Dire no alla vita / Dire non à la vie / Say no to life

Io vengo dal Nord e i figli li faccio perché devo. (Punti e Interrogativi, p. 48)

La decisione della corte suprema degli Stati Uniti che consente ai singoli stati di vietare il diritto all’aborto mi scoraggia e rattrista. Anziché puntare sulla prevenzione (compresa l’eliminazione della violenza maschile) si è scelta la via più semplice, quella della repressione. Che andrà ovviamente a maggior scapito delle donne più fragili.

Ricordiamo che Papa Giovanni Paolo II aveva canonizzato Gianna Beretta Molla, una donna che ha perso la vita rifiutando l’aborto terapeutico che le avrebbe permesso di operare un fibroma maligno. Una scelta che ha lasciato orfani gli altri suoi tre figli. Giusto, sbagliato? Non spetta a noi giudicarla. Renderla santa, però, significa farlo ed esercitare, al contempo, ancor maggiore pressione su tutte quelle donne che, per ragioni altrettanto valide, vorrebbero fare la scelta contraria. Lei santa, le altre indegne? Io dico di no. Non possiamo fare sentire in colpa o giudicare una donna per una scelta che, quasi certamente, nessuna fa a cuor leggero.

Il mio pensiero va a tutte le donne americane che dovranno mettere al mondo figli non desiderati, e a quegli stessi figli, che ne subiranno le conseguenze per tutta la vita, desiderando magari di non essere mai nati. A tutte quelle che perderanno la vita, come anni addietro, tentando un aborto con mezzi poco sicuri, perché non potranno spostarsi in uno stato o in una nazione più liberale. A quelle che guarderanno negli occhi il figlio nato da una violenza. A quelle che precarizzeranno ancor più la loro vita e quella dei figli che già hanno, con una nuova bocca da sfamare. A quelle che si sentiranno costrette a trascorrere la vita accanto a un uomo, soltanto perché è il padre di quel bambino. A quelle che non potranno lavorare o realizzare altri sogni. E a tutti quei bambini, che meriterebbero una mamma che li ha desiderati.

A volte, inoltre, non si tratta neppure di “non desiderare”, bensì di prendere una decisione, sofferta, per non mettere in pericolo se stessa o/e il resto della propria prole. Il desiderio può esistere, e con esso la capacità di amare, ma mettere al mondo un bambino può avere risvolti più complessi della semplice gioia. E varrebbe la pena di precisare la nozione di pericolo per la futura madre, che non dovrebbe limitarsi alla vita fisica ma pure alle pericolose conseguenze economiche e sociali che ne potrebbero conseguire.

Si giudica spesso l’aborto come un atto di egoismo. Non lo è quasi mai. Quasi sempre è un sofferto atto di rinuncia o di amore.

La prevenzione resta la pista privilegiata, certo. È questa la vera soluzione. Ma a volte non si può fare altrimenti che dire no alla vita. La decisione retrograda della CS ci mostra, oggi più che mai, l’importanza dei movimenti femminili e femministi. Niente è davvero acquisito.

https://www.ilsole24ore.com/art/corte-suprema-usa-cancella-storica-sentenza-diritto-all-aborto-AETh9AiB

Dire non à la vie

La décision de la Court suprème des Etats Units, qui donne le pouvoir aux Etats d’interdire l’IVG, me décourage et me rend triste. Au lieu de miser sur la prévention (y compris l’éradication de la violence masculine envers les femmes), ils ont fait un choix de facilité, celui de la répression. Ce qui ne manquera pas de désavantager les femmes les plus défavorisées.

Rappellons-nous que Jean Paul II avait canonisé Gianna Beretta Molla, une femme qui a perdu sa vie en refusant une IVG thérapeutique qui aurait pu la sauver d’un fibrome maligne. Ce choix a rendu orphelins ses trois autres enfants. Juste ou faux? Ce n’est pas à nous de la juger. En lui accordant de devenir une sainte, néanmoins, le pape a tranché. Et il a mis la pression à toutes les femmes qui, pour des raisons également valables, voudraient faire le choix contraire. Elle, une sainte. Toutes ces autres, indignes ? Pour ma part, je dis non. Nous ne pouvons pas les juger ou pire, les culpabiliser. Je crois qu’aucune femme ne prend une décision si importante sans y avoir mûrement réfléchi.

J’envoie une pensée de solidarité à toutes les femmes américaines qui devront accoucher d’enfants non désirés ou dont la naissance les mettrait dans des conditions trop difficiles à endurer et à ces enfants mêmes, qui en subiront les conséquences toute leur vie. Peut-être arriveront-ils à désirer de ne jamais être nés ? Une pensée également pour toutes les femmes qui pourraient perdre la vie en essayant d’avorter avec des méthodes peu sûres juste car elles ne peuvent pas se permettre de se déplacer dans un autre état pour se faire avorter. Pour celles qui regarderont toute leur vie les yeux d’un fils né d’une violence. Pour celles qui précariseront davantage leur vie et celle des enfants qu’elles ont déjà. Pour celles qui resteront à côté d’un homme juste car il est le père de cet enfant. Pour celles qui ne pourront pas réaliser d’autres rêves ou, tout simplement, travailler. Et pour tous ces enfants qui mériteraient une maman qui les a désirés.

J’aimerais juste préciser que, des fois, on ne peut même pas parler de “ne pas désirer” un enfant, mais au contraire il s’agit plutôt, pour une femme, de prendre une décision, difficile et pleine de souffrance, pour ne pas mettre en danger sa vie et celles des autres enfants qu’elle a. L’enfant peut être désiré mais impossible à avoir sans engendrer, par le même acte, de conséquences économiques et sociales terribles. Pour cette raison, la notion de danger ne devrait pas se limiter au seul danger de mort physique de la future mère.

L’IVG est souvent jugé comme un acte égoïste. Je parie qu’il ne l’est que très rarement. Le plus souvent, c’est un acte de renoncement et d’amour.

La prévention reste certainement la piste à privilégier. Il s’agit de la vraie solution. Mais, des fois, on ne peut faire autrement que dire non à la vie. La décision rétrograde de la CS nous montre qu’il y a encore besoin des mouvements féminins et féministes, et que rien n’est vraiment acquis.

Say no to life

The decision of the Supreme Court of the USA, cancelling women’s right to abortion makes me extremely sad and scornful. Instead of prevention (meaning also the eradication of men’s violence), the easiest way of repression has been chosen. It’s unfair too, as economically and socially fragile women will suffer even more than the others for it.

