, n’a jamais vu sa propre maman travailler très dur sans gagner d’argent ou entendre des remerciements? Le travail des mères a toujours été gratuit, attendu, invisible. C’est ainsi que les femmes nées dans ces dernières 50 ou 60 années ont compris que c’était une forme d’esclavage et l’ont refusé. Mais nous ne nous sommes jamais demandé comment nous avons pu en arriver là. À cette question répond le livre le plus connu de Federici, Caléban et la sorcière, dont on reparlera.

Que le travail reproductif (qui comprend la procréation et l’éducation des enfants, la gestion de la maison ainsi que les soins aux personnes âgées dans le cercle familial) ne soit pas rémunéré pose problème aussi aux hommes, car il leur faut impérativement aller au boulot pour subvenir aux besoins de la famille. Cette dépendance réciproque a créé des problèmes pour lesquels nous n’avons pas su trouver des solutions innovantes. Et puis… est-ce que, finalement, aller au boulot est synonyme de liberté ? Voilà une question que je me suis posée plusieurs fois et la réponse est non. On pourrait même le définir un « esclavage » encore plus subtil, duquel il est davantage difficile de se défaire car nous recevons une récompense économique et sociale. Après 50 ans de travail extra-domestique les femmes ont vite découvert qu’avec « le tailleur on n’a pas davantage de pouvoir qu’avec le tablier », nous dit l’auteure. Et sans avoir fait un sondage je crains bien que sans rémunération, presque personne ne ferait le travail qu’il ou elle fait. Mais bien évidemment, n’étant même pas payé, le travail reproductif est au plus bas de l’échelle. Le rémunérer le rendrait intéressant aux yeux des hommes et pourrait le faire sortir du « ghetto féminin », pourvu qu’il y ait aussi égalité de salaires car nous savons très bien que, tant qu’un homme gagnera jusqu’à 30% plus qu’une femme, un vrai choix n’existera pas. Il faut donc des réformes à plusieurs niveaux.

Au début de la révolution féministe, travailler à l’extérieur, contre rémunération, était justifié et juste : casser l’identification, accéder à l’indépendance économique. Beaucoup de femmes ont réussi, mais en dépit de celles qui sont restées à la maison. Toutefois, le travail reproductif est le terrain où chacune d’entre nous mène sa bataille, car nous n’arrivons pas à nous en défaire, tout au plus nous en déléguons une partie à une autre femme… de classe sociale plus basse, qui souvent n’a pas d’autre moyen honnête et digne de gagner sa vie.

Je suis de l’avis que les temps soient mûrs, désormais, pour cette revendication. Il s’agit du point de départ de notre révolution et pour la gagner il suffirait que toutes les femmes soient d’accord. Nous avons compris, maintenant, que la seule raison pour s’y opposer tient au fait de ne pas vouloir se définir femmes au foyer, car c’est l’une des conditions sociales avec moins de pouvoir. Le système profite de notre faiblesse et nous maintient ainsi dans une autre condition d’esclavage. Nous avons tellement avancé, que nous ne pouvons pas imaginer un retour en arrière. Toutefois, sans que ce soit reconnu comme un vrai travail, nous n’avons pas de pouvoir de négociation et nous dépendons de la bonté de nos époux. Certaines s’en sortes mieux que d’autres. Mais ce n’est qu’en étant unies que nous pouvons faire la différence et faire comprendre que la majorité du travail essentiel ne produit pas d’argent, mais il est exploité et dénigré par le système aux fins même de sa fortune.

Silvia Federici parle clairement de “révolution féministe inachevée”. Personnellement, je suis de l’avis qu’il faille relancer le débat et je suis heureuse qu’elle, du haut de sa carrière intellectuelle, l’ait fait. Proche des 80 ans, elle a posé les bases. Aujourd’hui il est de notre ressort de les rendre plus solides et finaliser la révolution féministe. Si vous êtes du même avis, partagez ce post et manifestez-vous. Peut-être ce n’est pas LA solution, mais en parler, et agir, fera avancer le débat.

How housework sustains capitalism

Review and personal thoughts on Revolution at point zero by Silvia Federici

Nine essays on a topic, which we have not sufficiently debated so far: why is housework not paid, as any other job? Silvia Federici – Italian feminist, philosopher and writer who settled down in the US five decades ago, claims it should be so since the early Seventies, when mainstream feminism rejected it for fear it would be considered as “genetically feminine”. The author claims its payment as necessary as she saw how her own mother did her job with love but without receiving a single penny or gratitude whatsoever. She states that she realised how important is it when she was fighting against it and understood why women had begun considering it as a “destiny worse than death itself”. In order to dodge it, they went out of their homes to work for a salary. In that way, they proved that women were as intelligent and competent as men were, and became economically independent. As important and right this movement has been, according to the author it weakened women’s global position: since then, women were split into two categories: workers (praised for having brains and money) and housewives (unpraised because they are “not working” and allegedly suck their husband’s money).

Federici’s position, back then avant-garde, would find more supporters now because women widely demonstrated their intelligence and competence. As for unequal wages, an example which could demonstrate that employers do not believe women as capable as men, I reckon it is not due to a prejudice anymore. Here again, the author gives a plausible explanation for it: employers know that women have always worked for nothing, therefore little money is an improvement already. They did not get rid yet of their psychological condition of “slave”. Add this to the fact that women usually take a part-time job when they have a family, thus decreasing the opportunities for career. They do this because taking care of children and home is still their job, although they hate being called housewives.

A wage for the housework would stress the most important fact: what people (mostly women) do for their families is a real job. Paying it would mean recognise it is a job, making it visible and rewarded. It is not a simple question of money, though: people must see that this job is valuable and must be paid for its worth. We are talking about a radical change of mind. In fact, even if we create more nurseries, equal pay or whatever, “we will not change things until we uproot the foundation of feminine roles. Having a second job did not free us from the first but rather, it took away our time and energy to fight against both” – says the author. True, there have been many improvements: there is more and more talk about equal opportunities for girls, glass ceiling, nurseries and other services to help working mums, yet we did not do any step forward as far as housework is concerned. Worse than that, as it is even more underrated than ever and women of the new generations cannot identify themselves with it.

I admit I had never thought about staying at home either. Housework seemed to be “worse than death itself” exactly for the same reasons. I guess few girls older than 35 have not seen their mother work hard at home without a compensation in kind words or money. The work of women of the earlier generations has always been free, given for granted, invisible. No wonder the latter generations refused it. They see it as a form of slavery, yet they have never asked themselves how we became “slaves”. The answer to this question can be found in Federici’s most famous book, Caliban and the witch.

Refusing to pay reproductive work (which includes, according to the author, giving birth, taking care of the children, of the house and of elderly people in the household) chained men to their own paid job, because they had to provide for the family, much to their dissatisfaction as well. The truth is, we have never tried to find ground-breaking solutions. We could also argue that paid work is not always a synonym for freedom. To my mind, it is yet another form of slavery… or even worse, since money and social approval tie people to it. Women in the last fifty years discovered – so the author says –that a suit or an overall do not yield more power than an apron. Let me guess something: what if you were given no money for your job in a company? Would you really do it? Yet, since housework is not even paid, it lies at the very bottom. Pay it, and it will become interesting for men too. That is how we could get it out of the “female ghetto”. Then give men and women equal wages and we would all have more freedom of choice.

At the beginning of the feminist revolution, working outside the house had a very precise and rightful meaning: women would demonstrate that they could do what men did, and they wanted to be economically independent. They succeeded. Yet they discriminated even more those who stayed home. Reproductive work is our common fighting ground since we never get rid of it: we simply outsource it to another woman (of a lower social class).

To my mind, we might be ready to change things now. It is our revolution at point zero. We just need to be united. But women are not, as they fear going back to the disempowered condition of housewife. The systems takes advantage of this weakness and keeps us in slavery. Truth is, we have gone so far that it seems impossible to step back. Yet, without recognising that even housewives are doing a real job, we have no union power and we depend on our husband’s kindness. Together we can make a difference and make people understand that most of the authentically essential work does not produce any money. Yet it is exploited and vilified by the system, for the sake of its own survival.

Silvia Federici talks about an uncompleted feminist revolution. I personally agree with her theory and I would like to debate this issue. I thank this fine intellectual woman for having raised it again. She will be eighty years old in 2022 and has been working all her life to set the foundations on which we can build on. If you agree with her too, share this post and write to me. It might not be THE solution, but discussing it and doing something will surely take us even further.

