Un crimine odioso / Un crime odieux / A crime full of hatred

Le 28ème féminicide de l’année a eu lieu aujourd’hui en France. La nouvelle passe tout à l’heure dans les sous-titres du journal télévisé. A la une, on parle pourtant d’un crime odieux, c’est à dire l’assassinat d’un policier à Avignon. Je ne vois pas en quoi l’assassinat de la femme de 31 ans brulée vive par son ex-mari violent serait un crime moins odieux. Peut-être un féminicide est-il devenu, désormais, presque “banal”? Avec 90 femmes tuées par leur conjoint en 2020 et encore plus l’année d’avant (pour ne pas remonter trop loin dans le temps) on pourrait bien le croire. En tant que femme, je suis outrée. La méthode utilisée par cette bête (homme n’est pas le juste mot) rappelle en outre la période de la chasse aux sorcières, ce qui me fait encore plus enrager. Car cet acte nous concerne toutes.

Il 28esimo femminicidio dell’anno in Francia è accaduto oggi. Passa nei sottotitoli del telegiornale. La discussione però verte su un crimine chiamato odioso, ovvero l’omicidio di un poliziotto a Avignone. Personalmente non vedo in cosa l’assassinio di una 31 enne bruciata viva dall’ex marito violento sia meno odioso. Forse il femminicidio è diventato quasi “banale”? Si direbbe, con 90 donne uccise nella sola Francia nel 2020 e quasi 150 l’anno precedente. In quanto donna, mi sento profondamente offesa. Il metodo utilizzato da questa bestia (uomo non è la parola giusta) ricorda terribilmente l’epoca della caccia alle streghe, e ciò mi fa incazzare ancor di più. Perché non si tratta solo di quella povera donna. Qui si parla di tutte noi.

The 28th feminicide this year in France has happened today. I can read it in the small titles on TV. The main discussion, though, is about another homicide, that of a policeman, which has been called a crime full of hatred. I can’t really see how the homicide of a 31-year-old mother of 3, burned alive by her ex-husband, can be considered less hateful. Has a feminicide become so “normal”? Looking at figures, one could almost say so: they were 90 last year in France, and almost a 150 the year before. As a woman, I feel deeply offended. The method used by that beast (we cannot call him man, can we?) reminds me of the one used during the massacre of the witches, and this makes me even more angry. It is not just about that poor woman. It is about all of us.  

Invisibili / Femmes invisibles / Invisible women

“… cose che si trascurano come la polvere, credendo che siano invisibili.” (Punti e interrogativi, p. 13)

Recensione dell’omonimo libro di Caroline Criado Perez, Einaudi 2020

Le “discriminazioni invisibili” di cui parla Caroline Criado Perez nel suo saggio costituiscono una sorta di novità nel panorama degli studi femministi o di genere perché vi è una cronica mancanza di dati disaggregati per genere, il gender data gap, che le rende, appunto, invisibili; secondariamente, anche allorquando divenissero visibili, sarebbero probabilmente giudicate di secondaria importanza rispetto ai grandi temi cari al femminismo. La visione androcentrica prevale nell’analisi e nell’attuazione di soluzioni, che sono quindi studiate da maschi per altri maschi con la pratica etichetta unisex – un po’ come quando diciamo “ragazzi” in presenza di 99 donne e un uomo. Invisibili le porta alla luce e, dimostrando come esse siano pregiudizievoli alle donne e ne influenzino negativamente molti aspetti del vivere quotidiano, vale sostanzialmente quale necessaria sensibilizzazione. L’autrice delinea alcuni grandi temi, quali la vita quotidiana, la medicina o la politica e si lancia in un’enumerazione abbondante e piuttosto complessa di esempi sui quali occorrerebbe far luce tramite la raccolta di dati di genere, che rappresenta a suo parere il metodo per immaginare soluzioni innovative e propizie al genere femminile.

Partiamo dalla vita quotidiana e da una serie di piccole cose, che tanto piccole non sono. Un esempio banale riguarda le tratte e gli orari dei trasporti pubblici urbani, che sono ottimizzati per favorire i lavoratori, senza tener conto delle necessità di chi percorre la città per accompagnare o assistere, in modo gratuito, bambini e anziani. La conseguenza è un enorme dispendio di tempo per la categoria dei lavoratori non retribuiti, composta quasi esclusivamente da donne: una scelta dettata dal pregiudizio che il tempo di chi “non lavora” sia meno importante. E come mai, negli uffici, le temperature sono regolate per far sentire a suo agio l’uomo di età e di peso medio, mentre si sa che il metabolismo femminile, alle stesse temperature, risente freddo? Perché le aziende non pensano a riservare dei parcheggi per le donne incinte? O ancora: quali incredibili ragioni e drammatiche conseguenze ha, oltre al disagio, l’insufficienza di toilette per donne nei luoghi pubblici? Si noti che l’autrice non si limita a esporre i vari problemi, ma analizza la loro radice con risultati talvolta davvero sorprendenti. Con leggera ironia, verrà seriamente spiegato il perché, contrariamente al bagno degli uomini, c’è sempre la fila in quello delle donne. E vi assicuro che non ha niente a che fare con quello che qualcuno potrebbe immaginare.

Questi sono soltanto alcuni degli aspetti pratici ai quali sono confrontati le donne. Se li trovano sopportabili, è perché hanno accettato come la norma quella che, in realtà, è una discriminazione. Gli esempi spaziano dal locale al globale, dall’high-tech alle ricerche universitarie, dall’analisi del design degli attrezzi agricoli, inadatti alle donne malgrado rappresentino la maggioranza in questo campo, ai fornelli forniti alle donne del Bangladesh che, pur evitando i fumi tossici, le obbligano a restare accanto al pasto che cuoce, un ennesimo lavoro non retribuito. Risultato: le donne e le loro esigenze sono regolarmente ignorate, sminuite o non ascoltate.

Una lunga parte del volume è consacrata agli aspetti economici e lavorativi, che l’autrice tratta però in modo innovativo rispetto ai caposaldi del femminismo quali parità salariale, sfondamento del soffitto di vetro o pari opportunità: essa rivendica la necessità di incentivare il lavoro retribuito delle donne, trasformando i servizi che svolgono in modo gratuito in lavoro pagato. Ho già discusso di questa tematica nel mio post precedente. I servizi domestici e di cura ai bambini e agli anziani sono svolti quasi esclusivamente dalle donne in modo gratuito e questa economia sotterranea aumenterebbe del 20% il PIL delle nazioni, rimescolando le carte economiche… se fosse calcolato! Ma la sua misurazione è uno dei principali gender data gap, che l’ONU valuta a 3200 miliardi di dollari per la sola cura dei bambini. A questi possiamo aggiungere le ore di assistenza prestate agli anziani: le ore dedicate agli anziani affetti da Alzheimer, negli USA, sono cifrabili a 18 miliardi di dollari. Solo stime, dite voi? Certo: perché nessuno ha mai raccolto per davvero i dati. L’autrice è ferma nelle sue convinzioni: se lo si facesse, si potrebbe progettare un’economia fondata sulla realtà e non sull’immaginario maschile. Infatti, prendendo le donne britanniche come esempio, per svolgere i lavori di cura il 18% di esse prende un’aspettativa, il 19% si licenzia e il 20% passa a tempo parziale. Il lavoro non retribuito, sostiene l’autrice e mi trova d’accordo, non è quasi mai frutto di una scelta. Fa parte del sistema. La ricompensa per le donne è essere considerate buone e generose… e molto spesso se la fanno bastare per assenza di alternative. In conclusione, malgrado le donne abbiano sempre lavorato, nessuno “lavora” per le donne, che sono le maggiori vittime della povertà. Di certo le aziende non pensano a loro quando progettano prodotti unisex sulla base delle necessità degli uomini: così nascono i telefonini più difficili da usare con mani femminili, i traduttori con pregiudizi di genere, i programmi di riconoscimento vocale tarati sulle voci maschili e le applicazioni vocali che trovano prodotti per prostrata e Viagra, ma non cliniche per abortire o centri di soccorso per donne violentate. Per non esagerare, fermiamoci qui.

Un tema scottante è anche l’esclusione delle donne dagli studi sui medicamenti e nella prevenzione delle malattie. Quante donne perdono la vita per un infarto, perché la sensibilizzazione parla solo dei sintomi degli uomini? Quante muoiono perché i test di ricerca di sangue nelle feci, utilizzati per il depistaggio del tumore al colon, sono meno sensibili nelle donne? Come mai le patologie maschili, quali le disfunzioni erettili, sono oggetto di diversi studi, ma non ne esistono sulla sindrome premestruale di cui soffre il 90% delle donne? L’autrice dimostra, dati alla mano, che il corpo della donna non è oggetto delle stesse ricerche: le start-up tecnologiche che si prefiggono di trovare un trattamento per un problema femminile, spesso non trovano i finanziamenti necessari. Eppure, per ogni dollaro di investimento, le start-up da loro create generano 78 ct, contro 31 per quelle maschili. Proviamo ad indovinare: non sarà perché i comitati di decisione sono composti quasi esclusivamente da uomini? La conclusione dell’autrice è chiara: anche l’establishment sanitario si disinteressa delle donne.

In realtà, per capire le loro necessità, bisognerebbe che le si includessero negli studi. Ma non lo si fa. Queste sistematiche “dimenticanze” possono causare situazioni grottesche: dopo il terremoto del 2001 in Gujarat, India, le case di fortuna ricostruite per far fronte all’emergenza erano state fornite… senza cucina! Lo stesso accadde in Sri Lanka dopo lo tsunami. E se qualcuno osasse controbattere che si tratta di culture meno “avanzate” in materia di parità, di quelle occidentali, quando avrete letto tutti gli esempi locali, concreti e documentati che l’autrice riporta, vi convincerete che tutto il mondo è paese. Gli aspetti “invisibili” svantaggiano le donne, senza che nessuno – loro comprese – se ne renda davvero conto. Questo libro interviene a renderli visibili ed è il suo maggior merito. È utile specialmente per chi crede che la parità è stata raggiunta e che non ci sia più niente per cui battersi. Falso. Perché le necessità delle donne non possono essere inglobate in soluzioni al maschile, esattamente come accade per tutte le questioni minoritarie. Vero. Una soluzione per rendere visibili le invisibili è dare più spazio alle donne (così come alle minoranze) negli organi decisionali, in politica, nelle aziende, nei comitati di ricerca e di sviluppo. In questo senso, le “quote rosa” sono necessarie perché correggono un sistema antidemocratico. E anche quando verrà raggiunto questo obiettivo, resta da vedere se riusciranno a farsi sentire: le parlamentari vengono interrotte due volte di più dei colleghi maschi. O magari, tanto per restare in un tema di scottante attualità, mancherà una sedia per loro.

Per concludere, cartellino rosso alla traduttrice del libro che, senza utilizzare la scrittura inclusiva nella traduzione di “my reader” in “lettore mio”, dimostra platealmente quanto la visione androcentrica (insita anche nel linguaggio) sia ben radicata e data per scontata anche dalle donne.

(Ritrova questo articolo sul blog Donne Visibili e sulla rivista letteraria Leggere Donna)

Femmes invisibles

Une critique du livre de Caroline Criado Perez, ed. First

Les “discriminations invisibles” n’ont jamais été traités par les études féministes ou de genre premièrement car les données de genre n’ont jamais été vraiment récoltées – il y a donc un énorme gender data gap – et, deuxièmement, même si elles étaient récoltées, elles seraient tout probablement considérées de moindre importance par rapport aux thématiques chères au féminisme. On considère que cela ne vaut pas la peine car la vision masculine prévaut depuis toujours dans l’analyse des données et dans la recherche de solutions, qui sont donc étudiées par des hommes pour les hommes, en y collant l’étiquette unisex – exactement comme lorsqu’on dit « ils » en présence de 99 femmes et un seul homme. L’essai Femmes Invisibles sensibilise à tous ces aspects, qui portent préjudice aux femmes et influencent négativement leur vie quotidienne. Il était temps que quelqu’un dévoile avec autant de détails ce qui le gender data gap cache si bien. La récolte systématique de données est d’ailleurs la solution proposée par la chercheuse afin de trouver des solutions adaptées à la gent féminine.

