Il lavoro di zia Lu / Le boulot de Tati Lou / Auntie Lu’s job

“Io vengo dal Nord e i figli li faccio perché devo.” (Io vengo dal Nord, in Punti e Interrogativi, p. 48).

 

Il postino mi recapita un pacco (libri, sì… what else?).

“Sai che il tuo nonno faceva il postino?” – chiedo a mio figlio di quasi cinque anni.

Non lo sapeva. E gli altri membri della famiglia che lavoro fanno? Si intavola una breve ma illuminante discussione allorché, giunti alla zia Lu che aspetta un bambino, Romeo afferma:

“Il suo lavoro è fare i bebè.”

Grazie amore, per avermelo ricordato. Talvolta la disarmante semplicità dei bambini rivela l’essenziale. Fare dei bambini è un lavoro. Che sempre più donne affiancano ad altri lavori (remunerati o di volontariato), ma pur sempre un lavoro. E malgrado tutto, ancora e sempre il più importante.

*

(Auguri a zia Lu, nel giorno dei suoi 30 anni!)

 

Le boulot de tati Lou

Le facteur me livre un paquet (livres, oui… quoi d’autre?).

« Tu savais que ton papi était facteur ? » – je demande à mon fils qui aura bientôt cinq ans.

Il ne le savait pas. Et les autres membres de la famille, ils font quoi ? C’est le début d’une brève mais éclairante discussion lorsque, en parlant de Tati Lou qui attend un bébé, mon fils affirme :

« Son boulot est de faire des bébés. »

Merci mon amour, de me l’avoir rappelé. Des fois, la désarmante simplicité des enfants nous révèle l’essentiel : faire des enfants est bel et bien un boulot. Que beaucoup de femmes couplent de nous jours avec d’autres (rémunérés ou bénévoles), mais quand même un gros travail. Et, malgré tout, encore et toujours le plus important.

 

Auntie Lu’s job

The postman delivers us a pack.

“Did you know that your grandpa was a postman too?” I ask my 5-year-old son.

He didn’t. And what are the other family members doing for their living? This is the beginning line of a short but enlightening discussion as, talking about his pregnant auntie Lu, my Romeo declares:

“Her job is to make babies.”

Thanks, sweetie, for reminding me. Sometimes we need the simplicity of children to understand basic, essential things: making a child is a job. A job that many women, nowadays, do while they are doing another job (paid or not). But a job anyway: the most important one, by the way.

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Mobilità = libertà / Mobilité = liberté / Mobility = freedom

“Sei cieca o scema, non vedi che non si avanza?” (Bava di vento, in Punti e Interrogativi, Antonio Tombolini Editore, p. 92)

L’ultimo bastione che impediva la mobilità indipendente alle donne è caduto ieri: l’Arabia Saudita, ultimo paese al mondo nel quale le donne non potevano guidare, ha capitolato. Dal 24 giugno prossimo, le Saudite potranno guidare un’auto.

Rallegriamocene ma riflettiamo.

Sappiamo bene che una legge varata non significa una mentalità cambiata. Infatti, il diritto di voto delle donne non ha significato automaticamente la loro elezione. Né la possibilità di lavorare fuori casa ha modificato improvvisamente i rapporti nella cura della casa e dei figli. Per ogni avanzamento sociale che necessita un cambiamento di visione, occorrono anni prima che venga digerito e messo in atto. Questo ci dimostra che, pur occupandoci di tematiche più avanzate in materia di diritti della donna, evolviamo allo stesso ritmo.

Le domande aperte sono ancora molte. Chi insegnerà alle donne a guidare? Come verrà percepita una donna al volante? Quali sanzioni alternative verranno a sostituirsi alle frustate, fintanto che questa nuova libertà conquistata non sarà entrata nella mentalità comune? Oseranno, le donne, mettersi alla guida? Fin dove si spingeranno, sole? Queste e molte altre domande attenderanno risposta nei prossimi anni, se non decenni.

Resta un fatto: la legge andava approvata. Perché la mobilità delle donne significa indipendenza. Con ogni piccolo cambiamento, le donne continuano a conquistare nuovi spazi di libertà. In questo caso: libertà di movimento.

E libertà di andare avanti, anche da sole.

 

Mobilité = liberté

Le dernier bastion empêchant la mobilité indépendante pour les femmes est tombé hier : l’Arabie Saudite, dernier pays au monde où les femmes ne pouvaient pas conduire, a capitulé. À partir du 24 juin prochain, les Saudites pourront conduire une voiture.

Nous savons pertinemment qu’approuver une loi ne signifie pas changer une mentalité. Le droit de vote aux femmes n’a pas entraîné automatiquement leur élection. Ni la possibilité de travailler à l’extérieur de la maison a drastiquement modifié l’attitude par rapport à la prise en charge des enfants et de la maison. Bien que plus avancés en termes de droits de la femme, nous évoluons en fait au même rythme.

