Negritudine è sostantivo femminile / Négriture est un substantif féminin / Exploitation is a feminine word

“…aveva bisogno di manodopera a basso prezzo…” (Punti e Interrogativi, ATE 2016)

 

È noto il ruolo delle first ladies, delle mogli di CEO, della schiera di donne che sono state “dietro” i grandi uomini e oscurate da essi. Ne trovo ulteriore conferma dopo la lettura della biografia* di Emma Jung, moglie e collaboratrice del più famoso Carl Gustav: donna probabilmente altrettanto dotata, delimitata dal suo ruolo nella famiglia eppure anch’essa psicanalista, studiosa, e saggista. A lei il famoso marito ha dovuto parecchio, ma come tante altre donne “mogli, figlie o sorelle di…”, è stata dimenticata dalla Storia – o perlomeno parecchio oscurata dall’astro principale della galassia famigliare. Un nome tra tanti quello di Esther Kreitman Singer, sorella di Isaac.

Che sia in buona compagnia me lo conferma un trafiletto firmato Paolo di Stefano, che mi fa scoprire nuove negritudini femminili. Come la “negritudine letteraria”, un “malcostume diffuso nell’ambiente” italiano. Di cosa si tratta? Studiose, professoresse o traduttrici, diverse sono le donne che hanno lavorato gratuitamente, nell’ombra e senza ringraziamenti per poeti e scrittori molto famosi. I Nobel Montale e Quasimodo sono citati in primis (ma non sono certo gli unici!) per aver sfruttato i talenti di Lucia Morpurgo-Rodocanachi e Caterina Vassalini. Due nomi che, per non fare lo stesso errore, vorrei citare anche se non vi diranno niente.

Non potendo più dare loro lustro se non citando un’identità ormai sepolta, in questa giornata della donna ricordiamo su Voci dal silenzio l’immenso lavoro gratuito eseguito dalle donne di ogni ceto sociale durante i secoli. Partiamo senza indugi dal noto lavoro domestico e di cura dei figli, mai remunerato direttamente, ma che lasciava il tempo e l’energia ai mariti per costruire una carriera professionale. E aggiungiamo il lavoro intellettuale delle donne citate e di molte altre, che operarono anche in ambiti esterni a quello domestico – ma pur sempre limitate da mura.

La schiavitù è stata ufficialmente abolita. Ma lo sfruttamento è fenomeno attuale. Ognuna/o di noi ne avrà certamente incontrato qualche tipo di forma.

 

*(Amore e sacrificio di Imelda Gaudissart, Dadò ed.)

 

Négritude est un nom féminin

Le rôle des first ladies, des femmes de PDG ou de toute une série de femmes qui ont été « derrière » les grands hommes de l’histoire, est bien connu. J’en suis d’autant plus convaincue en terminant la lecture de la biographie d’Emma Jung*, épouse et collaboratrice du fameux Carl Gustav, dont le travail de chercheuse, psychanalyste et d’écrivain est passé pratiquement inaperçu. Comme beaucoup d’autres, elle n’a été que « épouse de, sœur de ou fille de… » et son étoile a été obscurcie par l’astre le plus lumineux de la galaxie familiale.

Elle n’est pas la seule. Un bref article me fait découvrir une pratique immorale répandue dans le panorama littéraire italien – et probablement ailleurs – que l’auteur appelle la « négritude littéraire ». De quoi s’agit-il ? De chercheuses, professeures, traductrices qui ont travaillé gratuitement, dans l’ombre et sans remerciements pour poètes ou écrivains connus. Parmi eux, les Nobel Montale et Quasimodo. Mais ils ne sont pas les seuls à avoir exploité les talents de femmes comme Lucia Morpurgo-Rodocanachi et Caterina Vassalini. Je tiens à citer leurs noms car elle sont déjà dû subir le silence qui a entouré leur travail. Que vous ne les connaissiez pas, ça ne me surprend pas. Connaissez-vous celle qui ont fait de même pour des écrivains de langue française?

Ne pouvant pas leur rendre justice autrement qu’en citant une identité désormais ensevelie, à l’occasion de cette journée de la femme je voudrais rappeler l’immense travail gratuit accompli par les femmes des différentes classes sociales pendant les siècles. Je pense premièrement l’énorme travail domestique et de soin aux enfants, jamais rémunérer directement, qui permettait aux maris d’être libres de construire leur carrière professionnelle. A ceci, nous pouvons ajouter également le travail intellectuel ou social des femmes actives dans d’autres domaines, mais néanmoins contraintes à rester dans une enceinte symbolique.

L’esclavage a été officiellement aboli. Mais l’exploitation est un phénomène très actuel. Chacun/e d’entre nous en connait certainement une forme moderne.

*Imelda Gaudissart, Emma Jung analyste et écrivain

 

Exploitation is a feminine word

I have just finished reading Emma Jung’s biography. She was wife and assistant to the famous Carl Gustav, whose brilliance has totally obscured her, although she was herself a psychanalyst, a writer and a researcher. The role of first ladies, CEO’s wives or that of women forgotten by History because they “stayed behind” famous men, is well-known. One name among others: Esther Kreitman Singer, Isaac’s sister. However, we could find many of them.

I mention a writer because I stumbled into an article describing the immoral art of exploiting women’s talents in the literary word. Its author calls this “negro work in literature”. What are we talking about? Intellectual women, teachers, translators, many women worked for free, in the shadow of great writers. Nobody ever thanked them. Two of them were Lucia Morpurgo-Rodocanachi and Caterina Vassalini, whose unknown names I would like to mention just to do them justice.

We cannot do anything for them now. Nevertheless, it is the 8th March today. And I would like to remember the huge unpaid, hidden work of women throughout centuries and social classes, starting with domestic and child-care work which allowed husbands to enhance their professional life. To this, we can add the intellectual and social work of many women, whose influence spread beyond the domestic sphere. And clashed against a different kind of wall.

Slavery has been officially abolished a long time ago. However, exploitation is still a modern phenomenon. Any one of us has certainly encountered it in some ways.

Annunci

Guardarsi dentro, mostrarsi fuori – Regarder dedans et le montrer au dehors – Look inside and show it outside

“Si rigira in bocca la parola, direttore, direttor Gelsi, l’abracadabra che lo trasforma in principe dalle 8 alle 18. Poi torna ad essere quello che è…” (Manuela Bonfanti, Punti interrogativi, p. 42, ATE editore, 2016)

 

Quasi una recensione di L’interiorità maschile di Duccio Demetrio, Raffaello Cortina editore, 2010

Atelier di scrittura autobiografica. Un fine pomeriggio d’inverno, la penombra che già avanza. Chini sulle sollecitazioni di scrittura, nove donne e un uomo. Niente di sorprendente. Ve lo confermerebbe anche il professor Demetrio, co-fondatore della Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari, che in questi anni ha visto molte donne seguire il percorso in scrittura di sé. E pochi uomini. Filosofo, esperto in filosofia dell’educazione, in questo saggio ci parla della difficoltà maschile ad ascoltare la propria voce interiore e a esteriorizzarla. Un processo bidirezionale, necessario almeno nella sua prima parte e che, in fondo, un po’ fa paura. “Fin da piccoli ci hanno spiegato che dovevamo avere coraggio in tutto e poi, giunti all’appuntamento più impervio, perché” –  si chiede– “ci dimostriamo più pavidi che mai […]?