Partons donc d’exemples tirés de la vie de tous les jours. Les trajets et les horaires des transports publics urbains sont optimisés pour les travailleurs : ils ne tiennent pas compte de celles qui parcourent la ville pour accompagner les enfants ou aider les personnes en difficulté, une catégorie de travailleuses non rétribuées dont le temps est manifestement considéré moins important, car elles… « ne travaillent pas » ! Celle-ci est, bien évidemment, la perception des hommes. Une vision que nous, les femmes, avons malheureusement adopté et qui sert ici en tant que démonstration de comment les femmes sont assujetties à la vision masculine. Et que dire de la température des bureaux ? Elle est réglée pour que l’homme d’âge et de poids moyen soit à l’aise, alors que l’on sait pertinemment que le métabolisme des femmes, à la même température, ressent plus de froid. Et pourquoi diable les entreprises n’ont pas toujours de parkings réservés aux femmes enceintes ? Ou encore : quelles sont les incroyables raisons et les dramatiques conséquences de l’insuffisance de toilettes pour femmes dans les lieux publics ? Pour toutes ces questions, l’auteure analyse les raisons profondes et ses conclusions sont parfois étonnantes. Voilà que lectrices et lecteurs découvriront aussi pourquoi, contrairement aux toilettes des hommes, il y a toujours la queue devant celles des femmes. Je vous assure qu’on est loin de ce qu’on pourrait imaginer.

Ceux-ci ne sont que quelques-uns des aspects pratiques auxquels sont confrontées les femmes. Elles y sont faites car elles ont accepté comme étant la norme ce qui en réalité est une discrimination. Les nombreux exemples sont tirés de partout : le high-tech, la recherche universitaire, la médicine, la linguistique… jusqu’à l’analyse  du design des machines agricoles inadaptées aux femmes, ou les nouveaux fourneaux des femmes du Bangladesh qui, malgré l’amélioration en termes de toxicité, les obligent à rester plus longtemps à côté du repas, en diminuant ainsi le temps qu’elles peuvent consacrer à un travail rémunéré. Résultat des courses : les exigences des femmes sont régulièrement ignorées, négligées, sous-estimées.

Une longue partie est consacrée aux aspects économiques, que l’auteure traite de façon innovante par rapport aux thèmes féministes tels que la parité de salaire, le plafond de verre ou l’égalité d’opportunités. Elle revendique la nécessité d’augmenter le travail rémunéré des femmes en transformant le travail qu’elles font gratuitement en emploi payé. J’ai discuté cette thématique dans mon post précédent (avril 2021). Les services domestiques, de garde d’enfants et de soins aux aînés sont presque exclusivement fournis gratuitement par des femmes. Il s’agit d’une économie souterraine qui augmenterait le PIB des pays de 20%, en changeant la donne… si elle était prise en compte ! Mais mesurer ce travail gratuit est l’un des principaux gender data gap, que l’ONU estime à 3200 milliards de dollars rien que pour la garde des enfants. A ceci il faut rajouter les heures d’assistance aux seniors: rien que pour les malades d’Alzheimer, aux Etats Unis on calcule 18 milliards par année en heures de travail. Des chiffres approximatives et sans preuves, vous dites ? Vous avez raison : ce n’est qu’une estimation, car personne n’a jamais essayé de les mesurer pour de vrai. L’auteure en est convaincue : si on le faisait, on pourrait prendre des décisions économiques basées sur les faits, et non pas sur ce que les hommes imaginent. Prenons en tant qu’exemple les femmes britanniques face à la demande de soin d’enfants ou de seniors : le 18% décide de prendre une année de congé, le 19% quitte définitivement le travail et le 20% passe à temps partiel. Le travail non rémunéré, affirme l’auteure et je suis du même avis, n’est presque jamais un choix. Il découle du système. Pour toute récompense, les femmes sont appréciées par leur générosité … et il faut bien que cela leur suffise car il n’y a pas de vraies alternatives.

Les femmes ont toujours travaillé, mais personne ne « travaille » pour elles, qui restent depuis toujours les victimes de la pauvreté. Certes les entreprises ne se soucient pas de leurs besoins, lorsqu’elles conçoivent des produits unisex sur la base des nécessités des hommes. Ainsi sont conçus des téléphones portables difficiles à utiliser par les mains des femmes, des traducteurs contenant des préjugés de genre, des programmes de reconnaissance vocale établis sur les voix masculines, des applis vocales qui trouvent des produits pour la prostate et le Viagra mais non pas des cliniques pour avorter ou des centres de secours pour femmes violées.

Un thème important est également l’exclusion des femmes des études concernant les médicaments et la prévention. Combien de femmes perdent-elles la vie à cause d’un arrêt cardiaque, dont les symptômes connus sont uniquement ceux qui concernent les hommes ? Combien meurent-elles du fait que les tests de recherche de sang dans les selles, employés dans le dépistage du cancer du côlon, marchent moins bien pour les femmes ? Et pourquoi les pathologies masculines, telles que les dysfonctions érectiles, font l’objet de nombreuses études, mais il en existe pas sur le syndrome prémenstruel dont souffre pourtant le 90% des femmes ? L’auteure dénonce aussi le fait que les start-up des femmes qui recherchent un traitement pour des problèmes féminins, ne trouvent souvent pas de financements. Et pourtant, elles rendent aux investisseurs 78 ct par dollar investi, au lieu des 31 de celles des hommes. Essayons de deviner : ne serait-ce pas car les commissions sont composées presque exclusivement d’hommes ?

En réalité, afin de comprendre les nécessités des femmes, il faudrait les inclure dans les études. Mais on ne le fait pas. Ces “oublis” systématiques peuvent créer des situations grotesques : après le tremblement de terre de 2001 au Gujarat, Inde, les maisons de fortune reconstruites après l’émergence avaient étés construites… sans cuisines ! De même au Sri Lanka après le tsunami. Et si quelqu’un voulait riposter qu’il s’agit de cultures moins “avancées” et paritaires par rapport à notre culture occidentale, lorsque vous aurez lu tous les exemples concrets et documentés vous allez comprendre que le monde n’est qu’un village.

Les aspects « invisibles » défavorisent les femmes sans que personne s’en aperçoive et réagisse. Ce livre comble le manque de visibilité et ceci est son plus grand mérite. Il sera utile spécialement pour tous ce qui croient que la parité a été atteinte. C’est faux. Car les nécessités des femmes ne peuvent pas être englobées dans des solutions pour les hommes, exactement comme on l’a toujours fait pour les minorités. Une solution qui pourrait donner de la visibilité aux invisibles est celle d’accorder plus de sièges aux femmes (et aux minorités, d’ailleurs) en politique, dans les entreprises, dans les comités de recherche et développement. Les quotas de femmes sont nécessaires car elles corrigent un système antidémocratique. Et il ne faut pas oublier que, même quand cet objectif sera atteint, il faudra encore que les femmes puissent réellement s’exprimer. Figurez-vous que les femmes au parlement sont interrompues deux fois plus souvent que les hommes. Ou bien, juste pour évoquer une gaffe politique récente, il n’y aura pas de chaise pour elles.

Invisible women

A review of Caroline Criado Perez’s essay

To my mind, feminist studies have not discussed “invisible discriminations” thoroughly for two main reasons: a vast gender data gap surrounds them and, even if that gap were filled with real data, they would probably seem to be unimportant compared to mainstream core issues. Data analysis and subsequent solutions are labelled unisex, even though they are made for me, by other men. Women have never profited from another perspective, therefore they got used to accepting the masculine one. The essay Invisible women unravels the knots of this biased view, as it clearly demonstrates that masculine stand point is actually unfair to women and it affects their daily life in a negative way. This is why this book represents an essential step towards awareness. The author does not propose practical solutions: in order to find them, people must collect gender data first. Yet, she lists a great number of examples, for which data urgently needs to be collected.

We shall start from a certain number of seemingly unimportant daily life examples, such as public transport lines and timetables. They are conceived in order to help workers spare time, yet they do not take into consideration how much time women waste when they take children to school or when they move around the city to assist old or hailing people. Both are women’s jobs – and obviously, they work for free. To make matter worse, the choice of such a schedule states that women’s time is less important, because they “do not work”… If this looks like another man’s point of view, you are on the right track. So, let me be more specific: they do not work for money. Let us take another example: temperatures in working places are set up to make the typical middle-aged man with average weight feel well… and who cares if women feel cold! Same for scarce parking places for pregnant women or public toilets. The author does not just list the problems, but she analyses their roots. And she ends up with some amazing explanations. The reader will thus understand why there is always a queue in front of women’s toilets.

These are only some of the situations women face every day.  As male perspective has always been the rule, they grin and bear it because nobody has ever thought or come up with an adequate solution for them. The examples in the book are either local or global and span from high-tech to research, from machine design to new cookers for Bangladesh women, who despite being cleaner they are more time-consuming, thus preventing women to do other (paid) work. Everywhere, women’s needs are overlooked, underestimated and unheeded.

A large part of the book discusses economy and work. However, the author takes an innovative perspective with respect to the traditional feminist view (no equal wages, no glass ceiling nor equal opportunities are mentioned): she claims that women must enter the waged workforce, transforming childcare or care for elders into paid activities. Those of you who follow my blog have just read my personal experience about this and you know I am in favour of it. Women actually do domestic work, child and elderly care for free. It is a parallel economy, which would rise by 20% the IGP… if only assessed! Its lack of measurement is a main gender data gap. The UNO estimates it is worth 3200 billion dollars for childcare only, to which we can add 18 billion for assistance to elderly with Alzheimer in the USA. These are only estimations, because nobody has ever collected the real data. If we finally did, claims the author, we could figure out how to organise an efficient economy based on reality, not on men’s fantasies. In order to do care work, women in Great Britain quit their jobs (19%), work part-time (20%) or take a year off (18%). Working for free is seldom a choice: it is part of the system.

Despite the fact that they have always worked, nobody “works” to make women’s life better. They are in fact the main victims of poverty. Societies certainly do not work for them when they conceive products labelled unisex: mobile phones are made for men’s hands, translators display gender prejudice and so are apps, which can find Viagra or prostate products, yet not abortion clinics nor shelters for raped women. No need to go on, if you plan to read the book.

Another hot topic is how women are excluded from medical research. How many women die because prevention of heart attacks is centred on men’s symptoms only? Or can somebody explain why men’s problems such as sexual dysfunctions have been largely investigated, yet not so premenstrual syndrome, which affects 90% of women? Start-ups that seek treatment for women’s problems cannot raise funds easily even though the generate 78 ct per invested dollar (compared to 31ct for men’s start-ups). The reason might very well be that decision panels are composed mainly by men. I believe the author is right, when she says that women’s body is visible only when it comes to hurt it.

“Forgetting” to ask women what they need can cause surreal situations: after 2001 earthquake in Gujarat, India, or tsunami in Sri Lanka, houses were rebuilt… without a kitchen! Please do not say that she is talking about underdeveloped countries before you read all the examples from far and near, that the author listed. The main merit of this essay is to shed a light on “invisible” aspects. It is useful especially for those who believe that equality has been achieved. This is obviously untrue, for women’s needs cannot be merged into solutions made for men, exactly as this would not work for minorities issues. For the invisibles to be finally visible, equal representation is necessary in politics, decision boards and research committees. Quotas for women are necessary, because they correct an anti-democratic system. And when we reach this goal, men will have to learn to listen to them. This is not the case yet: women in politics are interrupted twice as much as men. Or else, they will not have a chair to sit on (as it recently happened in an important summit).

Thank God I am writing instead of speaking.

Le Signore dell’arte (I)

https://www.lesignoredellarte.it/ fino al 25.7.21

La mostra a Palazzo Reale di Milano sulle donne nell’arte tra il 1500 e il 1600 ci offre la possibilità di capire le uniche condizioni che permettevano loro di divenire sublimi artiste: la situazione delle donne era difficile, dipendevano da padri e mariti e l’apprendistato che svolgevano gli uomini nelle botteghe dei maestri offriva a questi ultimi maggiori possibilità. Le artiste che hanno lasciato opere meravigliose, capolavori di finezza ma anche di audacia, accedevano al mestiere di artista principalmente a tre condizioni: se avevano la fortuna di nascere nobildonne, come Claudia del Bufalo o Caterina Cantoni, se entravano in convento, come Plautilla Nelli o Orsola Maddalena Caccia, le cui tavole potevano essere vendute per aiutare il convento che le accoglieva, oppure quando avevano un padre artista già affermato e venivano da lui istruite, come nel caso di Lavinia Fontana figlia di Prospero o di Elisabetta Sirani figlia di Andrea. Quest’ultima fondò addirittura un’accademia per sole donne e lasciò 200 opere morendo a soli 27 anni. Alcuni dei quadri mi fanno supporre che la donna, se avesse potuto contribuire maggiormente all’arte, avrebbe mostrato altri aspetti rispetto agli uomini: ad esempio la Sirani dipinge la scena che evoca la violenza subita da Timoclea, tratta dal racconto di Plutarco, non quando ella viene perdonata per aver ucciso il capitano di Alessandro Magno, come nel caso dei dipinti maschili, ma nel momento in cui ella lo getta nel pozzo. Molte di queste artiste frequentarono le Accademie, come Giovanna Garzoni o la più famosa Artemisia Gentileschi, figlia di Orazio. Le opere esposte sono 130 e sono davvero ammirevoli. È indubbio che, anche in questo campo, le donne avrebbero potuto eccellere al pari degli uomini, se soltanto ne avessero avuto la possibilità.