Les questions restent largement ouvertes : qui enseignera aux femmes à conduire? Comment une femme au volant sera-t-elle perçue ? Remplacera-t-on les coups de fouet par d’autres sanctions ? Quand sera-t-il normal de voir une femme conduire ? Et les femmes, oseront-elles conduire ? Le faire seules ? Et jusqu’à où oseront-elles aller ?

Néanmoins, la loi se devait d’être approuvée. Car mobilité, pour les femmes, signifie indépendance. Tout petit changement permet aux femmes de conquérir de nouveaux espaces de liberté. Dans ce cas spécifique, il s’agit de la liberté de mouvement. C’est-à-dire : une autre possibilité d’aller de l’avant.

Seules, si elles le souhaitent.

 

Mobility = freedom

It is done. Saudi Arabian law preventing women from driving a car has been abolished yesterday. Next June, Saudi women will be able to drive by themselves.

We all know that approving a law does not automatically mean its social acceptance. In fact, conquering the right to vote did not mean that women were automatically elected in parliaments or became presidents. Nor children care and housekeeping were equally shared just because women went out working. These examples show that we surely fight for different things, yet we evolve at the same pace.

There are still many open questions. Who is going to teach women how to drive? How will people perceive a woman driving? No more whipping will really mean no more backlash or retaliations? Will women dare driving alone? And how far will they dare going? We should not expect answers to these and other questions until many years ahead.

For the time being, let us stick to the fact: that law needed abolishment. For mobility, for women, means independence. Independence means freedom. In this very case: freedom to move, to go forward.

Even alone, if they wish to.

Droga visiva / Drogue visuelle / Visual drug

“Ma.. perché quell’espressione? Ne eravate già al corrente anche voi? (Tempi duri, in Punti e interrogativi, p. 28)

La nuova DROGA VISIVA è la pornografia in rete. È difficile parlarne perché la pornografia, contrariamente alle altre dipendenze, è uno scheletro presente nel 96% degli armadi (maschili). A scapito delle donne. Così afferma una ricerca appena pubblicata in Svezia e che Monica Mazzitelli presenta su Le Donne Visibili. Un breve riassunto con le mie considerazioni qui, ma per approfondire leggete tutto l’articolo: è molto lungo ma ne vale la pena.

Il problema comincia da molto giovani e rappresenta perciò una questione di società sulla quale dobbiamo riflettere. Perché da esso scaturisce anche l’atteggiamento violento nei confronti delle donne, che in Italia sfocia regolarmente nell’ennesimo, inaccettabile femminicidio. Purtroppo, l’accesso a questo tipo di materiale è oggi semplicissimo: ci riesce persino un bambino. Basta usare la rete. Infatti, la prima ricerca attiva è a 12 anni in media. Semplice. Discreto. E distruttivo per delle giovani persone ancora in costruzione e pertanto molto fragili. Quando il fenomeno aveva iniziato a prendere piede, avevo voluto rifletterci scrivendo il racconto TEMPI DURI, che fa ora parte del libro Punti e Interrogativi. Pensavo sarebbe rimasto confinato agli adulti.

Non è così e questa ricerca ha il pregio di mostrare gli aspetti distruttivi di una precoce dipendenza, facilitata dall’accesso semplice che il web mette a disposizione.

Cosa è cambiato dalla pornografia “tradizionale”, nascosta e poco accessibile delle generazioni precedenti? Questo: negli ultimi 15 anni la violenza ha preso il sopravvento sul piacere. Il 90% dei video in rete contengono almeno un abuso sulla donna. Nel 12% dei casi c’è proprio una violenza fisica. Per proteggerci dalle emozioni forti, il cervello crea una soglia di accettazione più bassa – soprattutto se ha ricevere lo stimolo è il cervello ancora in costruzione di un ragazzino. Quindi l’escalation è inevitabile. I ragazzi intervistati nel libro hanno confessato di aver bisogno di sempre maggiori stimoli, fino a livelli di violenza o atti spinti nei confronti di animali, minori, disabili, oltre che sempre più violenti sulle donne. Purtroppo funziona così: il ragazzino che necessita di uno sfogo ormonale naturale impara ad accettare queste immagini come normali e ad associarvi il piacere. Tanto più che la donna viene mostrata come consenziente e passiva. Come se le stesse bene. E non è il caso. Se ciò non bastasse a mostrare che il porno è roba fatta da maschi per maschi, vi è la testimonianza delle donne: ne guarderebbero forse di più se fosse incentrata sul piacere femminile. Ma non è così. Lo conferma anche un lungo articolo apparso sull’Internazionale del mese di luglio.

Parla infatti chiaro la testimonianza delle ragazzine. Solo la metà ha visto una volta questi video, ma 2/3 non hanno più voluto guardarne. E se acconsentono, spesso lo fanno nell’ambito di una relazione, ammettendo di ricevere richieste di prestazioni a cui non si sentono pronte o interessate, la grande difficoltà a rifiutare per paura di essere lasciate, il senso di inadeguatezza che ne deriva, l’umiliazione e molto altro.