Una bella domanda. Forse perché, a suo parere, il timore degli uomini è che “se si svestissero delle loro corazze, potrebbero scoprirsi vuoti: con ben poco da dire, balbuzienti…”. “Troppa – continua – è la loro paura dell’interiorità” perché “gli hanno insegnato che un uomo non deve lasciarsi andare a tentazioni intimistiche. Ne andrebbe della propria credibilità, metterebbe allo scoperto i propri segreti”.

Io capisco la paura, ma in tutta franchezza non credo che il maschio sia così vuoto. Piuttosto, è l’immagine di vincente che la società gli dipinge addosso come necessità, a privarlo del tempo e del coraggio di guardarsi dentro. Perché da sempre, il suo esistere coincide con il fare. La paura è quella di trovarsi accantonati, inutili. La donna crea la vita, la accudisce. Il maschio provvede. “Tragico è dunque il destino dell’uomo che non ha corpi veri cui dar vita dall’interno di sé, ma soltanto azioni, frutti del lavoro e dell’intelletto. […] Il suo essere padre è accessorio”. Ma in questo testo, la tematica della paternità viene soltanto sfiorata – perciò la riprenderemo.

L’interesse del saggio è che ci indirizza verso una tematica spesso sottovalutata e molte volte persino sconosciuta: quella dell’interiorità maschile. L’approccio filosofico vanta i meriti della solitudine che, in quanto uomini, non sempre è apprezzata al suo giusto valore. Occorre riscoprirla, avere il coraggio di restare fuori dal branco, di essere un lupo solitario. Perché l’impotenza comunicativa del maschio può facilmente diventare una prigione.

L’apologia è quindi per un lavoro interiore che gli uomini non dovrebbero esimersi dal fare, poiché ricco di scoperte e di crescita. Crescere è infatti necessario, perché da bambino è necessario e naturale diventare uomo (o donna). E come lo si diventa, per l’autore è lampante: “I maschi, per diventare uomini, per accedere alla vita interiore, hanno bisogno di sentirsi confusi e smarriti. La sicurezza non si addice a chi si accinga, come nel racconto di Apuleio, a mutarsi da asino in essere umano.”

E se per molti ancora,  “svestirsi delle certezze è l’iniziazione che più evitano…”, per alcuni (sempre di più in realtà), il tempo delle incertezze è iniziato e coincide con quello della crescita. C’è di che rallegrarsene.

 

Regarder dedans et le montrer au dehors

Atelier d’écriture autobiographique. Une après-midi d’hiver, la pénombre qui avance déjà. Absorbés par les propositions d’écriture, neuf femmes et un homme. Et cela n’a rien de surprenant. L’essai du philosophe italien Duccio Demetrio le confirme. Il nous parle de la difficulté des hommes à écouter leur propre voix intérieure et à l’extérioriser. Ils ont peur. Mais pourquoi donc? « Depuis tout petits ils nous ont expliqué qu’il fallait avoir du courage et ensuite, arrivés au rdv le plus difficile, nous nous montrons plus peureux que jamais ? »

Le philosophe a une explication bien à lui : se défaire de leur cuirasse de protection pourrait révéler leur vide . Ils pourraient découvrir qu’ils ont très peu à dire. On enseigne aux garçons qu’un homme ne doit pas se laisser aller et révéler ses secrets, il en va de sa crédibilité. En fait l’image de gagnant prive les hommes du temps et du courage nécessaire à regarder son intériorité. Car depuis toujours son existence est liée au faire. Il faut donc cultiver la solitude, trouver le courage de sortir de la meute et être un loup solitaire. Car l’incapacité communicative des hommes peut devenir une véritable prison.

Cet essai fait l’apologie du travail intérieur comme moyen privilégié de développement. Comment devient-on homme pour l’auteur ? C’est simple : afin d’accéder à leur vie intérieure, ils doivent accepter de se sentir perdus. Mais se défaire des certitudes est l’initiation qui leur fait le plus peur. Heureusement, le temps de l’incertitude a commencé.

 

Look inside and show it outside

It is a late winter afternoon. Nine women and one man are writing about their own lives during a writing workshop. The ratio between men and women is not surprising at all. An essay confirms it and talks about how difficult it is for men to listen to their inner voice and let it out. They are afraid, but why? “Since they are little, they are told that they need courage, yet when the hardest situation shows up – talking about themselves – they are scared to death” – says the author, a philosopher and a man of great insight.

He has his own explanation: taking off their armor could reveal their emptiness and the fact that they have actually little to say. I don’t agree. They are not empty, just afraid. Boys are taught not to reveal their secrets, in order to keep up a winner image. But this robs them off the time and of the courage to look inside. The drama is that their sheer existence is doing things. Yet, being unable to communicate feelings is a prison.

This essay encourages inner work as a means of self-development. The way to become real men is simple: they should let go of their certainties and accept to feel at loss. This is scary, indeed. Luckily, these uncertain but thriving times have finally arrived for men too. We have a reason to celebrate.

Peccato, professor Volpato!

“Gli piace questo ingegner Mascagni Beatrice” (Cinque minuti, in Punti e interrogativi, ATE editore, 2016)

(Quasi una) Recensione di Psicosociologia del maschilismo di C. Volpato, Laterza ed. 2013

Un volumetto denso e sempre attuale, che chiarisce i processi psicologici e sociali che sorreggono tuttora, in modo sottile o meno, il maschilismo. Viene spiegato in modo accessibile come è stata costruita la superiorità maschile e come è stato esercitato il controllo. L’ultima parte è strettamente legata al panorama italiano. Utile anche la bibliografia, da cui ho tratto spunti per riflettere sul maschile.

Mi ha però irritato trovare scritto in quarta di copertina, “Chiara Volpato è professore di psicologia sociale”, anziché il correlativo femminile. Una buccia di banana pericolosissima, della quale la professoressa è consapevole poiché a pag 129 scrive: “alcuni studi hanno provato che scrivere ‘Giovanna Grossi, professore di storia’ comunica più prestigio di ‘Giovanna Grossi, professoressa di storia’. Capisco bene il perché, ma la cosa mi delude. Perché fintanto che anche le donne istruite e influenti, con cariche già prestigiose, non hanno il coraggio di affermarsi al femminile, “professoressa” continuerà a valere meno di “professore”, “direttrice” meno di “direttore”, e così via.

Manifestamente, anche il professor Volpato aveva bisogno di sentirsi più prestigiosa.

Mi era già noto il processo per cui, quando una professione si femminilizza, il suo status si abbassa. Ne ho trovato conferma in questo saggio. Ricordo un giovane uomo dirmi: ho scelto questo settore perché ci sono solo donne, così farò carriera più facilmente. Ragionamento lucido e cinico. E sapevo che aveva ragione: per essere certi di vincere, niente di meglio di una gara senza concorrenti. A qualcuno piace così.