May I remember that Pope John Paul II made Gianna Beretta Molla, a mother of three, a saint because she refused an abortion, which could have saved her life? She had cancer and decided not to be operated, thus leaving her other children orphans. Was that right or wrong? I think we cannot judge her, she made her decision. Yet the Pope, with his symbolic act, stated that is was right and put even more pressure on those women who, for equally valid reasons, would like to make a different choice. I believe we cannot judge or make women feel guilty for a choice most of them do not make light-hearted.

I feel for American women who will have to give life to unwanted children and to their children who will have to bear the consequences of it, maybe wishing never to have been born. I feel for those who will die trying to terminate a pregnancy with unsure methods, just because they cannot afford moving to another state. For those who will jeopardize even more their lives and that of their children because they cannot feed another baby. For those who will feel forced to spend their life with a man just because he happens to be the father of their child. For those who will not be able to fullfill other dreams or, simply, to work for a living. And for all their children, because they deserve a mom who wanted them.

I would like to add that, many times indeed, the real questioni s not “wanting or not wanting a child”. The decision to end a pregnancy almost never comes without suffering, and yet it is make in order not to jeopardise the mother and/or the family’s life. They may wish to have a child, but having him or her often means something else than sheer joy. Their lives might be in danger and, by that, I believe we should not consider physical danger only. There are other forms of danger, related to unbearable social and economic situations.

People often judge the act of ending a pregnancy as egoism. Yet it seldom is. It is often an act of sacrifice and love.

Preventing unwanted pregnancies is the solution. Yet sometimes a woman cannot do anything else and, thus, she says no to life. This decision shows us that women must go on fighting for their rights. Nothing is forever.

Donne dell’anima mia / Women of my soul

Non fatevi ingannare dalle luci o dalla musica. (La lettera G, p. 14)

Quasi una recensione dell’omonimo libro di I. Allende (review in English and Italian; pas traduit en français)

Ricevuto in regalo dalla mia amica Marceline, che come me si interessa di tematiche femminili. Un libro di Isabel Allende è sempre una garanzia. Effettivamente lo è nella prima parte, che prende spunto della sua vita per descrivere quello che chiama il suo femminismo. Iniziava proprio bene! In alcuni tratti mi sono creduta nella mia autobiografia. Ecco, se fosse continuato come era iniziato sarebbe stato un libro importante, colmo di dettagli significativi, un aprirsi al suo pubblico che, alle soglie degli 80 anni e con tanti bei romanzi, ci stava come la ciliegina sulla torta. Qualcosa c’è, ma purtroppo, a metà, questa vena si esaurisce (e su un libricino di 167 pagine a caratteri grandi e spaziati non si può dire che sia molto) e lascia spazio a considerazioni generaliste sullo stato attuale della condizione femminile, della quale la Allende non è un’esperta e non può dunque che citare fatti già noti a chiunque si interessi di questo tema. Del resto lo dice: mi hanno suggerito di scrivere un libro sulle donne. Ma noi donne non siamo mica un prodotto marketing, da utilizzare come il prezzemolo o l’aglio per speziare qualsiasi cibo. Allora un consiglio: senza nulla togliere ai suoi romanzi, che restano magnifici, se sono le questioni femminili che vi interessano restate su questo blog e leggetevelo da cima a fondo e se volete farmi un favore e nutrire la mia riflessione, commentate pure. Oltre ad articoli di approfondimento che vi propongo, nella sezione Letture troverete anche il riferimento a numerosi saggi seri, oltre a quello che vi ho suggerito nel post di inizio maggio. Buona lettura.

Women of my soul

A friend of mine gave this book to me as a gift, as she is involved in feminine issues too. She did it because one can always bet on Allende to write an excellent novel. This is not a novel and yet, in the first part, is as good as one. She plunges into her early memories and describes the birth of what she calls her feminist consciousness. It sounded so familiar in some parts. Such a great beginning! But she should have stuck to writing her memories, if she wanted it to be yet another great book. It would have been perfect to unveil herself to her readers at the age of 80. Too bad she changes her mind in the middle of the book (which it is already a short one!) and starts writing about contemporary women issues – of which she is clearly no expert at all. She says it loudly: someone suggested she should write on women. But women are not garlic or persil… i.e excellent spices for any kind of food. One should not use them as a marketing product. Therefore, here is my advice: read her novels, because they are worth it. However, as far as feminine and feminist issues, you had better read this blog thoroughly. And please, comment on posts. You will do me a favour, feeding my personal growth. Then go to the Readings page, where I listed some interesting authors – novels or essays – in English and other languages. Please bear with me not having looked up all the possible translations, you will only find the reference in the language I read the book, but you can check if there is a translation in your own language. For discussion on real and concrete women issues, please stay on this blog and if you wish to read a clever and complete essay, have a look at my review of Invisible women (May 2021 post).

Scrittrice, ovviamente / Ecrivaine, bien évidemment / I am a writer and a woman

“…quando una professione si femminilizza, il suo status si abbassa. Ne ho trovato conferma in questo saggio…” (Dal post di Voci dal silenzio: Peccato, professor Volpato, 27.12.2018)

Un’amica vede il mio profilo Facebook www.fb.me/manuelabonfantiautrice (sotto) e giustamente mi chiede: ma perché scrittore anziché scrittrice? Ebbene, adoro la domanda perché la risposta è semplice: la categoria scrittrice per le pagine FB non esiste, ho dunque scelto il maschile per difetto. Non fatemi entrare nel merito, perché mi prudono i polpastrelli! Chi segue questo blog sa bene che tengo alla definizione al femminile e questa è l’ennesima, irritante conferma che le donne non costituiscono una categoria sufficientemente “degna” di essere declinata con il nome giusto, visto che possono accontentarsi del maschile. Viva l’inglese, che ha una soluzione elegante per questo dilemma.

Ps: se vi va, visitate la mia pagina, “likatela” e seguitela, perché i contenuti sono disparati e non solo centrati sulle problematiche femminili.

Écrivaine, bien sûr!