Si può eliminare la violenza senza eliminare la pornografia? È una domanda etica importante. Nel nostro piccolo possiamo fare qualcosa. Possiamo tentare di evitare che i ragazzini si rivolgano a queste immagini per i loro corsi di educazione sessuale. Possiamo educare al rispetto, insegnare che la sessualità è condivisione (vera, non simulata) del piacere, senza violenza o prevaricazioni. In quanto genitori, dobbiamo interrogarci sulla nostra disponibilità a parlare apertamente di questo tema ancora troppo tabù e a guidare i nostri figli verso una sessualità basata sul rispetto e sul piacere. Solo così possiamo sperare di educare a dire no a immagini che non c’entrano nulla con una sessualità sana. Educare anche e soprattutto i maschi. Perché la pornografia finta, violenta e estrema fa violenza anche a loro.

 

Drogue visuelle

La nouvelle drogue visuelle est la pornografie online. Il est difficile d’en parler ouvertement car la pornographie, contrairement aux autres dépendances, est un squelette dans l’armoire de 96% (des hommes). Aux dépens de femmes, encore et toujours victimes. C’est le sujet d’un livre récemment sorti en Suède. En voici un court résumé et mes réflexions.

Le problème se pose très tôt et nous devons reflechir à cela car il concerne des enfants. Il s’agit donc d’un problème de société qu’il faut adresser au plus vite. Car l’accès à ce type de matériel est très simple, de nos jours : il suffit d’aller sur le web. La 1ère recherche active dans la toile se situe à 12 ans en moyenne. Car c’est bien la toile qui offre le matériel, de nos jours. Je l’avais déjà remarqué et choisi d’en parler dans l’une de mes nouvelles, Tempi duri, publiée l’année passée aux éditions Tombolini en Italie. Je pensais, à l’époque, que ce resterait un domaine réservé aux adultes, plus à même de faire face aux images proposées.

Faux. Et cette recherche le prouve, en soulignant le potentiel destructeur de ces pratiques. Y accèdent facilement et simplement des très jeunes gens, encore en construction identitaire et donc très fragiles.

Qu’a-t-il changé depuis les temps où le porno n’était pas accessible ? La discrétion a fait fleurir un porno qui privilégie la violence au plaisir. Et c’est bien tout cela que nos jeunes voient. Dans 90% des vidéo online il y a au moins un abus sur la femme. Et dans le 12% des cas une violence physique avérée. Pour se protéger des émotions fortes, le cerveau crée un seuil d’acceptation plus bas. Surtout s’il s’agit du cerveau d’un ado, qui n’est nullement prêt à comprendre ces scènes. Donc l’escalation est inévitable. Les jeunes interviewés ont avoué cette escalation, jusqu’à des niveaux de violence ou des actes sur les plus faibles, femmes en premier mais aussi animaux, enfants, handicapés, etc. Malheureusement, l’ado qui a naturellement besoin d’évacuer ses hormones apprend à accepter ces images comme étant partie d’une sexualité normale et à y associer son plaisir. D’autant plus que la femme y est toujours montrée passive et consentante. Comme si ceci lui convenait parfaitement, alors que nous savons pertinemment que ce n’est pas le cas. Le porno est fait par les hommes pour les hommes. Et les femmes l’admettent : elles en regarderaient peut être plus, si il était centré sur leur plaisir. Or, il en est rien : une longue enquête parue sur Courrier International l’été dernier le démontre clairement.

Écoutons les femmes, maintenant. Seule la moitié d’entre elles a vu ces vidéos, mais 2/3 n’ont pas renouvelé l’expérience. Souvent, elles consentent pour ne pas se faire quitter, en admettant qu’elles reçoivent souvent des requêtes qui les embarrassent et les humilient de la part de leur partenaire. Voulons-nous écouter ces embarras, ces humiliations ? Je le veux. Et vous? En tous cas, il faut se poser des questions éthiques et la première est la suivante : peut-on éradiquer la violence faite aux femmes sans éliminer le porno ?

Tout n’est pas perdu, nous pouvons faire quelque chose pour contrer tout cela. Nous pouvons essayer d’éviter que les ados utilisent ces images pour les guider dans la découverte de la sexualité. Comment ? En apprenant à parler plus ouvertement de la sexualité, en enseignant que le vrai plaisir est fait de partage et de respect. Seulement de la sorte, nous pouvons espérer éduquer à dire non à des images qui n’ont rien à voir avec une sexualité saine. Et cela concerne toutes et tous. Car quoi que l’on puisse penser, le porno faux, violent et extrême fait subir une violence également aux garçons.

 

Visual drug

The new visual drug is online pornography. Contrary to other addictions, pornography is a topic, which is hard to discuss as it is viewed by 96% (of men). And it affects women deeply. Here is a summary of a recently published book (in Sweden) and my point of view.

The first active research online is around 12 years old. The web is the primary source; I’ve known it for a long time and written about it in one of my short stories. What has changed from “traditional” pornography in the last 15 years, though? Violence has taken over pleasure. 90% of videos now show at least an abuse on women. In 12% of them, one can actually see physical violence. In order to protect use, the brain lowers the acceptance of such acts. Therefore, escalation is inevitable. Boys interviewed for the book confessed it: they could admit violence on women, on animals, disabled, or even children. Unfortunately, this is the way it works: a young boy who needs natural evacuation of hormones, watches them. In doing so, he learns to accept that kind of images and to associate pleasure to them. This is also because women are passive and willing in those videos. As if they enjoyed it. This is no news, actually. We have known for a long time that pornography is made by men, for men.