Quanto a noi donne “comuni”, abbiamo bisogno di compagne che ci mostrino la strada in modo concreto, donne che alle parole facciano seguire i fatti. E se questo è interessante in quanto esempio di come è ancora ancorata nelle mentalità la dominanza maschile, è deludente che stia in un libro che opera nel senso opposto. Quindi lo ribadisco: al di là della buona ricerca e divulgazione che offre questo saggio, aver ceduto alla lusinga del titolo al maschile è un’occasione mancata. Peccato, professor Volpato.

 

Non è un paese per vecchie / Non, ce n’est pas un pays pour la vieille femme / No country for old women

L’antirughe, l’anticellulite, la lozione rassodante, la tintura o il fondotinta sono serviti solo ad attenuare gli implacabili segni del tempo, ma quegli artifici mi hanno tradita, mi hanno illusa che quell’orologio sia fermo solo da pochi minuti, mentre invece sono passati quindici anni.” (La dama dei pacchetti, in Punti e interrogativi, Antonio Tombolini Editore, 2016)

 

Sono arrivata nell’età di mezzo, decisamente. Se avessi voluto fingere che sia altrimenti, fino a due anni fa avrei potuto: non avevo che pochissimi capelli bianchi, invisibili nell’enorme massa. Ora però, sempre più fili d’argento hanno iniziato a intrecciarsi in modo evidente. Dovrei agire e coprire questa vergogna con una tintura.

Ma chi crederei di imbrogliare? Forse solo me stessa. Come tutti, sto invecchiando. È ora di accettarlo.

Purtroppo, la nostra società non vuole vedere le vecchie. Sono le grandi assenti dai media. Anche i vecchi, per inciso, solo che paradossalmente ci hanno convinto che un uomo è vecchio dopo i 60 anni (70 se compensa il portamonete, il potere o la notorietà) mentre una donna lo è già dopo i 40. Quindi non c’è ombra di dubbio: sono fuori gioco. Sull’uomo i capelli bianchi sono accettati e anzi, per alcune donne li rendono persino “affascinanti”. Chissà come sono riusciti, laddove noi donne abbiamo miseramente fallito? Perché è evidente: i nostri capelli grigi non ci piacciono, non li accettiamo. Le pressioni sociali si accumulano e alcune donne ne sono persino ignare. Credono che sia una semplice questione di gusti personali: “A me i capelli bianchi non piacciono, se mi piacessero non me li tingerei”, mi diceva una conoscente come se stessimo parlando di rosa e mughetto. “A te stanno bene”, mi dicono le amiche. Certo, stanno sempre bene alle altre. E una psicologa a un’amica che non si tinge: “Certo che hai un bel coraggio…”

Ma perché dovrebbe essere una questione di coraggio?

Perché questo non è un paese per vecchie.

Dopo attenta riflessione, sono sempre più convinta che non ci si tinge i capelli per una pura questione estetica: vedo un sacco di donne che trovo bellissime con la chioma d’argento. Affascinanti e distinte. Donne che, proprio come i corrispettivi maschili, irradiano saggezza e esperienza. Loro. Io mi guardo allo specchio con meno indulgenza: ammetto che non mi stanno male e che mi ci sto abituando, ma sulle altre stanno meglio, sono più… naturali. E non è perché sono ancora troppo giovane per averli. È piuttosto perché mi ricordano che sto invecchiando. Ebbene sì, possiamo raccontarcela quanto vogliamo, ma non c’è un’altra vera ragione. Un banalissimo colore innesca un processo intimo: temiamo di non suscitare più il desiderio, di non essere più abbastanza giovani da procreare (il nostro ruolo primario e per molto tempo unico, tanto che perderlo ci sconvolge ancora oggi), di essere fuori gioco, ridondanti, inutili. E soprattutto, molto meno consciamente, ci ricordano che siamo mortali.

La buona notizia è che tutte queste paure sono condensate in un simbolo molto semplice da occultare! Allora perché non farlo, perché non spingere più in là il momento fatidico in cui saremo vecchie? Basta un gesto tanto semplice quanto schiavizzante: tingerli. Il colore dei capelli è l’unica cosa che possiamo controllare facilmente. Più delle rughe, onerose da cancellare; più del peso, faticoso da perdere; più della mancanza di tono muscolare; più della inevitabile flaccidità della pelle.

Da tempo rifletto alle numerose catene delle donne. E sento che non basta avere capito che questa è una. Occorre tanto coraggio, per non piegarsi a una ennesima dittatura. Io voglio provarci. Per la mia libertà, per quella di mia figlia e delle altre donne, per potere in futuro considerarlo un processo naturale, io ho preso la mia decisione. Non me ne voglia la mia parrucchiera.

 

Non, ce n’est pas un pays pour la vieille femme

Décidément, je suis une femme d’âge moyen. J’aurais pu faire semblant que non jusqu’à il y a deux ans, car je n’avais que très très peu de cheveux blancs, bien caché parmi les nombreux autres. Mais maintenant, quelques fils d’argent se dessinent enfin très clairement. Il me faudrait faire quelque chose. Et vite. Cacher la honte avec une teinture.

Mais qui pourrais-je tromper ? Moi-même, peut-être. Je suis en train de vieillir. Il est temps de l’accepter.

Malheureusement, notre société n’aime pas les vieilles. Elles sont absentes des médias. Les vieux également, il faut le dire, sauf qu’on a réussi à nous convaincre qu’un homme est vieux après 60 ans (70 selon son portemonnaie, son pouvoir ou sa notoriété) alors qu’une femme est vieille déjà après les 40. Ce qui signifie que je suis k.o. Les cheveux blancs des hommes sont acceptés. Certaines femmes les trouvent même « fascinants ». Comment ont-ils réussi, là où nous, les femmes, avons échoué ? Oui, échoué, car nos cheveux blancs ne nous plaisent pas, nous ne les acceptons pas. Les pressions sociales se cumulent et certaines femmes n’en en sont même pas conscientes. Elles croient qu’il s’agit d’une simple question de goût personnel. « Je ne les aime pas, si je les aimais je ne les teinterais pas », affirmait une connaissance come si nous étions en train de parler de rose et de muguet. « Ils te vont bien, à toi », me disent mes copines. Bien sûr, ils ne vont bien qu’aux autres. Et une psy à une copine qui ne les teint pas: “Certes tu as du courage… »

Pourquoi courage ? Car celui-ci n’est pas un pays pour la vieille femme.

Après mûre réflexion, je suis convaincue qu’on ne va pas teindre les cheveux pour une simple question esthétique : je vois beaucoup de femmes que je trouve très belles avec une chevelure d’argent. Elles sont fascinantes, elles dégagent sagesse et expérience. Elles. Pour ma part, je me regarde dans le miroir : ce n’est pas mal, je suis en train de m’y faire, mais les cheveux blancs ont plus de naturel… sur les autres. Mais ce n’est pas car je suis encore trop jeune. Il vaudrait mieux que j’avoue qu’ils me rappellent que je vieillis. Et ben oui, il faut arrêter de se raconter des histoires : il n’y a pas d’autres raisons. Une simple couleur déclenche un procès très intime : nous craignons de ne plus être désirables, de ne plus pouvoir procréer (notre rôle primaire et pendant de nombreux siècles unique, tant que le perdre nous bouleverse encore aujourd’hui) et surtout, inconsciemment, notre mortalité nous apparaît soudainement trop proche, presque palpable. La bonne nouvelle est que toutes ces peurs sont regroupées dans un symbole facile à cacher. Et alors pourquoi ne pas le faire, pourquoi ne pas repousser le moment où nous serons vieilles ? Il suffit d’un geste simple et qui, pourtant, nous rend des esclaves : les teindre. La couleur des cheveux est la seule chose que nous pouvons contrôler facilement. Plus facilement des rides, chères à effacer, plus du poids, dont on peine à se défaire, plus du tonus des muscles ou de l’inévitable peau tombante.