Une amie voit mon profil Facebook www.fb.me/manuelabonfantiautrice (voir plus haut, en italien) et me demande: pourquoi tu as écrit que t’es écrivain au lieu d’écrivaine? J’adore sa question! Car la réponse est très simple: je n’ai pas eu le choix, on pouvait choisir juste le terme au masculin su FB. C’était donc un choix par défaut, et non pas mon propre choix. Je crois que je n’ai pas besoin d’en rajouter… tout le monde aura compris. Les personnes qui suivent mon blog savent à quel point il est important, pour moi, de me définir au féminin et celle-ci n’est que l’énième preuve que les femmes ne sont pas considérées une catégorie suffisamment « digne » qu’on leur assigne le juste mot, que nous pouvons bien nous contenter du masculin. Vive l’anglais, qui nous sort élégamment de ce dilemme.

Ps: si vous le souhaitez, visitez ma page, mettez votre like et suivez-moi car les contenus sont différents, moins centrés sur les thématiques des femmes.

I am a writer and, of course, also a woman

Before I begin this short story, let me make sure that you all know that, in languages such as Italian or French, nouns are either masculine or feminine. So is the word writer, which can be “scrittore” (masculine form) or “scrittrice” (feminine form). A friend of mine noticed that on my FB writer page I wrote “scrittore” (see above) and knowing my position she asked me: why did you do that? I love her question because it gives me the opportunity to demonstrate how little women count: on FB, the female word for writer cannot be chosen. I had to content myself with being a male writer. Hurray for English, which solves this problem in an elegant way.

Muri di paura / Murs de peur / Walls of fear

Questo è un blog di “donne che scrivono di donne”. L’ho concepito nell’intento di fare ritrovare alle donne la loro voce in capitolo, parallelamente alla pubblicazione de La lettera G, romanzo incentrato sull’assenza di possibilità per le donne di esistere al di fuori del ruolo sociale a loro assegnato, che le voleva senza voce. (Avere voce – femminile – in capitolo, post del 2014 in Voci dal silenzio)

Parliamo ancora di Giulia Blasi e del suo interessante discorso dal Tedx di Vicenza nel giugno 2019. Mi piacerebbe fosse superato ma no, non è così. Allora parliamone.

Mi è piaciuta molto questa considerazione: “Passi tutta la vita a imparare ad essere una donna, ma all’atto pratico, quando vai fuori nel mondo, devi somigliare il più possibile a un uomo.” Un “grande complimento” che ha ricevuto? Hai uno stile di conduzione maschile.

Il fulcro del discorso? Le donne che parlano.

Ecco, le donne hanno in generale paura a prendere la parola – e con questo intendo dire che temono di dare la propria opinione anche per iscritto, non solo oralmente. Come lo fa notare la Blasi, “abbiamo paura di dire stupidaggini” (o meglio, cose che possono essere considerate tali, soprattutto dai maschi), o “di presentarci come femministe”. E ci avverte che “per una donna, parlare 10 minuti senza essere interrotta, è eccezionale”. Probabilmente, più che avere paura di parlare, le donne che parlano fanno paura. Questo perché finiscono per non corrispondere a quanto ci si attende da loro: che siano sottomesse, gentili, educate. Io le chiamo catene, dalle quali è difficile liberarsi. Giulia Blasi lo chiama il “muro”. Mi piace anche questa definizione. E dice che “non si può essere leader da dietro un muro. Leader non si nasce, lo si diventa”. Come? Assumendosi il peso del rischio. Avendo coraggio. Di parlare. Di scrivere.

Nel discorso, che dura solo 10 minuti, c’è di più. Non privatevi del piacere di scoprirlo. https://www.youtube.com/watch?v=bJVRSYC8JqQ

Parlare, scrivere pubblicamente, inizia proprio da questo blog. Non perdere l’opportunità di commentare i miei post.

Des murs de peur

Giulia Blasi, écrivaine et conférencière féministe, dans son Tedx de juin 19, encore actuel, nous parle de la parole des femmes.

J’ai aimé cette affirmation: “Tu passes toute ta vie à apprendre à être une femme mais, dans la pratique, quand tu vas dans le monde, on te demande de ressembler le plus possible à un homme”. Un “beau compliment” qu’elle a reçu? Ton style de leadership est très masculin.

Pour en revenir à la parole des femmes… elles ont très peur, en général, de parler – et par cela j’entends que même par écrit, c’est difficile. Elle nous fait remarquer que les femmes « ont peur de dire des sottises » (ou bien considérées comme telles par les hommes) ou d’avouer qu’elles sont féministes. « Pour une femme, parler 10 min sans être interrompue est exceptionnel ». J’ai l’impression que plus qu’avoir peur de parler, les femmes parlantes font peur car elles ne correspondent pas au modèle souhaité : soumises, gentilles, bien élevées. J’appelle ces peurs des « chaines », Blasi les appelle « le mur ». J’aime sa définition tout autant que la mienne. « On ne peut pas être une leader en restant derrière un mur ; on ne nait pas leader, on le devient. » Et comment ? En assumant le poids du risque. En ayant du courage. En parlant (ou écrivant) publiquement.

Qu’attendez-vous? C’est votre tour. Vous pouvez commencer par réagir à mes posts.

Walls of fear

Giulia Blasi, a writer and a feminist, talks about women’s words in her Tedx of June 19. And what she says it’s still up-to-date.

I liked it when she said: “A woman spends all her life learning how to be one, but when she goes out and faces the world, people expect her to behave like a man”. A big compliment she was made? “Your leadership style is really masculine”.

It all boils down to women speaking. And when they do, they are usually afraid of doing it (it does not matter if they have to talk or write, the feeling is the same). Blasi states that “women’s fear is to say something silly” (or considered as such by men) or to admit that they are feminists. Maybe women are not afraid of speaking, it’s just that women who speak up scare people because they are not what they are supposed to be: kind and silent. I call all these fears “chains”, whereas Blasi calls them “the wall”. I like her definition too. She also explains that one “cannot be a leader behind a wall; one isn’t born a leader, one becomes it”. How does one? Taking the risk. Being brave and speaking up.

Now it’s your turn. Start by reacting and writing your comment on my posts.

Diventare adulti migliori

“Possibile che non capisse la sua fortuna?” (Punti e interrogativi, p. 127)

Recensione di Rivoluzione Z di Giulia Blasi – (ce livre n’est pas traduit / this book has not been translated)

Tanto di capello a Giulia Blasi che, a 50 anni, riesce a parlare ai ragazzi del femminismo con un linguaggio adatto. Perché ci vuole anche e soprattutto chi riesce a divulgare le nozioni di base al pubblico giovanile, che costruisce oggi il futuro di donne e uomini. Non possiamo ovviamente immaginarci di leggere un saggio in piena regola: i brevi capitoli sono scritti con una lingua aderente al parlato, come una mamma che spiega le cose alla figlia, tanto per intenderci. Perfetto per sensibilizzare ragazze (e ragazzi) giovani. Blasi resta il più aperta e il meno giudicante possibile, esplicitando tuttavia che alcuni comportamenti rischiano di continuare a provocare danni irreparabili.