Let us listen to young girls now. Among teenagers, only half of them has ever watched porno videos, and 2/3 did not do it anymore after the first time. Often they agree to watch them because they do not want to lose the guy, often too their partners ask them for the same performances they see. Girls admit feeling humiliated and hurt. I want to listen to their pain. Do you?

We can try to avoid our children using those videos for their sexual education. How? Let us learn to talk about sexuality in an open way, teaching that real (not faked) pleasure is made of respect and sharing. In this way, we can hope that one day they will say no to those shocking images, which have nothing to do with healthy sexuality. This concerns everyone, girls AND boys. For faked, violente and extreme pornography rapes them as well.

 

Nella pelle di un uomo…o di una donna (Italian only)

Perché le donne si illudono sempre? Anche le sue amiche ci credono: le donne sono tutte uguali. (Stazioni, in Punti e Interrogativi, p. 61)

L’ho fatto una volta soltanto. È poco, lo so. Non prendetemi per una che non sa innovare, che non vuole provare niente di nuovo. Ma in prima persona, con voce di uomo, l’ho fatto davvero una volta soltanto. Con il racconto Stazioni, edito da Tombolini nella raccolta Punti e interrogativi. L’esperimento mi pare riuscito, pur non essendo un uomo. E ci dovrei riprovare.

Il fatto è che non mi è mai venuto spontaneo, il raccontare storie di uomini con voce di uomo. Del resto, sono una donna. E ci sono talmente tante storie da narrare con voce di donna, con una voce mia o che rappresenti altre donne, che la priorità è slittata altrove. Volevo rompere quel silenzio che da secoli appartiene alle donne, alle minoranze etniche e/o religiose, alle classi dominate, alle persone diversamente abili o omossessuali, e mi scuserete se ne ho tralasciate di altrettanto degne di nota. Ne parlo proprio oggi, nell’intervista rilasciata sul blog dello scrittore Massimo Lazzari.

Alcuni mesi fa sono entrata in libreria per farmi consigliare dei libri. Una libreria di quelle dove il libraio fa ancora il libraio, non il venditore. Ricordo che mi fu proposto un volume che narrava la storia di tre ragazzi. La mia prima reazione è stata, no, grazie, raccontateci storie di donne, per favore. Sono quelle, che voglio leggere.

Interessante sarebbe anche avere più uomini che si calano nei panni di una donna nei loro esperimenti letterari. Tolstoj e Flaubert ci sono riusciti incredibilmente bene, dopotutto. Di ciò parla anche Seba Marvin  in un post in cui sottolinea la mancanza cronica di personaggi femminili. Sì, perché le ragazze, nei libri di uomini, spesso esistono solo come appendice.

E quindi, se vi va di sentire tante voci di donna protagonista, leggete e consigliate il mio ultimo libro, Punti e Interrogativi. Non è scontato, non è mainstream, non è stato pubblicato perché sono cose che vendono. A parlare sono donne “vere”, quelle che quasi mai vengono ascoltate.

Io ho scelto di dar loro una voce.

*

Ps: visto che di voce si parla… Punti e interrogativi è disponibile anche in audiobook!

Punti di vista / Points de vue / Points of view

«È solo una questione di punti di vista. Non dovevo vergognarmi, se la mia ambizione era servire” (Misure variabili, in Punti e Interrogativi, p. 8)

È di alcuni giorni fa un articolo su Focus Extra a tema: la stupidità. Le ultime righe, mordaci e basate su uno studio universitario, rivelano un particolare che mi fa riflettere di nuovo su come l’informazione possa essere “manipolata” da caratteristiche sociologiche, economiche o di genere, che portano a una inconsapevole omissione. Infatti, leggendole mi è stato subito chiaro che la giornalista è donna. Un uomo, infatti, l’avrebbe citato? Non ne sono affatto convinta. O nella (remota?) possibilità, l’avrebbe fatto con toni e parole diverse, modificando la portata dell’informazione. Tra alcune righe vi sarà chiaro il perché.

Del contenuto non mi interessa disquisire. Mi interessa farvi partecipi della mia riflessione su quanto abbiamo perso, e su quanto perderemo ancora, se non ammettiamo che una visione unilaterale (e androcentrica) ha permeato per secoli (per esempio in letteratura, di cui ho già scritto) la nostra comprensione del mondo. Questa visione si perpetua ancora oggi, magari in modo più sottile, attraverso la parola delle classi e delle religioni dominanti, o del mondo occidentale (citando solo le più evidenti, senza parlare di handicap, di anagrafe, di politica, ecc.).

Perché unilaterale non significa solo maschile, anche se è un criterio che ha chiaramente influenzato persino tematiche da sempre attribuite alle donne, come la cura o l’educazione, rendendo ogni riflessione al riguardo incompleta e soggettiva.