Je réfléchis depuis longtemps aux chaines qui esclavagent les femmes. Il faut du courage, pour ne pas se soumettre à cette énième dictature. J’ai envie d’essayer. Car je veux être libre. Et que grâce à cela, ma fille et les autres femmes le soient aussi.

 

 

No country for old women

I am a middle-aged woman, for sure. I could try to hide it until a couple of years ago, as I had a few grey hair only, well hidden in the mass. However, now some silver threads have begun to show. I should act decisively now and hide this shame.

Yet, who would be taken in, if I dyed my hair? No one except for me, probably. As everyone, I am growing old. Time to accept it.

Unfortunately, our society does not want to see old women. They are absent from the media. Old men too, to be honest. Nevertheless, paradoxically we are convinced that a man is old after 60 (70 if fame, wallet or power compensate for) whereas a woman is old after 40 already. So I’m definitively out. Grey hair is accepted on men and some women even find them “fascinating”. How comes that they succeeded where we, women, so obviously failed? It is a truth that women do not like their grey hair. They do not accept it. Social pressures cumulate and some women are unaware of them. They believe it is a question of taste. “I don’t like white hair, otherwise I wouldn’t dye it” – once a woman told me, as if we were talking about preferring a rose to another flower. “They look nice on you” – say my girlfriends. Of course, they always look nice… on someone else. And a psychologist to a friend who doesn’t dye it: “I must admit you’re courageous.”

But why courage, above all things? Because this is no country for old women.

I thought about this thoroughly and I am the more and more convinced that women do not dye their hair to look more beautiful. I say this because, when I look around, I see plenty of beautiful women with silver hair. They look experienced and knowledgeable. They really do. As far as I am concerned, when I look at myself in the mirror I think “well, it’s ok, I’m getting used to having grey hair, but it looks more natural on other women”. This is not because I am still too young to have grey hair. It is rather because it reminds me that I am growing old. We could certainly find any other plausible excuse, yet the truth is this: grey is a colour which, associated to hair, triggers an intimate process. We are afraid of not being desirable anymore, or young enough to have children (our primary and for ages sole role, so powerful that losing it appears awful). Alternatively, mortality appears unconsciously closer and smacking visible. The good news is that we can erase the sum of all these fears with a simple move: dye our hair. Colour is simple to control. More than wrinkles, which are expensive to erase; more than weight, extremely difficult to lose, more than flask skin.

I have been musing over women’s chains for a long time. I feel it is not enough to realise that dyeing one’s hair is one. It takes courage not to yield to this new dictator. I want to try. For my freedom. For that of my daughter and of other women who, following my steps, one day will realise it is a perfectly natural thing in life. Hope my hairdresser won’t be angry at me.

Agire oggi contro le violenze domestiche / Agissons aujourd’hui contre les violences domestiques / Against domestic violence

“Che dici, Mariella? [..] Che dovevo fuggire, prima che fosse tardi? Ma come facevo, dimmelo tu!” (Cuore senza occhi, in Punti e interrogativi, Antonio Tombolini Editore, 2016)

La vicenda di Jacqueline Sauvage ha fatto storia, in Francia. La donna era stata condannata a 10 anni di prigione per aver ucciso, l’indomani del suicidio del figlio, il marito che la seviziava da 47 anni. L’uomo aveva picchiato e violentato anche le figlie, che testimoniarono in favore della madre. Si era nel 2012. Il 28 dicembre 2016, tenuto conto delle circostanze e dell’età della detenuta, il presidente della Repubblica Francese ha concesso la grazia totale all’allora sessantanovenne, che è tornata a casa dopo 4 anni di prigionia.

Il ruolo più importante in questa straordinaria vicenda giudiziaria e umana è stato giocato dall’opinione pubblica, che si è massicciamente mobilitata per la liberazione della condannata: una protesta tutt’altro che silenziosa nei confronti di una decisione giudiziaria che non ha tenuto in sufficiente considerazione le circostanze attenuanti in questo fatto di sangue dal carattere eccezionale. Eccezionale per come si è risolto, perché in generale è la vittima a morire. Il silenzio della donna durante il suo calvario durato quasi mezzo secolo, non ha per contro nulla di straordinario. È stato per troppo tempo appannaggio femminile e in questo caso è sfociato in un grido forte e coeso: da un lato, l’atto estremo di una donna che “voleva solo che tutto ciò finisse”, dall’altro la protesta e la mobilizzazione di molte altre persone (no, non solo donne!) profondamente toccate da una tematica più che mai attuale e scottante.

Oggi questa vicenda, che seguo da due anni, torna di attualità con una portata ben più ampia di una drammatica storia personale. Il tema è la violenza coniugale. E a questo punto, anche noi possiamo aiutare a cambiare le cose. Come? Possiamo partecipare domani, 6 ottobre, alla mobilitazione davanti al Palais de Justice a Parigi. O almeno firmare subito con un click la petizione lanciata dall’attrice che ha interpretato il ruolo principale nel film prodotto dal colosso TF1 o lanciarne una nel nostro paese.

Per prevenire le violenze coniugali. Per mettere in atto un sostegno adeguato per le vittime. E perché le donne uccise dal loro coniuge non muoiano più nell’indifferenza.

Un uomo – uno solo – ucciso perché una donna si è ribellata, ha sollevato un polverone. Ma che ne è delle tantissime donne ammazzate senza pietà dai loro compagni? Un articolo, forse un secondo che annuncia che il colpevole è stato condannato, e i riflettori si spengono. I nomi, i volti, le vite di quelle donne scompaiono nel buio, dimenticate dai media che vanno ad occuparsi del prossimo caso e dall’opinione pubblica che si scandalizza ma si sente impotente. Questo non deve più succedere. Anche noi – parenti, vicini, amici – abbiamo il dovere di denunciare i sospetti e sostenere le vittime prima che succeda il peggio. Noi che non siamo in una situazione di fragilità, possiamo e dobbiamo agire.