Dopo una prima parte ostica a chi non condivide i suoi riferimenti generazionali e regionali, Giulia Blasi entra a piede teso in una serie di problematiche femministe. Fa una breve incursione nella dinamica patriarcale che ancora regge la nostra società, nella quale va a trattare la repressione della rabbia femminile, l’antica divisione tra sante e puttane o il mito della principessa. Tutti concetti noti a chi si interessi di genere, ma forse non poi così tanto ai più giovani, soprattutto se i loro riferimenti famigliari e sociali non glieli hanno spiegati (e può essere una lettura anche per loro).

Poi però adatta questi temi all’universo giovanile e discute in particolare del ruolo dei nuovi media. Un bel capitolo è Instagram, Tik Tok e la nostra idea di bellezza, tema particolarmente caldo al quale le ragazze vanno davvero sensibilizzate. Al corpo va poi ad associare i temi della violenza, della pornografia e della libertà sessuale (senza escludere la comunità LGBT), temi ai quali dovrebbero essere sentibilizzati soprattutto i maschi. Infine discute dei cambiamenti paradigmatici rispetto a questi aspetti: dalla castità ad oltranza delle nostre mamme e nonne alla promiscuità totale dettata dalle nuove norme di accettazione e modernità. Nel mezzo, nulla… o forse la generazione sua e mia, che però completamente liberata non può ancora dirsi. Vale però la pena di chiedersi, e per questo libri come Rivoluzione Z sono ancora necessari, se le nuove generazioni lo siano di più.

Mi è piaciuta anche l’idea di scrivere un capitolo per i maschi, anche se non sono convinta che lo leggeranno in molti (per usare un eufemismo). Ad ogni modo, se qualche ragazzo lo leggesse, spiega cosa è la mascolinità tossica attraverso il concetto di possesso, che porta poi a prevaricazioni e a violenze, e della misoginia endemica, invisibile e strisciante, che ad ogni sospetto di accusa su un uomo svia il discorso sulle presupposte responsabilità delle donne. Rispetto a questo aspetto, scopriamo anche universi che personalmente non conoscevo, come quelli di uomini che sotto pretesto di proteggere gli altri uomini svolgono un’azione anti-femminista molto forte. Dà pure dei consigli ai maschi su come imbastire un rapporto con le ragazze basato sul rispetto, unitamente al come gestire il boom ormonale dell’adolescenza, il desiderio sessuale e il rapporto alla pornografia.

L’ultima parte è, diciamo, “pratica”: consigli e esempi concreti. La solidarietà femminile è un capitolo a parte, come pure la necessità di azione sociale congiunta. Esorta le nuove generazioni a mobilizzarsi, dando anche qualche idea concreta. Certo, il lavoro da fare tocca a chi, da ora in poi, prenderà le redini: i giovani. Lei, come me con questo blog, è la “mamma che spiega”. Da lei prenderete le idee, la comprensione, il sostegno. Ma è chiaro che la rivoluzione la dovranno fare i giovani che vivono questa generazione, grazie all’aiuto delle riflessioni e della comprensione che portano le generazioni più anziane. E la dovranno fare presto.

E qui mi fermo a riflettere: se Giulia Blasi ha voluto scrivere un libro “senza distinzione di genere per accompagnarli alla vita adulta senza giudicarli e senza fare un libro di vecchi che parlano ad altri vecchi” e l’ho letto io, donna della sua età, non ha certo raggiunto il suo scopo. Però ora lo passo a mia figlia per sapere cosa ne pensa lei e se, presto o tardi, muoverà un passo verso la sospirata rivoluzione. E poi magari ne riparliamo.

Azioni concrete contro le discriminazioni salariali / Des actions concrètes contre les discriminations salariales / Concrete action taken against wage discrimination

Ultimamente aveva fatto troppi errori di calcolo (Punti e interrogativi, p. 126)

Di primo acchito, direi che la decisione del Canton Ginevra di accordare uno sconto del 20% alle donne sulle proposte sportive e culturali, per sottolineare che ancora non abbiamo raggiunto la parità salariale, è buona. Concreta, permette di illustrare il fenomeno discriminatorio toccandolo con mano. Anzi, mettendo mano al portamonete che è, molto spesso, uno dei modi migliori per far capire le cose nella nostra società. E infatti sono arrivate le prime reazioni. Ma dopotutto, non abbiamo anche le tariffe senior o studente, destinate ad aiutare chi dispone di un salario ridotto? Certo l’iniziativa potrebbe toccare anche altre fasce di popolazione a reddito ridotto, ma è un inizio. E se qualcuno la giudicasse discriminatoria, benvenuto nel club di chi, da sempre, è vittima di discriminazioni invisibili perché date per scontate.

Des actions concrètes contre les discriminations salariales

Dès que j’ai entendu la nouvelle, j’en ai été favorablement surprise. Et je dirais que la décision du Canton de Genève d’accorder un rabais de 20% aux femmes (pour les activités culturelles et sportives qui sont du ressort public) afin de mettre le doigt sur les inégalités de salaire dont les femmes sont victime et en soulignant ainsi le fait que la parité n’a pas encore été atteinte, est une bonne décision. Elle est concrète, ce qui permet de bien mettre en évidence la discrimination, car lorsqu’on doit sortir son portemonnaie, tout devient plus facile à comprendre dans notre société. Il y a eu des réactions, bien évidemment. Mais après tout, nous avons bel et bien les tarifs sénior et étudiant pour signaler qu’il y a des catégories qui perçoivent un salaire réduit. Certes cette initiative pourrait être appliquée aussi à d’autres catégories, mais c’est un bon début. Et si quelqu’un devait crier à la discrimination, tant mieux: il aura enfin compris ce que cela signifie d’en être victime, surtout quand il s’agit de discriminations invisibles comme celle-ci, qui le sont juste car on a l’habitude que ce soit ainsi.

https://www.terrafemina.com/article/suisse-un-rabais-de-20-pour-les-femmes-a-l-entree-des-lieux-culturels-et-sportifs_a362370/1

Concrete actions taken against wage discrimination

At a first glance, I would say that the decision made by the city of Geneva, Switzerland, to grand a 20% discount to women for all cultural and sport activities is a good one. The aim was to make people aware of the fact that women still earn 20% less for the same job and it is working: people are reacting because it is a concrete action with a direct impact on people lives and wallets, which is inasmuch the best way of catching people’s attention in our society. After all, don’t we have special rates for seniors or students, who generally earn less money or not at all? I would extend it to other less privileged social classes, but that is a good start. Let me just say one more thing: if somebody should say the decision is discriminatory, welcome to the club of those who have been a victim of various invisible discriminations since they were born.