Il lavoro gratuito delle donne / Le travail gratuit des femmes / Women’s unpaid work

 

“Passi che le tenesse la bimba quando doveva fare i lavori domestici…!” (La lettera G, p 123)

Abbiate pazienza. Questo post sarà un po’ più lungo del solito perché devo come premessa devo raccontarvi un po’ della mia vita. Se non vi va di leggere questa lunga premessa, saltate pure all’ultimo paragrafo, anche se vi mancherà una parte molto istruttiva.

Quando sono arrivata nel villaggio francese in cui vivo, avevo appena cambiato vita. Era il 2013 e avevo lasciato un lavoro piuttosto lucrativo, che però non mi permetteva né di occuparmi della mia famiglia, né di scrivere, né di portare avanti i miei progetti, né di continuare a formarmi… inghiottiva semplicemente tutto il tempo che non dedicavo alla famiglia. Mio figlio Romeo aveva poco più di un anno e Vittoria sei. Perciò svolgevo, per il 90% del tempo, l’impegnativo lavoro di mamma e di casalinga (che oggi vorrei chiamare una volta per tutte family manager, giusto per segnalare che è un lavoro a tutti gli effetti, malgrado sia sempre stato svalorizzato e in assenza del salario che meriterebbe). Nelle mie uniche due ore libere, ovvero mentre lui dormiva e lei era a scuola, scrivevo. Me l’ero imposta come priorità.

Avevo deciso che avrei cambiato vita anche ad altri livelli. Che avrei cercato di creare, tra donne, uno spirito cooperativo, un ambiente ameno nel quale ognuna di noi avrebbe potuto avvalersi dell’aiuto dell’altra per avanzare nel proprio cammino di vita. Erano anche i tempi in cui iniziavo, con passione, a scrivere questo blog. Credevo nelle donne e nella loro capacità a fare gruppo.

Ed ecco che, impegnandomi nelle attività della scuola di mia figlia, da subito avevo fatto la conoscenza di parecchie mamme. Vittoria era una bambina socievole e mi chiedeva spesso di giocare con le sue compagne, pertanto avevo iniziato a invitare delle amichette a casa. Le prendevo dopo la scuola o per pranzo. Mi sembrava una bella cosa: anche se per me era lavoro e responsabilità in più, lo facevo per mia figlia e mi dicevo che anche per noi mamme era una situazione ideale perché, aiutandoci l’un l’altra, avremmo avuto più tempo per noi.

Dopo tre anni di questa vita, tuttavia, avevo iniziato a risentire un disagio che non sapevo spiegarmi. Come poteva, una cosa “giusta”, mettermi in quello stato? Iniziai a rifletterci sopra e, dopo qualche mese, capii la fonte del disagio: avevo regolarmente qualche altro bambino per casa, ma mi sembrava che raramente mia figlia fosse invitata. Un giorno cedetti alla tentazione di verificare la mia intuizione: sul calendario, per cinque settimane, annotai i nomi di tutti i bambini che avevo “invitato” io (e con invitato intendo anche le volte in cui mi era stato richiesto un “favore”) e quando e da chi era stata invitata mia figlia. Stavolta le virgolette non le metto perché, dal canto mio, non mi permetto di chiedere un favore, se non in caso di reale necessità (che per la cronaca è successo una volta in 10 anni). Constatai così che il mio disagio aveva radici ben salde: eravamo a 11 inviti miei, contro 3. Approssimando, “davo” 4 volte più di quel che “ricevevo”. La mia delusione fu grande. Improvvisamente capii che per più di tre anni avevo fatto gratuitamente la baby-sitter. La maggior parte delle mie “datrici di lavoro” erano donne lavoratrici, e io comprendo bene quanto sia difficile gestire il lavoro in casa e il lavoro fuori. Ma questo non mi faceva sentire meglio. Per niente. Fu così che rallentai. Lo spiegai a mia figlia e lei lo capì, anche se questo significava che avrebbe giocato molto di più con me e suo fratello, o da sola. E così fu.

Il principio di reciprocità studiato e teorizzato da Bronislaw Malinowski nelle Trobriand degli anni 70 illustra un principio fondamentale di quella società: i doni erano scambi economici a tutti gli effetti, ma soprattutto reciproci, che “a lungo termine, si controbilanciano, beneficiando in egual misura entrambe le parti”. E Malinowski nel suo Diritto e costume della società primitiva così conclude: “La vera ragione per cui tutti questi obblighi economici sono osservati […] scrupolosamente, è che l’inosservanza colloca l’individuo in una posizione intollerabile, mentre la negligenza nel loro adempimento [lo] copre di obbrobrio [e] […] si troverebbe subito fuori dall’ordine sociale ed economico”. L’entrata in vigore della moneta ha cancellato l’obbligo morale perché ogni gesto non monetizzato non è più considerato come uno scambio economico, ma il principio è pur sempre valido e, come ben specificato, non deve essere osservato e reciprocato volta per volta, bensì essere percepito come di beneficio alle due parti in una prospettiva di lungo termine.

Seguendo implicitamente questo principio, non pretendevo né pretendo ora che si ricambi ogni mia disponibilità e mi sentivo perfino a disagio a esigere una contropartita. Forse avevo sempre visto mia madre fare così e mi sembrava normale. Ma oggi la situazione delle donne è cambiata. Così ho dovuto adattarmi e perciò, dopo la seconda volta di seguito che mi occupo dei figli di qualcun altro, mi fermo e aspetto. Non è per niente soddisfacente e mi lascia l’amaro in bocca, mi spiace anche per i miei figli, ma devo farlo per proteggere me stessa. Perché pur mettendo dei limiti precisi, sono sempre in credito e mi ritrovo a dover rifiutare dei lavori che, altrimenti, mi piomberebbero sulle spalle. Un paio di esempi accaduti nelle scorse settimane: “Potresti prendere mia figlia a pranzo i giovedì?”, oppure: “Visto che dopo il corso devi comunque venire nella mia direzione, riporteresti mio figlio a casa, così non devo venire a prenderlo io?”. E tutto questo, naturalmente, senza che mai una volta qualcuno mi chieda: “Ma tu, di cosa avresti bisogno? Come posso aiutarti?” O mi facesse anche solo una proposta equa. Non ho bisogno di niente, ma sarebbe almeno onesto e gentile. Però non accade. Mai. E dunque ora la mia regola ora è: se è un’eccezione, ben volentieri; se è un’attività regolare, anche se mi fa sembrare egoista e poco disponibile, richiedo uno scambio di favori. Non mi faccio pagare per due ragioni: non ho intenzione di fare questo mestiere e, semmai ce l’avessi, vorrei una remunerazione giusta, non la solita paga discriminatoria.

La cosa che più mi disturba, tuttavia, è l’impressione che le madri lavoratrici (e i loro compagni) si rivolgano a me perché credono che, rispetto a loro, io non abbia niente da fare. Ecco cosa ha prodotto il passaggio al lavoro extra-muros delle donne, insieme a quello di un’economia monetaria. E magari si credono più emancipate di me, mentre per me, il fatto di lavorare da casa e di scrivere è il frutto di una scelta costatami dieci anni fa una rinuncia fondamentale: quella della (temporanea o definitiva) indipendenza economica. Difficile, per una femminista! Certo, se avessi un lavoretto salariato, potrei nascondermi dietro le richieste del mio datore di lavoro. Nel mio caso invece, non ho una scusa per rifiutare. Ho dovuto imparare a dire no, affrontando lo sguardo altrui. Ora non mi scuso neanche più: è una mia scelta, è il mio tempo. E sono troppo vecchia per regalarlo indiscriminatamente a gente che fatica persino a ringraziarmi.

Ohh, certo che mi sento in colpa, per non aiutare di più le donne! Vorrei che fossimo una “famiglia”, che ci sostenessimo vicendevolmente. Invece è una società molto individualista, quella in cui vivo. Ognuno per sé. Anche le donne sono diventate così. Io stessa lo sono diventata, perché sono stanca come lo sono loro, di lavorare sempre gratuitamente. Ma non credo che la soluzione sia nello “sfruttamento” di altre donne.

È difficile incastrare tutti i pezzi del Tetris. L’ho vissuto: quando si fa un doppio lavoro, fuori e dentro casa, si corre, ci si stressa anche quando, come me, si ha un compagno flessibile, disponibile e femminista (sì, non è un accostamento antitetico). Le capisco, le donne. Ma non sono la nanny di turno. Ho dovuto fare delle rinunce, per costruire una vita più serena per me e per i miei figli. Non l’ho fatto solo perché sono una donna ed era “giusto così”: mio marito si sarebbe volentieri occupato dei figli e della casa, se il mio lavoro salariato fosse stato vitale per me. Non lo era.

Ora, per ogni regola c’è un’eccezione e, siccome riconosco che ci sono donne che devono lavorare come un mulo per sbarcare il lunario, a loro do una mano perché ho un privilegio che loro non hanno. Per le altre, purtroppo, la questione è semplice: lavorano spesso a tempo parziale per non uscire dal mercato del lavoro (bella parola, il mercato, siamo proprio merci) o per la loro indipendenza economica, sobbarcandosi il lavoro della cura dei figli che sovente i loro mariti non si degnano di condividere in modo equo. E qui casca l’asino: ho smesso di aiutarle perché, in realtà, l’unica cosa che facevo era aiutare i loro mariti ad avere più tempo libero, che investono per migliorare la loro carriera o per farsi i cavoli loro. Non erano le donne, che aiutavo a prendere tempo per se stesse, a coltivare qualcosa! Le aiutavo solo nella folle corsa a tenere in bilico lavoro e famiglia – e per inciso magari anche il matrimonio –  un dimenarsi che non cambia in quasi niente le abitudini maschili e dà loro anche il vantaggio di avere più income a disposizione. Ancora una volta grazie al lavoro gratuito delle donne. Quello delle nonne. Delle figlie. Delle mogli. Delle casalinghe. Delle pensionate. Delle volontarie. E il mio. No grazie. Io condivido il proverbio africano: “ci vuole un villaggio per allevare un figlio” e mi spiace che non sia così, che oggi, alle mie latitudini, ognuno pensi e agisca per sé. Ma non posso fare le veci del villaggio tutto intero. Noi donne dobbiamo sostenerci mutualmente, non approfittare l’una dell’altra. Dobbiamo formare un cerchio chiuso, forte e solidale. E mentre aiutiamo e ci facciamo aiutare, dobbiamo imparare a conservare il nostro spazio per crescere e creare, anziché regalarlo. La nostra società si tiene in piedi con il lavoro gratuito delle donne. Sarebbe ora di iniziare a remunerarlo al suo giusto valore.

Le travail gratuit des femmes

Soyez patient(e)s. Ce post sera plus long que d’autres car, en guise d’introduction, je dois vous raconter un petit bout de ma vie. Si vous n’avez pas de temps, allez directement au dernier paragraphe, en sachant tout de même que vous allez vous priver d’une lecture assez instructive.

Lorsque je suis arrivée dans le village français où j’habite, je venais de changer de vie. C’était en 2013 et je venais de quitter mon travail car il ne me permettait pas de m’occuper de ma famille, d’écrire, de réaliser mes autres projets et de continuer à me former. Mon fils Romeo avait tout juste un an et ma fille Vittoria six. Mon travail à 90% était donc celui de maman et de femme au foyer, que je voudrais une fois pour toutes appeler family manager, rien que pour lui accorder l’importance, jamais reconnue, qu’il a depuis toujours (faute de salaire qui devrait aller avec). Pendant la journée je n’avais que deux heures pour moi : lorsqu’il dormait et qu’elle était à l’école, j’écrivais.

J’avais néanmoins décidé que je voulais changer de vie à d’autres niveaux. Que j’aurais créé, entre femmes, un esprit de coopération, un environnement d’entraide qui nous aurait permis de mieux avancer dans nos chemins de vie. C’était l’époque où, avec passion, je me lançais dans ce blog. Je croyais dans la capacité des femmes de former un groupe soudé.

C’est ainsi que, en m’engageant dans les activités scolaires de ma fille, j’avais fait connaissance avec beaucoup de femmes, elles-mêmes des mamans. Vittoria était une fille sociable, qui me demandait souvent à jouer avec ses copines. Pour cette raison, je les invitais souvent après l’école ou pour le déjeuner. Je le faisais pour ma fille, même si c’était une responsabilité en plus pour moi. Mais je pensais que pour nous, les mamans, était une situation idéale, car en nous entraidant, nous aurions eu plus de temps pour d’autres activités. Cela aurait dû être une win-win situation.