A lavoro uguale, paga diversa / à travail égal, moindre salaire / Same job, different wage

https://www.courrierinternational.com/grand-format/infographie-travail-egal-salaire-moindre

“Lei ha tutte le qualifiche necessarie” (Punti e interrogativi, p. 42)

Lascerò parlare un grafico che illustra la situazione delle disparità salariali negli USA, precisando soltanto che ho la quasi certezza che, sostituendo USA a qualsiasi altro paese, non troverebbe sostanziali differenze. C’è ancora parecchio da fare per raggiungere la parità salariale.

https://www.courrierinternational.com/grand-format/infographie-travail-egal-salaire-moindre

À travail égal, salaire moindre

Je laisserai cette fois-ci parler ce graphique illustrant les disparités salariales aux Etats Unis, tout en précisant que j’ai la presque certitude que, en changeant juste le nom du pays concerné, il n’y aurait pas beaucoup de différence. Manifestement, il y a encore du boulot, afin de faire cesser les disparités salariales au boulot.

https://www.courrierinternational.com/grand-format/infographie-travail-egal-salaire-moindre

Same job, different wage

People following me from the USA, I found this graphic on the wage discriminations in your country. I will let it speak by itself. Please do not feel targeted, it is just an example. I am pretty sure that it looks the same all around the world. There is a lot to be achieved yet.

https://www.courrierinternational.com/grand-format/infographie-travail-egal-salaire-moindre

Il richiamo del miliardario / L’appel du millionaire / The billionaire’s appeal

“Qualunque fossero i venti che l’avevano sospinto qui, era destinato a diventare una persona di spicco…” (Punti e interrogativi, p. 7)

Apro il kindle e mi vengono fatte delle proposte di lettura. Non il mio genere, il romanzo rosa o il nero, quindi cancello le schermate pubblicitarie. All’ennesima mi fermo di botto. Qualcosa ha captato la mia attenzione. Chiudo. Riapro. Chiudo. Riapro. Più volte. Ed ecco, lo noto: sono i titoli dei romanzi rosa! Tre su quattro che mi vengono proposti contengono la parola “miliardario”: Un miliardario diverso dagli altri, Il miliardario vince sempre, Il richiamo del miliardario, La carezza del miliardario. Ho capito che c’era da riflettere, che dovevo parlarvene. Quindi ho aggiunto questa coincidenza al proliferare di film come Un amore a cinque stelle, versione moderna di Cenerentola (ma davvero le ragazze credono che un miliardario si innamori della cameriera incrociata in un hotel di lusso? Sì lo so, è basato sul sogno, ma insomma…) o al successo planetario di roba come Cinquanta sfumature di grigio (anche lì c’era un miliardario e sì, ne ho letto due capitoli sul kindle di una conoscente, giusto per non parlarne male senza averlo letto, ma non ho potuto andare oltre…). Tutto torna. Piatto principale, dunque, il miliardario. Chi mi segue da un po’ avrà riconosciuto la famosa “carne” di cui ho già parlato in Carne e sopravvivenza femminile (giugno 2019). Condiamo il tutto con un po’ di romanticismo e un po’ di sesso ed ecco il cocktail giusto per avvelenare le donne con la Sindrome di Cenerentola! Sì, sì, quella stessa che oltre ad alimentare le trame dei film, fa spendere 10’000 euro per l’abito da sposa “principessa”. Ragazze, svegliatevi! È solo roba finta, mentre magari accanto a voi c’è un bravo tipo che aspetta. E i 10’000 spendeteli per qualcosa di più utile e duraturo che per un abito che terrete nell’armadio a impolverarsi e ammuffire, mentre sospirate ripensando al passato, anziché costruire il futuro. Ok, basta, sono troppo dura. In realtà ero partita con l’idea di mostrarvi come l’istinto di accaparrarsi il maschio con più “garanzie” non sia stato affatto cancellato dalla mentalità femminile.

L’appel du millionnaire

J’ouvre mon kindle et je reçois des propositions de lecture. Mon genre n’étant pas le polar ou les romans d’amour, je passe vite les pubs. Mais ensuite, je regarde de plus près. Quelque chose a capté mon attention. Je ferme. J’ouvre à nouveau. Je referme. Je rouvre. Plusieurs fois. Et voilà que je comprends: il s’agit des titres des romans d’amour ! Trois sur quatre contiennent le mot « millionnaire » : Un millionnaire différent des autres ; Le millionnaire gagne toujours ; L’appel du millionnaire ; La caresse du millionnaire. J’ajoute à cette coïncidence les films du genre : Coup de foudre à Manhattan, version moderne de Cendrillon (mais les filles croient vraiment qu’un millionnaire tombe amoureux de la femme de ménage qu’il a croisé par hasard dans un hôtel de luxe? Je sais que ça marche car ça fait rêver, mais bref…) ou au succès planétaire de trucs genre Cinquante nuances de gris (là-dedans y avait aussi un millionnaire et oui, j’en ai lu 2 chapitres sur le kindle d’une connaissance, afin de ne pas juger sans avoir lu, mais je n’ai pas pu lire plus que cela) et j’ai compris qu’il y a de quoi réfléchir. Tout se tient. Le mets principal, donc, est le millionnaire. Celles et ceux qui me suivent depuis un moment auront sûrement reconnu la « viande » dont je vous ai parlé dans mon post Viande et survie des femmes (juin 2019). On assaisonne donc la viande avec un brin de romantisme et de sexe et voilà le cocktail parfait pour empoisonner les femmes avec le Syndrome de Cendrillon ! Oui, c’est exactement celui qui nourrit les trames des films et qui pousse à dépenser 10’000 euros pour la robe de mariée « princesse ». Réveillez-vous, les filles ! On vous vend du rêve! Alors que peut-être, juste à côté, il y a un type bien qui attend que vous daignez le regarder. Et les 10’000, faites-moi confiance, dépensez-les pour quelque chose qui vous sera utile et durera au-delà des ce quelques heures de bonheur, auxquelles vous songerez (peut-être même avec regret) au lieu d’aller de l’avant. Ok, j’arrête, je suis trop méchante. À vrai dire je voulais juste vous montrer comment l’instinct de survie des femmes, qui jadis consistait à se procurer un homme en mesure de nourrir sa compagne et ses enfants, n’a pas été complètement effacé de la mentalité féminine.

The Billionaire’s appeal

When I open my kindle, I stumble into some reading proposals. Not my literary genre, to be honest, as I do not like love or detective stories, so I quickly cancel the ads. However, after doing it quite a few times, I suddenly realise that something has just caught my attention. I close it. Then open it again. I keep doing this several times and, finally, I understand: three out of four titles of the books include the word “billionaire”: The billionaire’s secret, The billionaire always wins, The billionaire’s caress, The billionaire’s call. To this puzzling coincidence, we might add films such as Maid in Manhattan, a modern version of Cinderella (hey girls, do your really believe that a billionaire can fall in love with some obscure maid met by chance in a luxury hotel? I know it works because we all need to dream, but still…) or to the planetary success of stuff as Fifty shades of Grey (I’ve read 2 chapters on a friend’s kindle in order to be able to judge it by myself, but couldn’t go on), and finally decided that I needed to write about this. So, let us see… the co-protagonist is a billionaire. I would call him the “main course”. Guess why. For those of you who follow this blog, it must ring a bell: it is indeed the “meat” I have been talking about in Meat and women survival (June 2019). Let us flavour it with romance and sex and there you go! You have just found the right cocktail to poison women with Cinderella’s Syndrome. Exactly the same one, which makes you spend 10’000 dollars for a wedding dress. Girls, you need to wake up! It is all fake. In the meantime, a nice guy might be waiting for you next door. Let me tell you: spend your 10’000 on something more lasting and useful than a dress that you will keep in a wardrobe for the rest of your life, sighing over past times instead of building the future. Ok, ok, I will stop now. I am being too harsh. My point was just to show you that women’s survival instinct is still active in women’s minds.

70 buone ragioni per non voler essere donna nel 2021 / 70 bonnes raisons de ne pas vouloir être une femme en 2021 / 70 good reasons for not wanting to be a woman in 2021

“… riteneva me, solo perché una donna, un essere inferiore” (Punti e interrogativi, p. 36).

Tra serio e il faceto, questo elenco stilato da un uomo, Christian Rappaz, per il settimanale L’Illustré dedicato all’8 marzo, ci fa capire perché essere donna può ancora essere un problema nel 2021. Ecco la traduzione. Se a volte vi viene da ridere, ripensateci.

Perché a me si dice che più invecchio, più divento seducente con le mie rughe e i miei capelli grigi. Perché in generale non ho bisogno di mettermi a tempo parziale per allevare i figli. Perché lei fa lavori non remunerati tre volte di più di me. Perché non ho bisogno di riflettere nel bel mezzo del pomeriggio alla spesa che devo fare uscendo dal lavoro. Perché il mio organo sessuale è il simbolo della mia forza e della mia potenza. Perché, statisticamente, mi accollo solo il 20% dei lavori domestici. Perché posso avere un gatto senza passare per uno zitello. Perché posso allungare le gambe nei trasporti pubblici. Perché andare dal parrucchiere o acquistare un rasoio mi costano meno. Perché nessuno mi giudica se non mi depilo. Perché posso occupare un seggio (in certi organi politici). Perché non sono il solo autista di bus di sesso maschile. Perché guadagno 20% in più anche se l’uguaglianza di salario è iscritta nella legge. Perché mi si interrompe meno quando parlo. Perché quando porto l’auto in garage non mi si prende per una scema alla quale si può aumentare la fattura da pagare. Perché non mi fischiano quando cammino per la strada. Perché quando mi arrabbio si dice che mi sto affermando e non che sono un’isterica. Perché quando rientro in ritardo a casa non c’è niente di strano, visto che è per forza a causa del lavoro o delle code. Perché quando bevo un bicchiere solo al bar, non fa strano. Perché i miei diplomi suscitano più ammirazione e considerazione. Perché quando vi vanto delle mie conquiste, mi prendono per un Don Giovanni o un gigolo, ma non per una puttana. Perché quando rientro alla una di notte nessuno mi insegue per la strada. Perché i miei rapporti sessuali sono una priorità per il mio equilibrio fisico. Perché di me non si dirà mai che sono in “andropausa”. Perché quando mi snervo, non si dice che sono gli ormoni o le mestruazioni a farmi dei brutti scherzi. Perché posso fare delle grandi cazzate nascondendomi dietro la gioventù. Perché non mi faccio molestare quando salgo sui mezzi pubblici, su internet o nei luoghi pubblici. Perché se sono grasso il mio pancione fa protettore, non bruttone. Perché mi si prende meno in giro o mi si critica meno per come mi vesto. Perché gli insulti verso di me si limitano a coglione, ma non a puttana o troia. Perché se mi si dice “sei una femminuccia” mi fa capire quanto sia brutto essere una femmina. Perché a me non si dice che parlo troppo. Perché non ho bisogno di sembrare George Clooney per dirmi che non sono malaccio. Perché la mia scelta di giochi da bambino non si limita alla scatola dei trucchi, al vestito da principessa o alla valigetta da infermiera. perché quando mamma e papà non ci sono, sono sempre io che vinco contro mia sorella. Perché la letteratura racconta molte più storie di eroi che di eroine. Perché non mi si accusa quando mio figlio va male a scuola. Perché non mi si impone di specificare se sono sposato o no quando mi si chiama “signore”. Perché se dico una parolaccia, lo shock è minore. Perché non ci si aspetta da me che io sorrida perché mi si consideri simpatico. Perché i miei abiti hanno tasche vere. Perché posso giocare a calcio senza che si pensi che sono un ragazzo mancato. Perché non mi si incolla un’etichetta se a 25 anni non sono sposato. Perché quando spendo, si dice che sono generoso. Perché se non voglio figli, non mi si dice che agisco contro natura. Perché ho più possibilità di avere la pensione completa. Perché non corro nessun rischio che mi si accusi di essermi cercato un’aggressione sessuale a causa dei vestiti che porto. Perché posso bere a una festa senza paura che mi ci mettano qualcosa dentro. Perché se violento una donna, posso sempre dire che mi ha provocato e che era d’accordo. Perché se mi presento in politica nessuno pensa che non saprò trovare un equilibrio tra vita privata e vita pubblica. Perché ci si ricorderà di me per il mio lavoro e i miei successi, non per via del mio seno e dei miei abiti.