Il perché Jacqueline Sauvage non abbia divorziato, sporto denuncia, o non sia fuggita, o perché le figlie e il figlio, ormai adulti, non siano riusciti a contenere la violenza del padre o a denunciarlo, è complicato da spiegare da un punto di vista razionale. Le dinamiche di sottomissione e di riduzione al silenzio sono sottili e spesso iniziano nell’infanzia. Chi è cresciuto in un regime di terrore e di violenza fin da bambino si sente impotente, impaurito, piccolo anche quando è grande. Le conseguenze sono gravi. Una bambina che vede il padre picchiare la madre può pensare che l’amore è questo, che è normale così. E allo stesso modo il bambino, reso ancor più fragile perché deve gestire il conflitto tra l’immagine parentale di riferimento e l’amore per la madre. Il messaggio che le violenze coniugali veicolano è ansiogeno e confusionale per i bambini. Mentre diviene chiaro in età adulta: si tratta di terrore, di silenzio, di vergogna, di umiliazione, di disperazione, di modelli famigliari malsani tramandati di generazione in generazione. Il racconto Cuore senza occhi del mio ultimo libro, Punti e interrogativi, ha il merito di portarle alla luce e tentare di chiarirle, e il demerito di essere solo un contributo sporadico e disgiunto da un’azione comune. Ora questa azione esiste, sosteniamola. Insieme possiamo far muovere le cose. Non solo le donne, è importante che anche gli uomini partecipino, per distanziarsi da chi commette violenze e affermare una mascolinità giusta e sana.

La legge è chiara: Jacqueline Sauvage non doveva farsi giustizia in quel modo. E l’ha punita. Ma lei è diventata un’icona. Perché di fronte a una società che non difende le donne dalla violenza dei loro uomini, sia il suo atto che il suo rilascio servono da lugubre monito: ascoltate, uomini violenti, ascoltate. E non solo voi. Per evitare altri atti estremi come questo, per assicurare alle donne la necessaria protezione, anche i governi e la società devono ascoltare. E agire. Perché i dati statistici inerenti i casi di omicidi domestici sono allucinanti: in Francia, una donna ogni tre giorni viene uccisa dall’uomo che dice di amarla. E di più in Italia. Si tratta di un flagello dalle proporzioni esorbitanti.

Ma… un momento. Ho detto “dati”? Ho detto “casi”? Scusatemi tanto, mi sono sbagliata. Ma è così che vengono trattati. La parola giusta è DONNE, signore e signori. Stiamo parlando di ESSERI UMANI. Di VITE. Di PERSONE con un volto, un nome, una famiglia e degli amici. E ognuna di esse conta.

 

Contre les violences conjugales: agir maintenant et demain

L’histoire de Jacqueline Sauvage a été un tournant et la femme, désormais une icône. Condamnée à 10 ans de prison pour avoir tué le mari qui la battait depuis 47 ans, elle avait reçu la grâce présidentielle fin 2016.

L’opinion publique a joué un rôle capital dans son histoire, car les gens se sont mobilisés en masse pour sa libération. La protestation contre une décision judiciaire qui n’avait pas tenu en compte les atténuantes de ce fait de sang extraordinaire, n’a pas été silencieuse et a prouvé que, ensemble, on peut faire changer les choses. Il s’agit en effet d’un fait extraordinaire pour son issue, car c’est généralement c’est la victime qui décède. En revanche, le demi-siècle de silence de cette femme pendant son calvaire n’a rien d’extraordinaire. Les femmes se sont tues pendant longtemps et voilà que le silence a été enfin rompu par un cri uni et fort. D’un côté il y a l’acte extrême d’une femme qui voulait « juste que ça s’arrête», de l’autre la protestation et la mobilisation d’autres personnes profondément touchées par une thématique d’actualité.

Maintenant, à la suite du film de TF1, ce fait personnel devient enfin le prétexte pour un débat plus ample, celui des violences conjugales. Et nous pouvons également aider à changer les choses en participant au rassemblement demain au Palais de justice à Paris où signer au plus vite la pétition lancée par Muriel Robin qui a interprété Mme Sauvage dans le film.

https://www.change.org/p/sauvons-celles-qui-sont-encore-vivantes

Tout cela pour aider à prévenir les violences conjugales. Pour mettre en œuvre un soutien adapté pour les victimes. Et pour que les femmes tuées par leur conjoint ne meurent pas en vain et dans l’indifférence.

Un seul homme tué car une femme a réagi, et voilà qu’en en parle. Les médias s’en occupent, on tourne un film. Bravo. Mais qu’en est-on des nombreuses, très nombreuses femmes tuées ? Elles n’ont droit qu’à un article (qui ne fera même pas la une), tout au plus à un deuxième si le coupable est puni, et ensuite les réflecteurs s’éteignent. Les noms, les visages, les vies de toutes ces femmes disparaissent à jamais, oubliées par les médias qui se ruent sur le prochain cas, et de l’opinion publique horrifiée mais impuissante. Il ne faut pas que ceci arrive à nouveau. Nous aussi – famille, voisins, amis – avons le devoir de dénoncer les suspects et soutenir les victimes AVANT que le pire arrive. Nous pouvons leur offrir notre force.

Il faut arrêter les violences conjugales, pour toutes celles qui sont encore vivantes mais en péril.

Pourquoi Mme Sauvage n’a pas divorcé, dénoncé, ou ne s’est pas échappée, pourquoi ses enfants désormais adultes n’ont pas réussi à contenir et dénoncer la violence paternelle, est compliqué à saisir d’un point de vue rationnel. Il ne faut pas oublier que les dynamiques de soumission et de réduction au silence sont subtiles et commencent souvent depuis la plus tendre enfance, là où nous sommes le plus vulnérables. Les personnes ayant grandi dans un régime de terreur et de violence se sentent impuissantes, apeurées, petites même lorsqu’elles sont devenues adultes. Le message donné par les violences conjugales est anxiogène et troublant : le garçon ayant vu son père battre sa mère, est soumis à une pression énorme car il doit gérer le conflit entre l’image parentale de référence et l’amour qu’il porte à sa mère ; de même, une petite fille peut penser que c’est tout à fait « normal », ce sera ça l’amour pour elle. Elle justifiera et supportera. En réalité il s’agit de terreur, de silence, honte, humiliation, désespoir, de modèles familiaux malades qui empêchent d’en parler et d’agir. J’ai décrit ceci dans l’une de mes nouvelles. J’ai fait ce que j’ai pu, mais toute seule il est difficile d’agir et nous avons là une excellente opportunité pour unir nos forces. Les hommes doivent également se mobiliser pour montrer qu’autrement, c’est possible.

Que Mme Sauvage ait fait justice par soi-même est regrettable. Il ne fallait pas qu’elle arrive à bout et qu’elle tue. Il lui fallait de l’aide. Mais si elle en est arrivée là, il faut aussi s’interroger : quelles aides notre société lui a-t-elle donné, quelles lois et quels interlocuteurs avait-elle à disposition pour que « tout cela s’arrête » d’une autre façon ? Manifestement, rien n’a suffi car aucun membre de la famille n’a pu faire grande chose. Alors il faut faire plus à un autre niveau. Une société qui n’y arrive pas est toute aussi fautive que n’importe qui ait commis un crime. Entretemps, cet homicide et la grâce reçue demeurent une lugubre mise en garde : écoutez, hommes violents, écoutez. Voilà ce qui pourrait se passer. Afin d’éviter que cela se reproduise, afin d’assurer aux femmes une protection efficace, les gouvernements et la société doivent écouter et se mobiliser. Car les données statistiques sont claires: une femme tous les trois jours meurt en France sous les coups de celui qui prétend l’aimer. Et les cas sont même plus nombreux en Italie.