Mia cara figlia, quali saranno le tue battaglie?/ Ma fille chérie, quelles seront tes batailles?/ Dearest daughter, which battles will you fight?

“Befane sono. Puttane.” (La lettera G, p. 200)

Mia carissima figlia,

oggi è la festa della donna e tu mi hai raccontato un fatto grave, che grave non sembrerebbe visto che sei tornata a casa incolume. In pieno giorno, in un ristorante, accompagnata da una tua amica, ti sei fatta insultare e chiamare brutta troia da un gruppetto di ragazzi ai quali non hai voluto dare (giustamente) il tuo snapchat. Ti hanno gettato addosso anche del ketchup. Mi sono chiesta, allora, a quanti pericoli puoi andare incontro se uscirai una sera, ad una festa nella quale i ragazzi berranno, dove saranno in un gruppo più numeroso, dove sarai magari sola mentre torni a casa. Tremo al pensiero che dei ragazzi di sedici anni siano già così aggressivi, quando si nega loro ciò che pensano dovuto. Da quando in qua i ragazzi si permettono di insultare così le ragazze? Non sono questi, i primi semi della violenza contro le donne? Le aggressioni verbali, l’insistenza, e piccoli gesti umilianti quando si viene respinti? Cara figlia mia, tra i tanti diritti che abbiamo conquistato, le donne della generazione delle tue nonne hanno reso possibile la parità a livello legislativo e il diritto di voto, la mia si batte per far cessare le discriminazioni. È stato un crescendo di possibilità mai visto prima. Ma la tua? Tra le sfide che dovrà affrontare, pare ci sia il far fronte all’aggressività maschile, a un modo di parlarvi umiliante e irrispettoso. Mi hai raccontato che tu e la tua amica avete tenuto un profilo basso, che avevate paura di snervare ancor di più i ragazzi che chissà come avrebbero poi reagito. È giusto tutto questo, mi chiedo? Non lo so. E se quando ventilo la possibilità di sporgere denuncia tu mi rispondi mamma, pensi davvero che la polizia si darebbe da fare per un caso così poco grave, capisco che è una battaglia che può essere persa già da ora. Perché è ciò che capita a molte ed è una delle ragioni per le quali una di noi muore ogni tre giorni, uccisa da un uomo. E allora lasciatelo dire, figlia mia: coraggio! Combatti, non mollare. Anche da te dipende la vita di molte donne, oltre che la tua. Per onorare le battaglie delle tue antenate, esigi il rispetto e la libertà di fare quello che ti pare. Ti voglio un bene dell’anima.

La tua mamma.

Ma chère fille, quelles seront tes batailles?

Ma chère fille,

aujourd’hui est la fête des femmes et tu m’as raconté ce qui vient de se passer. Rien de grave, à première vue, étant donné que tu es rentrée à la maison sans une égratignure. Pendant la journée tu étais avec une copine dans un restaurant, et tu t’es faite traiter de sale pute par un groupe de garçons auxquels tu n’as pas voulu (justement) donner ton snapchat. Ils t’ont aussi jeté du ketchup sur les cheveux. Je me suis posée la question, alors, de quels pourront être les dangers lorsque tu sortiras le soir, dans une soirée où les garçons vont sûrement boire, où ils seront bien plus nombreux, ou lorsque tu rentreras peut-être seule. J’ai peur quand je pense que des adolescents se montrent déjà si agressifs s’ils n’obtiennent pas ce qu’ils pensent leur être du. Depuis quand, dis-moi, les garçons se permettent-ils d’insulter les filles ? Il ne s’agît pas, d’après toi, les premiers signes de la violence envers les femmes ? Les agressions verbales, insister, des petits gestes humiliants lorsqu’on essuie un refus? Ma chère fille, parmi tous les droits que nous, les femmes, avons conquis, les femmes de la génération des grands-mères ont obtenu la parité au niveau juridique et le droit de vote, la mienne se bat pour faire cesser les discriminations. Tout cela dans un crescendo inouï. Mais qu’en est-il de ta génération ? Parmi ses défis, semble-t-il qu’il y aura celui de se battre contre l’agressivité des hommes, de contrer une façon de vous parler irrespectueuse et humiliante. Tu m’as raconté également que ta copine et toi avez évité de les provoquer, de peur d’une escalade dans leurs réactions. Est-ce juste? Je ne sais pas. Et si, lorsque je me dis qu’on pourrait porter plainte tu me réponds que non, car la police n’ira sûrement pas s’occuper d’un cas de si moindre importance, je comprends que la bataille pourrait déjà être perdue. Ne pas être écoutées ou prises au sérieux arrive à bien de femmes, et c’est l’une des raisons pour laquelle une femme est assassinée par un homme tous les trois jours. Alors il faut que je te le dise, ma fille : rassemble ton courage ! Bats-toi. La vie de beaucoup de femmes dépend aussi de toi, ainsi que ta propre vie, bien évidemment. Si tu veux rendre hommage aux batailles menées par tes aïeules, exige le respect et la liberté de faire ce que tu veux. Je t’aime énormément.

Ta maman chérie.

Dearest daughter, which battles will you fight?