70 bonnes

70 bonnes raisons de ne pas vouloir être une femme en 2021

Cliquez ICI pour lire cet article ironique mais ô combien vrai, sorti pour la fête de la femme sur le magazine suisse L’Illustré. Pour une fois, c’est un homme à reconnaître qu’être une femme peut encore être difficile en 2021. Et lorsque vous aurez envie de sourire, relisez et réfléchissez.

70 good reasons for not wanting to be a woman in 2021

You might smile reading them. But if you do, think twice. These reasons might not be as funny as one may believe. Just for a change, a man wrote them on the 8th March edition of a weekly Swiss magazine and this article allows people to get understand why being a woman can still be a problem in 2021. Here is my translation from French.

Because people tell me that the older I grow, the more seducing I am with my wrinkles and grey hair. Because I don’t have to work part-time to raise my children. Because she does three times more unpaid work than I do. Because I don’t have to think about the food I must buy when I finish working. Because what I have between my legs is the symbol of my force and power. Because statistically, I do only 20% of all the housework. Because I can have a cat without being called a spinster. Because I can stretch my legs in buses and trains. Because nobody judges me if I don’t shave my legs. Because going to the hairdresser costs me less. Because I have more chances in politics. Because I’m not the only male bus driver. Because I earn 20% more even if equal pay is written in the law. Because I get interrupted less when I talk. Because when I take the car to the garage, nobody tries to make me pay more thinking I won’t notice. Because I don’t get whistles when I walk by. Because when I get angry, people say I know what I want, not that I’m being hysterical. Because there’s nothing wrong when I come home late. Because when I drink a glass alone at a bar, it looks normal. Because people think that my diplomas are more valuable. Because I can brag about my sex affairs without being called a whore. Because I’m not pursued in the street when I go home late at night. Because my sexual life is a priority for my health. Because nobody will tell me that I am in “andropause”. Because nobody blames my hormones when I get angry. Because I can do stupid things hiding behind immaturity. Because I won’t get molested on buses, Internet or bars. Because my fat belly is a symbol of protection, not of ugliness. Because people don’t criticise the clothes I wear. Because when people call me names, it is usually less insulting than bitch or whore. Because saying “don’t be a sissy” makes me understand how sad it must be to be a girl. Because nobody says that I talk too much. Because I don’t have to look like George Clooney to believe that I’m not too bad-looking. Because when I’m a little boy I can play to be anything, not just princess or nurse. Because when mum and dad are not home, I always win against my sister. Because literature tells stories with male heros. Because nobody thinks it’s my fault when my children don’t behave or aren’t good at school. Because I am always Mister, no matter my marital status. Because people are less shocked when I swear. Because I don’t have to smile all the time to be considered nice. Because my clothes have real pockets. Because I can play football without people thinking that I am a tomboy. Because people don’t call me spinster when I’m not married by 25. Because people say I’m generous when I spend money. Because nobody thinks it’s against nature when I claim that I don’t want children. Because the money I’ll get when I retire will probably be higher. Because people won’t accuse me of having provoked my aggressor with my way of dressing if I get raped. Because I can go to a party and drink without fearing that someone puts something into my glass. Because if I rape a woman I can always say that she wanted it and provoked me. Because if I try to get into politics, nobody will fear I won’t be able to find a balance between my professional and my private life. Because I will be remembered for my work, not for my breasts or my clothes.

Un crimine odioso / Un crime odieux / A crime full of hatred

Le 28ème féminicide de l’année a eu lieu aujourd’hui en France. La nouvelle passe tout à l’heure dans les sous-titres du journal télévisé. A la une, on parle pourtant d’un crime odieux, c’est à dire l’assassinat d’un policier à Avignon. Je ne vois pas en quoi l’assassinat de la femme de 31 ans brulée vive par son ex-mari violent serait un crime moins odieux. Peut-être un féminicide est-il devenu, désormais, presque “banal”? Avec 90 femmes tuées par leur conjoint en 2020 et encore plus l’année d’avant (pour ne pas remonter trop loin dans le temps) on pourrait bien le croire. En tant que femme, je suis outrée. La méthode utilisée par cette bête (homme n’est pas le juste mot) rappelle en outre la période de la chasse aux sorcières, ce qui me fait encore plus enrager. Car cet acte nous concerne toutes.

Il 28esimo femminicidio dell’anno in Francia è accaduto oggi. Passa nei sottotitoli del telegiornale. La discussione però verte su un crimine chiamato odioso, ovvero l’omicidio di un poliziotto a Avignone. Personalmente non vedo in cosa l’assassinio di una 31 enne bruciata viva dall’ex marito violento sia meno odioso. Forse il femminicidio è diventato quasi “banale”? Si direbbe, con 90 donne uccise nella sola Francia nel 2020 e quasi 150 l’anno precedente. In quanto donna, mi sento profondamente offesa. Il metodo utilizzato da questa bestia (uomo non è la parola giusta) ricorda terribilmente l’epoca della caccia alle streghe, e ciò mi fa incazzare ancor di più. Perché non si tratta solo di quella povera donna. Qui si parla di tutte noi.

The 28th feminicide this year in France has happened today. I can read it in the small titles on TV. The main discussion, though, is about another homicide, that of a policeman, which has been called a crime full of hatred. I can’t really see how the homicide of a 31-year-old mother of 3, burned alive by her ex-husband, can be considered less hateful. Has a feminicide become so “normal”? Looking at figures, one could almost say so: they were 90 last year in France, and almost a 150 the year before. As a woman, I feel deeply offended. The method used by that beast (we cannot call him man, can we?) reminds me of the one used during the massacre of the witches, and this makes me even more angry. It is not just about that poor woman. It is about all of us.  

Invisibili / Femmes invisibles / Invisible women

“… cose che si trascurano come la polvere, credendo che siano invisibili.” (Punti e interrogativi, p. 13)

Recensione dell’omonimo libro di Caroline Criado Perez, Einaudi 2020

Le “discriminazioni invisibili” di cui parla Caroline Criado Perez nel suo saggio costituiscono una sorta di novità nel panorama degli studi femministi o di genere perché vi è una cronica mancanza di dati disaggregati per genere, il gender data gap, che le rende, appunto, invisibili; secondariamente, anche allorquando divenissero visibili, sarebbero probabilmente giudicate di secondaria importanza rispetto ai grandi temi cari al femminismo. La visione androcentrica prevale nell’analisi e nell’attuazione di soluzioni, che sono quindi studiate da maschi per altri maschi con la pratica etichetta unisex – un po’ come quando diciamo “ragazzi” in presenza di 99 donne e un uomo. Invisibili le porta alla luce e, dimostrando come esse siano pregiudizievoli alle donne e ne influenzino negativamente molti aspetti del vivere quotidiano, vale sostanzialmente quale necessaria sensibilizzazione. L’autrice delinea alcuni grandi temi, quali la vita quotidiana, la medicina o la politica e si lancia in un’enumerazione abbondante e piuttosto complessa di esempi sui quali occorrerebbe far luce tramite la raccolta di dati di genere, che rappresenta a suo parere il metodo per immaginare soluzioni innovative e propizie al genere femminile.