Mais… attendez. Ai-je écrit « données » ? Ai-je écrit « cas » ? Excusez-moi, j’ai dû me tromper. La faute au langage commun qui, face à ce fléau, n’as pas d’autre mot que regrettables « cas » regroupés dans des froides «données statistiques». Elles sont nombreuses à périr des coups de leur compagnon, mais ce n’est pas de simples « cas ». Le juste mot est FEMMES, Mesdames et Messieurs. Il s’agit d’ÊTRES HUMAINS, de VIES, de PERSONNES avec un visage, un nom, une famille, des amis. Et elles comptent toutes.

 

Against domestic violence

Jacqueline Sauvage is a French woman who killed her husband after suffering from 47 years of constant domestic violence. He also raped two of their three daughters. She was convicted to a 10 years’ imprisonment in 2012 but was finally pardoned by the French President in 2016 and set immediately free.

Indeed, public opinion played the most important role in this extraordinary story. People did not agree with turning the perpetrator of such massive violence into a victim and vice versa turning the victim into a “normal” killer. They organised several mobilizations and let the voice of the people be heard. They claimed that the jury did not take into sufficient account the mitigating circumstances of this homicide, which Sauvage’s barristers presented as self-defence. Of course all victims are in danger. Yet her story is quite exceptional for how it ended – it is generally the victim of violence, who succumbs. On the contrary, it is nothing exceptional that this woman’s silence lasted for almost a half-century. That is was women were supposed to do and she did it, as long as she could. Then there was a shout. On the one hand, the extreme action of a woman who “only wanted all this to end”; on the other hand, the protest and mobilization of many other people, deeply touched by a burning matter: that of domestic violence.

I have been following this story since a couple of years and now here we are: we have a chance to stand up for more than a personal drama and its consequences. We can do something against domestic violence, starting from giving France the means to protect victims by signing a petition  or start your own in your country. In order to prevent domestic violence and women killed by their partners to die unknown and immediately forgotten.

What happened in France shows that a man – one man only – killed because a woman rebelled against him, is worth talking about and captures media’s attention. What about the outstanding number of women killed by their partner? At best, they deserve an article, maybe two if the killer is convicted. Then lights turn off and faces, names, lives disappear. Media rush in search of a new story. And people, feeling enraged but powerless, forget them.

This must not happen again. It is our duty as relatives, neighbours or friends to act before the worst happens. We can help because we are not in the same, fragile condition.

We might wonder why the woman did not run away, divorce him or go to the police for an official complaint. Alternatively, why his adult children did not manage to protect their mother. It is complicated to find a rational explanation. But let us remember that the dynamics which lead to submission and silencing are subtle and begin in childhood. I believe those children grown up in violent families feel powerless, scared and constantly little even later on in life. The message of domestic violence is confusing and creates anxiety for children. A boy finds himself struggling between the parental image whom he refers to, and the love for mum. A girl who sees her father beat her mother will believe it is “normal” – after all love hurts. Yet we know how deeply wrong this is. We know love cannot be terror, silence, shame, humiliation, desperation. I tried to describe these mechanisms in one of my short stories. It’s not much, I just did what I could. However, nobody can be effective alone. That is why we need to stand up together.

Self-justice is the wrong way to handle a problem. However, what could this woman do, given the fact that nobody would protect her, not even governments or society itself? Her act is a gloomy warning: listen, violent men, listen. This can happen. We should all listen, though. Politicians and governments in particular, should act to prevent other extreme situations and to protect women. Data concerning domestic homicides are impressive and scary: 150 cases per year in France, more than that in Italy. What about the UK, the US and elsewhere? Women are killed from the very men who purport they love her.

But… wait. Did I write “data”? Did I write “cases”? Sorry, I got wrong. This is how the media and official documents describe them. The right word, ladies and gentlemen, is WOMEN. It is HUMAN BEINGS. We are talking about LIVES, about PEOPLE with a name, a face, a family and friends. Each one of them counts. They are not simple “data”.

I doveri delle spose / Les devoirs des épouses / The duties of wives

In paese, era una donna sposata e quindi rispettata. Questo ci aveva guadagnato. (La lettera G, p. 42, Tufani editrice)

Facciamoci una risata. Quali dei 17 doveri delle spose, apparsi su Famiglia Cristiana nel 1960, possiamo sottoscrivere oggi? Il messaggio è chiaro: amore per l’uomo e per la casa, rispetto, obbedienza, sostegno, mansuetudine, sopportazione, sottomissione, umiltà, pazienza, prudenza, riservatezza, timor di Dio. Le “qualità femminili” richieste per un matrimonio funzionante esigevano dalla donna soprattutto l’annullamento del suo essere. Perché, e in cambio di cosa? E cosa toccava agli uomini? Se qualcuno trova il corrispondente maschile, sarei felice di leggerlo e riflettervi.

I doveri della sposa di una volta sono globalmente riassumibili in cinque qualità principali:

  1. obbedire, riconoscendo la sua presupposta inferiorità
  2. sottomettersi a lui e alla di lui famiglia, in particolare alla temutissima suocera ancor oggi demonizzata
  3. essere invisibile: starsene in casa, evitando il contatto con altri uomini, o al massimo recarsi in chiesa (un luogo sicuro, dove la donna era occupata e sorvegliata)
  4. sopportare i difetti del marito, mostrando mansuetudine sia verso di lui che verso la sua famiglia (vedi punto 2) ma soprattutto
  5. tacere

L’ultimo punto ci ricorda il triste destino della donna e ci fa comprendere perché le donne non hanno mai avuto voce. Una buona, buonissima ragione perché esista Voci dal silenzio. Prendete pure la parola. Abbiate voce in capitolo.

 

Les devoirs des épouses

Voici la liste des 17 devoirs des épouses publiées dans l’hebdomadaire catholique italien Famiglia Cristiana en 1960

  1. Aimer son mari
  2. Le respecter en tant que chef
  3. Lui obéir comme notre supérieur
  4. L’assister avec prévenance
  5. Le gronder avec révérence
  6. Lui répondre avec grande docilité
  7. Se taire quand il est fâché
  8. Prier Dieu pour lui
  9. Supporter ses défauts
  10. Esquiver la familiarité avec d’autres hommes
  11. Ne pas gâcher l’argent en vanité
  12. Être soumise à sa mère et à sa famille
  13. Humble et patiente avec les belles-sœurs
  14. Prudente avec les membres de la famille
  15. Aimer la maison
  16. Réservée dans ses discours
  17. Suivre les devoirs religieux

Lesquels pouvons-nous encore accepter? Le message est clair : amour pour l’homme et la maison, respect, obéissance, soutien, docilité, patience, soumission, prudence, réserve, crainte de Dieu. Les “qualité féminines” nécessaires pour un mariage réussi exigeaient de la femme l’annulation de son être. Pourquoi, et en échange de quoi ? Et quid des hommes? Je serais ravie de connaître le correspondant pour les hommes et d’y réfléchir.