Après trois ans de cette vie, néanmoins, la situation me mettait mal-à-l’aise sans que ne sache expliquer pourquoi. Comment une attitude “juste” pouvait-elle me mettre dans cet état? Je commençai à y réfléchir et, après quelques mois, je compris: des enfants venaient régulièrement chez moi, mais j’avais l’impression que ma fille n’était pas invitée chez eux. Je n’aurais jamais voulu en arriver là, mais voilà ce que je fis : afin de vérifier mon intuition, j’écrivis sur le calendrier, pendant 5 semaines, tous les enfants que j’avais « invité » (et par ce mot j’entends aussi les fois où j’avais été sollicitée par une maman pour lui faire une faveur) et ceux et celles chez qui ma fille avait été invitée (cette fois je n’écris pas le guillemets car je ne me permets pas de demander de faveur que lors de réelle nécessité – et cela m’est arrivé une fois en 10 ans). Après 5 semaines, donc, je constatai que mon malaise était fondé : j’avais « invité » 11 fois, contre 3. Approximativement, je « donnais » 4 fois plus de ce que je « recevais ». Quelle déception ! Tout à coup, je compris que pendant tout ce temps, j’avais travaillé comme nounou, gratuitement. La plus grande partie de mes « employeuses » étaient des femmes qui travaillaient. Or, je comprends que gérer travail externe et familial est difficile, mais cela ne me consolait pas. C’est ainsi que je ralentis énormément le rythme. Je dus l’expliquer à ma fille et elle le comprit, même si cela signifiait que, désormais, elle jouerait surtout avec moi et son petit frère.

Le principe de réciprocité théorisé par Bronislaw Malinowski dans les Trobriand des années 70 nous montre un principe fondamental: les dons étaient des échanges économiques sous tous points de vue, mais surtout ils étaient réciproques, se contrebalançaient dans le long terme et étaient bénéfiques pour les deux parties. Malinowski, dans son Crime and Custom in Savage Societies, en conclut que la vraie raison qui poussait les individus à observer scrupuleusement ces obligations économiques est que, le cas échéant, l’individu aurait été dans une position intolérable car la négligence l’aurait couvert de honte et il se serait retrouvé tout de suite en dehors de l’ordre économique. L’entrée en vigueur de l’argent a malheureusement effacé l’obligation morale et chaque geste qui ne doit pas être payé n’est plus considéré en tant qu’échange économique. Mais le principe est toujours valable et, comme l’anthropologue nous l’explique, il ne doit pas être réciproqué à chaque fois pourvu que, dans le long terme, les deux parties soient gagnantes. Sans le savoir, j’ai toujours opéré de la sorte. Je n’ai jamais exigé une contrepartie pour chacune de mes disponibilités et je me serais sentie mal à l’aise en me comportant ainsi. Mais finalement j’ai dû m’adapter: ainsi va donc le monde? Donc maintenant, lorsque je n’ai pas établi une routine d’échange de services qui fonctionne, après la deuxième fois de suite que mes enfants invitent un copain chez nous, je m’arrête et j’attends. Ce n’est pas satisfaisant, ça me déplait même et c’est triste également pour eux, mais il faut que je me protège. Car même en posant des limites, j’en fais toujours plus que les autres. Je me retrouverais donc dans des enquiquinements si je ne disais pas non. Voilà à titre d’exemple deux cas des semaines passées : « Pourrais-tu prendre ma fille pour le déjeuner les jeudis midi ? » – et je ne connais même pas personnellement ses parents. Ou bien : « Etant donné qu’après le cours de judo tu passes à côté de chez moi, pourrais-tu ramener mon fils à la maison ? Ça m’éviterait de me déplacer… ». Tout cela, bien évidemment, sans que quelqu’un me demande : « Aurais-tu besoin de quelque chose ? », ou bien qu’on me propose un échange. Tout en sachant que je n’ai besoin de rien, ce serait gentil et honnête. Mais cela n’arrive pas.

De ceci découle ma nouvelle règle: s’il s’agit d’une exception, d’un dépannage, je le fais volontiers ; si c’est une activité régulière je demande une échange de faveurs, même si cela pourrait donner de moi une image de personne égoïste et peu disponible. Tant pis. Je n’accepte pas d’argent car ce n’est pas mon métier et, si ce l’était, je voudrais être payée comme il faut – ce qui est impossible car les métiers des femmes sont discriminés.

Ce qui me dérange le plus, pour tout vous dire, est que les mères qui travaillent s’adressent à moi tout naturellement, comme si je n’avais rien à faire. C’est bien cela, je crains, la pensée cachée. Et voilà ce que le travail des femmes en dehors de la maison à produit, avec le passage à une économie monétaire. De surcroît, figurez-vous qu’elles se croient plus émancipées que moi, alors que je vous démontrerai dans un prochain post que ce n’est pas le cas. Que ce soit clair : j’ai beaucoup à faire et le choix de travailler depuis la maison et d’écrire découle d’une décision qui, il y a 10 ans, j’ai pris en renonçant à ma (temporaire ou définitive) indépendance économique – ce qui n’est pas peu pour une féministe. Si aujourd’hui j’avais, tout comme elles, un petit travail de salariée, je pourrais me cacher derrière les exigences de mon employeur, pour refuser des faveurs. Je ne peux pas le faire et j’ai dû apprendre à dire non sans chercher trop d’excuses. D’ailleurs, je ne m’excuse pas pour cela : c’est mon choix, mon temps. Et je suis trop âgée pour l’offrir à des gens qui me disent à peine merci.

Bien sûr que je me sens coupable de ne pas aider davantage les femmes ! J’aimerais que l’on soit une « famille », qu’on se soutienne. Mais je vis dans une société individualiste. Chacune pour soi. Même les femmes. Je le suis devenue moi aussi, pour les raisons que je viens de vous expliquer. Moi aussi, j’en ai marre de travailler gratuitement ou, tout au plus, sous-payée.

Je sais: placer les pièces du Tetris de la vie est difficile. Je l’ai vécu. En travaillant dans et à l’extérieur de la maison on court tout le temps, on se stresse même quand on a un copain flexible, disponible et féministe (oui, féministe, ce n’est pas antithétique au mot homme). Je comprends les femmes du plus profond de mon cœur. Mais je ne suis pas leur nounou. Si aujourd’hui j’ai le temps de prendre soin de ma famille, ce n’est pas car je suis une femme. Mon mari l’aurait fait volontiers à ma place si mon boulot avait été essentiel pour moi.

Or, à chaque règle il y a des exceptions. Je sais qu’il y a des femmes qui sont obligées de travailler pour joindre les deux bouts et je les aide plus souvent car je sais que, par rapport à elles, je suis une privilégiée. Pour toutes les autres, malheureusement, c’est simple : elles travaillent souvent à temps partiel pour ne pas sortir du marché du travail (génial, nous ne sommes que de la marchandise) ou pour leur propre indépendance économique, tout en gérant la maison et les enfants. J’ai arrêté de les aider car, à vrai dire, la seule chose que je faisais était d’aider leurs maris à avoir encore plus de temps libre, qu’ils utilisent pour faire progresser leur carrière ou pour leurs hobbys. Non, je n’aidais pas les femmes à prendre du temps pour elles-mêmes ! Je les aidais juste dans leur course folle à garder en équilibre famille et travail – et peut-être aussi leur mariage. Cela ne change en rien à l’attitude des hommes et leur offre également l’avantage d’avoir plus d’argent dans le ménage. Encore une fois, grâce au travail gratuit des autres femmes. Des grand-mères. Des épouses. Des femmes au foyer. Des retraitées. Des bénévoles. Je dis: non, merci, je ne veux pas de ça. Un proverbe africain dit: il faut un village pour élever un enfant. Je suis d’accord et regrette que là où j’habite, chacun/e pense pour soi. Mais je ne peux pas jouer le village en entier. Nous, les femmes, nous devrions nous soutenir, et non pas profiter l’une de l’autre. Nous devons former un cercle solidaire entre femmes. Et pendant que nous nous s’entraidons, il nous faut défendre précieusement notre temps, pour nous développer et pour créer. Notre société tient debout grâce à notre travail gratuit. Il serait temps de commencer à le rémunérer à sa juste valeur.

Women’s unpaid work

Please bear with me. This post will be longer than usual because, in order to introduce today’s topic, I need to tell you about my life. If you do not have time, jump directly to the last paragraph. Be aware, though, that you will be missing some important insights.

When I settled down in the little French village I am living in, I had just changed my entire life. It was back in 2013 and I had left a well-paid job, which, however, did not allow me to take care of my family and to do the things I held as important to me, such as writing, my projects, my personal self-development and education. My son Romeo was one, my daughter Vittoria six. I was a 90% stay-at-home mum and housewife, a full-time demanding job I wish to call with the fair title of family manager, so that people finally understand that it is a real job. During the day, I had just a couple of hours to dedicate to myself: when he was sleeping and she was in school. I used it to work on a novel and started this blog.

The thing is, I wanted a change life at yet another level, creating a cooperation among women so that each one of us could benefit of some more free time to shape our future. I believed in women and in their abilities to build a community. I soon got involved in school activities, where I got to know other mums. My daughter was a sociable girl and often used to ask for a playmate. Therefore, I began inviting her classmates at home, after school or at lunchtime. I thought it was a good thing to do, even if that meant more work and responsibilities for me. To my mind, helping each other out was a win-win situation. After three years, though, I was not feeling happy with the situation. I did not know why, so I simply sat down and thought: how could a good thing make me unsatisfied? I finally understood why I was feeling uneasy: I had the impression that my house was always full of children, yet my daughter was not going to anyone else’s place. I needed to know if I was right, so I took a calendar and wrote down for five consecutive weeks each “invitation” I made (the inverted commas word also includes the times I was asked to invite, as a favour) and the invitations (no inverted commas this time, because I never ask) my daughter had received. After five weeks, I did my maths and realised that I was feeling uneasy for grounded reasons: the actual numbers were eleven times to three. This meant that, approximatively, I was “giving” four times more than what I was “getting” in return.

Big deception! Suddenly, I realised that during three years I had played nanny for free! My “employers” were mainly working mothers. I understand it is difficult for them, but that did not make my feel better. I decided to slow down. I explained it to my daughter and she understood, even though that meant that she would have to play with me, and her little brother. Not the funniest thing ever.

The principle of reciprocal exchange studied by Bronislaw Malinowski in 1970’s Trobriand perfectly shows a fundamental principle: each gift was in fact nothing but an exchange meant to be reciprocal and balanced in the long term, from which each counterpart would equally benefit. In Crime and Custom in Savage Societies the anthropologist summarised the practice as follows: the reason why everyone respects the principle is that, if not, (s)he would be excluded from the society. When money replaced bargain, it replaced the moral obligation to reciprocate too, so that nowadays each so-called favour is not considered as an exchange anymore. Yet the principle is still valid and both parts need to feel even in the long term. This means that I do not need people to give me something in return each single time, and it is true that would I feel uneasy asking for a counterpart. But I had to react and now, after the second favour I do, I just wait the other’s move. It is not satisfying and I feel sorry for my children too, but I have to protect myself. Here are a couple of recent examples: “Could you take my daughter for lunch on Thursdays?” or “Since after our sons’ activity you need to drive your son to music class not far away from my home, would you mind sparing me the return trip?” Well, I wouldn’t… but… does it ever happen that someone asks me: “How can I help you?” or: “Can I do something in return?” The answer is simple: it never happens. Never. Therefore, now here is my new rule: if you exceptionally need a favour, no problem. If it is a regular activity, please propose something in return. I do not want to be paid because it is not a job for me and, if it were, I would appreciate to get a normal wage (not the usual low one women are used to).

What annoys me most is the impression that women ask me, because they think I have nothing to do. Let me be clear then: I do have a lot to do. My ten-years-ago choice to work and write from home cost me: I could no longer claim to be an economically independent woman. As a feminist, it was a difficult step. The fact that they still earn money entitles them to believe that they are modern women, when they actually are less emancipated than I am (and I’ll soon demonstrate it in one of my next posts). The thing is that now, when I say no, I cannot hide behind my employer’s demands: it is my choice to refuse. I have no excuses and I do not excuse myself: I am too old to offer my time to people who barely thank me.

Of course I feel guilty for not helping women more than I do! I would like to be a big family. But the society I live in is highly individualistic. And so are women. I became an individualist too. I am simply tired to work for free.

I know it is difficult to work and be a family manager at the same time. It is difficult even when a woman has a feminist partner (believe me, these are not antithetic words). I understand women deeply. But I am not their baby-sitter. I also recognise the fact that some women must work to make ends meet and I help them out more often. I know I am privileged. As for the others, rules are simple. Even if they often work part-time in order to stay in the job market (nice word… we are all products now) or to be independent, childcare is still their job. I stopped helping them because the only thing I was doing was helping their husbands to have free time, which they use to enhance their career or to do the things they like. I was not helping women to have free time. I just helped them in the crazy struggle to manage family and job – and maybe their marriage too. My help was not doing women any good in the long term: thanks to women’s (grand-mothers, wives, daughters, volunteers…) unpaid work – and to my own unpaid work in this case – men would not feel the need to change their habits and worse, they would benefit from a higher family income! Therefore I say: no, thank you. I agree with the African proverb “it takes a village to raise a child” and I regret that it does not work where I live. But I can’t play the role of the village. We, women, must help each other, not take advantage of other women. We must form a solidary circle of women who mutually help each other. And whilst we help another woman and she helps us in return, we must learn to defend our free time, instead of offering it to men. All around the world, societies thrive thanks to women’ unpaid work. It is high time we started recognising its worth and paying the right wage for it.