Partiamo dalla vita quotidiana e da una serie di piccole cose, che tanto piccole non sono. Un esempio banale riguarda le tratte e gli orari dei trasporti pubblici urbani, che sono ottimizzati per favorire i lavoratori, senza tener conto delle necessità di chi percorre la città per accompagnare o assistere, in modo gratuito, bambini e anziani. La conseguenza è un enorme dispendio di tempo per la categoria dei lavoratori non retribuiti, composta quasi esclusivamente da donne: una scelta dettata dal pregiudizio che il tempo di chi “non lavora” sia meno importante. E come mai, negli uffici, le temperature sono regolate per far sentire a suo agio l’uomo di età e di peso medio, mentre si sa che il metabolismo femminile, alle stesse temperature, risente freddo? Perché le aziende non pensano a riservare dei parcheggi per le donne incinte? O ancora: quali incredibili ragioni e drammatiche conseguenze ha, oltre al disagio, l’insufficienza di toilette per donne nei luoghi pubblici? Si noti che l’autrice non si limita a esporre i vari problemi, ma analizza la loro radice con risultati talvolta davvero sorprendenti. Con leggera ironia, verrà seriamente spiegato il perché, contrariamente al bagno degli uomini, c’è sempre la fila in quello delle donne. E vi assicuro che non ha niente a che fare con quello che qualcuno potrebbe immaginare.

Questi sono soltanto alcuni degli aspetti pratici ai quali sono confrontati le donne. Se li trovano sopportabili, è perché hanno accettato come la norma quella che, in realtà, è una discriminazione. Gli esempi spaziano dal locale al globale, dall’high-tech alle ricerche universitarie, dall’analisi del design degli attrezzi agricoli, inadatti alle donne malgrado rappresentino la maggioranza in questo campo, ai fornelli forniti alle donne del Bangladesh che, pur evitando i fumi tossici, le obbligano a restare accanto al pasto che cuoce, un ennesimo lavoro non retribuito. Risultato: le donne e le loro esigenze sono regolarmente ignorate, sminuite o non ascoltate.

Una lunga parte del volume è consacrata agli aspetti economici e lavorativi, che l’autrice tratta però in modo innovativo rispetto ai caposaldi del femminismo quali parità salariale, sfondamento del soffitto di vetro o pari opportunità: essa rivendica la necessità di incentivare il lavoro retribuito delle donne, trasformando i servizi che svolgono in modo gratuito in lavoro pagato. Ho già discusso di questa tematica nel mio post precedente. I servizi domestici e di cura ai bambini e agli anziani sono svolti quasi esclusivamente dalle donne in modo gratuito e questa economia sotterranea aumenterebbe del 20% il PIL delle nazioni, rimescolando le carte economiche… se fosse calcolato! Ma la sua misurazione è uno dei principali gender data gap, che l’ONU valuta a 3200 miliardi di dollari per la sola cura dei bambini. A questi possiamo aggiungere le ore di assistenza prestate agli anziani: le ore dedicate agli anziani affetti da Alzheimer, negli USA, sono cifrabili a 18 miliardi di dollari. Solo stime, dite voi? Certo: perché nessuno ha mai raccolto per davvero i dati. L’autrice è ferma nelle sue convinzioni: se lo si facesse, si potrebbe progettare un’economia fondata sulla realtà e non sull’immaginario maschile. Infatti, prendendo le donne britanniche come esempio, per svolgere i lavori di cura il 18% di esse prende un’aspettativa, il 19% si licenzia e il 20% passa a tempo parziale. Il lavoro non retribuito, sostiene l’autrice e mi trova d’accordo, non è quasi mai frutto di una scelta. Fa parte del sistema. La ricompensa per le donne è essere considerate buone e generose… e molto spesso se la fanno bastare per assenza di alternative. In conclusione, malgrado le donne abbiano sempre lavorato, nessuno “lavora” per le donne, che sono le maggiori vittime della povertà. Di certo le aziende non pensano a loro quando progettano prodotti unisex sulla base delle necessità degli uomini: così nascono i telefonini più difficili da usare con mani femminili, i traduttori con pregiudizi di genere, i programmi di riconoscimento vocale tarati sulle voci maschili e le applicazioni vocali che trovano prodotti per prostrata e Viagra, ma non cliniche per abortire o centri di soccorso per donne violentate. Per non esagerare, fermiamoci qui.

Un tema scottante è anche l’esclusione delle donne dagli studi sui medicamenti e nella prevenzione delle malattie. Quante donne perdono la vita per un infarto, perché la sensibilizzazione parla solo dei sintomi degli uomini? Quante muoiono perché i test di ricerca di sangue nelle feci, utilizzati per il depistaggio del tumore al colon, sono meno sensibili nelle donne? Come mai le patologie maschili, quali le disfunzioni erettili, sono oggetto di diversi studi, ma non ne esistono sulla sindrome premestruale di cui soffre il 90% delle donne? L’autrice dimostra, dati alla mano, che il corpo della donna non è oggetto delle stesse ricerche: le start-up tecnologiche che si prefiggono di trovare un trattamento per un problema femminile, spesso non trovano i finanziamenti necessari. Eppure, per ogni dollaro di investimento, le start-up da loro create generano 78 ct, contro 31 per quelle maschili. Proviamo ad indovinare: non sarà perché i comitati di decisione sono composti quasi esclusivamente da uomini? La conclusione dell’autrice è chiara: anche l’establishment sanitario si disinteressa delle donne.

In realtà, per capire le loro necessità, bisognerebbe che le si includessero negli studi. Ma non lo si fa. Queste sistematiche “dimenticanze” possono causare situazioni grottesche: dopo il terremoto del 2001 in Gujarat, India, le case di fortuna ricostruite per far fronte all’emergenza erano state fornite… senza cucina! Lo stesso accadde in Sri Lanka dopo lo tsunami. E se qualcuno osasse controbattere che si tratta di culture meno “avanzate” in materia di parità, di quelle occidentali, quando avrete letto tutti gli esempi locali, concreti e documentati che l’autrice riporta, vi convincerete che tutto il mondo è paese. Gli aspetti “invisibili” svantaggiano le donne, senza che nessuno – loro comprese – se ne renda davvero conto. Questo libro interviene a renderli visibili ed è il suo maggior merito. È utile specialmente per chi crede che la parità è stata raggiunta e che non ci sia più niente per cui battersi. Falso. Perché le necessità delle donne non possono essere inglobate in soluzioni al maschile, esattamente come accade per tutte le questioni minoritarie. Vero. Una soluzione per rendere visibili le invisibili è dare più spazio alle donne (così come alle minoranze) negli organi decisionali, in politica, nelle aziende, nei comitati di ricerca e di sviluppo. In questo senso, le “quote rosa” sono necessarie perché correggono un sistema antidemocratico. E anche quando verrà raggiunto questo obiettivo, resta da vedere se riusciranno a farsi sentire: le parlamentari vengono interrotte due volte di più dei colleghi maschi. O magari, tanto per restare in un tema di scottante attualità, mancherà una sedia per loro.

Per concludere, cartellino rosso alla traduttrice del libro che, senza utilizzare la scrittura inclusiva nella traduzione di “my reader” in “lettore mio”, dimostra platealmente quanto la visione androcentrica (insita anche nel linguaggio) sia ben radicata e data per scontata anche dalle donne.

(Ritrova questo articolo sul blog Donne Visibili e sulla rivista letteraria Leggere Donna)

Femmes invisibles

Une critique du livre de Caroline Criado Perez, ed. First

Les “discriminations invisibles” n’ont jamais été traités par les études féministes ou de genre premièrement car les données de genre n’ont jamais été vraiment récoltées – il y a donc un énorme gender data gap – et, deuxièmement, même si elles étaient récoltées, elles seraient tout probablement considérées de moindre importance par rapport aux thématiques chères au féminisme. On considère que cela ne vaut pas la peine car la vision masculine prévaut depuis toujours dans l’analyse des données et dans la recherche de solutions, qui sont donc étudiées par des hommes pour les hommes, en y collant l’étiquette unisex – exactement comme lorsqu’on dit « ils » en présence de 99 femmes et un seul homme. L’essai Femmes Invisibles sensibilise à tous ces aspects, qui portent préjudice aux femmes et influencent négativement leur vie quotidienne. Il était temps que quelqu’un dévoile avec autant de détails ce qui le gender data gap cache si bien. La récolte systématique de données est d’ailleurs la solution proposée par la chercheuse afin de trouver des solutions adaptées à la gent féminine.

Partons donc d’exemples tirés de la vie de tous les jours. Les trajets et les horaires des transports publics urbains sont optimisés pour les travailleurs : ils ne tiennent pas compte de celles qui parcourent la ville pour accompagner les enfants ou aider les personnes en difficulté, une catégorie de travailleuses non rétribuées dont le temps est manifestement considéré moins important, car elles… « ne travaillent pas » ! Celle-ci est, bien évidemment, la perception des hommes. Une vision que nous, les femmes, avons malheureusement adopté et qui sert ici en tant que démonstration de comment les femmes sont assujetties à la vision masculine. Et que dire de la température des bureaux ? Elle est réglée pour que l’homme d’âge et de poids moyen soit à l’aise, alors que l’on sait pertinemment que le métabolisme des femmes, à la même température, ressent plus de froid. Et pourquoi diable les entreprises n’ont pas toujours de parkings réservés aux femmes enceintes ? Ou encore : quelles sont les incroyables raisons et les dramatiques conséquences de l’insuffisance de toilettes pour femmes dans les lieux publics ? Pour toutes ces questions, l’auteure analyse les raisons profondes et ses conclusions sont parfois étonnantes. Voilà que lectrices et lecteurs découvriront aussi pourquoi, contrairement aux toilettes des hommes, il y a toujours la queue devant celles des femmes. Je vous assure qu’on est loin de ce qu’on pourrait imaginer.