Les devoirs d’une épouse d’antan peuvent se résumer en 5 points:

  1. obéir, reconnaissant sa présupposée infériorité (voilà pourquoi elle avait un chef, le mari, auquel elle portait respect, révérence et prévenance
  2. se soumettre à lui, mais également à sa famille, en particulier à la belle-mère, ce qui demandait beaucoup de patience
  3. être invisible : rester à la maison, en évitant tout contact avec d’autres hommes. Tout au plus, sortir pour aller à l’église (un lieu sûr et surveillé)
  4. supporter les défauts du mari, en se montrant gentille et soumise, mais surtout…
  5. se taire

Le dernier point nous rappelle le triste destin des femmes et nous fait comprendre pourquoi elles n’ont jamais eu voix au chapitre. Une bonne, voir très bonne raison pour que ce blog existe. Saisissez votre chance et participez.

 

The duties of wives

This list of 17 duties was published by the Italian catholic magazine Famiglia Cristiana back in 1960.

  1. Love their husband
  2. Respect him as one’s boss
  3. Obey him as he’s superior
  4. Assist him with care
  5. Admonish him with reverence
  6. Answer with great docility
  7. Shut up when he is angry
  8. Pray the Lord for him
  9. Bear with the bad sides of his character
  10. Avoid familiarity with other men
  11. Don’t waste things in vanity
  12. Be submissive towards his mother and his family
  13. Humble and patient with sisters-in-law
  14. Cautious with relatives
  15. Home-loving
  16. Not talkative
  17. Respectful of religious duties

Which of them are still valid today? The message is clear: love for the man and the house, respect, obedience, help, docility, bearing, submission, humility, patience, cautiousness, fear of God. Most of the so-called feminine qualities required for a long and happy marriage demanded that women would stop to exist. Why? And what would they get in return? I would love to know men’s duties!

Well, here is a summary of four capital qualities for 1960’s Italian wives:

  1. Obedience, and recognise one’s own inferiority – that’s why they had a “boss”, the husband, to whom they had to show respect, and to his family
  2. Invisibility: stay at home (or going to church), avoiding contacts with other men, talking to women only
  3. Tolerance and patience with the husband’s bad character, but most of all
  4. Silence

The last point is crucial to understanding why women have never had a voice. And it was high time we changed things.

Impératrices, épouses, prostituées et femmes du peuple / Empresses, wives, prostitutes and common women / Imperatrici, spose, prostitute e popolane

Questo saggio è stato pubblicato sulla rivista letteraria Il colophon del mese di giugno 2018. Per leggerlo in italiano clicca qui.

Cet essai a paru en italien su le magazine littéraire Il Colophon au mois de juin 2018 – This essay was published on Italian literary magazine Il Colophon in June 2018.

 

Impératrices, épouses, prostituées et femmes du peuple

Esquisser un portrait complet de la figure de la femme dans la littérature chinoise serait une tâche titanesque. Voilà pourquoi je me contenterai d’en décrire quelques traits tirés de mes lectures, en proposant une classification basée sur le rôle des femmes. Cela nous suffira pour plonger dans un océan duquel émergent surtout deux extrêmes : les femmes impériales et celles du peuple.

On s’intéresse aux premières car elles sont des personnages publics et les récits qui les concernent ont le mérite de souligner les aspects les plus intéressants de la vie des cours impériales qui existaient jusqu’à 1912. Une place à part méritent Wu Zetian et Cixi.

Wu Zetian vecut de 624 à 705 sous la dinastie Tang. Elle fascina car, de concubine, elle se hissa au rang d’impératrice. Lin Yutang lui rendit hommage dans Impératrice de Chine, en racontant son histoire du point de vu d’un petit-fils imaginaire. De même fit Shan Sa (écrivaine contemporaine remarquée au Goncourt pour le premier roman avec Porte de la paix céleste e au Goncourt des lycéen avec La joueuse de go) dans Impératrice. Ces romans réhabilitent un nom dont la réputation fut déformée par les hommes, en tant que vengeance pour avoir su conquérir le pouvoir.

Une destinée littéraire similaire poursuivit la dernière impératrice, Cixi, qui fut l’héroïne de Femme impériale de Pearl Buck et constamment évoquée dans le témoignage romancé Mémoires d’un eunuque dans la Cité interdite de l’historien spécialiste de la dynastie Qing, Shi Dang. Il faut également mentionner la Cixi décrite dans Impératrice Orchidée d’Anchee Min et dans L’impératrice Cixi de Jung Chang. Chaque volume consacré à ces femmes de pouvoir met en lumière leur rapport ambivalent avec le peuple chinois : aimées, critiquées, enviées, les femmes impériales ont été objet de maintes recherches et romans.

Il y a une place au soleil également pour Jian Qing, même si elle n’était pas noble. Elle était la troisième femme de Mao Zedong, dont l’histoire est racontée dans Madame Mao d’Anchee Min. Femme ambitieuse, née en pauvreté, elle connut la souffrance des pieds bandés, la violence du père et la soumission de la mère. De ces tragédies elle tira sa leçon : «on ne peut pas survivre sans rébellion ». Jian Qing incarne le genre de femme qui ne se contente pas d’être une « fille de l’herbe », née pour être piétinée. Anchee Min fait sortir cette femme de l’ombre de Mao, en nous offrant en même temps sa vision d’un chapitre important de l’histoire récente de Chine.

Malgré cela, les femmes des classes favorisées représentent une exception statistique dans la société chinoise. A la catégorie la plus vaste appartiennent les femmes de la classe populaire, dont les points communs sont l’ignorance et la pauvreté, l’invisibilité, l’exploitation pour toute sorte de travail humble et la contrainte à des pratiques barbares comme les pieds bandés ou la sélection des fœtus fille avant la naissance.

Un travail remarquable en ce sens a été accompli par Xinran. Ses « filles de l’herbe » sont appelées les « baguettes » des objets utilitaires et fragiles. Ainsi sont décrites dans Baguettes chinoises les sœurs Trois, Cinq et Six, numéros qui ne méritent même pas un nom. Elles ne savent rien, sauf que leur mère a échoué car elle n’a pas mis au monde de garçon. Il s’agit d’un roman de formation au féminin, qui décrit également un grand changement générationnel. La description de la migration des sœurs de la campagne à la ville montre le changement du rôle traditionnel de la femme des campagnes. Les « baguettes » peuvent devenir serveuses, ouvrières, masseuses et, grâce à leur contribution financières aux familles restées dans le village, gagnent du respect et voient enfin les préjugés qui les accablent.