 

Il narcisismo femminile / Le narcissisme des femmes / Women’s narcissism

“Io la vedo arrivare con il passo controllato, lo sguardo attento a ogni piega del vestito…” (Punti e interrogativi, p. 116)

Seducenti o seduttrici? La sfumatura è sottile. Abbiamo visto nel post La paura dell’abbandono (dicembre 2020) quanto fosse cruciale per le donne assicurarsi un partner, in tempi andati. Andando un po’ più in là nel ragionamento, la seduzione può essere usata per assicurarsi l’uomo “migliore”, quello che si crede dia più garanzie per la prole. Il corpo viene usato ancora oggi dalle donne per conquistare, al contrario dell’uomo che usa il potere economico e sociale o la cultura. È un’arma femminile molto potente e anche per questo l’uomo ha sentito il bisogno di controllarlo e limitarlo, tuttavia il narcisismo femminile, che spinge a usare la seduzione ad ogni costo, è proporzionale alla fragilità e dà solo effimere illusioni. Certamente la conquista, ancor più se continua, fornisce conferme (labili) del proprio valore. Labili perché dipendono pur sempre dallo sguardo di un’altra persona, del maschio, al quale abbandoniamo così il nostro reale potere. E ciò non può che acuire il sentimento di avere poco potere, così diffuso tra le donne. Con quanto visto finora in termini di ferite, ciò non sorprende! Ho l’impressione che noi donne siamo tutt’oggi alla costante ricerca del giusto equilibrio tra un narcisismo che ci dia la conferma di piacere, e tra il mortificare la nostra femminilità per non essere identificate come “donna” e allontanare così ogni sospetto di fragilità. Diversi studi sono stati dedicati al corpo delle donne. Due tra tanti: Il corpo delle donne di Lorella Zanardo e Il mito della bellezza di Naomi Wolf – quest’ultimo risalente ormai al 1991 ma pur sempre un must.

Le narcissisme des femmes

Séduisantes ou séductrices ? La nuance est très mince. Dans La peur d’être abandonnée (décembre 2020) nous avons compris à quel point, autrefois, la survie des femmes dépendait du fait d’avoir un partenaire. Voilà que la séduction peut être utilisée encore de nos jours, afin de s’assurer le meilleur partenaire possible, celui qui semble offrir les plus grandes garanties pour ses enfants. Le corps est utilisé à ces fins, alors que les armes des hommes sont plutôt le pouvoir économique et social, ainsi que la culture. Depuis la nuit des temps, le corps de la femme est une arme très puissante et pour cela, les hommes ont ressenti le besoin de le contrôler. Malheureusement, le narcissisme est proportionnel à la fragilité et il n’offre que des illusions éphémères. S’il est vrai que la conquête donne des confirmations de sa propre valeur, elles sont néanmoins fragiles car elles dépendent du regard de l’homme. De cette façon, les femmes leur confient leur pouvoir personnel, affaiblissant davantage leur valeur. Les femmes doivent gérer la tension entre mortifier leur féminité pour repousser le narcissisme et le désir de plaire qui par contre pousse à l’utiliser. C’est un équilibre précaire que beaucoup d’entre nous n’ont pas encore atteint. De nombreuses études ont été consacrées à ce sujet. L’une des plus connues est Le mythe de la beauté de Naomi Wolf. Elle date de 1991 mais ce ne sera pas une lecture inutile.

Women’s narcissism

Seductive or seducer? There is a subtle difference between the two words. As you read in Fear of being abandoned (December 2020 post), before women could earn their own money, their survival depended on their having a husband. Pushing this further, we can imagine how beauty and seduction would help them to find the “best” man, namely the one who would offer the best chances to children. Some women still use their beauty today in pretty much the same way, contrary to men who bet on power, money or education. A woman’s body is a powerful weapon, therefore men wanted to control it and limit its strength. Narcissistic women tend to use their bodies and seductiveness, yet their behaviour reveals their fragility. It is undeniable that the ability to seduce can assess one’s worth. Yet it is a fragile victory, as it depends on someone else’s judgement, typically men, to whom they surrender their own power. This is also how women get to feel powerless. I feel women are endlessly looking for a balance, as far as beauty matters are concerned. One of the most important essays about this topic is Naomi Wolf’s The Beauty Myth. It dates back to thirty years now, 1991, yet it is still a necessary read.

Diritto di voto delle donne svizzere / Droit de vote des femmes suisses / Swiss women’s right to vote

“… era irritante perché [..] era una cosiddetta “donna moderna”” (La lettera G, p. 116)

 

Cinquant’anni fa, il 7 febbraio 1971, le donne svizzere conquistavano il diritto di voto a livello federale. Ricordiamo la storia del suffragio femminile e rendiamo omaggio alle donne che lo resero possibile. Nel mese di maggio uscirà il volume Finalmente Cittadine edito da AARDT con un mio breve contributo biografico inerente due delle prime donne svizzero-italiane elette negli esecutivi.

 

Il y a cinquante ans, le 7 février 1971, les femmes suisses conquéraient le droit de vote au niveau fédéral. Souvenons-nous de l’histoire du droit de vote et rendons hommage aux femmes qui se sont battues pour l’obtenir.

 

Fifty years ago, on February 7th, 1971, Swiss women gained the right to vote. Here is their history.

Il complesso di inferiorità / Le complexe d’infériorité / Women’s inferiority complex

“… riteneva me, solo perché donna, un essere inferiore” (Punti e interrogativi, p. 36)

Nel 1954 Simone de Beauvoir teorizzava che l’inferiorità femminile fosse una conseguenza della cultura fallocentrica. Non si nasce donna, lo si diventa. Con questo incipit ad effetto prendeva forma il saggio che l’avrebbe consacrata. A me, quella frase era piaciuta poco. Implicito si leggeva che donna = essere inferiore. Da qualcosa bisognava pur iniziare, per denunciare l’oppressione alla quale le donne erano sottoposte, ma anche se la donna cresce(va) in un paradigma di inferiorità rispetto al maschio, vederlo statuito nero su bianco mi disturbava allora e mi disturba ora. Implicita era anche la certezza della De Beauvoir che, qualora non si fosse “allevata” la bambina con i comportamenti e le credenze su come dovesse essere una donna, l’inferiorità sarebbe scomparsa. Che avesse ragione è evidente. Uno tra i tanti esempi concerne l’inferiorità intellettuale, annullata appena le donne poterono studiare.

Le accezioni semantiche di quella frase non mi piacevano perché davano per scontato che il maschio fosse il modello giusto, perciò alle donne non restava che misurarsi a lui. Ciò nonostante, prima di svilupparne una mia, mi sono ritrovata a sposare parzialmente questa visione perché era l’unica a disposizione. In realtà mi piace di più l’idea di diversità, in un mondo ideale di pari trattamento e opportunità. E, per questo, c’è ancora del lavoro da fare.

Credo che anche nella nostra cultura non siano ancora state eliminate tutte le allusioni a una possibile inferiorità femminile o non ci si spiegherebbe perché, ad esempio, in alcuni ambiti gli uomini siano piuttosto assenti. Penso in primis a quanto ruota attorno ai bambini, sia nella sfera privata che in quella professionale: ad esempio, nell’insegnamento elementare. Cent’anni fa c’erano i maestri, e non credo affatto che gli uomini fossero più portati a questa professione. Ritengo invece che non la trovino più abbastanza valorizzante da quando le maestre sono soprattutto donne, il che ha abbassato il livello di valore implicito (e conseguentemente di remunerazione), accentuando a spirale la reticenza maschile ad impegnarvisi. Un altro esempio classico: l’uso del maschile per le posizioni elevate: ministro suona meglio di ministra. O un nome diverso per professioni identiche: il tizio che serve le bibite sugli aerei non si chiama host. Come nessuno si sognerebbe mai di chiamare maestrino un insegnante, mentre questo svilente appellativo è comune al femminile. Eccoci arrivati all’inferiorità e a come essa continua a tramandarsi.

Finché “donna” non avrà perso tutte le accezioni di inferiorità che gli uomini le hanno attribuito e che le donne, senza cognizione di causa, continuano ad accettare e perpetuare, continueremo ad assistere anche nelle donne a manifestazioni di negazione della femminilità, di competitività, di aggressività, di svilimento delle proprie “sorelle”… Le donne che adottano queste posture rifiutano di essere considerate inferiori e di certo sono già un passo avanti – peccato che a farne le spese sono le altre donne! Ma è indubbio che non siano ancora giunte a destinazione. Il nostro punto di arrivo è chiaro: smettere di definire il nostro operato e il nostro valore in paragone agli uomini. Esistere in quanto esseri umani validi, unici e incomparabili. Punto.

Le complexe d’infériorité

En 1954 Simone de Beauvoir théorisait que l’infériorité de la femme était la conséquence de notre culture phallocentrique. On ne naît pas femme, on le devient. L’essai qui la consacra commençait avec cette entrée en matière plutôt efficace. Je n’aimais pas cette phrase. Une femme mettait enfin noir sur blanc l’infériorité de ses semblables ! Mais je comprends bien qu’il fallait commencer quelque part, pour dénoncer l’oppression des femmes. De Beauvoir était convaincue que, si les filles n’étaient pas élevées avec certains comportements et croyances à propos de ce qu’une femme devait être, l’infériorité aurait disparu. Elle avait raison. L’un des exemples les plus parlants est l’infériorité intellectuelle, qui a été comblée dès lors que les femmes ont pu accéder aux études.

Les subtilités sémantiques de telle affirmation ne me plaisaient pas car elles présupposaient que le masculin était le modèle par excellence, et qu’à nous, les femmes, il ne restait que nous mesurer à lui. Malgré cela j’ai épousé pendant un bon moment cette vision car je n’en ai pas trouvé d’autres… avant de développer la mienne. J’aime mieux l’idée de diversité, dans un monde idéal de parité et de mêmes opportunités. Et pour cela, il y a encore du boulot.

Je crois que même notre culture n’a pas éliminé toutes les allusions à une possible infériorité féminine. Autrement, je ne m’expliquerai pas pourquoi, par exemples, certains milieux professionnels aient été abandonnés par les hommes. Je pense entre autres à l’enseignement primaire : je ne crois pas qu’il y a cent ans les hommes étaient plus prédisposés à cette profession. Je pense qu’ils ne la trouvent pas suffisamment valorisante et payée, surtout depuis que les femmes y sont nombreuses.

Quand le mot “femme” aura perdu tout soupçon d’infériorité que les hommes lui ont attribué et que les femmes, sans en être conscientes, ont accepté et perpétué, nous assisterons à des manifestations de négation de son propre côté féminin, de compétitivité, d’agressivité, d’amoindrissement de nos “sœurs »… les femmes qui adoptent cette posture refusent l’infériorité et sont certainement plus avancées, dommage qu’à en faire les frais sont toujours d’autres femmes. Malgré ces pas, elles ne sont pas encore arrivées à destination. Le point d’arrivée est clair : arrêter de définir ce que nous faisons et notre valeur en nous comparant aux hommes. Il faut qu’on existe en tant qu’êtres humains valables, uniques, et incomparables. Point barre.

The inferiority complex

Back in 1954, Simone de Beauvoir wrote her most famous essay and theory: You are not born a woman, you become one. In her essay, she stated that women inferiority was a consequence of our phallocentric culture. I did not like that statement. It implied that women are indeed inferior to men. However, I suppose she had to start somewhere. She was certain that if little girls were raised in the same way boys were, she would not be inferior at all. She was right. One example among others: when women were allowed to study, they proved as intelligent as men are.

I did not like what that statement implied because it gave for granted that the model was man. Women could do nothing but compare to him. Yet I partly followed in De Beauvoir’s steps because it was the only one available… before I developed my own. I prefer the idea of diversity, in an ideal world where women are equally treated and have equal opportunities. And there is still a lot to do, in order to achieve it.

I believe that our culture has not yet erased all possible hints as to a theoretical inferiority of women. If so, men would still do some jobs as primary school teacher. One century ago, men were not “more capable” in this profession than they are now. My belief is that they are not interested in it anymore because women begun doing it and, consequently, salaries decreased. This is a typical catch 22 situation.

This is also why many women who are intellectually or professionally “a step forward” have problems considering themselves as women. They can end up aggressive, competitive, cruel to other women, denying their femininity. However, if they are a step forward, they certainly got nowhere. For our final destination is to stop defining ourselves in comparison to men. This means existing as worthy, unique, incomparable human beings. And that is the core issue.