Perciò dobbiamo leggere, ascoltare, riflettere, con occhi e mente aperta.

Concludo con il paragrafo che mi ha interrogato. “Secondo uno studio dell’Università di Newcastle, gli uomini sarebbero la metà del cielo più intellettualmente fragile. La conclusione nasce da una consultazione dell’archivio del premio Darwin, il sarcastico riconoscimento attribuito a chi, morendo per un’azione cretina, ha contribuito all’evoluzione dell’umanità, nel senso che ha evitato di trasmettere il proprio patrimonio genetico. Dal 1995 al 2014, su 318 premi assegnati, ben 282 sono stati attribuiti a uomini.”

 

Points de vue

La stupidité est le thème d’un article paru dans Focus Extra Italie ces jours-ci. Les dernières lignes citent une étude universitaire et me révèlent, en même temps, quelque chose sur la personne qui les a écrites: il s’agit d’une femme. Un homme n’aurait pas mentionné cette étude, je me dis. Ou tout au plus, il l’aurait fait d’une autre façon. Vous verrez pourquoi. Cette constatation me mène à nouveau à réfléchir sur le rôle du genre (ou de la politique, de la religion, de la classe sociale, pour en rester au plus poignants) dans notre compréhension du monde. Car par omission, l’on peut « manipuler » les informations.

Le contenu de l’article ne m’intéresse pas. Mais il est utile pour insister à nouveau sur combien nous avons perdu, et combien nous perdrons encore, si nous n’admettons pas qu’une vision unilatérale (et masculine, par ailleurs, comme je l’ai déjà écrit en discutant de littérature) nous a influencé pendant des siècles. C’est pour cela qu’il nous faut lire les yeux et l’esprit très ouverts.

Voici enfin le paragraphe qui m’a interrogé. Selon une étude de l’Université de Newcastle, les hommes seraient intellectuellement plus fragiles. Cette conclusion est basée sur une consultation du Prix Darwin, sarcastiquement attribué à qui, en mourant suite à un comportement crétin, a contribué à l’évolution de l’humanité en évitant de transmettre ses gènes. De 1995 à 2014, sur 318 prix attribués, 282 ont été remportés par des hommes.

 

Points of view

Stupidity is the topic of an article I read in Focus Extra in Italy a couple of days ago. As soon as I read the very last lines, I realised it must have been written by a woman journalist. I sincerely doubt a man would have used the research she mentioned, or else, he would have presented it in a very different way. This lead me to consider once again the role of gender – as well as economics, education, politics, etc… (to cite just a few) in the way we have always understood the world.

I have already discussed this topic, pointing out literature (written by men only for centuries) as an example. Yet, I insist: we must realise and admit that a unilateral (and androcentric) vision is incomplete and biased. So is one based on occidental values only. Or on one-party politics or on a specific religion, just to name a few. So, let us read with an open eye and judge with an open mind.

These are the lines: A Newcastle University research demonstrated that men are more intellectually fragile than women. The conclusion is based on the sarcastic Darwin Award, which awards people who died because of a stupid action and, thus, contributed to the evolution of humanity because they did not transmit their genes. From 1995 to 2014, out of the 318 people awarded, 282 were men.

Nuove autrici visibili: letture per l’estate, al femminile

“Tutto ciò era considerato strano: in fondo cosa ci capiamo, noi donne, di cose importanti? Noi siamo brave soprattutto con ciò che pare sciocco o irrilevante. Quelle cose che si trascurano come la polvere, credendo che siano invisibili.” (Misure variabili, da Punti e interrogativi della collana Oceania di Antonio Tombolini Editore, p. 11)

Invisibili? Non sia mai. Dando seguito al mio ultimo post sull’invisibilità delle donne in letteratura, vi presento alcune autrici di Antonio Tombolini Editore, che ha pubblicato anche la mia raccolta di racconti: Punti e Interrogativi. E siccome ATE rompe gli schemi tradizionali in materia editoriale, ve le presento in ordine di titolo, e pure dis-alfabetico. Ce n’è per tutti i gusti: giallo, rosa, nero… rosso, viola, bianco, arancione, blu e verde. Mi sono divertita a attribuire a ciascuno un colore. Quale sarà il vostro? Per non sbagliare, sceglietene più d’uno.

Viola e verde di Pamela Dalla Mina, collana Officina Marziani (arancione.. se no era scontato)

Viola e verde, due colori contrastanti. Viola come metamorfosi, creatività, forza spirituale. Verde come solidità, perseveranza, azione, energia. E due ragazze, la viola Futura e la verde Giada, con tutti i problemi della loro giovane età. Giada la strana, la positiva, la brillante. Futura che malgrado il nome vive nel presente, pessimista e a detta sua noiosa. E poi ragazze di altri colori, tutte da scoprire. Tra sparizioni e uscite, tra amori e disillusioni, una scrittura pulita, decisa, eppure colorata e contemporanea come quelle che le nuove generazioni vaganti sui social network sanno offrirci. E a tratti si ha l’impressione di essere piombati proprio lì, a cercare il senso nei dialoghi senza senso che l’autrice sa riprodurre in modo fedele. Ma ha senso soprattutto la disperazione di Futura che di futuro non ne vede, che non vuole “restare in superficie a godere delle briciole”, che vuole scavare nel profondo. Dove ci porterà la sua esplorazione? A fare da sfondo, leggere o pesanti ma sempre colorate, le emozioni. Sofferenza, ira, rabbia, disperazione: le vere protagoniste di questo romanzo.