Ceux-ci ne sont que quelques-uns des aspects pratiques auxquels sont confrontées les femmes. Elles y sont faites car elles ont accepté comme étant la norme ce qui en réalité est une discrimination. Les nombreux exemples sont tirés de partout : le high-tech, la recherche universitaire, la médicine, la linguistique… jusqu’à l’analyse  du design des machines agricoles inadaptées aux femmes, ou les nouveaux fourneaux des femmes du Bangladesh qui, malgré l’amélioration en termes de toxicité, les obligent à rester plus longtemps à côté du repas, en diminuant ainsi le temps qu’elles peuvent consacrer à un travail rémunéré. Résultat des courses : les exigences des femmes sont régulièrement ignorées, négligées, sous-estimées.

Une longue partie est consacrée aux aspects économiques, que l’auteure traite de façon innovante par rapport aux thèmes féministes tels que la parité de salaire, le plafond de verre ou l’égalité d’opportunités. Elle revendique la nécessité d’augmenter le travail rémunéré des femmes en transformant le travail qu’elles font gratuitement en emploi payé. J’ai discuté cette thématique dans mon post précédent (avril 2021). Les services domestiques, de garde d’enfants et de soins aux aînés sont presque exclusivement fournis gratuitement par des femmes. Il s’agit d’une économie souterraine qui augmenterait le PIB des pays de 20%, en changeant la donne… si elle était prise en compte ! Mais mesurer ce travail gratuit est l’un des principaux gender data gap, que l’ONU estime à 3200 milliards de dollars rien que pour la garde des enfants. A ceci il faut rajouter les heures d’assistance aux seniors: rien que pour les malades d’Alzheimer, aux Etats Unis on calcule 18 milliards par année en heures de travail. Des chiffres approximatives et sans preuves, vous dites ? Vous avez raison : ce n’est qu’une estimation, car personne n’a jamais essayé de les mesurer pour de vrai. L’auteure en est convaincue : si on le faisait, on pourrait prendre des décisions économiques basées sur les faits, et non pas sur ce que les hommes imaginent. Prenons en tant qu’exemple les femmes britanniques face à la demande de soin d’enfants ou de seniors : le 18% décide de prendre une année de congé, le 19% quitte définitivement le travail et le 20% passe à temps partiel. Le travail non rémunéré, affirme l’auteure et je suis du même avis, n’est presque jamais un choix. Il découle du système. Pour toute récompense, les femmes sont appréciées par leur générosité … et il faut bien que cela leur suffise car il n’y a pas de vraies alternatives.

Les femmes ont toujours travaillé, mais personne ne « travaille » pour elles, qui restent depuis toujours les victimes de la pauvreté. Certes les entreprises ne se soucient pas de leurs besoins, lorsqu’elles conçoivent des produits unisex sur la base des nécessités des hommes. Ainsi sont conçus des téléphones portables difficiles à utiliser par les mains des femmes, des traducteurs contenant des préjugés de genre, des programmes de reconnaissance vocale établis sur les voix masculines, des applis vocales qui trouvent des produits pour la prostate et le Viagra mais non pas des cliniques pour avorter ou des centres de secours pour femmes violées.

Un thème important est également l’exclusion des femmes des études concernant les médicaments et la prévention. Combien de femmes perdent-elles la vie à cause d’un arrêt cardiaque, dont les symptômes connus sont uniquement ceux qui concernent les hommes ? Combien meurent-elles du fait que les tests de recherche de sang dans les selles, employés dans le dépistage du cancer du côlon, marchent moins bien pour les femmes ? Et pourquoi les pathologies masculines, telles que les dysfonctions érectiles, font l’objet de nombreuses études, mais il en existe pas sur le syndrome prémenstruel dont souffre pourtant le 90% des femmes ? L’auteure dénonce aussi le fait que les start-up des femmes qui recherchent un traitement pour des problèmes féminins, ne trouvent souvent pas de financements. Et pourtant, elles rendent aux investisseurs 78 ct par dollar investi, au lieu des 31 de celles des hommes. Essayons de deviner : ne serait-ce pas car les commissions sont composées presque exclusivement d’hommes ?

En réalité, afin de comprendre les nécessités des femmes, il faudrait les inclure dans les études. Mais on ne le fait pas. Ces “oublis” systématiques peuvent créer des situations grotesques : après le tremblement de terre de 2001 au Gujarat, Inde, les maisons de fortune reconstruites après l’émergence avaient étés construites… sans cuisines ! De même au Sri Lanka après le tsunami. Et si quelqu’un voulait riposter qu’il s’agit de cultures moins “avancées” et paritaires par rapport à notre culture occidentale, lorsque vous aurez lu tous les exemples concrets et documentés vous allez comprendre que le monde n’est qu’un village.

Les aspects « invisibles » défavorisent les femmes sans que personne s’en aperçoive et réagisse. Ce livre comble le manque de visibilité et ceci est son plus grand mérite. Il sera utile spécialement pour tous ce qui croient que la parité a été atteinte. C’est faux. Car les nécessités des femmes ne peuvent pas être englobées dans des solutions pour les hommes, exactement comme on l’a toujours fait pour les minorités. Une solution qui pourrait donner de la visibilité aux invisibles est celle d’accorder plus de sièges aux femmes (et aux minorités, d’ailleurs) en politique, dans les entreprises, dans les comités de recherche et développement. Les quotas de femmes sont nécessaires car elles corrigent un système antidémocratique. Et il ne faut pas oublier que, même quand cet objectif sera atteint, il faudra encore que les femmes puissent réellement s’exprimer. Figurez-vous que les femmes au parlement sont interrompues deux fois plus souvent que les hommes. Ou bien, juste pour évoquer une gaffe politique récente, il n’y aura pas de chaise pour elles.

Invisible women

A review of Caroline Criado Perez’s essay

To my mind, feminist studies have not discussed “invisible discriminations” thoroughly for two main reasons: a vast gender data gap surrounds them and, even if that gap were filled with real data, they would probably seem to be unimportant compared to mainstream core issues. Data analysis and subsequent solutions are labelled unisex, even though they are made for me, by other men. Women have never profited from another perspective, therefore they got used to accepting the masculine one. The essay Invisible women unravels the knots of this biased view, as it clearly demonstrates that masculine stand point is actually unfair to women and it affects their daily life in a negative way. This is why this book represents an essential step towards awareness. The author does not propose practical solutions: in order to find them, people must collect gender data first. Yet, she lists a great number of examples, for which data urgently needs to be collected.

We shall start from a certain number of seemingly unimportant daily life examples, such as public transport lines and timetables. They are conceived in order to help workers spare time, yet they do not take into consideration how much time women waste when they take children to school or when they move around the city to assist old or hailing people. Both are women’s jobs – and obviously, they work for free. To make matter worse, the choice of such a schedule states that women’s time is less important, because they “do not work”… If this looks like another man’s point of view, you are on the right track. So, let me be more specific: they do not work for money. Let us take another example: temperatures in working places are set up to make the typical middle-aged man with average weight feel well… and who cares if women feel cold! Same for scarce parking places for pregnant women or public toilets. The author does not just list the problems, but she analyses their roots. And she ends up with some amazing explanations. The reader will thus understand why there is always a queue in front of women’s toilets.

These are only some of the situations women face every day.  As male perspective has always been the rule, they grin and bear it because nobody has ever thought or come up with an adequate solution for them. The examples in the book are either local or global and span from high-tech to research, from machine design to new cookers for Bangladesh women, who despite being cleaner they are more time-consuming, thus preventing women to do other (paid) work. Everywhere, women’s needs are overlooked, underestimated and unheeded.

A large part of the book discusses economy and work. However, the author takes an innovative perspective with respect to the traditional feminist view (no equal wages, no glass ceiling nor equal opportunities are mentioned): she claims that women must enter the waged workforce, transforming childcare or care for elders into paid activities. Those of you who follow my blog have just read my personal experience about this and you know I am in favour of it. Women actually do domestic work, child and elderly care for free. It is a parallel economy, which would rise by 20% the IGP… if only assessed! Its lack of measurement is a main gender data gap. The UNO estimates it is worth 3200 billion dollars for childcare only, to which we can add 18 billion for assistance to elderly with Alzheimer in the USA. These are only estimations, because nobody has ever collected the real data. If we finally did, claims the author, we could figure out how to organise an efficient economy based on reality, not on men’s fantasies. In order to do care work, women in Great Britain quit their jobs (19%), work part-time (20%) or take a year off (18%). Working for free is seldom a choice: it is part of the system.

Despite the fact that they have always worked, nobody “works” to make women’s life better. They are in fact the main victims of poverty. Societies certainly do not work for them when they conceive products labelled unisex: mobile phones are made for men’s hands, translators display gender prejudice and so are apps, which can find Viagra or prostate products, yet not abortion clinics nor shelters for raped women. No need to go on, if you plan to read the book.

Another hot topic is how women are excluded from medical research. How many women die because prevention of heart attacks is centred on men’s symptoms only? Or can somebody explain why men’s problems such as sexual dysfunctions have been largely investigated, yet not so premenstrual syndrome, which affects 90% of women? Start-ups that seek treatment for women’s problems cannot raise funds easily even though the generate 78 ct per invested dollar (compared to 31ct for men’s start-ups). The reason might very well be that decision panels are composed mainly by men. I believe the author is right, when she says that women’s body is visible only when it comes to hurt it.

“Forgetting” to ask women what they need can cause surreal situations: after 2001 earthquake in Gujarat, India, or tsunami in Sri Lanka, houses were rebuilt… without a kitchen! Please do not say that she is talking about underdeveloped countries before you read all the examples from far and near, that the author listed. The main merit of this essay is to shed a light on “invisible” aspects. It is useful especially for those who believe that equality has been achieved. This is obviously untrue, for women’s needs cannot be merged into solutions made for men, exactly as this would not work for minorities issues. For the invisibles to be finally visible, equal representation is necessary in politics, decision boards and research committees. Quotas for women are necessary, because they correct an anti-democratic system. And when we reach this goal, men will have to learn to listen to them. This is not the case yet: women in politics are interrupted twice as much as men. Or else, they will not have a chair to sit on (as it recently happened in an important summit).