Karma: una ferita nascosta/ une blessures cachée/ a hidden wound

 

“…lasciando Gina nell’abisso in cui era sprofondata.” (La lettera G, Tufani ed, p. 170)

Vorrei farvi un regalo per il 2021, parlandovi apertamente di una profonda ferita che concerne sia le donne che gli uomini e che passa sotto silenzio proprio perché, in una società dove la scienza sta diventando la religione dominante, non è considerata scientifica, tant’è vero che in generale sono più apprezzati i campi che con il tempo sono entrati a far parte del pantheon delle scienze in senso lato, come la sociologia, la psicologia o la storia. Il titolo ha già svelato l’arcano: si tratta del karma. Esso ci parla delle ferite che portiamo dalle vite passate, delle quali siamo quasi sempre incoscienti e che proprio per questo generano la ripetizione dello stesso tipo di difficoltà. Difficoltà alle quali facciamo fronte con le armi forniteci dal nostro carattere individuale.

Chiariamo subito che qui non si vuole affatto negare il peso di altri fattori: nasciamo in una famiglia e non in un’altra, affondiamo le radici in un determinato strato culturale ed economico, in un contesto sociale preciso con i suoi strascichi storici. Tutto ciò è reale. Lo tocchiamo con mano ed è stato a giusta ragione ampiamente studiato – infatti, praticamente ogni libro in circolazione approfondisce le ferite sotto questi aspetti. Sono approcci considerati “scientifici”, che pregiano quindi gli studiosi di un’aura di professionalità (infatti nel tentativo di acquisire rispettabilità sono nate un sacco di nuove scienze: della terra, della comunicazione…!)  ma che, tuttavia, non riescono a cogliere tutte le sfumature individuali. Vi siete mai chiesti perché, all’interno di una stessa famiglia, un figlio sviluppa una particolare sensibilità verso un certo argomento, mentre all’altro sembra non sfiorarlo neppure? Perché uno si sente ferito da un atteggiamento e vi risponde con veemenza mentre l’altro è sempre calmo o evita il conflitto? O più praticamente, anche banalizzando un pochino: perché Maria ha un matrimonio felice ma niente lavoro fisso, mentre sua sorella Claudia è una brillante avvocatessa che però non trova il compagno giusto? Perché Piero non osa aprir bocca davanti al suo capo mentre Luca si è già fatto licenziare due volte per insubordinazione? Queste differenze – reali – resistono alle classificazioni e, di fatto, mettono in grande difficoltà le teorie storiche e sociologiche, pur ottime per trovare schemi e generalizzazioni, così pure quelle psicologiche che, pur fornendo indicazioni più individuali, spesso riducono ogni difficoltà a reazioni sviluppate durante l’infanzia, colpevolizzando in particolare i genitori. Ci sono altre piste da esplorare.

Possiamo ricercare e – good news! – trovare le ragioni della nostra personalità, dei nostri fallimenti, o persino dei nostri successi, grazie all’interpretazione della carta astrale, uno strumento ampiamente sottovalutato e tuttavia molto preciso, che nulla c’entra con l’astrologia generalista e imprecisa alla quale ci hanno abituato i ciarlatani, sabotando una scienza (o un’arte, se preferite) millenaria che riduce la ricchezza dei simboli (vedi immagine) a un limitato dualismo segno/ascendente o, peggio ancora, a ridicole previsioni basate, nel migliore dei casi, su qualche transito planetario che resta molto vago anche se si tenta di precisarlo con le decadi.

 

Se desiderate ricevere una carta gratuita del cielo al momento della vostra nascita e sapere quali elementi astrologici sono legati alle vostre ferite, fatevi un prezioso regalo per il 2021, contattatemi via il modulo a fondo pagina (luogo, data e ora precisa di nascita sono necessari). Altra buona notizia: la carta astrale non è “femmina”, la possono richiedere anche i maschi.

 

Les blessures cachées: le karma

Mon cadeau pour 2021 sera de vous parler d’une profonde blessure qui concerne les femmes et les hommes. On n’en parle pas ouvertement car nous vivons dans une société où la science est en train de devenir la religion dominante et ce dont je vais vous parler n’est pas considéré « scientifique » comme d’autres disciplines qui sont désormais entrées au panthéon des « sciences » : la socio, l’histoire ou la psychologie. Le titre a déjà tout dévoilé : il s’agit du karma. Ce mot nous parle des blessures que l’on amène des vies passées et qui, en raison du fait qu’elles restent presque toujours inconscientes, génèrent la répétition des scénarios de vie. Nous y faisons face grâce aux armes qui nous sont fournies par notre propre caractère.

Soyons clairs: je ne nie pas le poids des facteurs socio-culturels: nous sommes tous nés dans une famille, nos racines sont enfoncées dans un terrain culturel et économique précis, nous nous inscrivons dans une Histoire commune. Tout cela est bel et bien réel et il a été à juste titre amplement étudié. Ce sont des approches « scientifiques », qui attribuent une certaine allure à ceux qui les étudient (en fait de nouvelles sciences sont nées : de la communication, de la terre, etc., … une tentative manifeste d’acquérir de la respectabilité) et qui, pourtant, n’arrivent pas à saisir les nuances individuelles. Il faut se poser des questions très simples : pourquoi, dans une même famille, un enfant développe une sensibilité à un sujet, mais pas ses frères ou sœurs? Pourquoi l’un se sent blessé par une façon de faire et y répond avec véhémence, tandis qu’un autre reste calme ou évite le conflit ? Ou bien de façons moins théorique et un brin banale : pourquoi Marie est heureusement mariée mais ne trouve pas un travail qui lui convient tandis que sa sœur Claudine est une brillante avocate qui n’a jamais un partenaire ou des amis? Ou bien, pourquoi Pierre se tait toujours tandis que Luc a été viré deux fois pour cause d’insubordination ? Ces différences sont bien réelles et résistent aux classifications. De ce fait, elles remettent en question aussi bien les théories sociologiques ou historiques (très intéressantes afin de dénicher des schémas et trouver des facteurs d’ordre général), que les théories psychologiques qui, tout en donnant des indications davantage individualisées, réduisent souvent toute difficulté à des réactions développées pendant l’enfance, et culpabilisent de ce fait premièrement les parents. On pourrait quand même explorer d’autres pistes !

Nous pouvons rechercher et – good news! – trouver les racines de notre personnalité individuelle, de nos échecs et pourquoi pas de nos succès grâce à l’interprétation du thème astral, un outil largement sous-évalué et malgré cela très précis, qui n’a rien à voir avec l’astrologie généraliste et imprécise de certains charlatans qui ont, malheureusement, saboté une science (ou un art, si vous préférez) millénaire qui réduit la richesse des symboles (voir image) à un dualisme signe/ascendant, ou pire encore à des prévisions assez ridicules basées, au mieux, sur quelques transits planétaires, qui restent très vagues même si on essaye de les préciser avec les décades.

 

Si vous souhaitez recevoir une carte gratuite du ciel au moment de votre naissance et connaître ainsi quels éléments astrologiques sont liés à vos blessures personnelles, faites-vous un gros cadeau et utilisez le module au fond de cette page ; cela vous mettra en contact avec la seule personne francophone ayant terminé la formation d’astrologue karmique avec le maître international Forrest. Lieu, date et heure précises sont nécessaires. Une autre bonne nouvelle est la suivante: le thème astral n’a pas de sexe, même les hommes peuvent le demander.

 

Hidden wounds: karma

I would like you to get to know a deep wound that a few people only dare (and have the knowledge) to talk about: karma. This is because karma has no “scientific ground” and people prefer to stick to fields which, in time, have raised to the status of sciences such as sociology, psychology or history. You all know that karma is “what has gone wrong”, so to say, in prior lives. Since they are unconscious, situations tend to repeat themselves and we face them with the help of our conscious personality.

I want to make it clear that for me, karma is not an alternative to others elements of analysis, it is just an additional one. Truth is, we are indeed born within a family and have our roots in a certain cultural and economic humus, or in a common historical context. This is real. And it is widely studied by university subjects, so that when experts talk about these themes, they are approved of and listened to. Suffice to say that the word science (or technique) is very much synonymous with competence and respectability. However, the academic view fails to capture individual hues. So now, let us make a few examples: you might wonder why within the same family, a child develops a particular sensitivity to a certain subject, while another is indifferent to it. Why is one hurt by a certain behaviour and responds to it a in rather violent way, while another just doesn’t feel the same or avoid conflicts. To make it more real: why Mary is happily married and leads a good social life but has never found the right job, whereas her sister Laura is a brilliant lawyer with no husband or friends. These are real differences which resist any kind of categorisation. Therefore, trying to explain them with sociological or historical theories is impossible, although both excel in explaining general schemes. Same for psychological ones which can provide people with a deeper understanding of personal issues, yet they often reduce everything to childhood, blaming parents as the main offenders. I believe we can follow other paths and find other clues. Good news is that we can find reasons for whom we are and for the wounds we have, for failures as well as success, in the interpretation of the birthchart. It is an extraordinary tool, widely underestimated and yet very precise. It has nothing to do with pop astrology, whose tenants have undermined a millennial science (or art, if you prefer) reducing the richness of symbolism as shown in the chart below to sign/ascendant or worse, to some ridiculous attempts at forecasting future using transits for entire signs instead of a personal approach.  

 

If you wish to get a free birthchat and thus know the astrological energies of your own wound, make yourself a present by filling the form below (exact time, date and place of birth are necessary). Another good news: a birthchart has no sex. Men can ask for it too.

La paura dell’abbandono / La peur d’être abandonnée / Fear of abandonment

…nel villaggio ci sono solo quattro uomini. Non ce n’è uno per tutte. (Punti e interrogativi, p. 60)

Per tentare di capire da dove provenga la paura dell’abbandono mi baserò su due aspetti. Il primo è individuale, il secondo tenterà di considerare alcuni elementi della storia sociale. Per il primo mi sono consultata con un’amica, e condivido qui la sua prospettiva intima e personale.

Amalia pensa che la paura dell’abbandono, che persiste in età adulta, possa derivare da una situazione vissuta da bambini, ad esempio se si è stati abbandonati dalla madre o dal padre, o peggio venduti, oppure quando uno dei genitori del bambino in tenera età muore improvvisamente, o addirittura durante la gravidanza o il parto. Naturalmente, la sensazione di abbandono può essere più o meno concreta, ad esempio può accadere che ci si senta abbandonati dai genitori all’arrivo di un fratellino o di una sorellina. In questo caso, direi che si parla di abbandono emotivo. Entrambi intaccano però quel senso di sicurezza che permette lo sviluppo normale. L’età alla quale è avvenuto l’abbandono è un elemento capitale e definirà i contorni della vita. La mamma di Amalia è morta per gestosi alla sua nascita e lei ha scoperto e rivissuto il trauma al momento della rottura della sua famiglia. Da quell’esperienza ha capito che con l’amore del marito cercava di colmare un vuoto incolmabile, perché in realtà era l’insostituibile affetto materno che cercava. Un tale dolore provoca un vuoto profondo e per riempirlo si adottano stratagemmi inconsci. Senza rendersene conto, si vive tra paure e insicurezze. Per affrontare questo trauma è utile un lavoro psicologico, o su se stessi, alfine di divenire la propria “madre interiore”.

Gli esempi di abbandono sono molti ma tutti convergono e, a seconda del carattere, dell’ambiente in cui si vive e della rete affettiva che circonda il bambino, lo accompagneranno nel cammino della crescita, creando un terreno fertile per paure, insicurezze, bassa autostima e una marcata tendenza alla sottomissione. Una tipica reazione è mostrarsi sempre brave, diligenti e accondiscendenti, per non perdere i propri garanti affettivi. Nell’essere compiacenti va però a perdersi la dignità (di donna). Ecco come questo terreno a sabbie mobili favorisce lo sviluppo di comportamenti errati, quali il rincorrere una persona che non ci ama e non ci merita, elemosinando amore. Perché è proprio in questo modo, dice Amalia, che si attirano le relazioni difficoltose e insoddisfacenti – e peggio ancora non si ha il coraggio di lasciare l’uomo che ne è la causa. Alla base, si tratta di mancanza di amor proprio. Su questa tematica, diversi anni fa era stato pubblicato un saggio di successo, Donne che amano troppo. Purtroppo, chi ha vissuto il trauma dell’abbandono prova vuoto, nausea, ansia, appena una persona si allontana.