Tranne il colore degli occhi di Roberta Marcaccio – collana Amaranta (blu, o azzurro)

C’è un segreto che pulsa, in questo libro. Lo percepiamo fin dalle prime pagine, con il fiato sospeso, mentre impariamo a conoscere il luogo solitario di un entroterra di provincia in cui tutto, tanto tempo fa, è accaduto. E attorno a questo segreto l’autrice tesse una trama ben orchestrata che, tramite polifonia e analessi, lo fa tornare in superficie. È una storia di amicizia, quella tra Michela e Annamaria, bambine la cui forte amicizia è legata al colore dei loro occhi. Ma è anche una storia di amori, di dolori, di misteri, di ricongiungimenti, di sacrifici. E Roberta Marcaccio la sa narrare con abilità in uno stile sicuro, che tralascia il superfluo per dedicarsi all’essenziale e regala a questo romanzo un ritmo dolce e al contempo incalzante, tanto simile alle due amiche che lo animano. Tra tagli e pieghe (di capelli e di abiti) della fremente capitale e l’immobilità dello sperduto San Felice c’è l’abisso che le ha divise, un giorno, e che solo l’urgenza verrà a colmare. La strega l’aveva sempre saputo. Ora, il momento è arrivato. Anche per chi vuole un attimo di relax e di evasione. PS: da due settimane è disponibile anche il nuovo libro di Roberta Marcaccio, Ti raggiungo in Pakistan.

Squilibri di Milvia Comastri, collana Officina Marziani (rosso)

Se c’è un filo, è decisamente rosso. Rosso come il sangue, la passione, la violenza. Soprattutto contro le donne. Vive, morte o che sopravvivono. Voci femminili, spesso, e talvolta maschili, a spiegare perché, come, quando. Sono 25 racconti brevissimi, incisivi, ritmo e lessico studiati a uno a uno. Si leggono d’un fiato, complice la brevità. Che però non è sinonimo di superficialità. Non qui. Questa autrice riesce a parlare di cose scomode, a farlo con profondità senza perdere la grazia. Anche se alcuni possono strappare un breve sorriso, non è mai un sorriso di compiacimento.

Pane, marmellata e tè di Carla Casazza, collana Amaranta (giallo – ovviamente)

Avete presente La signora in Giallo? Questi tre brevi racconti mi fanno pensare a dei mini-episodi della famosa serie. Divertenti e senza pretese, ma con una trama ben architettata, con gli indizi al posto giusto, si leggono con piacere. Vi accompagneranno volentieri sui mezzi pubblici, sul divano, in spiaggia o prima di poggiare la testa sul guanciale. Dal serial killer di casa nostra ai castelli della Loira per l’assassinio di un principe, seguiamo le avventure dei due protagonisti, la giornalista Beatrice e il poliziotto Alessio che si incontrano casualmente a… un corso di panificazione. Un setting originale e retrò per un incontro che dal giallo di tinge di rosa. Due piccioni con una fava. Ma i personaggi di Pane marmellata e tè, a differenza della Signora in giallo, sono contemporanei, giovani, pieni di vita. Alla Castle, per intenderci. Come se tradizione e modernità si fondessero. Il titolo ci trasporta in un universo casalingo, la cui continuità semantica non lascia presagire il versante giallo. A meno che il pane sia di mais, la marmellata di susine e il tè al gelsomino. Gusti un po’ strani, sì. Ma lasciatevi sorprendere.

Il limite delle parole di Pia Levy, collana Oceania (verde)

Una vicenda quasi realmente accaduta, narrata con una scrittura sicura e ricca di pathos, morbida, caratterizzata da piani narrativi diversi dove si intrecciano le vite di un’infermiera e di Maria, una paziente vittima di un infarto che pare segnare la famiglia. Lei lo riconosce subito, quando arriva. E inizia una corrispondenza intima con la figlia, mettendo insieme pezzi della sua vita, rafforzando il legame alchemico che esiste tra loro tramite le parole. Deve parlare. Deve farlo ora. Perché prima che la luce si spenga per sempre, le cose importanti della vita tornano in mente. E sono proprio le parole a permetterci di raccontarle. Eppure, anche le parole hanno un limite. Alcune cose non si possono spiegare come siamo abituati a farlo. Ma servono per ricordare, per fissare sulla carta ciò che conta. Per far sì che il “granello di sabbia nella moltitudine delle dune possa sopravvivere nel ricordo”. Pia Levy ha la capacità di spingere le parole oltre il loro limite. Così ci regala un romanzo breve, intenso e intimistico. Da assaporare con calma, a piccoli sorsi.