Thank God I am writing instead of speaking.

Le Signore dell’arte (I)

https://www.lesignoredellarte.it/ fino al 25.7.21

La mostra a Palazzo Reale di Milano sulle donne nell’arte tra il 1500 e il 1600 ci offre la possibilità di capire le uniche condizioni che permettevano loro di divenire sublimi artiste: la situazione delle donne era difficile, dipendevano da padri e mariti e l’apprendistato che svolgevano gli uomini nelle botteghe dei maestri offriva a questi ultimi maggiori possibilità. Le artiste che hanno lasciato opere meravigliose, capolavori di finezza ma anche di audacia, accedevano al mestiere di artista principalmente a tre condizioni: se avevano la fortuna di nascere nobildonne, come Claudia del Bufalo o Caterina Cantoni, se entravano in convento, come Plautilla Nelli o Orsola Maddalena Caccia, le cui tavole potevano essere vendute per aiutare il convento che le accoglieva, oppure quando avevano un padre artista già affermato e venivano da lui istruite, come nel caso di Lavinia Fontana figlia di Prospero o di Elisabetta Sirani figlia di Andrea. Quest’ultima fondò addirittura un’accademia per sole donne e lasciò 200 opere morendo a soli 27 anni. Alcuni dei quadri mi fanno supporre che la donna, se avesse potuto contribuire maggiormente all’arte, avrebbe mostrato altri aspetti rispetto agli uomini: ad esempio la Sirani dipinge la scena che evoca la violenza subita da Timoclea, tratta dal racconto di Plutarco, non quando ella viene perdonata per aver ucciso il capitano di Alessandro Magno, come nel caso dei dipinti maschili, ma nel momento in cui ella lo getta nel pozzo. Molte di queste artiste frequentarono le Accademie, come Giovanna Garzoni o la più famosa Artemisia Gentileschi, figlia di Orazio. Le opere esposte sono 130 e sono davvero ammirevoli. È indubbio che, anche in questo campo, le donne avrebbero potuto eccellere al pari degli uomini, se soltanto ne avessero avuto la possibilità.

Il lavoro gratuito delle donne / Le travail gratuit des femmes / Women’s unpaid work

 

“Passi che le tenesse la bimba quando doveva fare i lavori domestici…!” (La lettera G, p 123)

Abbiate pazienza. Questo post sarà un po’ più lungo del solito perché devo come premessa devo raccontarvi un po’ della mia vita. Se non vi va di leggere questa lunga premessa, saltate pure all’ultimo paragrafo, anche se vi mancherà una parte molto istruttiva.

Quando sono arrivata nel villaggio francese in cui vivo, avevo appena cambiato vita. Era il 2013 e avevo lasciato un lavoro piuttosto lucrativo, che però non mi permetteva né di occuparmi della mia famiglia, né di scrivere, né di portare avanti i miei progetti, né di continuare a formarmi… inghiottiva semplicemente tutto il tempo che non dedicavo alla famiglia. Mio figlio Romeo aveva poco più di un anno e Vittoria sei. Perciò svolgevo, per il 90% del tempo, l’impegnativo lavoro di mamma e di casalinga (che oggi vorrei chiamare una volta per tutte family manager, giusto per segnalare che è un lavoro a tutti gli effetti, malgrado sia sempre stato svalorizzato e in assenza del salario che meriterebbe). Nelle mie uniche due ore libere, ovvero mentre lui dormiva e lei era a scuola, scrivevo. Me l’ero imposta come priorità.

Avevo deciso che avrei cambiato vita anche ad altri livelli. Che avrei cercato di creare, tra donne, uno spirito cooperativo, un ambiente ameno nel quale ognuna di noi avrebbe potuto avvalersi dell’aiuto dell’altra per avanzare nel proprio cammino di vita. Erano anche i tempi in cui iniziavo, con passione, a scrivere questo blog. Credevo nelle donne e nella loro capacità a fare gruppo.

Ed ecco che, impegnandomi nelle attività della scuola di mia figlia, da subito avevo fatto la conoscenza di parecchie mamme. Vittoria era una bambina socievole e mi chiedeva spesso di giocare con le sue compagne, pertanto avevo iniziato a invitare delle amichette a casa. Le prendevo dopo la scuola o per pranzo. Mi sembrava una bella cosa: anche se per me era lavoro e responsabilità in più, lo facevo per mia figlia e mi dicevo che anche per noi mamme era una situazione ideale perché, aiutandoci l’un l’altra, avremmo avuto più tempo per noi.

Dopo tre anni di questa vita, tuttavia, avevo iniziato a risentire un disagio che non sapevo spiegarmi. Come poteva, una cosa “giusta”, mettermi in quello stato? Iniziai a rifletterci sopra e, dopo qualche mese, capii la fonte del disagio: avevo regolarmente qualche altro bambino per casa, ma mi sembrava che raramente mia figlia fosse invitata. Un giorno cedetti alla tentazione di verificare la mia intuizione: sul calendario, per cinque settimane, annotai i nomi di tutti i bambini che avevo “invitato” io (e con invitato intendo anche le volte in cui mi era stato richiesto un “favore”) e quando e da chi era stata invitata mia figlia. Stavolta le virgolette non le metto perché, dal canto mio, non mi permetto di chiedere un favore, se non in caso di reale necessità (che per la cronaca è successo una volta in 10 anni). Constatai così che il mio disagio aveva radici ben salde: eravamo a 11 inviti miei, contro 3. Approssimando, “davo” 4 volte più di quel che “ricevevo”. La mia delusione fu grande. Improvvisamente capii che per più di tre anni avevo fatto gratuitamente la baby-sitter. La maggior parte delle mie “datrici di lavoro” erano donne lavoratrici, e io comprendo bene quanto sia difficile gestire il lavoro in casa e il lavoro fuori. Ma questo non mi faceva sentire meglio. Per niente. Fu così che rallentai. Lo spiegai a mia figlia e lei lo capì, anche se questo significava che avrebbe giocato molto di più con me e suo fratello, o da sola. E così fu.

Il principio di reciprocità studiato e teorizzato da Bronislaw Malinowski nelle Trobriand degli anni 70 illustra un principio fondamentale di quella società: i doni erano scambi economici a tutti gli effetti, ma soprattutto reciproci, che “a lungo termine, si controbilanciano, beneficiando in egual misura entrambe le parti”. E Malinowski nel suo Diritto e costume della società primitiva così conclude: “La vera ragione per cui tutti questi obblighi economici sono osservati […] scrupolosamente, è che l’inosservanza colloca l’individuo in una posizione intollerabile, mentre la negligenza nel loro adempimento [lo] copre di obbrobrio [e] […] si troverebbe subito fuori dall’ordine sociale ed economico”. L’entrata in vigore della moneta ha cancellato l’obbligo morale perché ogni gesto non monetizzato non è più considerato come uno scambio economico, ma il principio è pur sempre valido e, come ben specificato, non deve essere osservato e reciprocato volta per volta, bensì essere percepito come di beneficio alle due parti in una prospettiva di lungo termine.

Seguendo implicitamente questo principio, non pretendevo né pretendo ora che si ricambi ogni mia disponibilità e mi sentivo perfino a disagio a esigere una contropartita. Forse avevo sempre visto mia madre fare così e mi sembrava normale. Ma oggi la situazione delle donne è cambiata. Così ho dovuto adattarmi e perciò, dopo la seconda volta di seguito che mi occupo dei figli di qualcun altro, mi fermo e aspetto. Non è per niente soddisfacente e mi lascia l’amaro in bocca, mi spiace anche per i miei figli, ma devo farlo per proteggere me stessa. Perché pur mettendo dei limiti precisi, sono sempre in credito e mi ritrovo a dover rifiutare dei lavori che, altrimenti, mi piomberebbero sulle spalle. Un paio di esempi accaduti nelle scorse settimane: “Potresti prendere mia figlia a pranzo i giovedì?”, oppure: “Visto che dopo il corso devi comunque venire nella mia direzione, riporteresti mio figlio a casa, così non devo venire a prenderlo io?”. E tutto questo, naturalmente, senza che mai una volta qualcuno mi chieda: “Ma tu, di cosa avresti bisogno? Come posso aiutarti?” O mi facesse anche solo una proposta equa. Non ho bisogno di niente, ma sarebbe almeno onesto e gentile. Però non accade. Mai. E dunque ora la mia regola ora è: se è un’eccezione, ben volentieri; se è un’attività regolare, anche se mi fa sembrare egoista e poco disponibile, richiedo uno scambio di favori. Non mi faccio pagare per due ragioni: non ho intenzione di fare questo mestiere e, semmai ce l’avessi, vorrei una remunerazione giusta, non la solita paga discriminatoria.

La cosa che più mi disturba, tuttavia, è l’impressione che le madri lavoratrici (e i loro compagni) si rivolgano a me perché credono che, rispetto a loro, io non abbia niente da fare. Ecco cosa ha prodotto il passaggio al lavoro extra-muros delle donne, insieme a quello di un’economia monetaria. E magari si credono più emancipate di me, mentre per me, il fatto di lavorare da casa e di scrivere è il frutto di una scelta costatami dieci anni fa una rinuncia fondamentale: quella della (temporanea o definitiva) indipendenza economica. Difficile, per una femminista! Certo, se avessi un lavoretto salariato, potrei nascondermi dietro le richieste del mio datore di lavoro. Nel mio caso invece, non ho una scusa per rifiutare. Ho dovuto imparare a dire no, affrontando lo sguardo altrui. Ora non mi scuso neanche più: è una mia scelta, è il mio tempo. E sono troppo vecchia per regalarlo indiscriminatamente a gente che fatica persino a ringraziarmi.