Anche in età adulta, la perdita di un coniuge o la separazione possono causare un forte disagio: è come se mancasse un braccio, o una gamba: il compagno è la famosa ‘ stampella psicologica’ senza la quale si ha l’impressione di non riuscire ad adempiere ai compiti quotidiani. Si vive nella dipendenza affettiva fintanto che non si lotta per cercare di capire da dove proviene il disagio e non si fa il necessario lavoro su di sé per accettarlo e conviverci. Guarire, Amalia ne è convinta, si può. Ma il percorso è lungo e doloroso. Anche quando oggettivamente la persona ha avuto soddisfazioni e successi nella vita e si considera “realizzata”, prevale la paura al semplice apparire di una situazione che profuma d’abbandono. Pur conoscendo a memoria la teoria, sapendo quindi cosa è giusto o è sbagliato fare, si tende a commettere sempre gli stessi errori.

Ringrazio Amalia per la sua testimonianza, che certamente è valida sia per le bambine che per i maschietti. Tuttavia a me pare che siano più le donne degli uomini, ad aver paura della solitudine e dell’abbandono. E allora andrebbe tentata una spiegazione sociologica. Che sia perché, storicamente, dipendevano da un uomo per la sopravvivenza? Partiamo da questo presupposto, che sicuramente gioca a loro sfavore. Ma non è di certo l’unico.

Come detto, la paura di essere abbandonate frega un sacco di donne, che si trovano partner davvero non meritevoli, piuttosto che restare da sole. Si dà anche la colpa al padre assente. Se così fosse dovremmo avere una generazione di donne più forte, da questo punto di vista… staremo a vedere. Se invece ci scostiamo dalla prospettiva personale e andiamo a dare un’occhiata dal lato della costruzione patriarcale, vediamo che non si tratta solo di dipendenza economica, perché la donna era valutata essenzialmente per la sua giovinezza – che le permetteva di produrre prole – e per la sua bellezza – simbolo del potere dell’uomo che sapeva conquistarla. Quanto alle altre prerogative, che potevano variare sensibilmente secondo il rango sociale e nel corso dei diversi periodi storici… la donna non ne aveva, dato che veniva segregata in casa e privata di studi e ruoli sociali diversi dall’essere sposa e madre. Conseguentemente, le donne ereditano un contesto storico e sociale che statuisce che fintanto che sono giovani e attraenti, possono conquistare e conservare un uomo – e si capisce bene, con queste premesse, quanto è difficile invecchiare. Impossibile sottrarsi a questa pressione! Da questo potremmo partire, in seguito, per affrontare le problematiche legate al narcisismo. Cerchiamo di non scordarlo.

Tuttavia, ho l’impressione che, a parte quando siamo in presenza di un reale abbandono avvenuto nell’infanzia, sia il sentimento di valere poco che fa dubitare le donne e le fa slittare nella seduzione e nel compromesso a tutti i costi. La paura può essere talmente forte che non riescono a dire di no. Questo sentimento può essere individuale, legato come spiegava Amalia ad un abbandono, oppure sociale, determinato quindi dal minor valore che da sempre è stato attribuito alle donne. E così la donna, che già soffre maggiormente di uno storico complesso di inferiorità, accettando relazioni inaccettabili va a svilirsi ancor di più. A questo aggiungerei che, a livello emotivo, la paura è generata dal fatto che i legami matrimoniali non sono più inscindibili e ciò ha spinto le donne a investire meno nella relazione e a puntare su altro (lavoro, figli, amicizie…). E investendo di meno, essendo più indipendenti e fingendosi (o essendo) meno coinvolte, confermano agli uomini che non sono al centro dei loro pensieri e di potercela fare da sole: una manna, in pratica, per l’uomo già esitante ad assumersi le sue responsabilità, anche se questo va poi a ferire a sua volta gli uomini. Il gatto si morde la coda.

Ho però la sensazione che, con la paura dell’abbandono, entriamo in una sfera più personale che storica e sociale. E allora mi fermo qui.

 

 

 

La peur d’être abandonnée

Afin de cerner les origines de la peur d’être abandonnée, je me baserai sur deux aspects : le premier est individuel, le deuxième prendra en compte quelques éléments de l’histoire sociale. En ce qui concerne le premier, je vous propose l’analyse d’une amie, tirée de son expérience personnelle.

Amalia est convaincue que la peur de l’abandon puise ses origines dans une situation vécue pendant l’enfance. Par exemple, on peut être abandonnés par la maman ou le papa, ou pire encore vendus, ou bien l’un des parents peut décéder lorsque l’enfant est petit, ou même pendant la grossesse ou à l’accouchement. La sensation d’être abandonné peut être concrète comme dans ces cas, mais un enfant peut vivre en tant qu’abandon l’attention consacrée à un petit frère ou sœur. Dans ce cas spécifique, on peut parler d’abandon émotif. Avec celui-ci, l’enfant perd également le sentiment de sécurité affective qui permet un développement normal. L’âge à laquelle l’abandon est vécu est un élément capital et il peut bel et bien définir les contours de la vie. La maman d’Amalia, par exemple, est décédée à sa naissance et elle a découvert ce traumatisme lors de son divorce. Elle a donc compris qu’elle cherchait l’amour maternel dans l’amour conjugal. Malheureusement, il était impossible pour son époux de combler ce vide. Afin de le remplir, on adopte des stratégies inconscientes. La vie se déroule entre la peur et l’insécurité affective. Pour surmonter le traumatisme, il est nécessaire de faire un travail sur soi et devenir « sa propre mère intérieure ». 

Les exemples d’abandon sont nombreux mais tous acheminent vers les mêmes difficultés. L’enfant abandonné grandit sur un terrain de sables mouvants, fragile et semé de peurs et de manque de confiance en soi, qui débouche sur une tendance à la soumission. Tout cela pour ne pas perdre l’amour des personnes qui l’entourent. Voilà comment la dignité (de femme) est lésée. Et ce terrain prédispose le développement des comportements malsains tels que courir après une personne qui ne nous aime pas, en mendiant d’être aimée. Les relations difficiles et insatisfaisantes qu’entretiennent certaines femmes sont dues au manque de confiance en soi, qui peut être entre autres provoqué par l’abandon. Même à l’âge adulte, la perte du conjoint ou le divorce peuvent être dévastateurs. Certaines personnes ressentent un malaise aigu, comme si on leur avait coupé un bras ou une jambe. Guérir est possible, nous dit Amalia, mais le travail est long et douloureux. Même quand on a eu du succès dans la vie, lorsqu’une situation d’abandon potentiel surgit, la peur enfouie sous le succès fait surface. Et même si l’on connait par cœur la « théorie », on refait les mêmes erreurs.

Je remercie Amalia pour son témoignage, qui concerne les deux sexes. Toutefois, il me semble que les femmes plus que les hommes souffrent de ce manque de confiance, de la peur de la solitude et d’être abandonnées. Si cette hypothèse est correcte, il faudrait essayer de trouver une explication plus globale. Et là, je pense au fait qu’historiquement les femmes dépendaient des hommes pour leur survie. Cela joue un rôle, mais il n’est pas le seul.

Qu’est-ce que pousse les femmes à accepter n’importe quelle relation, même avec des hommes qui ne les méritent pas ? Peut-être, justement, la peur de rester seules. On dit souvent que c’est la faute aux pères absents. Si tel est le cas, la nouvelle génération sera sûrement mieux lotie. À voir. De toutes façons, il est évident qu’il y a autre chose que la dépendance économique. La valeur des femmes a été très longtemps uniquement basée sur la jeunesse et la possibilité d’engendrer des enfants, et deuxièmement sur leur beauté, ce dernier étant un signe de pouvoir pour l’homme qui cherchait donc à conquérir la plus belle. Les femmes n’avaient pas beaucoup d’autres atouts – quoi que bien sûr il y avait des différences dues au rang social ou à la période historique – car en règle générale elles n’avaient pas la possibilité de faire des études et d’avoir des rôles sociaux différents de celui de mère et épouse. Par conséquent, nous héritons d’un contexte historique et social qui affirme que tant qu’une femme est jeune et attrayante, elle peut séduire un homme, l’épouser et espérer qu’il reste à ses côtés. Difficile de vieillir, pour les femmes, quand on pense à ça! Cela explique aussi la tentative de rester jeune et belle le plus longtemps possible et offre une explication à la problématique du narcissisme. Si les hommes, eux aussi, ont de la peine à accepter de vieillir, nous, les femmes, on n’y échappe vraiment pas.

Toutefois, mises à part les situations où il y a eu un abandon réel, je pense que la sensation de ne pas valoir y soit pour beaucoup. Elle fait douter les femmes d’elles-mêmes et les pousse vers la séduction ou le compromis à tous prix. Nous avons vu que ce sentiment peut être bien évidemment individuel, mais également social et intimement lié à la moindre valeur qui a toujours été attribuée aux filles. Et voilà que la femme, qui est déjà accablée par un complexe d’infériorité historique, accepte ainsi des relations inacceptables qui la font sombrer davantage dans ce même complexe. J’ajouterais également qu’au niveau émotif, la peur puise ses racines dans des liens matrimoniaux qui peuvent désormais être défaits et cela a poussé les femmes à moins s’investir dans les relations en privilégiant les amitiés, le travail, les enfants… En étant plus indépendantes et paraissant moins amoureuses, elles confirment aux hommes qu’elles n’ont pas besoin d’eux, qu’ils ne sont plus au centre de leurs préoccupations… ce qui fournit une très belle excuse aux hommes pour ne pas tenir leurs engagements… mais les blesse également !

Toutefois, je crois que nous abordons une thématique plus personnelle qu’historique ou sociale. Donc je m’arrêterai là.

 

The fear of being abandoned

I will tackle the fear of being abandoned from two different sides. The first is individual; as for the second one, I will try to take into account some historical and social elements.

Let me start with the first. I talked to a friend who lost her mum at her birth and I will write on her personal perspective. This helped me to understand where the fear might come from. My friend Amalia believes that fear of being left is due to particular situations lived in childhood: a mother or father abandoning the baby, or worse selling it, or death of one parent in early childhood or during childbearing. Of course, situations can be also less concrete: for example, the care parents give to a new sibling in the family can make the elder child feel rejected. He or she can feel emotionally neglected. This undermines the feeling of security, which is necessary in order to develop. Amalia discovered she had lost her mother at birth when her own family split up and understood that she expected her husband to fill her emotional emptiness.

Life after such a traumatic event is dotted with fears, insecurity and unconscious stratagems in order to avoid being abandoned again. One needs deep psychological work in order to face it. No matter the type of desertion, depending on the child’s character and his caring environment, the fear will be more or less present in life and will create a fertile field for insecurity, low self-esteem and submission. A typical reaction to fear of losing affection is being “the good girl”. How this affects dignity is rather clear. One often ends up running after the wrong person, begging for love. In this way, says Amalia, women attract – and do not leave – unsuitable men. The bestseller Women who love too much was, in this respect, a useful guide. Unfortunately, those who experienced the trauma of abandonment feel nausea, anxiety and emptiness as soon as the beloved threatens to leave. Losing the partner can be lived as an “amputation”, so great is the dependency. Healing is possible, yet it takes hard work. Even if a person is successful in other fields, fear reappears and, although the person knows what would be right to do, theoretically speaking, s/he finds it hard to do it in practice. This is how we make the same mistakes over and over again.

I thank Amalia very much for opening up to me. I suppose all this can apply to girls and boys equally, nevertheless I feel that women are more afraid to be alone or forsaken. Therefore, I believe I should think of a more sociological or historical explanation. Could it be because women, historically, depended on men for survival? Let us start from this very theory which, although not the only possible one, definitively plays a role. Historically, women could only count on their beauty and youth, as they were denied education. Of course there were differences of status and historical context, but we can take this as a general rule of thumb. Therefore, we can understand why it is still so difficult for women to grow old. Anyway, to my mind, the feeling of not being worthy is also at work. Be it because of a real abandonment, which makes matters more personal, or because women were considered less worthy. This is not really the point.

What really matters is that some women feel so unworthy that they would accept any man, even the worse one. And later on, they will not dare to leave them, even if the relationship is unsatisfactory. This is a catch-22 problem, as it does not help women to feel worthy. Let me add another perspective: nowadays couples split up more easily and women have long been trying to find an escape route: they do not consider men the center of their world anymore, they prefer to spend their time and energy working for a career, having friends, or for their children. This change of mind is a good excuse for men not to take responsibility for working out a relationship. They feel less guilty when they leave, although it is doubtless that they get also hurt.

Well… I am going back to personal grounds for leaving, rather than historical or social ones. So I will stop here.

Il senso di colpa delle donne / La culpabilité des femmes / Why women feel guilty

“Dire di no poteva essere interpretato come essere una cattiva suocera…” (La lettera G, p. 123)

Come nasce il senso di colpa? Vorrei tentare di circoscrivere la risposta a questa vasta interrogazione a tre elementi di analisi.