Mais le roman n’est pas la forme littéraire préférée de Xinran. Journaliste, elle a aidé les femmes les plus démunies à parler de leurs expériences grâce à de nombreux recueils de témoignages. Le plus connu est Chinoises, un livre-témoignage de femmes pendant la révolution culturelle, qui connut un franc succès et fut traduit en plus de trente langues. C’est avec Messages de mères inconnues que Xinran s’en prit à l’un des grands drames sociaux chinois : l’abandon ou la suppression des fillettes qui venaient de naître. Le livre est le recueil de dix terribles témoignages de mères qui furent obligées d’abandonner leurs nouvelles-nées ou pire, à le « ranger », un euphémisme injurieux pour décrire un acte atroce encore pratiqué dans les campagnes. La journaliste nous parle de la souffrance des mères – souffrance confirmée par l’impressionnant nombre de suicides de femmes par l’ingestion de pesticides – et elle nous explique les racines de ces pratiques inadmissibles : la pauvreté et l’ignorance, certes, mais également un système politique inchangé depuis deux millénaires. Un système qui attribuait du blé et de la terre seulement en cas de naissance d’un garçon. Ces pratiques barbares empirèrent lors de la mise en place de la politique du fils unique en 1979 (qui perdura jusqu’en 2013). Mais « si elle était une créature, on s’occuperait d’elle, n’est-ce pas ? » ose affirmer l’une des femmes qui aident à « ranger » les filles, en révélant ainsi tout le poids des croyances destructrices enracinées dans la mentalité de ce peuple. Il faudra un temps incalculable pour les déraciner, car il existe encore la croyance qu’une fille ainée « cassait les racines » d’une famille et la déshonorait. Dénonciation brutale et précieuse, celle de Xinran, mais âmes sensibles s’abstenir. Tout le petit monde des « rangeuses » et des orphelinats y est évoqué, ainsi que le sentiment de douleur des mères : des femmes bien, pleines d’amour maternel mais écrasées par les mécanismes politiques et sociaux qui perpétuent la mentalité fossilisée qui les poussent à « désirer seulement deux choses : ne pas accoucher d’une fille dans cette vie et de ne pas renaître femme dans la prochaine ».

Pendant la rédaction de cet essai, j’ai été frappée par une constatation : beaucoup d’écrivain/es que j’ai lu appartiennent à la diaspora chinoise. Il se peut qu’elles aient eu plus de chance de publier ? Et combien de textes inconnus circulent encore dans le vaste territoire chinois ? Je n’en ai aucune idée. Mais le succès d’Anchee Min, Xinran, Jung Chang ou Hong Ying semble suggérer qu’écrire à propos de la Chine est plus facile de l’étranger. Et même d’écrire dans une autre langue que la sienne. Les femmes sont à l’honneur dans Fleurs de Chine de Wei Wei, ou Femme femme femme de Han Shaogong, ou encore dans Le bracelet de jade de Chi Zijian. Toutes ont écrit dans une autre langue que la leur.

Pour terminer cet aperçu, j’aimerai citer encore un grand de la littérature, Lao She, qui consacre en particulier aux prostituées quelques nouvelles, comme Dans la cour de la famille Liu et Croissant de lune dans Gens de Pékin. Sont également des prostituées les protagonistes de deux romans de Lin Yutang et de Hong Ying. Et elles y sont décrites au même titre que les autres.

Car cette position sociale colorie aussi la grande fresque de la condition sociale de la femme en Chine, dont les couleurs sont souvent sombres : tuée, exploitée, respectée ou opprimée suivant la classe sociale à laquelle est appartient, le parcours d’émancipation des chinoises et apparemment encore plus difficile qu’en Occident. Il lui emboîte le pas et j’espère qu’il ne tardera à le rejoindre. Et que peut-être un jour, suivant la fulgurante renaissance de l’Empire du Milieu, il le dépassera.

 

Empresses, wives, prostitutes and common women

An essay about women in Chinese literature is complex to write. This will be an attempt, forcibly incomplete and superficial, and will outline two main categories: women of the higher and the lower class. Empresses and concubines, and common women.

Among empresses, Wu Zetian and Cixi played a major role in literature. The former lived from 624 to 705 under the Tang dynasty. She fascinated as she raised from concubine to empress and reigned for years. Lin Yutang wrote about her, as well as Shan Sa in Empress. Cixi is the protagonist of well-known Imperial woman by Pearl Buck, as well as Anchee Min’s Empress Orchid, Jung Chang’s Empress Dowager Cixi or of a book by historian Shi Dang. All these books underline how much imperial women were admired, feared, criticised or envied. Jian Qing was no empress, yet she managed to step out of invisibility thanks to Anchee Min’s Becoming Madame Mao. She was Mao’s third wife, an ambitious woman of humble roots, who suffered from feet binding, family violence and her mother’s submission. From these tragedies she learnt her motto: “there is no surviving without rebellion” and decided not to be a “daughter of the grass”, born to be trampled upon.

Yet higher status women were (and still are) an exception in Chinese society. Most women belonged to lower classes and were ignorant, invisible, dramatically poor, exploited or even killed by abortion.

A great work concerning these women’s lives is that of Xinran. Her “daughters of the grass” are called chopsticks in her Miss Chopsticks novel, i.e fragile objects to be used and thrown away. Sisters Three, Five and Six do not even deserve a name, let alone education. They do not know anything except for one thing: their mother failed because she did not give birth to a boy. Miss Chopsticks follows the tradition of the bildungsroman in a feminine way. The migration of the main characters from the village to the city shows the change in the traditional role: women can become waiters, massagers or factory workers and contribute financially to their family’s life back in the village, thus gaining respect and opening their eyes on their condition.

Xinran being a journalist, her books are mostly true stories, which she gathered in a radio programme she lead in China. Her most famous book The good women of China is a collection of real stories translated in more than thirty languages. Her most poignant one, though, is maybe the collection of testimonies of women who abandoned their new-born daughters, or worse let them “settle” them, an injurious euphemism for the word kill. “Settling” was common in Chinese rural areas. Qualms of conscience on those mothers’ side were common too, as the large number of suicides by pesticides ingestion clearly proved. Xinran managed to enlighten the roots of these barbaric practices: poverty, ignorance but above all a never changing political system, which gave wheat and land only upon the birth of boys. This practice got worse with the politics of the only child from 1979 to 1993. One of the women affirms “but if they were real creatures, we would take care of them, wouldn’t we?” revealing the burden of millennial beliefs so rooted in Chinese mentality that, in order to get rid of them, we will have to wait for an incalculable time. The belief that a first-born girl “breaks the roots” of a family and dishonours it is still very present in rural areas. Therefore, Xinran’s is a brutal and necessary complaint, but very hard to read and bear with. She insists of mother’s love for their daughters, yet denounces the political and social mechanisms that perpetuate a fossilised mentality. It is indeed a wrong belief that convinces women to “hope just two things: not to bear a girl in this lifetime and not to be born a woman in the next”.

While I am writing these lines, I realise that many authors belong to the Chinese diaspora. How many unknown or unpublished books are there in China? Nobody knows. Anchee Min’s, Jung Chang’s, Hong Ying’s or Xinran’s success seem to suggest that writing from the West is easier. Some Chinese writers even write in English or other languages: Wei Wei, Chow Ling Lie, Han Shaogong, Chi Zijian are some of them.

Going back to women, though, let me finish with the great Chinese writer Lao She, whose women played a role in most of his novels and particularly in the short stories. I can vividly remember his descriptions of a couple of prostitutes. The main characters of a couple of books, one by Hong Ying and one by Lin Yutang, work in this field too. Because this social position is one of the colours used in the great fresco of the condition of women in China. The painting is often dark: survival, oppression, exploitation or respect depended upon women’ status.

The road to freedom and emancipation is even more tortuous than in the West. It follows its steps, but it is always a step behind. I hope it will catch up soon, and maybe even overtake.