Dietro lo steccato di Ilaria Vitali, collana Klondike (rosa e nero)

Una confessione alla sorella e Irene si mette a nudo: un uomo l’ha lasciata senza spiegazioni. È l’incubo di ogni donna, perché le donne vogliono capire. E per riuscirci Irene fa un percorso dentro se stessa che la porta lontano, fino all’incontro con Pietro e tutto ciò che una nuova relazione implica. Rimettersi in gioco, superare il dolore, andare avanti. Ilaria Vitali ci presenta questo dramma interiore in una scrittura fluida e riflessiva che ci guida verso le domande più segrete e dolorose: domande sulla vita, sulle relazioni, sulla dipendenza amorosa o sulla difficoltà degli uomini a impegnarsi. Il romanzo scorre tranquillo verso la fine, senza abbandonare il tono intimistico che lo caratterizza. E quando ormai non ci sia aspetta più una risposta, nelle ultime pagine le ragioni della diserzione di Vittorio dalla vita di Irene vengono svelate, rivelando un romanzo dai contorni politici. Siamo arrivati alla fine del viaggio, al confine tra amore e odio, separati solo da un fragile steccato.

Boris e lo strano caso del maiale giallo di Manuela Iannetti, collana Officina Marziani (viola, che è il complementare del giallo)

Questa raccolta inizia in modo graffiante, con quattro racconti ironici e contemporanei nei contenuti. Si parla di fatti quotidiani, di code agli sportelli, incontri in treno, disoccupazione. Poi l’autrice cambia tono, esso si fa più sommesso, più intimo. Affiorano ricordi e fiumi, mari, persino le carceri diventano luoghi da narrare. Quando ormai ce l’aspettavamo caustica, con lo sguardo affilato e la penna che non perdona, quando pensavamo che il suo intento fosse trasformare fatti della banale quotidianità in eventi straordinari, dar loro il giusto rilievo, ecco che Manuela Iannetti ci stupisce ed entra nella vita di gente al margine, tratteggiando ritratti impietosi di miserie o di assurdità. Dalla superficie alla profondità, e ritorno. Questo è il movimento. E no, il giallo non c’entra niente. L’intento è diverso. Rileggo il titolo. Sarà il mostrarci strani casi? Forse sì. Ma scordatevi i maiali.

Bianca come l’Africa di Clara Piacentini, collana Officina Marziani (bianco e nero)

È una pittrice o una fotografa? Nessuno dei due, è una scrittrice. Eppure, i racconti di questa raccolta “africana” sono istantanee di vita. Il suo sguardo fotografa, la sua penna descrive, con accuratezza, attenta alle sfumature di colore. Clara Piacentini ci regala gli odori, i colori e i sapori dell’Africa nella quale ha vissuto per diversi anni, in una serie di ritratti sapientemente descritti, con un lessico ricco e una forte padronanza della lingua. Se fosse una pittrice sarebbe rinascimentale, con l’attenzione al dettaglio e alla prospettiva. Guardando dentro ogni singolo racconto, ci immergiamo in uno spaccato di vita che vale la pena di conoscere.

Suggerimenti di lettura per l’estate – al femminile (Italian only)

“Mi dia trenta metri di libri – aveva esordito, senza preamboli o superflui saluti, entrando nella piccola libreria” (Misure variabili, in Punti e Interrogativi, Antonio Tombolini Editore)

 

Stilare una lista esaustiva di tutti i libri che valgono la pena di essere letti sarebbe impossibile. Mi limito ad alcune letture recenti di libri più o meno recenti, tentando di spaziare su più continenti.

Jamaica Kincaid, Autobiografia di mia madre (Adelphi)

La scrittura di questa scrittrice nata ad Antigua, è nera come la sua pelle, eppure leggera. L’ossimorico titolo è intrigante, poiché l’autobiografia si può scrivere solo di se stessi. La madre morta, che mai ha potuto scrivere la sua autobiografia, è un pretesto dal quale la protagonista parte alla ricerca del femminile, sollevando al contempo alcune problematiche legate alla condizione della donna di colore. A se stessa, insomma, e a tutte le altre. Bella anche l’ambientazione dell’isola della Dominica (da non confondersi con Repubblica Dominicana) dove nasce la protagonista di questo libro cupo e intrigante. Niente di divertente, ma ottimo per riflettere.

Altre autobiografie (vere)? Provate con Autobiografia di una rivoluzionaria di Angela Davis (Minimum Fax).

Flannery O’Connor, Racconti (Bompiani)

Essere considerata una delle maggiori scrittrici americane di racconti – anche se il Nobel l’ha preso Alice Munro – è senz’altro un traguardo ragguardevole, raggiunto peraltro prima dei 40 anni poiché l’autrice morì di una malattia degenerativa a soli 39. La O’Connor va letta per la sua eccellente capacità a descrivere l’universo dell’America profonda e per la messa in scena di personaggi in qualche modo handicappati. L’etichetta di autrice del Sud è riduttiva, ma è pur vero che la questione razziale è viva e descritta in modo onesto ed efficace.