Ohh, certo che mi sento in colpa, per non aiutare di più le donne! Vorrei che fossimo una “famiglia”, che ci sostenessimo vicendevolmente. Invece è una società molto individualista, quella in cui vivo. Ognuno per sé. Anche le donne sono diventate così. Io stessa lo sono diventata, perché sono stanca come lo sono loro, di lavorare sempre gratuitamente. Ma non credo che la soluzione sia nello “sfruttamento” di altre donne.

È difficile incastrare tutti i pezzi del Tetris. L’ho vissuto: quando si fa un doppio lavoro, fuori e dentro casa, si corre, ci si stressa anche quando, come me, si ha un compagno flessibile, disponibile e femminista (sì, non è un accostamento antitetico). Le capisco, le donne. Ma non sono la nanny di turno. Ho dovuto fare delle rinunce, per costruire una vita più serena per me e per i miei figli. Non l’ho fatto solo perché sono una donna ed era “giusto così”: mio marito si sarebbe volentieri occupato dei figli e della casa, se il mio lavoro salariato fosse stato vitale per me. Non lo era.

Ora, per ogni regola c’è un’eccezione e, siccome riconosco che ci sono donne che devono lavorare come un mulo per sbarcare il lunario, a loro do una mano perché ho un privilegio che loro non hanno. Per le altre, purtroppo, la questione è semplice: lavorano spesso a tempo parziale per non uscire dal mercato del lavoro (bella parola, il mercato, siamo proprio merci) o per la loro indipendenza economica, sobbarcandosi il lavoro della cura dei figli che sovente i loro mariti non si degnano di condividere in modo equo. E qui casca l’asino: ho smesso di aiutarle perché, in realtà, l’unica cosa che facevo era aiutare i loro mariti ad avere più tempo libero, che investono per migliorare la loro carriera o per farsi i cavoli loro. Non erano le donne, che aiutavo a prendere tempo per se stesse, a coltivare qualcosa! Le aiutavo solo nella folle corsa a tenere in bilico lavoro e famiglia – e per inciso magari anche il matrimonio –  un dimenarsi che non cambia in quasi niente le abitudini maschili e dà loro anche il vantaggio di avere più income a disposizione. Ancora una volta grazie al lavoro gratuito delle donne. Quello delle nonne. Delle figlie. Delle mogli. Delle casalinghe. Delle pensionate. Delle volontarie. E il mio. No grazie. Io condivido il proverbio africano: “ci vuole un villaggio per allevare un figlio” e mi spiace che non sia così, che oggi, alle mie latitudini, ognuno pensi e agisca per sé. Ma non posso fare le veci del villaggio tutto intero. Noi donne dobbiamo sostenerci mutualmente, non approfittare l’una dell’altra. Dobbiamo formare un cerchio chiuso, forte e solidale. E mentre aiutiamo e ci facciamo aiutare, dobbiamo imparare a conservare il nostro spazio per crescere e creare, anziché regalarlo. La nostra società si tiene in piedi con il lavoro gratuito delle donne. Sarebbe ora di iniziare a remunerarlo al suo giusto valore.

Le travail gratuit des femmes

Soyez patient(e)s. Ce post sera plus long que d’autres car, en guise d’introduction, je dois vous raconter un petit bout de ma vie. Si vous n’avez pas de temps, allez directement au dernier paragraphe, en sachant tout de même que vous allez vous priver d’une lecture assez instructive.

Lorsque je suis arrivée dans le village français où j’habite, je venais de changer de vie. C’était en 2013 et je venais de quitter mon travail car il ne me permettait pas de m’occuper de ma famille, d’écrire, de réaliser mes autres projets et de continuer à me former. Mon fils Romeo avait tout juste un an et ma fille Vittoria six. Mon travail à 90% était donc celui de maman et de femme au foyer, que je voudrais une fois pour toutes appeler family manager, rien que pour lui accorder l’importance, jamais reconnue, qu’il a depuis toujours (faute de salaire qui devrait aller avec). Pendant la journée je n’avais que deux heures pour moi : lorsqu’il dormait et qu’elle était à l’école, j’écrivais.

J’avais néanmoins décidé que je voulais changer de vie à d’autres niveaux. Que j’aurais créé, entre femmes, un esprit de coopération, un environnement d’entraide qui nous aurait permis de mieux avancer dans nos chemins de vie. C’était l’époque où, avec passion, je me lançais dans ce blog. Je croyais dans la capacité des femmes de former un groupe soudé.

C’est ainsi que, en m’engageant dans les activités scolaires de ma fille, j’avais fait connaissance avec beaucoup de femmes, elles-mêmes des mamans. Vittoria était une fille sociable, qui me demandait souvent à jouer avec ses copines. Pour cette raison, je les invitais souvent après l’école ou pour le déjeuner. Je le faisais pour ma fille, même si c’était une responsabilité en plus pour moi. Mais je pensais que pour nous, les mamans, était une situation idéale, car en nous entraidant, nous aurions eu plus de temps pour d’autres activités. Cela aurait dû être une win-win situation.

Après trois ans de cette vie, néanmoins, la situation me mettait mal-à-l’aise sans que ne sache expliquer pourquoi. Comment une attitude “juste” pouvait-elle me mettre dans cet état? Je commençai à y réfléchir et, après quelques mois, je compris: des enfants venaient régulièrement chez moi, mais j’avais l’impression que ma fille n’était pas invitée chez eux. Je n’aurais jamais voulu en arriver là, mais voilà ce que je fis : afin de vérifier mon intuition, j’écrivis sur le calendrier, pendant 5 semaines, tous les enfants que j’avais « invité » (et par ce mot j’entends aussi les fois où j’avais été sollicitée par une maman pour lui faire une faveur) et ceux et celles chez qui ma fille avait été invitée (cette fois je n’écris pas le guillemets car je ne me permets pas de demander de faveur que lors de réelle nécessité – et cela m’est arrivé une fois en 10 ans). Après 5 semaines, donc, je constatai que mon malaise était fondé : j’avais « invité » 11 fois, contre 3. Approximativement, je « donnais » 4 fois plus de ce que je « recevais ». Quelle déception ! Tout à coup, je compris que pendant tout ce temps, j’avais travaillé comme nounou, gratuitement. La plus grande partie de mes « employeuses » étaient des femmes qui travaillaient. Or, je comprends que gérer travail externe et familial est difficile, mais cela ne me consolait pas. C’est ainsi que je ralentis énormément le rythme. Je dus l’expliquer à ma fille et elle le comprit, même si cela signifiait que, désormais, elle jouerait surtout avec moi et son petit frère.

Le principe de réciprocité théorisé par Bronislaw Malinowski dans les Trobriand des années 70 nous montre un principe fondamental: les dons étaient des échanges économiques sous tous points de vue, mais surtout ils étaient réciproques, se contrebalançaient dans le long terme et étaient bénéfiques pour les deux parties. Malinowski, dans son Crime and Custom in Savage Societies, en conclut que la vraie raison qui poussait les individus à observer scrupuleusement ces obligations économiques est que, le cas échéant, l’individu aurait été dans une position intolérable car la négligence l’aurait couvert de honte et il se serait retrouvé tout de suite en dehors de l’ordre économique. L’entrée en vigueur de l’argent a malheureusement effacé l’obligation morale et chaque geste qui ne doit pas être payé n’est plus considéré en tant qu’échange économique. Mais le principe est toujours valable et, comme l’anthropologue nous l’explique, il ne doit pas être réciproqué à chaque fois pourvu que, dans le long terme, les deux parties soient gagnantes. Sans le savoir, j’ai toujours opéré de la sorte. Je n’ai jamais exigé une contrepartie pour chacune de mes disponibilités et je me serais sentie mal à l’aise en me comportant ainsi. Mais finalement j’ai dû m’adapter: ainsi va donc le monde? Donc maintenant, lorsque je n’ai pas établi une routine d’échange de services qui fonctionne, après la deuxième fois de suite que mes enfants invitent un copain chez nous, je m’arrête et j’attends. Ce n’est pas satisfaisant, ça me déplait même et c’est triste également pour eux, mais il faut que je me protège. Car même en posant des limites, j’en fais toujours plus que les autres. Je me retrouverais donc dans des enquiquinements si je ne disais pas non. Voilà à titre d’exemple deux cas des semaines passées : « Pourrais-tu prendre ma fille pour le déjeuner les jeudis midi ? » – et je ne connais même pas personnellement ses parents. Ou bien : « Etant donné qu’après le cours de judo tu passes à côté de chez moi, pourrais-tu ramener mon fils à la maison ? Ça m’éviterait de me déplacer… ». Tout cela, bien évidemment, sans que quelqu’un me demande : « Aurais-tu besoin de quelque chose ? », ou bien qu’on me propose un échange. Tout en sachant que je n’ai besoin de rien, ce serait gentil et honnête. Mais cela n’arrive pas.

De ceci découle ma nouvelle règle: s’il s’agit d’une exception, d’un dépannage, je le fais volontiers ; si c’est une activité régulière je demande une échange de faveurs, même si cela pourrait donner de moi une image de personne égoïste et peu disponible. Tant pis. Je n’accepte pas d’argent car ce n’est pas mon métier et, si ce l’était, je voudrais être payée comme il faut – ce qui est impossible car les métiers des femmes sont discriminés.