My dearest daughter,

today we celebrate women all around the world and you’ve just told me something horrible, which does not seem so horrible since you came back home safe and sound. In plain day, in a restaurant with a friend, someone called you dirty bitch because you refused to give your snapchat. The boys even splashed some ketchup over your hair. I wondered which other dangerous situations will you have to face if you go out in the evening, to a party where boys will drink and will be in a bigger group, or if you were to come back home alone. I am afraid, because I cannot believe that 16-year-old boys can be that aggressive when somebody does not give them what they believe they have the right to get. Since when, please tell me, do boys call girls those names? Aren’t these the first hints of violence against women? Verbal aggressions, insisting, humiliating… all this just because a girl said no? My dearest daughter, women have conquered so many rights! Your grand-mothers fought for equal rights and the one to vote, mine is fighting against discriminations. Until now, women have had growing opportunities. But what about yours? Among the challenges you will have, one might as well be facing men’s verbal and physical violence. You told me that you and your friend decided not to react to the offence and I wonder if this is right. I don’t know. I thought you could go to the police and your answer scares me: mum, do you really think that the police will care? This is just a minor matter to them. Does it mean that women have already lost this battle? Not being taken seriously is probably one of the reasons why a woman is killed by a man every third day. You will need courage, my daughter. Never give up. The life of more than one woman depends from you too. And yours as well. Honor the work of your ancestors and demand that you be respected and free to do as you like. Love as always,

Your beloved mum.

Emancipate, davvero? / Emancipées, vraiment? / Actually emancipated?

Indugia su una rubrica: cuori soli (Punti e interrogativi, p. 47)

Chiedete in giro cosa significa essere una donna emancipata e, nella definizione dei più – donne e uomini – tra i primi due fattori che verranno citati vi sarà il fatto di lavorare (in modo remunerato). Ne sono certa perché, per parecchio tempo, anche io ho equiparato l’emancipazione al lavoro e a causa di questa convinzione, derivatami dai saggi femministi, mi sono adoperata a mantenere la duramente conquistata “posizione” di schiava moderna (anche quando mi è stato finalmente chiaro che il mio paradigma personale era un altro). Infatti, l’imperativo psicologico era palese: qualunque donna che volesse definirsi emancipata, doveva lavorare contro pagamento. Questa definizione escludeva la casalinga, vista essenzialmente come una poveraccia che, quando le donne hanno potuto uscire di casa, è rimasta dentro perché troppo stupida per capire che la porta era aperta. Persino Simone de Beauvoir, in un’intervista, aveva equiparato la donna che non lavorava a una prostituta! Con tutto il rispetto per la sua opera fondamentale del 1954, quando lessi Il secondo sesso, pur comprendendo la provocazione semantica della frase a grandissimo effetto “Non si nasce donna, lo si diventa”, necessaria a mettere in luce la condizione femminile, mi trovai in disaccordo con lei perché, volendo mettere in luce i pregiudizi della socializzazione – che condivido interamente – trovavo che accettarli inglobandoli alla parola “donna”, togliesse alla stessa il valore che dovrebbe avere.

Ma non voglio dilungarmi su questo. Ma non voglio dilungarmi su questo. Vi ho già dimostrato (A chi spettano le pulizie? – 15.10.21) che ricevere un salario, benché sia un passo importante e auspicabile, non è la condizione unica garante di emancipazione. E oggi, quale ulteriore spunto di riflessione vi porto un elenco di alcuni comportamenti/modi di essere che, con gli anni, ho osservato nelle donne e che sono stati segnali di mancanza di emancipazione, a prescindere dalla loro professione e/o carriera:

  • non dividersi in parti uguali la corvée dei lavori domestici (pulizia, bucato, cucina…)
  • non consacrare lo stesso tempo alla cura dei figli e a fare attività con loro
  • essere sistematicamente addetta alla spesa o ai bisogni degli animali domestici
  • sentirsi in obbligo di avere la stessa percentuale di lavoro e/o lo stesso salario, e/o le stesse promozioni (e colpevolizzarsi quando non ci si riesce senza capire che le pari opportunità sono una meta non del tutto raggiunta)
  • reputare il suo lavoro come più importante del proprio e accordargli privilegi conseguenti (es: giustificare ritardi o lavori scansati)
  • non concedersi del tempo libero o sentirsi colpevoli per concederselo
  • accettare che le decisioni della coppia o della famiglia riguardino le sue priorità (personali o professionali)
  • mettere fine a una relazione solo dopo aver trovato un altro partner o non separarsi malgrado in grado di provvedere economicamente a se stessa
  • non avere amicizie proprie, solo quelle di lui o della coppia
  • non fare quasi nulla da sola
  • condividere le passioni di lui senza averne di proprie
  • non avere accesso al conto in banca proprio o della coppia, delegando tutto al compagno
  • avere una mobilità che si riduce al tragitto in auto casa-lavoro-spesa in un raggio limitato
  • non spostarsi in auto o mezzi pubblici per lunghe distanze, da sola o con i figli
  • farsi sminuire o umiliare, oppure accettare ironia e sarcasmo dal proprio compagno (le botte ti classano subito quale donna sottomessa, ma anche queste sono violenze!)
  • non esprimere pubblicamente le proprie opinioni, né nella coppia né nella società
  • in caso di tradimento, prendersela con l’altra donna anziché valutare il ruolo del proprio compagno
  • non capire il pregiudizio a sfavore delle donne, quando si sente il proprio compagno pronunciare commenti/opinioni/considerazioni con pregiudizio di genere e, di conseguenza, non reagire puntualizzando la situazione

Questa è una prima lista, che potrei arricchire sforzandomi un po’. Datemi una mano.

Lo so, donne, che fa male vedere scritto tutto ciò nero su bianco. Anche se sappiamo benissimo che è colpa dei condizionamenti che abbiamo ricevuto durante secoli. Ma è il primo passo per capire se viviamo nell’illusione. Dobbiamo prenderne coscienza e lavorare sui nostri punti deboli. Ognuna di noi ha i propri e allestire questa lista mi ha permesso di guardarmi dentro e vedere dove ancora è attivo, anche solo minimamente, il peso della tradizione.

Sull’ultimo però sono formale: senza un’adeguata istruzione che genera consapevolezza, non saremo mai in grado di levare i pregiudizi di genere che trasmettiamo senza rendercene conto. Perciò, ritengo necessario insegnare nelle scuole non soltanto la Storia del mondo, che è storia prevalentemente maschile, ma anche la Storia delle donne, o quella del mondo vista da una prospettiva femminile.

Emancipée, vraiment ?