Altre autrici di questa regione? Provate con Louise Erdrich, La casa tonda o Medicina d’amore (Feltrinelli)

Chitra Diwakaruni, Sorella del mio cuore (Einaudi)

Immergersi nell’universo di questa scrittrice è come fare un salto in India e ritorno. Anche Chitra Divakaruni appartiene alla schiera di autrici che, grazie al contrasto culturale con gli Stati Uniti che l’accolgono, riesce a offrirci dei romanzi intensi, nei quali discute delle difficoltà cui fanno fronte coloro che appartengono a due culture diverse. In Sorella del mio cuore, due cugine molto legate vengono separate da un matrimonio combinato, che porta l’una delle due in America. Ma i legami di sangue non possono essere sciolti. Segreti e dolori per un romanzo che tocca davvero nel profondo.

Altre autrici di questa regione? Provate con Jhumpa Lahiri (Guanda)

Elvira Dones, Sole bruciato (Feltrinelli)

Se Vergine giurata è il libro più conosciuto della scrittrice di origini albanesi trapiantata in Italia, poiché da esso è stato tratto un film, ho amato di più Sole bruciato. Non affronta una tematica semplice: la tratta delle donne slave per il mercato della prostituzione. Ma lo fa con intelligenza e delicatezza, pur non risparmiandoci la durissima realtà. Una narrazione cruda ma piena di comprensione e poesia.

Altro su questa regione? Provate La figlia di Clara Uson, che ritraccia la vita della figlia del generale Mladic morta suicida dopo aver compreso che suo padre era “il boia dei Balcani”. Al crocevia tra romanzo e ricerca storica. (Sellerio)

Irène Nemirovski, Jezabel (Adelphi)

L’opera della Nemirovski è immensa, ma iniziate pure da Jezabel, questa donna atterrita dalla paura di invecchiare. Tema delicato sul quale la scrittrice di origini ukraine non osa porre giudizio, ma soltanto descrivere gli estremi ai quali questa, chiamiamola pure malattia, può portare. Spunti di riflessione? Tanti. Difficoltà di lettura? Nessuna. Come dire: un piccolo capolavoro.

Altre di queste regioni? Provate Liliana Lazar, rumena, con Terra di uomini liberi (Marco Tropea ed.)

Gina Nahai, Sogni di pioggia (Mondadori)

Sul suo ultimo libro La strega nera di Teheran leggete la mia recensione su E/O ma poi – o prima – andate a leggervi Sogni di pioggia. Se la strega nera è un piccolo capolavoro da scuola di narrazione, i sogni vi trasporteranno nel vero universo di questa scrittrice di origine iraniana. Entrambi i romanzi sono riusciti. Ma molto diversi tra loro. La strega nera sarà perfetto anche sotto l’ombrellone.

Altre di queste regioni? Provate Zeruya Shalev, Dolore (Feltrinelli) o Azar Nafisi, Leggere Lolita a Teheran (Adelphi)

E ora, restiamo a casa nostra?

Simona Lo Iacono, Le streghe di Lenzavacche (E/O)

Due voci di donna ci conducono nell’universo segreto di un paesino siculo, patria di streghe, donne sagge, uniche nella loro diversità. Seguiamo le vicende di Rosalba e del figlio Felice che, malgrado la sua grave infermità, vuole andare a scuola. Ne seguiremo le vicende tramite il maestro Mancuso, che lotta per mantenere la classe che il regime fascista vuol chiudere, e le sue lettere a una misteriosa zia. Faremo un tuffo nel passato per ricongiungerci alle streghe perseguitate. La persecuzione della diversità, l’emarginazione e l’inclusione sono i temi che affronta questo romanzo dallo stile fiabesco, dove lettere e racconto lasciano presagire lo sviluppo di una trama che, nella seconda parte, va a sorprendere sia per il contenuto che per la scrittura. Tremate: le streghe son tornate.

Altre italiane da riscoprire? Provate con Laudomia Bonanni, L’adultera (Elliot) o Cristina Trivulzio di Beljoioso, Le due mogli di Ismail Bey (Tufani).

E un saggio?

Iaia Caputo, Il silenzio degli uomini

Questo saggio si presenta con un taglio più giornalistico che sociologico. Una serie di fatti di cronaca nei quali si cerca la prova del silenzio: uomini che uccidono le donne, padri alla ricerca di un ruolo, pulsioni incontrollabili e la solita incursione tra la realtà mediatica assurda e la politica in cancrena della penisola. Problematiche conosciute e riviste sotto la luce di un’impossibilità maschile a parlare della propria inadeguatezza, delle proprie insicurezze, dell’incapacità ad adattarsi ad una società dove le donne si sono riprese la parte di co-protagonista. Niente di rivoluzionario per la nostra comprensione di queste tematiche, ma sempre interessante per approfondire e interrogarsi.

Altro di questa autrice? Provate con Le donne non invecchiano mai.

Nel prossimo post, altri suggerimenti di lettura… di autrici meno visibili.