  • La sensazione di non meritare. C’è una parte di fortuna non indifferente nella vita, eppure le donne non sono capaci di accettare “regali” perché non sono educate a ricevere senza dare nulla in cambio. Contrariamente agli uomini, imparano fin da bambine che ogni cosa che ottengono è frutto di lavoro – sia esso un comportamento adeguato alle convenzioni sociali, o perché le si richiedono lavori pratici, come aiutare in casa. Se maschi e femmine vengono trattati e educati in modo diverso, è difficile credere di meritare qualcosa soltanto per il fatto di esistere. La percezione del valore è un tema del quale abbiamo già parlato nei post Lavoro al merito e Meglio un maschio. Quindi, quando una donna ottiene qualcosa senza contropartita, quasi se ne scusa. Si sente in colpa perché, se non l’ha meritato, nella sua testa è come se avesse “rubato”. (Apro una parentesi sul senso di colpa che provano le donne quando si prendono del tempo per loro stesse, perché non ho ancora capito se fa parte di questo capitolo). La sensazione di non meritare sfocia poi sul senso di inferiorità che da millenni ci è stato inculcato tramite la differenza di trattamento e di diritti. Riparleremo anche di questo.
  • La sensazione di non comportarsi “bene”. Esiste un “codice segreto” su quali siano gli atteggiamenti e le emozioni giuste per una donna. Un codice in evoluzione, certo, ma che mantiene ancora sufficienti elementi colpevolizzanti. Prendiamone uno. L’aggressività o altri sentimenti considerati negativi in una donna vengono repressi e, quando si manifestano, ci si percepisce “cattive”. Un altro esempio è la donna che rifiuta di sacrificarsi per il prossimo: è considerata egoista. A un uomo l’egoismo lo si perdona, lo si chiama perfino un tipo affermato. Ricordo una donna commentare amaramente che sua nuora sferruzzava i pullover per se stessa invece che per il marito. Il senso di colpa nasce dal non saper rispondere in modo “adeguato” alle aspettative sociali, il che porta a interiorizzare aggressività e frustrazione. È noto infatti che le grandi “isteriche” della storia sono state le donne. In pratica: le obbligavano a conformarsi un certo ruolo e quelle che non riuscivano a vivere in modo discretamente depresso, ma manifestavano la depressione apertamente, venivano “curate” in ospedali psichiatrici. Ci ho pensato a lungo e a mio parere, uno tra i tanti esempi per tentare di sormontare il senso di colpa è il rifiuto dell’epidurale, come se la capacità (o necessità) di soffrire fosse connaturata alla donna. Ma per espiare quale colpa? Non ci siamo ancora staccate dal partorirai nel dolore della Bibbia! Queste pratiche sono ancora in voga e spesso sono proprio le donne a richiederle ad altre donne. Questa è una delle tante pressioni alle quali siamo sottoposte. Senza sensi di colpa “confesso” di aver avuto due parti cesarei. Ma a ben guardare, il conformarsi è probabilmente uno dei vari, incoscienti tentativi di rimanere fedeli ai ruoli femminili e alla propria madre. E qui entriamo in un’altra sfera delicata.
  • La sensazione di aver “tradito”. Le donne sono fiere delle loro conquiste e non si sentono in colpa per aver “usurpato” gli uomini dei loro campi storici. Il problema, secondo me, sta nell’aver rifiutato il femminile in quanto simbolo di sottomissione e minor valore. Rifiutando i tipici ruoli femminili si “insulta” e “umilia” la madre che a questi modelli ha creduto, o ai quali si è adattata con pena. In entrambi i casi, vedere una figlia rifiutarli è penoso, poiché nel primo caso significa il rifiuto dell’identità e della fusione (“io non voglio essere come te”) e nel secondo l’allontanamento e l’inferiorità (“sei stata una stupida a vivere così, non sei brava come me”). La sfida per la generazione post-femminismo è riconoscere e provare compassione ed empatia per tutte le donne che hanno vissuto il sacrificio e le rinunce identitarie. Solo così si evita la trappola insita nel rifiuto di quanto è femminile. Le donne hanno “combattuto il padre” e vinto. Tradire la madre, invece, ha ripercussioni più gravi. A mio parere è questo il nostro conflitto fondamentale. No, non ci misuriamo solo con gli uomini. Questo è quello che loro vorrebbero credere, quello che hanno voluto credere vedendoci dimenare per ottenere quel che loro avevano. Ci misuriamo soprattutto con le nostre madri. Sono loro la nostra vera scala di misura. Dobbiamo mantenere solido il filo che ci lega. Ogni tanto mi chiedo chi abbia voluto spezzarlo, se le madri o le figlie, ma questa è tutt’altra storia.

La cosa più urgente da fare, oggi, è riconoscere e ristabilire il valore del femminile. Come? Oggi mi fermo qui, ma prometto di riprendere questo argomento importante dopo aver approfondito le varie ferite. Concludo: il senso di colpa è molto più frequente oggi che un tempo e queste sono alcune ragioni. Per liberarcene dobbiamo comprendere le ferite, guarirne almeno una e innescare così un circolo virtuoso di guarigione.

Mi pongo un’ulteriore domanda urgente: ma gli uomini hanno già analizzato il loro rapporto ai padri? So che è una domanda delicata e forse gli uomini non hanno voglia di parlarne né con me, né tantomeno apertamente. Anche i libri al riguardo sono pochi, li ho elencati nel post Non di sola donna vive un blog. Ringrazio chi potrà darmi qualche suggerimento al riguardo.

Les blessures des femmes: la culpabilité

D’où puise ses sources la culpabilité? C’est une vaste question, donc je dois limiter la réponse à trois éléments d’analyse.

  • La sensation de ne pas mériter. Il y a toujours une part de chance dans la vie, mais les femmes sont incapables d’accepter les “cadeaux”. Contrairement aux hommes, depuis qu’elles sont toutes petites elles apprennent que tout ce qu’elles obtiennent est le fruit de leur travail – que ce soit un comportement jugé adéquat, ou bien les petits travaux à la maison. Si garçons et filles sont éduqués différemment, il est difficile de croire que l’on puisse mériter rien que pour le fait d’exister. La perception de sa propre valeur est un thème dont nous avons déjà discuté (dans les post Travail au mérite et Mieux vaut un garçon). Donc voilà, lorsqu’une femme reçoit sans donner, elle culpabilise car, si elle ne l’a pas mérité, c’est comme si elle l’avait « volé ». (J’ouvre une parenthèse sur la culpabilité due au fait de prendre du temps pour soi, car je ne sais pas s’il faut la traiter dans ce chapitre). La sensation de ne pas mériter mène tout droit à la sensation de moindre valeur qui nous a été transmise dans la différence de traitement et de droits. Cela mérite une réflexion ultérieure.
  • La sensation de ne pas “bien” se comporter. Il existe un “code secret” qui détermine les justes attitudes/émotions pour une femme. Il évolue lentement, certes, mais il garde encore des éléments culpabilisants. Un exemple parmi d’autres : l’agressivité est réprimée chez la femme et quand elle se manifeste, elle a l’impression d’être mauvaise. Autre exemple : si une femme refuse de se sacrifier pour l’autre, elle est égoïste. Je me souviens d’une femme qui critiquait sa belle-fille car elle tricotait des pulls pour elle-même et non pas pour son mari. Être égoïste pour un homme c’est normal, il est même considéré un type qui sait ce qu’il veut. La culpabilité est due au fait de ne pas savoir répondre de façon socialement adéquate, et ceci mène tout droit à intérioriser frustration et agressivité. Nous savons très bien que les grandes “hystériques” de l’histoire sont des femmes, car on les obligeait à se conformer à un rôle social et on renfermait celles qui n’y arrivaient pas et manifestaient ouvertement leur malaise par une dépression. J’ai réfléchi et de nos jours, l’un des moyens pour surmonter la culpabilité est le refus de la péridurale. Comme si la capacité (ou nécessité) de souffrir était prérogative des femmes ! Mais pour expier quelle faute ? Nous croyons encore qu’il faut engendrer dans la douleur, comme le dit la Bible ? Le pire est que très souvent, c’est bien les (sages)femmes qui les obligent ou encouragent. Sans aucune culpabilité j’« avoue » mes 2 césariennes. Mais en réfléchissant mieux à tout cela, je crois que se conformer n’est qu’une tentative inconsciente des femmes de rester fidèles à leur mère. Et nous abordons ainsi une thématique très délicate.
  • La “trahison”. Les femmes sont fières de leurs accomplissements dans les domaines « masculins » mais, afin de s’affirmer, elles ont refusé le féminin en tant que symbole de soumission et de moindre valeur. Le problème est évident : en refusant les rôles qui étaient typiquement féminins, on « insulte » et « humilie » sa propre mère, qui a cru en ces modèles, ou qui a dû s’y adapter avec peine. Quoi qu’il en soit, une fille qui les refuse, refuse également l’identité et la fusion avec la mère (je ne veux pas être comme toi”) et pose un jugement (t’as été stupide d’accepter de vivre comme ça, tu n’es pas aussi bien que moi) et donc avec son propre féminin. Le défi pour la génération post-féministe est celle de reconnaître le sacrifice identitaire de beaucoup de femmes avec compassion et empathie. Il est ainsi possible d’éviter le piège qui consiste à se refuser soi-même en tant que femme. Bref : nous avons gagné en nous battant contre le père. Mais trahir sa propre mère est bien plus grave. Le conflit fondamental est bien celui-ci : la culpabilité envers nos mères. Non, nous ne nous mesurons pas seulement aux hommes (même s’ils voudraient bien qu’il ne soit ainsi). Notre vraie unité de mesure est notre mère. Il nous faut garder le lien avec elle. Je me pose bien sûr la question : “qui a voulu le casser, les mères ou les filles?» … mais celle-ci est toute une autre histoire…

Il est urgent de rétablir la valeur du féminin. Mais comment? Je m’arrête ici pour le moment et je vais y réfléchir après avoir terminé cette série de post concernant les blessures. Il va de soi que, comme elles sont connectées, en guérissant l’une d’entre elles, il y a bon espoir d’enclencher un cercle vertueux. Une autre question qui me titille est la suivante : est-ce que les hommes ont déjà analysé leur rapport à leurs pères ? Merci à tous ceux qui pourront me renseigner là-dessus.

Women’s wounds: guilt

How comes that women feel guilty? It is a vast question, therefore my answer will stick to 3 points only.

  • The “I don’t deserve it” feeling. In life luck counts, yet women are incapable of accepting presents, because they are raised to receive only if they give. As little girls, they know that what they get – contrary to little boys – has to be earned: doing housework, behaving, etc. We discussed this in prior posts (Some jobs are better than others; Better be a boy). Therefore, if a woman gets something free, she feels guilty because in her head, it’s just as if she’d stolen it. (I still don’t know if feeling guilty for taking time for oneself belongs to the this same feeling, though) The “I don’t deserve it” feeling is tightly linked to feeling inferior.
  • The “I didn’t behave well” feeling. There is a “secret code”, which states the right behaviour and emotions for a woman. It is evolving, sure, yet it still forsters guilt. Let us take a couple of examples. One: being aggressive must be repressed. If a woman is aggressive, she feels bad. Two: if a woman refuses to sacrifice for others, she is an egoist. I remember a woman accusing her daughter-in-law because she would only knit pullovers for herself and never for her husband. Women feel guilty because they cannot live up to social expectations, which in turn leads to interiorise rage and frustration. We all know after all that hysteria is typically feminine: women were forced to conform and when they didn’t manage and showed a depression, they were “healed” in psychiatric hospitals. I thought about it for a long time and decided that refusing epidural is a way of not feeling guilty, as if suffering is part of women’s nature, in order to atone for some obscure sin. I even heard about midwives refusing epidural to women! Without a shade of guilt I confess having had 2 C-cuts. But the gist of it is that trying to live up to expectations is probably one of the unconscious ways of being faithful to one’s own mother. Welcome to a difficult subject!
  • The “I must betray you” feeling”. Women are proud of their (professional) conquests. Yet those who managed and got to the top (breaking the glass ceiling and even those who are still below) had to set aside the feminine side, trying to be more like men, as being a woman meant being inferior and less worthy. Let us face it, though: refusing femininity insults and humiliates our mothers, who believed in that model or forced themselves to adapt to it. Seeing their daughters refuse it is hard. It means that either they are refusing the mother (I don’t want to be like you) or they are stating her inferiority (You mum were a stupid to live like this, I’m better than you). The challenge for the post-feminist generation is to feel compassion and empathy for all the women of previous generations. In this way, we can dodge the trap and accept ourselves. Women have “fought the father” and won. To betray one’s mother, though, leads to deep trouble. To my mind, this is our fundamental conflict. We do not want to be like men. This is what men would like to believe. We just want what they have: dignity, freedom, respect. Our true model are our mothers. We must not break the rope that unites us.

Today we must urgently recognise women’s worth. How? I will discuss it further on. I would like to end with a positive thought: since all wounds are connected, if we manage to heal one, we will be able to heal them all. I also wonder if men have ever analysed their relationship to their fathers. Maybe not. Maybe they do not even want to do so and books on this subject are few. Therefore, I would be grateful if some men would comment on this.