Demandez autour de vous que signifie être une femme émancipée et, dans la définition que la majorité vous donnera, on citera le fait de travailler (contre rémunération, bien évidemment). Je suis certaine que ce point sera au moins l’un des deux premiers que l’on vous citera. Et je le suis car moi aussi, pendant longtemps, j’en ai été convaincue. J’ai tiré cette conclusion de différents essais féministes et je me suis donnée beaucoup de peine afin de garder la « position » d’esclave moderne conquise avec de nombreux efforts (même lorsque j’ai compris que la solution idéale pour moi était une autre). En effet, l’impératif psychologique était simple: si une femme voulait se targuer du titre de femme émancipée, il fallait qu’elle travaille contre rémunération. Cette définition excluait la femme au foyer, qui était perçue un peu comme une pauvre sotte qui, lorsque les femmes ont pu sortir de la maison, y est restée car elle n’avait pas compris que la porte était ouverte. Même Simone de Beauvoir, dans une interview, avait comparé la femme qui ne “travaille » pas à une prostituée qui vit aux crochets de son mari ! Avec tout le respect que je porte à son œuvre fondamentale de 1954, lorsque je lus Le deuxième sexe, même en en comprenant la provocation sémantique de cette phrase de grand impact : «On ne nait pas femme, on le devient » (nécessaire à mettre en lumière la condition de la femme) je fus en désaccord avec elle car, en voulant expliquer ainsi les préjugés de la socialisation (que je partage entièrement), j’avais l’impression que le mot “femme” véhiculait l’inacceptable notion de “moindre valeur”.

Mais je ne souhaite pas m’attarder sur ce point. Je vous ai déjà démontré (Qui doit faire le ménage ? – 15.10.21) que travailler contre paiement, une démarche certainement importante et souhaitable, n’est pas une condition qui garantit à elle seule l’émancipation. Ici, je vous cite un certain nombre de façons d’être ou agir que j’ai observé chez les femmes, et qui sont sans doute un signal très clair de manque d’émancipation (même lorsque la femme est employée):

  • ne pas partager les tâches ménagères (nettoyage, linge, cuisine…)
  • ne pas consacrer le même temps aux enfants
  • être la bonne de service pour tout ce qui concerne les course/les animaux/ etc.
  • s’efforcer d’avoir le même pourcentage de travail et/ou le même salaire / promotions (et se culpabiliser si on les a pas sans comprendre les discriminations au travail)
  • croire que son travail à lui est plus important que le sien et lui accorder des privilèges conséquents (ex : justifier le fait qu’il rentre tard ou qu’il ne participe pas aux tâches familiales)
  • ne pas s’accorder du temps libre ou culpabiliser si on le fait
  • accepter que les décisions du couple/de la famille concernent surtout les priorités de l’homme
  • terminer une relation seulement lorsqu’on a trouvé un autre partenaire, ou ne pas se séparer même si financièrement on est indépendante
  • avoir juste des amitiés de couple
  • ne faire que très peu seule
  • partager ses passions/hobby à lui, sans avoir d’hobby personnel
  • ne pas avoir accès à son compte bancaire, ou tout déléguer à son partenaire
  • une mobilité réduite au trajet maison-travail-courses, dans un rayon limité
  • ne pas se déplacer en voiture ou transports publics pour de longues distances, seule ou avec les enfants
  • se faire humilier ou rabaisser, accepter de l’ironie et du sarcasme (les violences physiques classent immédiatement la femme parmi les soumises, mais les violences verbales sont tout aussi puissantes !)
  • ne pas exprimer son opinion dans le couple ou à l’extérieur
  • lorsqu’on découvre une infidélité, s’en prendre à l’autre femme au lieu de mettre en cause aussi son propre partenaire
  • lorsque son partenaire exprime des opinions/commentaires préjudiciables aux femmes, ne pas réagir car on ne comprend même pas les préjugés dont elles sont victimes

Voici une première liste, que je pourrais enrichir en m’efforçant un peu. Voulez-vous me donner un coup de main? Qu’avez-vous observé?

Je sais bien que tout cela fait mal. Voir écrit noir sur blanc l’un ou plusieurs des comportements que nous, les femmes, adoptons, n’est pas facile. Même si nous savons très bien à quels conditionnements ils sont dus. Mais il s’agit du premier pas pour comprendre si nous vivons dans l’illusion de l’émancipation. Il faut travailler sur nos points faibles. Nous en avons toutes. Penser à cette liste m’a aidé à pointer du doigt un ou deux points sur lesquels pèse encore, quoi que de façon moindre, la tradition.

À propos du dernier je suis formelle: sans un enseignement adéquat, nous ne pourrons jamais viser une prise de conscience qui nous aiderait à ne pas transmettre ultérieurement les préjugés. Pour cette raison, j’estime nécessaire d’enseigner l’Histoire des Femmes dans les écoles.

Je parlerai plus en détail de cette thématique au courant de l’année 2022. Avec ce post, j’espère terminer, pour le moment, la série de réflexions sur la thématique du travail rémunéré ou pas, je qu’ai commencé au mois de juillet 2021.

Actually emancipated?

If you ask people what it means to be an independent woman, you will find out that many will tell you that she needs to work (for a salary). I bet this will be one of the first definitions, as I have also been convinced of it for a long time. After reading many feminist books, I struggled for about 15 years in order not to lose the hard-won position of “modern slave” I had conquered (even after understanding that the perfect solution, for me, was another one). The psychological pressure was high. Each woman willing to be considered emancipated had to leave the house. The definition excluded housewives, who were mainly seen by feminists as stupid women who did not go out because they hadn’t even noticed that the door was finally open. I remember Simone de Beauvoir comparing women who did not “work” to prostitutes! I was sincerely shocked. I admire her for her 1954 major essay, yet when I read The Second Sex I disagreed with the very first line: One is not born, but rather becomes, a woman. We all know what she meant and what she wanted to achieve stating that, and yet I could not agree because it seemed to me that, were we to agree with it, we would also state that being a woman meant being “of lesser value”.

I do not wish to discuss this further and I recently demonstrated (Who must do the chores? – 15.10.21) that working and receiving a salary is not a guarantee for independence and emancipation. In this article I would like to add further proof, listing a certain number of situations/behaviours I observed in women. All those are a sign of lack of emancipation (even if the woman works and maybe has a brilliant career).