Ce qui me dérange le plus, pour tout vous dire, est que les mères qui travaillent s’adressent à moi tout naturellement, comme si je n’avais rien à faire. C’est bien cela, je crains, la pensée cachée. Et voilà ce que le travail des femmes en dehors de la maison à produit, avec le passage à une économie monétaire. De surcroît, figurez-vous qu’elles se croient plus émancipées que moi, alors que je vous démontrerai dans un prochain post que ce n’est pas le cas. Que ce soit clair : j’ai beaucoup à faire et le choix de travailler depuis la maison et d’écrire découle d’une décision qui, il y a 10 ans, j’ai pris en renonçant à ma (temporaire ou définitive) indépendance économique – ce qui n’est pas peu pour une féministe. Si aujourd’hui j’avais, tout comme elles, un petit travail de salariée, je pourrais me cacher derrière les exigences de mon employeur, pour refuser des faveurs. Je ne peux pas le faire et j’ai dû apprendre à dire non sans chercher trop d’excuses. D’ailleurs, je ne m’excuse pas pour cela : c’est mon choix, mon temps. Et je suis trop âgée pour l’offrir à des gens qui me disent à peine merci.

Bien sûr que je me sens coupable de ne pas aider davantage les femmes ! J’aimerais que l’on soit une « famille », qu’on se soutienne. Mais je vis dans une société individualiste. Chacune pour soi. Même les femmes. Je le suis devenue moi aussi, pour les raisons que je viens de vous expliquer. Moi aussi, j’en ai marre de travailler gratuitement ou, tout au plus, sous-payée.

Je sais: placer les pièces du Tetris de la vie est difficile. Je l’ai vécu. En travaillant dans et à l’extérieur de la maison on court tout le temps, on se stresse même quand on a un copain flexible, disponible et féministe (oui, féministe, ce n’est pas antithétique au mot homme). Je comprends les femmes du plus profond de mon cœur. Mais je ne suis pas leur nounou. Si aujourd’hui j’ai le temps de prendre soin de ma famille, ce n’est pas car je suis une femme. Mon mari l’aurait fait volontiers à ma place si mon boulot avait été essentiel pour moi.

Or, à chaque règle il y a des exceptions. Je sais qu’il y a des femmes qui sont obligées de travailler pour joindre les deux bouts et je les aide plus souvent car je sais que, par rapport à elles, je suis une privilégiée. Pour toutes les autres, malheureusement, c’est simple : elles travaillent souvent à temps partiel pour ne pas sortir du marché du travail (génial, nous ne sommes que de la marchandise) ou pour leur propre indépendance économique, tout en gérant la maison et les enfants. J’ai arrêté de les aider car, à vrai dire, la seule chose que je faisais était d’aider leurs maris à avoir encore plus de temps libre, qu’ils utilisent pour faire progresser leur carrière ou pour leurs hobbys. Non, je n’aidais pas les femmes à prendre du temps pour elles-mêmes ! Je les aidais juste dans leur course folle à garder en équilibre famille et travail – et peut-être aussi leur mariage. Cela ne change en rien à l’attitude des hommes et leur offre également l’avantage d’avoir plus d’argent dans le ménage. Encore une fois, grâce au travail gratuit des autres femmes. Des grand-mères. Des épouses. Des femmes au foyer. Des retraitées. Des bénévoles. Je dis: non, merci, je ne veux pas de ça. Un proverbe africain dit: il faut un village pour élever un enfant. Je suis d’accord et regrette que là où j’habite, chacun/e pense pour soi. Mais je ne peux pas jouer le village en entier. Nous, les femmes, nous devrions nous soutenir, et non pas profiter l’une de l’autre. Nous devons former un cercle solidaire entre femmes. Et pendant que nous nous s’entraidons, il nous faut défendre précieusement notre temps, pour nous développer et pour créer. Notre société tient debout grâce à notre travail gratuit. Il serait temps de commencer à le rémunérer à sa juste valeur.

Women’s unpaid work

Please bear with me. This post will be longer than usual because, in order to introduce today’s topic, I need to tell you about my life. If you do not have time, jump directly to the last paragraph. Be aware, though, that you will be missing some important insights.

When I settled down in the little French village I am living in, I had just changed my entire life. It was back in 2013 and I had left a well-paid job, which, however, did not allow me to take care of my family and to do the things I held as important to me, such as writing, my projects, my personal self-development and education. My son Romeo was one, my daughter Vittoria six. I was a 90% stay-at-home mum and housewife, a full-time demanding job I wish to call with the fair title of family manager, so that people finally understand that it is a real job. During the day, I had just a couple of hours to dedicate to myself: when he was sleeping and she was in school. I used it to work on a novel and started this blog.

The thing is, I wanted a change life at yet another level, creating a cooperation among women so that each one of us could benefit of some more free time to shape our future. I believed in women and in their abilities to build a community. I soon got involved in school activities, where I got to know other mums. My daughter was a sociable girl and often used to ask for a playmate. Therefore, I began inviting her classmates at home, after school or at lunchtime. I thought it was a good thing to do, even if that meant more work and responsibilities for me. To my mind, helping each other out was a win-win situation. After three years, though, I was not feeling happy with the situation. I did not know why, so I simply sat down and thought: how could a good thing make me unsatisfied? I finally understood why I was feeling uneasy: I had the impression that my house was always full of children, yet my daughter was not going to anyone else’s place. I needed to know if I was right, so I took a calendar and wrote down for five consecutive weeks each “invitation” I made (the inverted commas word also includes the times I was asked to invite, as a favour) and the invitations (no inverted commas this time, because I never ask) my daughter had received. After five weeks, I did my maths and realised that I was feeling uneasy for grounded reasons: the actual numbers were eleven times to three. This meant that, approximatively, I was “giving” four times more than what I was “getting” in return.

Big deception! Suddenly, I realised that during three years I had played nanny for free! My “employers” were mainly working mothers. I understand it is difficult for them, but that did not make my feel better. I decided to slow down. I explained it to my daughter and she understood, even though that meant that she would have to play with me, and her little brother. Not the funniest thing ever.

The principle of reciprocal exchange studied by Bronislaw Malinowski in 1970’s Trobriand perfectly shows a fundamental principle: each gift was in fact nothing but an exchange meant to be reciprocal and balanced in the long term, from which each counterpart would equally benefit. In Crime and Custom in Savage Societies the anthropologist summarised the practice as follows: the reason why everyone respects the principle is that, if not, (s)he would be excluded from the society. When money replaced bargain, it replaced the moral obligation to reciprocate too, so that nowadays each so-called favour is not considered as an exchange anymore. Yet the principle is still valid and both parts need to feel even in the long term. This means that I do not need people to give me something in return each single time, and it is true that would I feel uneasy asking for a counterpart. But I had to react and now, after the second favour I do, I just wait the other’s move. It is not satisfying and I feel sorry for my children too, but I have to protect myself. Here are a couple of recent examples: “Could you take my daughter for lunch on Thursdays?” or “Since after our sons’ activity you need to drive your son to music class not far away from my home, would you mind sparing me the return trip?” Well, I wouldn’t… but… does it ever happen that someone asks me: “How can I help you?” or: “Can I do something in return?” The answer is simple: it never happens. Never. Therefore, now here is my new rule: if you exceptionally need a favour, no problem. If it is a regular activity, please propose something in return. I do not want to be paid because it is not a job for me and, if it were, I would appreciate to get a normal wage (not the usual low one women are used to).

What annoys me most is the impression that women ask me, because they think I have nothing to do. Let me be clear then: I do have a lot to do. My ten-years-ago choice to work and write from home cost me: I could no longer claim to be an economically independent woman. As a feminist, it was a difficult step. The fact that they still earn money entitles them to believe that they are modern women, when they actually are less emancipated than I am (and I’ll soon demonstrate it in one of my next posts). The thing is that now, when I say no, I cannot hide behind my employer’s demands: it is my choice to refuse. I have no excuses and I do not excuse myself: I am too old to offer my time to people who barely thank me.

Of course I feel guilty for not helping women more than I do! I would like to be a big family. But the society I live in is highly individualistic. And so are women. I became an individualist too. I am simply tired to work for free.

I know it is difficult to work and be a family manager at the same time. It is difficult even when a woman has a feminist partner (believe me, these are not antithetic words). I understand women deeply. But I am not their baby-sitter. I also recognise the fact that some women must work to make ends meet and I help them out more often. I know I am privileged. As for the others, rules are simple. Even if they often work part-time in order to stay in the job market (nice word… we are all products now) or to be independent, childcare is still their job. I stopped helping them because the only thing I was doing was helping their husbands to have free time, which they use to enhance their career or to do the things they like. I was not helping women to have free time. I just helped them in the crazy struggle to manage family and job – and maybe their marriage too. My help was not doing women any good in the long term: thanks to women’s (grand-mothers, wives, daughters, volunteers…) unpaid work – and to my own unpaid work in this case – men would not feel the need to change their habits and worse, they would benefit from a higher family income! Therefore I say: no, thank you. I agree with the African proverb “it takes a village to raise a child” and I regret that it does not work where I live. But I can’t play the role of the village. We, women, must help each other, not take advantage of other women. We must form a solidary circle of women who mutually help each other. And whilst we help another woman and she helps us in return, we must learn to defend our free time, instead of offering it to men. All around the world, societies thrive thanks to women’ unpaid work. It is high time we started recognising its worth and paying the right wage for it.