  • Not sharing the chores (but we already discussed this, didn’t we?)
  • Not spending the same time with children
  • Being the one who always goes shopping for food, or taking care of the animals in the household
  • Feeling the need to work full-time, to have the same salary or promotions, and feeling guilty when we do not manage
  • Considering his job more important than our job (excusing his being late or not doing his share in the house)
  • Feeling guilty when taking time for ourselves
  • Accepting his personal or professional priorities.
  • Dumping him only when we have a new partner, even when we are financially independent
  • Not having friends of one’s own, just those of the couple
  • Not having passions of our own, just sharing his hobbies and passions
  • Having problems doing things alone
  • not having access to the couple’s bank account, or letting him manage everything
  • being able to go shopping-working-home with a car, but no further
  • not being able to take public transports or drive with children for long distances
  • letting our partner humiliate or diminish us, accept irony or sarcasm (of course physical violence is a clear sign of submission, but so are verbal violences)
  • having problems expressing our opinion
  • discovering an affair and accusing the other woman only
  • last but not least, failing to understand that there are prejudices against women and do not reply when we hear our partner expressing them

This is but a first list. Please help me add other points.

It is difficult to read this. I know. Even if we know well that they are the result of centuries of social conditioning. Nevertheless, it is a first step towards consciousness. We must work on this, as we all have weaknesses. Writing this list helped me point out the ones I need to work on myself. However, on the last point I am positive: we need education, if we want to knock down prejudice and stop passing it on to our children. This is why I deem necessary the teaching of the History of Women in schools. I resolve to write a series of posts on this topic in 2022.

Sessualmente liberate, per davvero / Sexuellement libérées, pour de vrai / This is, actually, sexual freedom

Le sue insistenti avance mi innervosiscono (Punti e interrogativi, p. 61)

Sto allestendo una lista di comportamenti emancipati, che vi presenterò nel prossimo post, e sono stata tentata di aggiungere un punto: quello riguardante la libertà sessuale. Libertà più grande nella scelta del partner e di avere rapporti senza essere sposate, ma che è forse più completa per le giovanissime. Ho sentito di ragazze capaci, esattamente come i ragazzi, di avere relazioni sessuali con tipi incontrati una sera, che non rivedranno più. Solo per il piacere. Senza patemi d’animo o inibizioni. Ottimo. Dalle donne della mia generazione, che pur ritengono normale avere avuto più di un partner, non ho invece mai sentito affermazioni simili. Siamo ancora troppo “romantiche”, troppo antiquate? Forse no. Sospetto che la maggior parte abbia vissuto un’esperienza simile senza troppi sensi di colpa ma, probabilmente, abbiamo pudore a parlarne apertamente. Per la mia generazione, non è né la normalità, né un motivo di vanto.

Alle giovani vorrei solo dire: il piacere è sacrosanto, non negatevelo. Ma che sia una vera scelta, non fatelo per evitare di implicarvi emotivamente o, peggio ancora, per scimmiottare gli uomini, credendo di conquistare gli stessi diritti, di sentirvi “forti”. Noi donne non dobbiamo ingabbiarci in un modello che non ci corrisponde, soltanto perché ci sembra più invidiabile. Nel meccanismo di cambiamento e di “liberazione” dobbiamo fondare i nostri paradigmi. Questa è la vera libertà.

Sexuellement libérées, vraiment?

Je suis en train de faire une liste de comportements de femme émancipée, que je vous présenterai dans le prochain post, et j’ai failli ajouter un point: celui qui concerne la liberté sexuelle. Liberté qui est clairement plus grande dans le choix d’un partenaire ou d’avoir de relations sexuelles hors mariage, mais qui est certainement plus complète pour le plus jeunes. J’ai entendu des jeunes femmes dire d’avoir couché avec des hommes juste pour le plaisir, pour un soir, exactement comme un homme pourrait le faire. Sans remords, sans inhibitions. C’est bien. Mais je n’ai entendu rien de tel des femmes de ma génération, qui bien sûr était déjà à l’aise avec l’idée d’avoir plus d’un partenaire. Sommes-nous encore trop « romantiques », trop vieux jeu? Je crois que non. Je pense que la majorité ait vécu une expérience similaire sans trop de remords mais, tout probablement, la pudeur nous empêche d’en parler ouvertement. Pour ma génération, ce n’est pas la normalité, ni une fierté.

Aux jeunes femmes, je voudrais juste dire: ne vous privez pas de plaisir. Mais attention à ne pas vouloir à tout prix faire comme les hommes, juste pour vous convaincre d’être « forte », pour ne pas vous investir émotivement ou pour ressembler aux hommes. Il ne faut pas, dans la tentative d’avoir les même droits que les hommes, s’enfoncer dans un modèle qui ne nous convient pas, juste car il est à peine meilleur que celui qui nous a été appris. Dans le subtil mécanisme de changement et de « libération », nous sommes appelées à fonder nos paradigmes. C’est cela, la vraie liberté.

Ps: voilà un exemple de vraie émancipation : Ps: questo è un esempio di vera emancipazione: https://www.courrierinternational.com/article/la-personne-suivre-su-min-la-grand-mere-en-road-trip-qui-inspire-les-voyageuses-chinoises

Is that, really, sexual freedom?

I am writing a list of the attitudes for an independent woman (which you will find in my next post) and I have been tempted to add a point: the one about sexual freedom. Women can now choose their partner freely, and it is normal too, to have had sexual relationships before marriage. But sexual freedom is certainly bigger for the youngest generation. I heard young women saying that they could easily have one shots, just as boys. Just for pleasure. Without guilt. That’s good. I have not heard this from women of my generation, even though we are at ease with having had more than one partner before marriage. Are we still too romantic, too old-fashioned? Maybe not. I suspect most of us has had that sort of experience without too many qualms of conscience but, possibly, we are just too coy to talk about it. For women of my generation, it is neither “everyday business”, nor something to be proud of.

To young women who are that emancipated I feel like saying: let pleasure be the only reason you do it. I mean, don’t think you will be smarter, less emotionally fragile or more like a boy if you do so. Don’t emulate men, believing that you will be emancipated or stronger if you do. Women should avoid slipping into styles of life that don’t correspond to their true being. Change and freedom are important, but we need to create our own paradigms. This is real freedom.

4 / 8 – inammissibile / inadmissible /unbearable

“Quando ci siamo conosciuti non facevi così” (Punti e interrogativi, p. 87)

Oggi, quarto femminicidio in otto giorni in Francia. Inammissibile! Come si può sopportare una tale società? Il 2022 comincia male per le donne.

Aujourd’hui, quatrième féminicide en huit jours en France. Inadmissible! Comment est-il possible de tolérer tout cela? L’année 2022 commence mal pour les femmes.

Forth woman killed in eight days in France, today. How can we bear this? 2022 begins in a bad way for women.